venerdì 15 ottobre 2010

Giudici, l’antidoto ai veleni


di Gian Carlo Caselli

Di un libro come Giustizia - la parola ai magistrati (curato da Livio Pepino ed edito da Laterza - pagg. 225, euro 16) c’era proprio un gran bisogno per una boccata d’aria fresca contro i miasmi di certe strumentali polemiche. Viviamo infatti una stagione che vede ogni dibattito sui temi della giustizia fortemente condizionato dall’ossessione del premier di scrollarsi di dosso le inchieste e i processi che lo riguardano. Un’esclusiva del nostro paese, ignota a ogni altra democrazia. Com’è sconosciuto a qualunque cielo del mondo un premier che riesce a cancellare il signor Charles de Secondat, barone di La Brède e di Montesquieu (quello diventato famoso per la teorizzazione della necessaria divisione dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario), avanzando la pretesa di sottoporre a una commissione parlamentare d’inchiesta i magistrati istituzionalmente titolari del potere-dovere di accusa, compresi (se non soprattutto) quelli che tale potere hanno doverosamente esercitato nei suoi confronti.

QUESTA SITUAZIONE non rispettosa dell’ordine costituzionale e dell’equilibrio dei vari poteri è indubbiamente favorita dal fatto – rilevato da Pepino nell’introduzione del libro – che “si assiste a un crescente smarrimento di senso delle parole e a un uso marcatamente e impudicamente strumentale delle stesse”. Sicchè “la fonte del potere si sposta dalla conoscenza delle parole alla capacità di manipolarle e al possesso dei mezzi per diffonderle e amplificarle (rendendo vero, con l’ossessiva ripetizione, anche ciò che è macroscopicamente falso)”. Un fatto che è particolarmente evidente quando si tratta di legalità e di giustizia, per cui proprio la difficoltà della stagione politica richiede ai magistrati - qui ed oggi – di intervenire, esercitando da un lato un diritto personalissimo incontestabile e nel contempo fornendo un contributo professionale utile alla chiarezza e alla realizzazione di una giustizia migliore (contributo, oltre che utile, per certi profili indispensabile, essendo il nostro un paese in cui tutti parlano di giustizia, ma spessissimo – anche in “alto loco” – con toni da bar dello sport).

Per tutti questi motivi, di un libro come La parola ai magistrati c’era proprio – ripeto – un gran bisogno. Ad esso hanno collaborato non solo giudici che con il curatore Livio Pepino hanno in comune l’esperienza di Magistratura democratica, ma anche altri magistrati, spesso assai diversi per idee, sensibilità e cultura. Lo evidenzia l’elenco degli autori, mentre i titoli degli argomenti trattati sono testimonianza di un impegno molto articolato ai cui risultati potrà attingere chiunque voglia discutere di giustizia senza abbeverarsi a luoghi comuni o frasi fatte che – se vanno bene per urlare in qualche comizio – fanno rischiare derive illiberali e disgreganti: perché se la giustizia viene pregiudizialmente e patologicamente sfiduciata anche da pulpiti istituzionali onnipresenti sui media (di solito senza adeguato contraddittorio), alla fine si incrina un elemento che in democrazia, lungi dall’essere un “optional”, è strutturale. Compongono il libro Giustizia - La parola ai magistrati i seguenti interventi: Difesa (Paolo Borgna); Errore (Giuseppe Santalucia); Garantismo (Raffaello Magi); Giudici (Matilde Brancaccio); Indipendenza (Rita Sanlorenzo); Giustizia e informazione (Giancarlo De Cataldo); Intercettazioni (Antonio Ingroia); Legittimazione e consenso (Pier Luigi Zanchetta); Libertà personale e custodia cautelare (Andrea Natale); Obbligatorietà dell’azione penale (Armando Spataro); Pena e carcere (Carlo Renoldi); Politicizzazione (Livio Pepino); Prescrizione (Margherita Cassano); Separazione delle carriere (Letizio Magliaro); Tempo (Luigi Marini); Uguaglianza (Carla Ponterio).

NEL COMPLESSO , un’analisi argomentata e approfondita, sempre agganciata a dirette esperienze di lavoro di notevole rilievo nei vari settori volta volta interessati, mai viziata da visioni corporative od “autoreferenziali”, capace anzi di guardare al proprio interno senza intenti meramente “difensivistici” ma razionalmente critici. Una base di conoscenza e riflessione davvero seria. In grado – si spera – di funzionare da antidoto contro le parole malate usate per denigrare i magistrati definendoli cancro da estirpare, disturbati mentali, antropologicamente diversi dal resto della razza umana... O contro le parole false, tipo persecuzione giudiziaria, uso distorto della giustizia per fini golpisti, partito dei giudici, giustizialismo... Parole false perché basate sul nulla (se mai divenisse operativa la minaccia di una commissione d’inchiesta, parlerebbero finalmente gli atti e i documenti contro le bufale propagandistiche), ma buone per frenare i magistrati che ricercano la verità con coraggio e determinazione (requisiti, un altro segno dei tempi, divenuti ormai indispensabili al pari dell’onestà e della preparazione): sia rendendo esilissima la linea di confine fra attacco e intimidazione; sia consolidando sempre più il “teorema” secondo cui giustizia giusta – quando si tratta di imputati che contano – è quella che assolve; mentre quella che osa indagare o addirittura (a volte capita) condannare è giustizia per definizione ingiusta, da bollare con campagne mediatiche feroci.

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