

PAOLO COLONNELLO
Due misteriose incursioni in agosto nell’ufficio della presidenza dei gip del tribunale e di uno dei giudici che hanno seguito il caso su «Ruby»-Karima, hanno fatto temere un caso di spionaggio (senza successo) intorno all’inchiesta sul giro di escort di lusso che sarebbe ruotato nella residenza del Premier ad Arcore. E’ questo il motivo per il quale il fascicolo delle indagini è da tempo oggetto della massima vigilanza da parte della Procura e si muove non attraverso gli ordinari canali di cancelleria, ma sempre scortato da un ufficiale di polizia giudiziaria.
Il fatto è accaduto tra poco dopo la metà e la fine di agosto. Nel primo caso, forse di notte, nell’ufficio del gip Cristina Di Censo, che in quel momento, senza che nessuno potesse saperlo, era l’assegnataria del fascicolo: la sua porta è stata trovata forzata; nell’altro, accaduto due giorni dopo, all’ora di pranzo, negli uffici del presidente dei Gip Gabriella Manfrin e del suo vice, Claudio Castelli. I due giudici, tornati dalla pausa di mezzogiorno, si sono accorti che la porta dell’ufficio del presidente era disassata dagli stipiti e un armadio della segreteria, dove normalmente non si conservano fascicoli giudiziari, era stato forzato. Un intervento definito «maldestro e grossolano». In entrambi i casi si è trattato di azioni veloci, apparentemente senza senso, visto che nessuna carta pare sia stata toccata.
Per giunta, si fa sapere che mai in quegli uffici si sono conservati atti dell’inchiesta (normalmente tenuti in cassaforte), se non per brevissimo tempo e sempre sotto il controllo dei magistrati. Ciò nonostante, gli inquirenti, che sul caso hanno aperto un’indagine interna non ancora conclusa e che potrebbe perciò passare di competenza a Brescia, non hanno escluso che il vero motivo di queste incursioni fosse per tentare di svelare l’inchiesta più scottante degli ultimi mesi a Palazzo di Giustizia: quella su Ruby. Intanto, con l’arrivo del fascicolo palermitano sul tavolo dei pm milanesi, l’inchiesta sulla prostituzione ad Arcore si divide dando origine a nuovi approfondimenti destinati a rimanere in un fascicolo separato.
Non c’è infatti soltanto il verbale della escort Nadia Macrì, che sembra una fotocopia dei racconti di Ruby (le feste a luci rosse ad Arcore, la presenza di Lele Mora ed Emilio Fede), ma anche i racconti, ancora tutti da verificare, di Perla Genovesi, ex portavoce e collaboratrice del senatore del Pdl Enrico Pianetta, ex presidente della commissione Diritti Umani. In uno dei verbali resi davanti ai magistrati palermitani, la donna, arrestata per traffico internazionale di cocaina, avrebbe raccontato di aver saputo dal senatore di finanziamenti statali destinati all’ospedale San Raffaele stornati per altre iniziative non inerenti alla costruzione di ospedali nel terzo mondo e finiti in parte persino allo stesso Silvio Berlusconi.
Circostanza smentita ieri con decisione dallo stesso ospedale di Don Verzè. I pm, intanto, sul fronte principale dell’indagine stanno invece vagliando molto attentamente la posizione di Nicole Minetti, la consigliere regionale del Pdl - ex ballerina di Colorado Caffè e igienista dentale di Silvio Berlusconi -, che firmò per l’affido di Ruby-Karima quando venne rilasciata dalla Questura la notte del 28 maggio scorso. Perché fu chiamata per intervenire firmando un affido temporaneo, poi non rispettato, per la minorenne Ruby? E si torna al punto della vicenda, il vero giallo da chiarire: l’intervento personale di Silvio Berlusconi per fare rilasciare Ruby, spacciandola per «nipote di Mubarak». Ieri il procuratore della Repubblica Edmondo Bruti Liberati ha ripetuto «per dovere istituzionale» che «il Premier non è indagato in questa vicenda».
Ma è ovvio che per correre il rischio di esporsi personalmente, il Premier doveva avere dei buoni motivi che andavano probabilmente un po’ oltre una semplice solidarietà umana. Quando Ruby, accusata di un furto da 3000 euro, venne fermata nel centro benessere di corso Buenos Aires alle 18,15, dagli agenti della volante Monforte, si limitò a dichiarare di essere «una modella di Lele Mora» declinando le sue vere generalità, al punto che, quando ancora si trovava in Commissariato, già si era saputo che era una minore ed esisteva una richiesta di «rintraccio» per il suo allontanamento dalla comunità di Messina. Circostanza di cui, per esempio, Lele Mora avrebbe dovuto essere al corrente, visto che attraverso la figlia ne aveva chiesto l’adozione.
E di cui forse sapeva qualcosa anche Emilio Fede, visto che partecipò come presidente a un concorso di bellezza organizzato a Messina due anni fa, nel quale Ruby dichiarava «di essere egiziana e di avere 16 anni», come rivelava ieri una video intervista realizzata in quella occasione e messa in rete dal sito Affaritaliani.it.

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