lunedì 14 marzo 2011

Onagawa è irraggiungibile Sparite settemila persone


ILARIA MARIA SALA

Mentre Tokyo si appresta a vivere senza elettricità (per tre ore al giorno e fino alla fine di aprile), l’incubo che ha travolto la regione del Tohoku si solidifica in una nuova, impensabile quotidianità. Ieri per la seconda mattina gli abitanti delle aree devastate dall’onda anomala si sono svegliati nelle palestre e negli uffici governativi.

Sacchi a pelo, materassi, soluzioni di fortuna, d’emergenza. Nelle scuole anziché i banchi vi sono dormitori. L’intero Nord-Est si ritrova ormai quasi bloccato. Le strade che portano verso Sendai, Fukushima e Miyagi sono un’unica colonna di auto e camion che cercano di avanzare, bloccati tanto dall’inagibilità delle autostrade che dal razionamento di benzina - che viene venduta a un massimo di venti litri per automezzo dalle stazioni che ancora ne dispongono. Scarseggia tutto: acqua, cibo, coperte, abiti. Anche chi sta portando aiuti si ritrova a dover aspettare ore prima di poter arrivare dove i soccorsi sono necessari: i porti, devastati dallo tsunami, sono ancora chiusi. Sono fotografie apocalittiche. Su un edificio, vicino a Miyagi, c’è un’enorme nave «parcheggiata» sul suo tetto. Auto scaraventate in aria dalla forza dell’onda anomala si ritrovano sulle piste di atterraggio degli aeroporti o incastonate in edifici semi-crollati. In mezzo alle macerie, prima polverizzate dal sisma e poi inzuppate dallo tsunami, compaiono gli oggetti quotidiani che creavano le vite della gente: un quaderno di scuola con disegni infantili ricoperti di fango, foto di famiglia sparpagliate, tatami (quei rettangoli di paglia intrecciata che formano i pavimenti delle case giapponesi tradizionali) divelti e buttati nei campi o nelle strade dal cataclisma, bastoni che aiutavano anziani a camminare abbandonati su macerie che forse, fino a tre giorni fa, erano un’abitazione. La polizia nazionale ha fornito un bilancio di oltre 2.000 persone tra morti e dispersi, la tv di Stato Nhk parla di 3 mila vittime. Ma Naoto Takeuchi, capo della polizia di Miyagi ha parlato di almeno 10 mila morti solo nella sua prefettura, con la capitale Sendai, dove 200 corpi sono stati trovati sulla spiaggia. In diverse scuole di Iwanuma e Natori sempre nella prefettura di Miyagi sono stati scoperti oltre 200 cadaveri. E a Minamisanriku, città portuale della regione, 9.500 persone risultano disperse. In cinque prefetture gli sfollati sono 300 mila, 3.400 gli edifici ridotti in macerie.

A Onagawa, nella stessa prefettura di Miyagi, città di diecimila abitanti di cui solo tremila sono stati finora rintracciati, l’isolamento dal resto del mondo è totale. La massa d’acqua, fango e macerie scaraventata dallo tsunami l’ha resa irraggiungibile distruggendo tanto la linea ferroviaria che le strade, e solo una linea telefonica satellitare consente ancora al sindaco, Nobutaka Azumi, di comunicare con l’esterno. «Abbiamo bisogno di tutto», ha detto: «Non abbiamo cibo, né acqua, né bagni, né pannolini per i bambini, e il freddo non dà tregua».

Poco per volta, sempre più zone riescono a essere contattate, ma città dopo città, villaggio dopo villaggio, campagna dopo campagna, lo spettacolo che si apre davanti agli occhi è sempre lo stesso: una devastazione così totale da lasciare increduli. E mentre i soldati delle Forze di autodifesa, l’esercito giapponese, bussano di casa in casa cercando superstiti, il Giappone stupisce una volta di più per il suo modo di fare così pacato. In nessuno dei luoghi colpiti dalla calamità, infatti, è stato riportato alcun tipo di furto o sciacallaggio (il Giappone è uno dei Paesi con la criminalità più bassa al mondo, un primato che non sembra scalfito nemmeno in queste giornate così drammaticamente straordinarie) e le prime parole pronunciate dai sopravvissuti sorprendono: un uomo, estratto da una casa semi crollata nella quale era rimasto prigioniero, ancora appoggiato al braccio del soldato che lo ha liberato dice, con un sorriso gentile: «È tutto a posto. Tutto a posto», sollecitandolo a concentrare l’attenzione e le energie su chi potrebbe avere più bisogno di lui.

Una coppia di anziani amici, ritrovatisi vivi dopo lunghissime ore intrappolati fra assi di legno e vetri crollati, quasi non osa abbracciarsi in pubblico, e scambia sorrisi fra le lacrime, stringendosi appena gli avambracci con le mani. «È tutto a posto», dicono anche loro, «daijobu», si ripetono l’uno all’altro, davanti a un paesaggio apocalittico che di «a posto» non sembra avere davvero più nulla. Risollevarsi da questo disastro sconvolgente, anche all’efficientissimo Giappone, richiederà ancora molte settimane. Nelle quali oltre che con il disagio la gente è costretta a vivere nella paura. Nell’attesa di un’altra botta della terra annunciata con precisione dalla Japan Meteorological Agency (Jma) che ritiene che entro il 16 marzo ci sia una probabilità del 70% che si registri una nuova scossa di terremoto di magnitudo 7 o anche più alta, con conseguente possibile tsunami. Le chance si riducono al 50% entro il 19 marzo.

L’epicentro del nuovo sisma sarebbe nella regione situata tra Sendai e Tokyo, grosso modo nella stessa fetta di terra squarciata venerdì dal terremoto di 9 gradi della scala Richter. Scossa violentissima che ha spostato - secondo le stime dell’Istituto Geologico Usa (Usgs) - l’inclinazione dell’asse di rotazione terrestre di 10 cm, e ha anche spostato di 2,4 metri l’isola di Honshu, la più grande dell’arcipelago giapponese dove sorge Tokyo.

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