sabato 6 novembre 2010

ALLARME DRAGHI “ITALIA POVERA, COME NEL ‘600”


Aziende troppo piccole e il lavoro precario “deve essere stabilizzato”

di Chiara Paolin

I dipendenti di piazza J.F. Kennedy erano in brodo di giuggiole: ad Ancona non capita spesso di avere il governatore in sede. Mario Draghi ha sorriso e stretto mani, fatto brindisi e un breve discorso sugli obiettivi di Bankitalia. Poi è ripartito tra carabinieri tirati a lucido e guardie del corpo.

Ma la visita nelle Marche non è stato un giro in provincia. Ospite della facoltà di economia intitolata a Giorgio Fuà (uno dei suoi economisti di riferimento), Draghi ha tenuto una lezione su un tema apparentemente soporifero: “Crescita, benessere e compiti dell’economia politica”. In realtà i quaranta minuti di discorso sono stati un vero processo al dissesto gestionale del Paese Italia.

CON TONO PACATO e monocorde, la fronte appena imperlata per l’affollamento dell’aula, il governatore ha infilato uno dopo l’altro tutti i nodi del sistema: “Per capire le difficoltà di crescita dell’Italia, dobbiamo innanzitutto interrogarci sulle cause del deludente andamento della produttività” ha esordito cauto. “La stagnazione di questo valore nel decennio precedente la crisi è stata uniformemente diffusa sul territorio”. Ergo, nessuna concessione nordista. L’Italia è ferma da dieci anni almeno e sappiamo bene chi ha governato fin qui, da nord a sud.

Con prospettive ancora più preoccupanti sull’onda lunga che la crisi saprà esprimere: “Dobbiamo ancora valutare gli effetti della recessione sulla nostra struttura produttiva – ha aggiunto Draghi – è possibile che lo choc della crisi abbia accelerato la ristrutturazione almeno di parti del sistema, accrescendone efficienza e competitività; è possibile un semplice, lento ritorno al passo ridotto degli anni pre-crisi; è anche possibile un percorso più negativo”. Perché, sostiene il numero uno di Via Nazionale, si potrebbe precipitare in situazioni vissute in epoche lontane, nel ‘600 o agli inizi del ‘900, quando una pur consolidata ricchezza di base non fu in grado di bloccare una regressione a una civiltà squilibrata verso le forme più rurali e arretrate. Traducendo nell’odierno, il guaio vero è ci si trova a un bivio ormai inevitabile tra stagnazione e crescita, dove a rischiare di più sono i giovani.

UNA VERA emergenza, con la disoccupazione schizzata a livelli inediti, un mare di precariato (3 milioni e 750 mila persone, il 16 per cento del totale occupati) e lavoro irregolare (12 per cento dice l’Istat): “Senza la prospettiva di una pur graduale stabilizzazione dei rapporti di lavoro precari, si hanno effetti alla lunga negativi su produttività e profittabilità”. E poi, sempre più duro nel segnalare la sostanziale inerzia delle politiche economiche di governo: “L’inazione ha costi immediati. La ricchezza è il frutto di azioni e decisioni passate. Il Pil, legato alla produttività, è frutto di azioni e decisioni prese guardando al futuro. Privilegiare il passato rispetto al futuro esclude dalla valutazione del benessere la visione di coloro per cui il futuro è l’unica ricchezza: i giovani”. È a loro che Draghi sembra pensare con maggior preoccupazione: “Nel determinare il successo professionale di un giovane, il luogo di nascita e le caratteristiche dei genitori continuano a pesare molto di più delle caratteristiche personali, come il livello di istruzione. E questo accade in Italia con incidenza che non trova pari in Europa". Parole apprezzate dalla neosegretaria Cgil, Susanna Camusso: “Draghi rimette al centro i veri problemi del Paese. Il futuro dei giovani passa dal lavoro e i primi temi da affrontare sono quelli della stabilizzazione e della regolarizzazione”. A ruota il segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni: “Mi unisco a Draghi e spero che tutti insieme riusciremo a far ripartire l’economia. Oggi chi governa si occupa di chiacchiere e litigi”.

E anche ad Ancona non è sfuggito il tono deciso del governatore: solo una strigliata a Silvio Berlusconi o una vetrina inaspettata nel dibattito politico? Maria Paola Merloni, deputata Pd, un’idea ce l’ha: “Draghi dice cose importanti, parole convincenti in uno scenario ormai drammatico”. Discorsi da candidato premier, in caso di governo tecnico? “Magari, – risponde convinta la Merloni – un passaggio breve ma capace di risistemare la legge elettorale senza far perdere all’Italia i segnali della ripresa sarebbe quanto di più auspicabile oggi. Le elezioni ci terrebbero bloccati fino all’estate, non possiamo permettercele. Invece un governo rapido, con obiettivi precisi, potrebbe coalizzare molte forze. Da destra a sinistra”.

SUL PALCO intanto continua la lezione, impietosa quando si tratta di fare un confronto con l’Ue: “Secondo le stime del Fmi – ha detto Draghi – la quota dell’area dell’Euro nel pil mondiale, pari al 18 per cento nel 2000, scenderà al 13 per cento nel 2015, mentre quello dei paesi emergenti asiatici raddoppierà dal 15 al 29 per cento. La nostra economia ne risentirà più di altre dato che manifesta da anni una incapacità a crescere a tassi sostenuti: l’ultima recessione ha fatto diminuire il pil italiano di quasi 7 punti. Abbiamo subito un'evidente perdita di competitività rispetto ai principali partner europei”.

Come uscirne? L’intervento finisce con l’esortazione a creare “un ambiente istituzionale e normativo” più efficiente e soprattutto a condensare un “contesto civile” accettabile. Che si parli anche delle liti di governo, di scandali inarrestabili? I giornalisti vorrebbero fare qualche domanda al governatore che però si blinda dietro il sorriso. Neanche un’innocua battuta alle tv locali sulla figura di Giorgio Fuà.

Il governatore fila via dritto. Perché forse è successo quello che il premier e Tremonti ieri non si aspettavano, un vero affondo strutturale in attesa di sviluppi clamorosi. “Ne parliamo tra dieci giorni” sorride la Merloni.

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