

di Alessandro Ferrucci
Barzellette eliminate. Battute? Per carità. Sorrisi pochi, così come i toni trionfalistici e gli attacchi indiscriminati. Parola d’ordine: sobrietà. L’hanno chiesta (c’è chi dice imposta) Denis Verdini, Ignazio La Russa e Sandro Bondi proprio a lui, Silvio Berlusconi. Un dato? Il premier non ha potuto dare sfoggio delle sue capacità oratorie, niente discorso a braccio, ma la lettura di un testo studiato a tavolino, limato negli aggettivi, provato nei toni. Ingabbiato. Dove vengono snocciolati, punto per punto, tutti i (presunti) risultati del governo, dall’economia all’università; dalla mafia alla famiglia.
Ma il punto è un altro: lanciare due messaggi ai finiani.
Primo: vi riconosco, vi accetto e avanti con un bipolarismo di coalizione, con Bossi concorde. Secondo: niente leggi ad personam ma un patto di legislatura basato sui famosi cinque punti programmatici. Ma “se Fli non vuole andare avanti lo deve dire adesso. Noi siamo pronti al voto anche perché un governo senza di noi sarebbe un governo degli illegittimi e degli sconfitti”, spiega il premier. Poi, a toni più alti: “Alla sinistra, che chiede a Fli di staccare la spina al governo, dico che se vuole archiviarmi non ci riuscirà con una congiura di palazzo: gli italiani non lo permetterebbero”.
Tutta colpa dell’informazione
E L’IMMANCABILE passaggio sull’informazione: “In Italia c'è una realtà virtuale basata sull'antiberlusconismo che i media prendono in considerazione ignorando le cose che facciamo”.
Quindi la strategia: “Radicarsi nel territorio, i congressi locali a partire da luglio e raggiungere il milione di iscritti”. Punto. Basta. Qualche applauso, tre semi-ovazioni stentate. Quasi programmate. Per il resto quello che doveva essere uno degli appuntamenti politici più importanti, si risolve in una kermesse, modello Telegatti, con tacchi a spillo o a punta quadra alti almeno 12 centimetri. Le regine? Gabriella Carlucci e Michela Vittoria Brambilla, leste nella passerella e attente a non inciampare nei maligni sampietrini: ridono, si concedono ai microfoni, evitano domande scomode con risposte standard. A loro fa “eco” il senatore Piero Longo, avvocato del premier, giunto alla direzione nazionale, seduto su una carrozza trainata da cavalli, le romane “botticelle”, le stesse che la collega Brambilla vorrebbe abolire. Ecco, questo era lo spirito dei rappresentanti del Popolo delle libertà poco prima di un appuntamento cruciale, quasi inedito: in fin dei conti, è solo la seconda volta della loro storia che vengono convocati per discutere di futuro, di strategie. “Macché discutere e discutere – ghigna uno degli onorevoli convocati – qui dobbiamo fare solo presenza. Non so neanche come è organizzata la giornata”. Lui non vuole mettere il nome, ma basta ascoltare il vociare dei suoi colleghi alla fine del discorso di Berlusconi, per capire che è in buona compagnia: “Dobbiamo anche votare?” chiede il senatore Paolo Barelli all’onorevole Amedeo Laboccetta . “Boh, credo di sì”, risponde quest’ultimo. E quindi il sottosegretario Giacomo Caliendo, senatore chiamato in causa per il caso P3: “Ma dopo, Silvio, chiude con un discorso?”. Silenzio assoluto, nessuno conosce la risposta. Anzi, a molti neanche interessa. Così ecco il fuggi fuggi alla fine dell’intervento del premier: con la scusa di una sigaretta, di un impegno o della qualunque, ministri, sottosegretari e semplici parlamentari scappano dalla sala. Si incontrano in capannelli per discutere o commentare: “Ma secondo te – chiede Alessandra Mussolini a Caliendo – è un’apertura a Fini? Dici di sì! Ah, vabbè...”. O Lamberto Dini che mentre cammina, spiega: “È stato un Silvio inedito, anche nei toni. E poi non ha toccato nessuno dei temi che potrebbero mettere in crisi la maggioranza. A partire dalle leggi dette ad personam”. Discorso differente per Osvaldo Napoli, tra i più fedeli e fidati del Caimano, bravo con le parole, onnipresente in tv. Lui si piazza fuori con un altro obiettivo: spiegare la giornata, dare la lettura giusta del discorso del capo a colleghi e giornalisti. Non perde un colpo. Mentre gli altri chiamano autisti o scorte, si infilano sui sedili posteriori e via. Tanto, il resto della giornata, se lo faranno raccontare da chi è rimasto.
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