
di Federico Pontiggia
In principio era il cinematografo, e il cinematografo era presso il Duce. Siamo nel ’27, e Mussolini ne è convinto: le immagini in movimento sono “l’arma più forte” per esaltare il capo, le arterie del Regime e i capillari di “una più grande Italia”. Nasce L’Unione Cinematografica Educativa (Luce), e non tutto il fascismo vien per nuocere: impariamo a lavarci i denti, prendere il tram, fare le vaccinazioni. Ma sono esternalità positive: la luce è sul Duce, che chiama alla battaglia del grano e dà l'esempio guidando la motoaratrice a Carpena, nella sua Romagna. Di questo e degli altri 49 cinegiornali Luce prodotti nel ‘27 non è rimasta nessuna copia disponibile, solo le schede di catalogazione, ma basta scorrere qualche mese per ritrovare Mussolini in carne e celluloide all’adunata Balilla a Roma (febbraio 1928), alle gare mondiali universitarie a Cortina, a cavallo e sui nuovi autobus capitolini, tra gli ufficiali dei Carabinieri e in visita all’Alfa Romeo (aprile). Ma anche l’ufficialità e il controllo lasciano balenare squarci di verità: Mussolini che rifiuta l’abbraccio oceanico di ritorno dalla conferenza di Monaco del ’38, tutt’altro che entusiasta di vestire, lui guerrafondaio, i panni dell’uomo della pace e, ancora, i volti preoccupati e disillusi che nelle altre piazze d’Italia accolgono l’audio del “Vincere e vinceremo” di Piazza Venezia.
NON SONO note a margine, ma patrimonio collettivo di immagini e suoni: l’onda lunga del secolo breve, anzi, del secolo che si vede. E si sente: “Resta intera la nostra curiosità, il nostro desiderio di sapere come mai la mente umana veda una visione così distinta, misuri con misurazioni così esatte quello che l’occhio non vede e la mano non raggiunge”, dice Pio XI a Guglielmo Marconi inaugurando nel febbraio ’33 la stazione a onde ultracorte che collega Città del Vaticano e il Palazzo pontificio di Castelgandolfo (Giornale Luce). Tasselli di storia, frammenti di vissuto, che ritornano nell’emozione del direttore dell’Archivio, Edoardo Ceccuti: “Il Luce sta bene, è la memoria che se la passa male: le attività di catalogazione sono ferme per mancanza di risorse”. L’attacco non è solo al cuore delle istituzioni e dei potenti, ma anche del popolo, gente comune, poveri cristi: c’è chi nell’Archivio del Luce ha trovato la madre finalista a Miss Italia, scovato il nonno con la camicia nera, ripescato lo zio inquadrato di sguincio alla Milano-Sanremo del 1950, dove su una lussuosa macchina “non arriva il presidente Einaudi o l’Aga Khan, ma Mr. Coppi, elegante come un damerino di Piccadilly Street” (Cinesport Ciac, 1° marzo ’50). Altre cronache, altre trasmissioni, un “come eravamo” identitario, nazionale e, a intermittenza, sciovinista: il tempo imperfetto dove sono incubate e maturate le purulenti imperfezioni del nostro presente. Per chi sia in vena di nostalgie formato famiglia o esami di coscienza collettivi, la ricerca del tesoro ha un semplice indirizzo: www.archivioluce.com, dove in libera consultazione e bassa risoluzione è disponibile l’intero archivio.
Che fare, dunque, cancellarlo con un colpo di spugna, resettarlo con un colpo di Fus? Domanda retorica a qualunque latitudine, eccetto la nostra: Cine-città Luce è sotto attacco, l’archivio rischia di ritrovarsi nei cellari due ospiti sgraditi, vendita o dismissione, perché la calcolatrice di Tremonti ha solo il tasto “meno” e tanti spazi bianchi, tra cui quello che più bianco non si può di Bondi. A riempirlo, l’indignazione generale e qualche azione particolare: i 100 autori in piazza il 12 marzo per il “Costituzione Day”, le Tre Giornate di mobilitazione a favore della cultura e dello spettacolo (26-28 marzo) promosse da Agis, Federculture, Anci, Upi e Conferenza delle Regioni, l’Agis che promette non si siederà più a un tavolo con Bondi (“Si dimetta”) e il sottosegretario Francesco Giro che si appella al Governo come a un marziano, chiedendo di “reintegrare le risorse dove possibile”. Dal suo buen retiro, il ministro dimezzato prende nota e risponde prontamente, firmando con Giuliano Amato il riconoscimento di interesse nazionale per le bande, le corali e i gruppi folclorici in occasione del 150° dell’Unità.
E
MA DAVVERO vale la pena sostenere e finanziare l’Archivio? Un ultimo estratto, dal Caleidoscopio Ciac - Obiettivo sulla cronaca del 5 marzo 1981, che riprende un convegno a Milano: “Entro la fine di marzo, un disegno di legge sul servizio pubblico radiotelevisivo e la regolamentazione delle emittenti private per porre fine all’anarchia dell’etere: divieto di interconnessione delle reti locali su scala nazionale, imposizione di un tetto per la pubblicità, obbligo di produrre in proprio una certa quantità di programmi”. Fin qui tutto bene? Continuiamo: “Il presidente di Canale 5 Silvio Berlusconi ha attaccato il progetto in nome della libertà d’antenna e della libera concorrenza, di tutt’altro avviso, ovviamente, è stato Giampiero Orsello, vicepresidente della Rai: difendiamo la libertà d’antenna, ma va regolamentata perché non diventi perniciosa, non premi le oligopoli (sic) dell’informazione”. Ovviamente, ecco a che serve l’Archivio Luce: a non guardare il presente con occhi immemori, scambiando la storia per fantascienza.

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