sabato 16 ottobre 2010

Non passi lo straniero


di Corrado Giustiniani

C’è un dato scomodo con il quale occorre fare i conti: l'83 per cento degli italiani considera eccessivo il numero degli stranieri presenti nel nostro paese, 5 milioni secondo la stima più realistica. Lo ha reso noto la Doxa nello scorso mese di settembre. Si può discutere su come i nostri connazionali si siano messi in testa questa convinzione. Accusare cioè l'allarmismo dispensato a piene mani dai media e in prima linea dalle tv del Cavaliere, di Stato e private, la superficialità del dibattito politico, l'emarginazione degli esperti. Tutto vero, ma il dato è questo, le parti in campo lo conoscono e sanno bene quanto sia importante cavalcarlo o rintuzzarlo, per vincere le elezioni.

Capita così che anche persone con la testa sulle spalle, come Massimo Donadi, capogruppo dell'Italia dei Valori alla Camera, dichiarano improvvisamente “no” al decreto flussi per 150-170 mila nuovi ingressi che il governo finalmente si accingerebbe a varare a novembre, dopo che per due anni ha fissato quote soltanto per i lavoratori stagionali. “Mettere la firma sotto quel decreto è inopportuno e sbagliato, perché chi entra è un candidato alla disoccupazione” ha sostenuto il capogruppo Idv, che vorrebbe addirittura l'unità delle opposizioni su questo punto.

Donadi forse non sa che i decreti flussi non servono per far entrare, ma per legalizzare “ex post” chi è già nel nostro paese e lavora in modo irregolare. Già oggi sono tra i 500 mila e il milione i “clandestini per forza” attivi in Italia: meglio farli crescere di numero? Meglio continuare a innaffiare la malapianta del “nero” fingendo che questi lavoratori illegali siano invisibili? È la Bossi-Fini che li produce, visto che prevede soltanto irrealistiche assunzioni a distanza: uno deve arrivare in Italia già con il lavoro in tasca. Se vogliamo davvero governare l'immigrazione, facendo entrare le persone di cui abbiamo bisogno, non è il caso di cambiarla, questa legge? Sì e puntando tutto su un sistema di ingressi a punti, hanno proposto i veltroniani all'ultima assemblea nazionale del Pd. La graduatoria si farebbe in base a titolo di studio, età, conoscenza dell'italiano e altro, secondo quanto previsto altrove. In Australia, per esempio o in Canada o, dal 2008, nel Regno Unito.

Veltroni vorrebbe dunque muratori albanesi soltanto se laureati e cuochi egiziani diplomati alla Dante Alighieri.

Quei lavori che l’italiano disprezza

GIÀ, PERCHÉ il nostro paese cerca stranieri per i posti di minore qualificazione e non desiderati dagli italiani. E chi controllerebbe poi tutti questi titoli, da acquisire prima dell'ingresso in Italia: i nostri scalcagnati consolati, già privi di personale? Osserva Livia Turco: “Il sistema a punti era ed è indicato nel nostro documento sull'immigrazione come una semplice opzione, che non è stata adottata e che mi vede contraria”. La proposta del Pd sull'immigrazione, che ha per titolo “Impariamo a vivere insieme”, abbraccia sì l'idea che gli ingressi siano selettivi, ma variegati: ci vogliono permessi per ricerca di lavoro sponsorizzata da istituzioni, o su domanda dei singoli, flussi particolari per profili elevati, possibilità di convertire altri tipi di permessi in lavoro, regolarizzazioni “ad personam”. Il tutto all'interno di quote triennali. Ma non si può escludere che, quando verrà redatto il programma elettorale del Pd, i fautori del sistema a punti come ricetta esclusiva e vincente tornino a farsi sotto. Quanto al governo, se fosse responsabile direbbe agli italiani che gli immigrati creano il 10 per cento del Pil e che senza di loro la recessione sarebbe oggi paurosa. Tranquillizzerebbe la nostra vecchia e ormai sterile popolazione, avvertendo che senza le 70 mila culle straniere all'anno, vi sarebbe un crollo demografico tale da precluderci il futuro. Ridurrebbe l'impatto degli stranieri, italianizzando di diritto i 900 mila minori nati o venuti da piccoli del nostro paese, che sono italiani di fatto. Convocherebbe una conferenza per trovare una soluzione intelligente e possibilmente bipartizan al complicato problema degli “ingressi selettivi”. Ma nulla lascia prevedere che tutto questo accada.

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