
Da Roma a Napoli, un milione in piazza per difenderla Berlusconi ossessionato: evitare dittatura dei giudici
di Enrico Fierro
Il Tricolore sventolato in mille piazze italiane da un milione di uomini e donne. In tutte le fogge e le dimensioni. Piccole bandiere di carta e un “serpentone” lungo sessanta metri che passa sulla testa della gente, in Piazza del Popolo, a Roma, bandiere grandi, coccarde, foulard a fasciare il collo, e l’inno del “ragazzo” Mameli cantato a squarciagola e con tutte le parole al posto loro. E “vedrai, vedrai , che un giorno cambierà. Forse non sarà domani, ma un bel giorno cambierà”, che sono versi del 1965, ma li intonano pure le ragazze di quindici anni (“sentiti grazie a Youtube”), meraviglia anche Francesco Baccini che canta dal palco la canzone di Luigi Tenco. Viva
È IL PROCURATORE aggiunto di Palermo, quando sale sul palco è stretto dall’emozione e si vede, ma subito si scioglie quando la piazza lo avvolge in un abbraccio che è destinato a lui perché rappresenta l’oggi, ma anche il passato di quei giudici che in Sicilia sono morti in nome e per conto della Repubblica e della Costituzione. “Voi che la difendete non siete degli eversori”, esordisce. “Siete qui perché avete capito che la riforma della giustizia è una controriforma. Attenti, non si tratta solo di una ritorsione contro la magistratura, la posta in gioco è più alta, si vuole azzoppare lo Stato di diritto, sfigurare i suoi principi fondamentali. In gioco è l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Il governo vuole il controllo diretto dell'azione penale”. Gli applausi accompagnano le parole del pm, le mani ritmano le incitazioni ad andare avanti e a non farsi intimidire, roba da far venire l’itterizia ai Cicchitto alle Santanché e al Cavaliere. Che ieri ha pure piegato il pensiero di Alexis de Tocqueville ad uso personale per giustificare la sua “epocale” riforma della giustizia. “Come diceva il grande Toqueville, fra tutte le dittature la peggiore è quella dei giudici”. Ma Piazza del Popolo, ed è questa la novità straordinaria di questa manifestazione, non ha tempo, né voglia, di aggrapparsi alle parole di Berlusconi per darsi un senso, perché ha finalmente parole sue. Dure e concrete, che parlano di diritti, giustizia e lavoro. Che raccontano la scuola, presente in piazza con studenti e insegnanti, presidi e ricercatori. Ne parla Marco Rossi Doria, il “maestro di strada”, uno che ha trasformato i vicoli di Napoli in enormi aule scolastiche. “Il primo atto dello Stato unitario fu quello di creare scuole pubbliche in ogni contrada di campagna, in ogni quartiere di città. Il 75% degli italiani era analfabeta, oggi il 20% dei ragazzi non riesce a completare gli studi”. E il governo Berlusconi taglia. Santo Della Volpe, volto noto del tg3 e animatore della manifestazione, legge i dati del massacro dell’istruzione pubblica: 8 miliardi di tagli negli ultimi due anni, 1 miliardo e mezzo di finanziamenti alla scuola privata, il 98% in meno alla ricerca, il 60% dei fondi per il diritto allo studio tagliati, mentre
UNITÀ, invoca Beppe Giulietti, il giornalista leader di Articolo 21 che ha creduto in questa giornata. “È giunto il momento di stare tutti insieme, non è il momento di divisioni politiche inutili. Dobbiamo essere uniti fino a quando i nemici della Costituzione non saranno allontanati. Intorno alla Costituzione non c’è bisogno di fili spinati”. C’erano anche i politici in piazza (Bersani, Franco Giordano di Sel, Leoluca Orlando, Fassino), defilati, nel retropalco, ad osservare quello strano mondo che si fa politica e pretende serietà e coerenza dalla politica ufficiale. Il loro inno è Chiamami ancora amore, la bella canzone di Roberto Vecchioni. Che sale sul palco ed è felice di trovarsi tra la sua gente (“operai e studenti sono il mio mondo”). Uomini e donne, giovani e vecchi, generazioni diverse che in molti si ostinano a voler tenere divise e distanti. Sono in piazza perché vogliono una cosa sopra tutte, e la cantano in coro insieme al professor Vecchioni, vogliono che “questa maledetta notte” finisca, e presto. Perché loro, oggi, hanno “la musica e le parole” per riempirla.

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