sabato 16 ottobre 2010

C’È POSTA PER MASI




Lettera dei tre direttori di rete Mazza, Liofredi e Ruffini “Non chiediamo cose stratosferiche, ma autonomia”

di Carlo Tecce

Prima o poi ti rispondono. Mauro Masi ha firmato più circolari e lettere di un impiegato del catasto, vietato pubblico e ospiti, bloccato contratti e strutture. Qualcuna ritorna al mittente. E fa male perché sfiducia, suona stonata perché anticipa uno sfratto: Mauro Mazza (Raiuno), Massimo Liofredi (Raidue) e Paolo Ruffini (Raitre), i tre direttore di rete, una sola firma per una rivolta clamorosa, scrivono al direttore generale per protestare.

La richiesta di libertà

VOGLIONO PIÙ libertà, non vogliono ordini: “Il comitato editoriale non si riunisce da mesi, non conosciamo i palinsesti e non partecipiamo ai progetti. Siamo costretti ad apprendere le sue decisioni all'ultimo momento, rivendichiamo l'autonomia che ci viene negata”. Il principale promotore è l’ex finiano Mazza, commissariato di fatto sul Festival di Sanremo: “Non facciamo richieste stratosferiche, ma chiediamo di riprendere una prassi che viene ignorata da troppo tempo”. Nemmeno Liofredi ha tirato via la penna, ancora stupito per la sospensione di Santoro e ancora al suo posto perché la confusione permanente di viale Mazzini è uno schermo protettivo. Non poteva mancare Ruffini, scaricato da Masi con un’operazione benedetta nell’inchiesta di Trani, reintegrato da un giudice del lavoro e sempre in trincea oggi per difendere Parla con me di Serena Dandini, domani per Vieni via con me di Roberto Saviano e Fabio Fazio.

I tre responsabili di rete hanno colori politici, storie e carriere diverse: se Ruffini rappresenta una minoranza, Liofredi e Mazza sono la maggioranza, chiari riferimenti di Popolo della Libertà e Lega Nord, fedele riflesso di nomine votate dal Consiglio di amministrazione a sua volta indicato da una Commissione parlamentare di Vigilanza. Elementare: i partiti che gestiscono il servizio pubblico, roba vecchia. Eppure una critica così dura al direttore generale , proprio perché interna e trasversale, aziona il conto alla rovescia, spalanca lentamente le porte d'uscita.

Le epistole di viale Mazzini

ORMAI IN RAI è la stagione di una sommossa epistolare. Lettere vive, lettere morte. Altro elenco, i quattro vice di Masi: Lorenza Lei, Gianfranco Comanducci, Giancarlo Leone e Antonio Marano avevano preparato - dice uno di loro al Fatto – un appunto per il capo. Chiedevano di convocare una riunione per esaminare il piano industriale, per il momento c’è una bozza: “Quel che basta - commenta uno dei vice – per condannare la Rai a una dolorosa agonia”.

Per soffocare una (sicura) polemica, nel pomeriggio di ieri, i soliti ambienti vicini a Masi fissano l’appuntamento per giovedì prossimo. Con o senza francobollo, arrivato al destinatario o fermato in partenza, un documento ufficiale registra il vento che cambia. Anzi, trascina all’esterno la sensazione di terra bruciata: un direttore generale liquidato dal referente politico (Silvio Berlusconi), i collaboratori (i quattro vice) e i tre direttori di rete.

Una poltrona pericolante

A VIALE MAZZINI fabbricano varie indiscrezioni. Uno: presto molla con le dimissioni. Due: aspetta un paio di mesi perché mira a una presidenza, l’Enel.

Non c’è un papa straniero per il futuro. La candidata più quotata è Lorenza Lei, il vicedirettore generale che amministra le casse del servizio pubblico, in sintonia con il Vaticano e un centrodestra cattolico che va dall’Udc al Pdl: la giovane dirigente bolognese (nel ‘99) viene nominata responsabile di un’immensa struttura Rai che segue il Giubileo. Non è un funzionario di passaggio, smistato dai politici nel servizio pubblico, resiste con qualsiasi di governo: scelta da Agostino Saccà, confermata da Alfredo Meocci e Flavio Cattaneo.

Per un voto soltanto, quattro anni fa, il Cda le ha preferito Claudio Cappon per la direzione generale. Il suo nome tra i ribelli fa impressione, più di Comanducci e Marano, perfettamente aderenti al governo.

La scomunica di Verro

E IERI MASI cercava una rettifica, mai pervenuta, per le dichiarazioni di Antonio Verro al Fatto, il consigliere più berlusconiano del Cda: “Masi? Tutti utili, nessuno indispensabile”. Fatta la conta e la somma di uomini e lettere, il totale accorcia la permanenza di Masi a viale Mazzini. Il direttore generale è tra due fuochi: la delusione di Berlusconi, che chiedeva ben altro; la paura di chi amministra l'azienda, che vuole evitare le conseguenze giudiziarie. Tutti proprio tutti hanno vanificato il sondaggio del dg: “Siete con me in Cda per licenziare Santoro?”. Un coro di no.

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