sabato 9 aprile 2011

Sul tavolo dell’Alleanza c’è l’intervento dei soldati


ANTONELLA RAMPINO

Non solo caccia e Tornado. La Nato ha sul tavolo la «ground option» in Libia, e all’Italia, se l’opzione delle operazioni di terra passerà durante il serrato round di vertici che si aprono la prossima settimana, verrà chiesto di aumentare il proprio impegno. La situazione sul campo è tale che, dopo adeguate pressioni, perfino la non interventista Germania ha offerto, oltre a navi di supporto, anche reparti della Bundeswehr, l’esercito in «missione umanitaria». Dell’Italia fanno gola alla Nato i reparti di élite di Esercito e Marina, gli incursori del Col Moschin e quelli del Consubin. Come diceva SunTzu, la guerra si fa con l’insieme di mezzi speciali e mezzi ordinari, di forze regolari e irregolari, palesi e occulte.

Ma la Nato esaminerà giovedì e venerdì prossimi lo scenario dell’intervento al suolo per via dello stallo nelle operazioni ampiamente lamentato dal governo dei ribelli di Bengasi: il rischio è che la Libia si spacchi in Tripolitania e Cirenaica. E questo è proprio ciò che la risoluzione 1973 dell’Onu si propone di evitare, mentre non menziona alcun divieto circa l’impiego di forze di terra. Afferma, quella risoluzione, solo il rispetto della «integrità territoriale della Jamahiriya Araba di Libia», e prevede ogni mezzo per proteggere i suoi abitanti. Dunque, lo scenario «di terra», sia pure con piccole operazioni di reparti speciali come è d’uopo in un Paese immenso e controllato da 140 tribù, oltre che per aggirare le resistenze di Mosca e Pechino, è all’attenzione della Nato.

L’Italia è in prima linea, con Francia e Gran Bretagna: tornati sulla scena per l’opzione diplomatica, partecipiamo anche alle azioni di pressione su Gheddafi. Ignazio La Russa avrà a cena a Roma, martedì sera, i suoi omologhi Gérard Longuet e Liam Fox, coi quali lavora già a stretto contatto. Martedì è il giorno in cui nella Capitale, a perorare la causa della difesa di Bengasi e di una maggiore «incisività» nelle operazioni della Nato, arriverà il presidente del Consiglio di Transizione libico Mustafa Abdel Jalil. Sarà ricevuto da Giorgio Napolitano, da Silvio Berlusconi e da Franco Frattini, ma il massimo dell’enfasi sarà la sua audizione in Parlamento. Poi mercoledì a Doha la «ground option» sarà al centro della riunione del «gruppo di contatto», la guida politica che affianca quella militare della Nato chiesta e a suo tempo ottenuta dalla Francia. Giovedì e venerdì, infine, riunione straordinaria della Nato a Berlino «in formato operativo», come nota il portavoce della Farnesina Maurizio Massari, sottolineando che sarà poi ovviamente «il governo a dover prendere le sue decisioni», fermo restando «il dovere di solidarietà alla Nato».

La Nato a Berlino dovrà ridefinire tutta la propria strategia, e le decisioni riguarderanno anche le operazioni aeree. I nostri Tornado impegnati in «Unified Protector» sono solo 12, e le prime aspettative che la Nato nutre nei nostri confronti riguardano proprio la partecipazione agli «strike»: non più solo i voli di ricognizione e controllo della no fly zone e di accecamento dei radar per i quali siamo gli unici a possedere la tecnologia, ma partecipazione ai bombardamenti. Hanno compiuto 117 missioni in tutto, e al termine della prima, il 21 marzo scorso, il comandante Mauro Gabetta riferì ai giornalisti «gli obiettivi sono stati colpiti». Provocando una precisazione di Berlusconi, «i nostri aerei non hanno sparato e non spareranno».

Per la Nato, prendere in considerazione la «ground option» è un passaggio obbligato dallo stallo nelle operazioni sul campo, ma anche dagli errori. L’Alleanza ieri prima ha negato a livello militare, con l’ammiraglio Harding, le scuse per i morti da fuoco amico. Poi le ha offerte, e per bocca del segretario generale Rasmussen. Sentendosi rispondere dai ribelli di Bengasi «non vogliamo scuse, ma azioni militari più efficaci». Mentre ancora non si capisce se decolla la soluzione politica, la via dell’esilio per il raiss: per esercitare pressioni, la Gran Bretagna ha scongelato i beni dell’ex ministro degli Esteri di Gheddafi Moussa Koussa, riparato a Londra; e gli Stati Uniti hanno invece bloccato gli averi di ben cinque ancora fedeli, tra i quali il premier di Tripoli Baghdadi. Ma nessuna pressione è più efficace delle operazioni militari. «Gli aerei non bastano più, senza un supporto intelligente via terra», dice una fonte politica italiana che si è sentita illustrare, a suo tempo, le difficoltà dall’intelligence.

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