sabato 16 ottobre 2010

Record di ascolti (e di giudici)


SANTORO SOPRA I 6 MILIONI
IL DG NON VUOLE L’ARBITRATO

Le circolari che iniziano con Ella e finiscono con il Professore, scritte in burocratese stretto, valgono un’enciclopedia su Mauro Masi. E poi il Prof. o il Capoazienda, sempre in maiuscolo, scivola su commi, leggi e regole.

Intervistato da Gianluigi Paragone, un vicedirettore di Raidue, per l’occasione conduttore de l’Ultima Parola, il direttore generale carica la baionetta: “Non accettiamo l’arbitrato per Santoro: la Rai andrà dal giudice ordinario, perché la legge lo consente, siamo pienamente nel diritto. Vedremo se il suo programma andrà in onda”. Facciamo un passo indietro: Annozero di giovedì scorso, 23 per cento di share, 6,3 milioni di spettatori. Michele Santoro annuncia di ricorrere al Collegio arbitrale per due motivi: congelare la sospensione di dieci giorni inflitta da Masi, proteggere le prossime due puntate di Annozero.

MASI REPLICA con una verità e una bugia: può girare il caso a un “giudice ordinario”, non può impedire a Santoro di lavorare. “A meno che – scherza Carlo Verna (sindacato Usigrai) – smagnetizzi il tesserino di Michele o impedisca a un dipendente di entrare in ufficio”. Santoro (e pure il suo avvocato) rassicurano il pubblico: “La legge è chiara, anche se la Rai si oppone all’arbitrato la sanzione resta sospesa”. La mossa di Masi è un po’ masochista e un po’ azzardata: “Ringrazio il dg, un dirigente disperato – aggiunge Verna – perché con i tempi della giustizia italiana, Annozero è sicuro per l’intera stagione. Così Masi ha centrato l’obiettivo sbagliato, ma un atto di tale arroganza contro sindacato e dipendenti non s’era mai visto”.

E MAI IN TELEVISIONE si era vista una trasmissione costruita per smontarne un’altra. Paragone ha preparato un’Ultima Parola per impastare – con scaletta e montaggi – un’informazione distorta. Lancia un video di un secondo, un piccolo fotogramma del monologo di Santoro nella metafora dei bicchieri. Chi guarda ascolta un paio di sillabe: “Vaffan...”. Forse per l’ansia di un cronometro o per sostenere una rilettura ardita, l’ex direttore de La Padania dimentica di raccontare il discorso completo e di cercare un contesto come per una bestemmia di Berlusconi. La prima domanda di Paragone da Milano per Masi, in collegamento da via Teulada, sembra già sentita: “Come mai stavolta Santoro ha preferito l’arbitrato?”. E Dagospia, in abbondante anticipo: “Come mai nessun giornale nota che Santoro non si è rivolto subito alla santa magistratura. Temeva un giudizio contrario a causa del ‘vaffa’?”. Masi a microfono aperto, nessun amato contraddittorio, nessuna replica piccata: “Un dipendente che manda platealmente a quel paese il suo Capoazienda, come persona e come figura, rappresenta un caso unico al mondo, senza precedenti”.

CHE IMPORTANO al direttore generale di una televisione pubblica i 6 milioni di spettatori, il fatturato e l’attivo in bilancio, la concorrenza vinta su Mediaset. E che importa un paradosso: giovedì Raidue ha dilatato al massimo le pause pubblicitarie, sino a 4 minuti per soddisfare le imprese e garantire a viale Mazzini altri 200 mila euro: “Sui giornali ho letto stupidaggini. Con una doppia sentenza del giudice del lavoro che fissa addirittura gli orari della sua messa in onda, abbiamo tentato con Santoro di trovare un utilizzo diverso: l’azienda avrebbe recuperato la propria libertà editoriale”. Perché la trattativa è fallita? Masi è tornato sul luogo del delitto, proprio l’Ultima Parola rivelò i dettagli di un accordo in corso. E ancora Masi incassa la smentita del Messaggero: “Aveva detto proprio così”. Ovvero: “Se mi attacca, lo licenzio”. Chissà se una ‘battuta’ del genere interessa al giudice ordinario, così invocato dal direttore generale. C.Tec.

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