giovedì 4 novembre 2010

Lele Mora e il boss calabrese


DAVIDE MILOSA

Rapporti, affari, serate e inchieste. Al centro di un intreccio pericoloso, il manager dei vip: da un lato le indagini sui festini ad Arcore, dall'altro il business con personaggi legati alla 'ndrangheta

Sul caso Ruby si profila l’ombra della ‘ndrangheta. Le relazioni pericolose con la criminalità organizzata calabrese ora rischiano di incrociare l’inchiesta sulle ragazze e sulle escort che hanno frequentato la villa di Berlusconi ad Arcore. Al centro dell’intreccio c’è Lele Mora, indagato per favoreggiamento alla prostituzione assieme al consigliere regionale del Pdl Nicole Minetti e al direttore del Tg4 Emilio Fede, ma anche più volte citato in una serie d’informative sull’attività dei clan campani e calabresi nel nord Italia. Per capire la figura di Mora, amico di Berlusconi da più di vent’anni, e ora sospettato di essere stato il regista del via vai di ragazze a pagamento che varcavano i cancelli di villa San Martino , bisogna però riavvolgere il nastro fino al 19 febbraio 2009.

A Milano, quel giorno, si inaugura la Borsa internazionale del turismo. Davanti agli stand delle varie regioni italiane si accalca la folla. Due persone, tra le tante, stanno parlando. Uno di loro è un politico della giunta comunale di Reggio Calabria, allora capitanata da Peppe Scopelliti. Discutono di eventi. Parlano di Mora e della sua scuderia. Si pensa agli artisti che lui gestisce. In fondo, già in passato il Comune della città calabrese ha speso 120 mila euro per avere in passarella Valeria Marini e altri vip della squadra dell’ex parrucchiere di Bagnolo di Po (Rovigo).

Questa volta, però, qualcosa non torna. Perché l’interlocutore del politico si chiama Paolo Martino, ed è cugino del superboss della ‘ndrangheta Paolino De Stefano, ucciso nel 1985. Alle spalle, Martino ha precedenti per mafia e traffico di droga. Sul tavolo può mettere rapporti con la massoneria e l’estrema destra. Non a caso, fu lui, assieme ai potenti clan reggini, a dare appoggio alla latitanza di Franco Freda, il terrorista nero processato per la strage di piazza Fontana.

Anche a Mora piace Benito Mussolini. In casa, Lele, tiene un busto del Duce e con Marcello Dell’Utri, come racconta lui stesso, si vede spesso per leggere i (falsi) diari dell’ex dittatore. Ma in quel febbraio la sua principale preoccupazione non è la politica. Sono i debiti. Dalle inchieste su Vallettopoli, Mora è uscito con un’archiviazione, ma con le ossa rotte. Deve vendere la sua villa in Sardegna. La Lm Management segna il rosso fisso e il crac finanziario è dietro l’angolo. Il fallimento verrà certificato dal tribunale di Milano l’estate scorsa. C’è un buco da quasi 20 milioni di euro. Eppure nonostante in debiti Mora non finisce sul lastrico. Tanto che oggi spiega nelle sue interviste di essere proprietario di 40 appartamenti dove ospita le ragazze della sua scuderia.

Dentro questa storia, pensano allora gli investigatori, qualcosa continua a non tornare. Per esempio: dopo il fallimento, Mora dove prende il denaro? E ancora perché un personaggio come Martino nel 2009 discute di eventi da realizzare in Calabria proprio con le starlette da lui gestite. Due domande importanti visto che Martino, sostengono i detective, continua a essere un uomo di peso. A Milano ci è arrivato (anzi tornato), nel 2006 con un compito preciso: gestire gli affari della criminalità organizzata calabrese in Lombardia. Non per niente il suo nome compare nell’ultima inchiesta di mafia al nord del 13 luglio, in cui i pm scoprono i rapporti strettissimi tra Martino e il clan dei Valle, a loro volta legati alla famiglia Lampada, definita dal Ros carabinieri di Reggio Calabria il braccio finanziario della cosca Condello. In Lombardia l’affare si chiama casinò e videopoker.

Martino di gioco se ne intende. Fino al 2007 è stato socio della Lucky World, una srl attualmente inattiva, con sede in viale Piave e specializzata in compravendita di videopoker. Al suo fianco sedeva Francesco Lampada, arrestato il primo luglio per mafia, mentre amministratore della Lucky era un collaboratore di Mora, Stefano Trabucco (non indagato), un ragazzo molto noto nelle discoteche milanesi. E soprattutto socio della Stella srl, assieme a altre persone poi convolte nell’indagine sulla cocaina all’ Hollywood: la discoteca in Lele ha officiato le serate seduto su un trono dorato.

Adesso però l’affare non sono più i locali notturni. I soldi si fanno con l’azzardo. Il gioco è una torta prelibata. Che piace, e molto, anche a Mora. Lo dicono le carte di un’altra indagine, quella sulla nuova P2, nelle quali emergono i rapporti di Lele con un imprenditore campano, Pasquale Di Martino, considerato vicino al clan camorristico Sarno. In quelle relazioni si legge: “Pasquale Di Martino ha instaurato rapporti con Lele Mora e Flavio Carboni e, dal tenore di molte conversazioni intercettate, tali contatti sembrano essere finalizzati a realizzare, tramite tali personaggi, importanti iniziative imprenditoriali verosimilmente nel settore dei casinò”.

Così nel coktail esplosivo, fatto di belle ragazze, feste, e movida fanno capolino anche gli interessi degli amici calabresi dei collaboratori di Mora. E a Arcore qualcuno si preoccupa. Tanto che Berlusconi, riferendosi al caso Ruby, dice durante il direttivo nazionale del Pdl: “Nessuno può oggi con certezza escludere che alcune cose che accadono siano frutto della venedetta della malavita”. Sorvolando però sul fatto che Mora e le sue ragazze arrivavano ad Arcore perchè da lui invitate.

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