mercoledì 2 febbraio 2011

Pericle contro la Gelmini


di Ugo Arrigo*

A mente fredda è utile sollevare qualche interrogativo ulteriore sulla cosiddetta riforma Gelmini. È sufficiente qualsiasi cambiamento ampio di un settore per identificare una riforma? Una riforma per essere giudicata buona dovrebbe risultare ineccepibile nel metodo, condivisibile negli obiettivi, coerente negli strumenti.

Sul metodo non può esserci dubbio, non è così che si fanno le riforme: “Prima conoscere, poi discutere, poi deliberare” (Luigi Einaudi); “Noi stessi... esaminiamo con cura gli eventi: convinti che non sono le discussioni che danneggiano le azioni, ma il non attingere le necessarie cognizioni per mezzo della discussione prima di venire all’esecuzione di ciò che si deve fare” (Pericle, 25 secoli prima della Gelmini, nel celebre discorso riportato da Tucidide). La riforma è stata invece una deliberazione, imposta a colpi di maggioranza, senza una preventiva fase conoscitiva e di discussione. Usando i concetti del filosofo Habermas si può rappresentare come riforma strategica, volta a realizzare il successo della coalizione di governo, e non come riforma comunicativa, finalizzata a convincere parti in causa e opinione pubblica della necessità del cambiamento e della bontà di percorsi cooperativamente individuabili.

UNA RIFORMA è necessaria se la condizione di partenza è non efficiente e/o non equa. Se ha solo problemi di efficienza è tuttavia possibile, seguendo il criterio di Pareto, individuare percorsi di cambiamento che migliorino le condizioni di tutte le parti o che migliorino almeno le condizioni di qualcuna senza peggiorare le altre. Non dovrebbe essere difficile in tal caso ottenere un consenso generalizzato al cambiamento. Se invece vi sono anche problemi di non equità la riforma diviene più difficile, perché è necessario peggiorare qualcuna delle parti, togliere a chi ha avuto troppo. In tal caso bisogna far opera di convinzione sul fatto che le posizioni a difesa dello status quo, se si adotta un punto di vista non particolaristico, non sono difendibili: i congiunti di rettori e professori potranno anche essere ottimi studiosi, ma è tuttavia inaccettabile che siano i loro familiari a valutarli e assumerli; non è difendibile un’università che funzioni a rovescio, trasformando input produttivi chiamati studenti in output chiamati cattedre; non è difendibile che gli studenti appartenenti a famiglie agiate siano chiamati a partecipare ai costi universitari per una quota irrisoria del loro reddito familiare; non si può dire agli studenti meritevoli e privi di mezzi “avreste diritto alla borsa ma purtroppo abbiamo finito i fondi”.

LA RIFORMA Gelmini non incide su queste criticità: la norma anti-parentopoli è facilmente aggirabile; non c’è alcuna garanzia che le risorse pubbliche vadano agli atenei in funzione della domanda di iscrizione degli studenti; non c’è la possibilità di chiedere più contributi agli studenti più ricchi; quelli più poveri, già insufficientemente sostenuti prima di Tremonti, subiranno drastiche riduzioni ai fondi per il diritto allo studio. Se si estrapola dalla riforma Gelmini e dalle politiche finanziarie di Tremonti si può intravvedere da qui a dieci anni un’università pubblica molto più piccola e molto più povera, con pochi soldi e pochi professori, dato la limitata possibilità di sostituire il consistente numero di docenti che andrà in pensione.

La riforma sostiene di voler combattere sprechi e inefficienze ma di fatto combatte il prodotto delle università: la ricerca e la formazione nelle loro correnti dimensioni di scala. Non sembra un caso che a riforma approvata si sia dichiarato che con essa finisce il ’68: qualunque opinione si possa avere delle forme di quella contestazione non si può dimenticare che essa segnò il passaggio da una università per pochi, il cui compito era di riprodurre l’élite di una società statica e di un’economia statica, a una università di massa, indispensabile a un’economia in rapida crescita che si accompagnava a una società divenuta dinamica.

*professore di Scienza delle Finanze alla Bicocca di Milano

2 commenti:

LUIGI A. MORSELLO ha detto...

RICAPITOLANDO: UNA RIFORMA DEL CAZZO.

Anonimo ha detto...


PROPRIO COSI'!

Madda