

di GIUSEPPE D'AVANZO
NON andrà a Milano per "fare chiarezza", come gli chiede Giorgio Napolitano. Berlusconi si rinserra nel ridotto di Montecitorio e, protetto dalla sua maggioranza, rifiuterà il processo. Griderà al coup d'Etat perché ogni controllo che lo sfiora è già un colpo di Stato giudiziario che impone, dice, la punizione dei giudici, il castigo per la magistratura, la sacralizzazione della sua persona con un'impunità definitiva. Anche a costo di demolire le istituzioni e trascinare il Paese in un conflitto senza vie di uscita.
Il deposito alla Camera delle "indagini difensive", svolte da Niccolò Ghedini e Piero Longo per proteggere il Sultano dalle accuse di concussione e prostituzione minorile, svela un disegno. Berlusconi non ammette né interlocutori né regole e dunque era questione di giorni e, prima o poi, doveva saltar fuori la strategia escogitata per scansare ancora una volta i suoi obblighi di cittadino dinanzi alla legge, i suoi doveri di leader politico dinanzi al Paese. Per coglierne la trama non si deve far altro che descrivere i fatti noti e soprattutto ascoltare i suoi flussi verbali che nascondono sempre una parola sincera nel caleidoscopio di menzogne e verità rovesciate. Nel nostro caso, la frase chiave (sincera) è questa: "Sarà l'intervento del Parlamento che toglierà il caso alla procura di Milano".
Berlusconi lo dice il 18 gennaio, martedì. Per tutto il fine settimana, a Villa San Martino si è riunito il "tavolo di crisi". La lettura collettiva delle 389 pagine dell'invito a comparire della procura di Milano è stata sconfortante anche per i chierici dallo stomaco forte. Quel documento raccoglie davvero "prove evidenti" adatte ad ottenere un giudizio immediato. L'evidenza di quelle fonti di prova deve essere adeguata a promuovere un processo non a definire la colpevolezza dell'imputato (per questo c'è il dibattimento). C'è poco da dire, in quelle carte si documenta con nitidezza qualche questione decisiva:
(1) Ruby, minorenne, si prostituisce;
(2) le serate di Villa San Martino sono abitualmente frequentate da prostituite, ingaggiate dal trio Mora, Fede, Minetti e offerte al Drago che le retribuisce per lo spettacolo sexy che gli propongono, il "bunga bunga", e per la notte che trascorrono con lui;
(3) dal 14 febbraio al 2 maggio 2010 Berlusconi incontra Ruby ogni settimana. Infine,
(4) Berlusconi ricompensa Ruby e, scoppiato lo scandalo, le promette, racconta la ragazza, di rivestirla d'oro.
Gli avvocati di Berlusconi si arrampicano su questo muro di "prove evidenti" come possono. Denunciano a gran voce, per guadagnar tempo e titoli, un'incompetenza funzionale e territoriale che, al contrario, dottrina e giurisprudenza attribuiscono alla procura di Milano. Se fossero convinti delle loro ragioni, avrebbero già proposto argomenti e obiezioni alla procura generale di Milano. Non è accaduto finora per il ragionevole motivo che la vera linea della difesa di Berlusconi non sarà "tecnica" e soprattutto non avverrà in un'aula di tribunale. Quel processo non s'ha da fare se Berlusconi vuole salvare la ghirba e mai e poi mai a Milano. La battaglia si combatte e si vince a Roma, in Parlamento. Berlusconi lo dice esplicitamente agli avvocati-deputati del Pdl indicando loro un canovaccio polemico: "Ci sono state gravissime violazioni di legge e dei principi costituzionali da parte dei giudici di Milano". Abituato a usare le Camere come bottega sua, chiede a quei parlamentari di "togliere alla procura di Milano il caso" e dunque di farsi trovare pronti quando la mischia avrà inizio. Il giorno dopo, 19 gennaio, si ripete sordo all'appello di Napolitano a "fare chiarezza perché il Paese è turbato". Dice: "I fatti che mi sono contestati sono stati commessi nella qualità di presidente del Consiglio, la procura avrebbe dovuto trasmettere tutti gli atti al Tribunale dei ministri. È gravissimo che la procura voglia continuare ad indagare pur non essendo legittimata a farlo". L'incantatore da fiera evoca la tradizionale bestia nera: l'accanimento investigativo. Chiede il castigo dei Torquemada in nome della privacy, un valore supremo, "qualunque cosa brulichi sotto, donde il divieto d'indagare ovvero diritto a non essere scoperti". Pretende di scegliersi il giudice, il luogo, i tempi, gli esiti e soprattutto vuole che sia il Parlamento ad assolverlo.
Il deposito delle indagini difensive è l'apertura del gioco annunciato il 18 gennaio. La giunta delle autorizzazioni della Camera deve soltanto decidere se, chiedendo di perquisire l'ufficio del contabile di Berlusconi (Giuseppe Spinelli prepara le buste per le falene di Arcore), ci sia o non ci sia fumus persecutionis, una palese volontà di opprimere il capo del governo, poverino. Quell'atto investigativo, caduta la sorpresa, è ormai inutile e peraltro l'impianto delle "prove evidenti" ne può fare a meno. Ma è partire da questo trascurabile evento che si muove la strategia di Berlusconi per uscire dall'angolo in cui si è cacciato da solo, impaurito dal fermo in Questura del suo "capriccio" di primavera non ancora diciottenne. Ghedini e Longo scaricano in giunta un plico con le testimonianze che hanno raccolto e i rilievi sull'incompetenza funzionale e territoriale della procura di Milano. Come se la giunta delle autorizzazioni e poi l'aula di Montecitorio potessero decidere il giudice naturale dell'affaire o ancora come se fossero abilitate a una diagnosi pre-processuale delle fonti di prova. È facendo leva su quest'abuso di potere - come altro definirlo? - che Berlusconi chiede e lo ha detto che il Parlamento "tolga l'inchiesta", e quindi il processo, a Milano.
Le previsioni diventano comode, a questo punto. Il Parlamento non può trasferire l'affaire nelle mani di un altro giudice ma può - quando l'aula affronterà la banale autorizzazione alla perquisizione - trasformare il dibattito in un atto di accusa rumorosissimo che si concluda con le parole, più o meno, che ha già usato il Sultano: a Milano c'è stata "una procedura irrituale e violenta, indegna di uno stato di diritto che non può rimanere senza un'adeguata punizione". Una presa di posizione che, dimentica dei fatti, delle regole, dell'equilibrio istituzionale, possa pesare sulla credibilità e la legittimità della magistratura di Milano, rappresentata come punta di lancia di un complotto politico ordito dai suoi avversari (Fini, Pd): Il Parlamento contro il processo. Il polverone confonderà un'opinione pubblica disinformata. Si sovrapporrà allo scandalo della "casa di Montecarlo" opportunamente rinfocolato con documenti misteriosamente giunti a Roma, richiesti non si sa da chi. Sono iniziative che non fermeranno il processo di Milano, ma ambiscono a screditarlo. È l'unica carta che può giocare Berlusconi, per il momento. Avvoltolato nelle sue menzogne, incapace di affrontare i fatti e di "fare chiarezza", può soltanto creare un altro conflitto nel cuore della Repubblica come se il suo destino personale fosse il destino dell'Italia.
(26 gennaio 2011)

1 commento:
Che passo falso la richiesta alla Giunta per le autorizzazioni di perquisire le 'pertinenze' della 'segreteria politica' dell'on.le Silvio Berlusconi! Il film 'Il caimano? diventa sempre più attuale e precursore di quanto sta accadendo: le istituzioni ridotte a macerie, il corpo sociale fatto regredire di almeno 100 anni, se non 150.
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