lunedì 16 maggio 2011

I moderati decidono di appoggiare l'arbitro


di EUGENIO SCALFARI

NELLA prima delle sue "Maximes Morales" il duca di La Rochefoucauld scrive che "L'amore per se stessi quando supera il limite diventa una perversa passione sia per chi ne è invaso sia soprattutto per gli altri che egli vuole render suoi soggetti distruggendone l'indipendenza e trasformandola in amore verso di lui. Se l'uomo affetto da tale perversa passione si trova al vertice della società, gli effetti che ne derivano sono ancora più sconvolgenti poiché ogni equilibrio tra le varie istituzioni viene distrutto ed ogni libertà confiscata". Questa massima fu scritta nel 1657. L'autore era stato da giovane uno dei capi della Fronda dei Principi, poi si ritirò da congiure e battaglie, scrisse le sue memorie e dedicò gli ultimi anni della sua vita alle riflessioni sulla politica e sulla morale.

Credo di non aver bisogno di spiegare ai lettori l'attualità di questa citazione, che descrive in modo che meglio non si potrebbe il fenomeno con il quale la società italiana si sta confrontando da almeno sedici anni ed anche più se si vogliono rintracciare le sue radici e gli antecedenti dai quali trasse origine.
Un film-documentario girato pochi mesi fa da Roberto Faenza ce ne ha fornito una testimonianza assolutamente oggettiva perché basata su video e trasmissioni televisive che hanno come esclusivo soggetto
Silvio Berlusconi dal periodo della sua adolescenza fino ad oggi.

Non sono registrazioni effettuate di soppiatto ma con la piena consapevolezza dell'interessato negli anni in cui ebbero luogo. L'effetto è sconvolgente. L'amore di sé anima il personaggio in tutte le sue fibre, ne guida i comportamenti, gli indica gli obiettivi e gli strumenti più adeguati per realizzarli. Man mano che sono raggiunti, la sfera dell'azione si allarga, il livello del successo da attingere si estende, il potere del danaro, le alleanze, la scalata mediatica e poi quella politica lo porta sempre più in alto e cresce contemporaneamente l'intensità dell'amore per sé. L'egoismo si trasforma in egolatria e questa in megalomania. La società ne viene contagiata e deformata. Vedere quel film è un esercizio di igiene mentale che mi permetto di raccomandare.

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Mentre state leggendo queste mie righe è la mattina di domenica 15 maggio. Le urne elettorali sono già state aperte e 12 milioni di italiani sono chiamati a votare per il rinnovo di amministrazioni comunali e provinciali in tutto il Paese. Da molte parti si richiama l'attenzione sui concreti problemi da risolvere nelle amministrazioni locali interessate al voto, ma Berlusconi tenta con ogni mezzo di trasferire il voto amministrativo in un voto politico. Una sorta di referendum pro o contro di lui, soprattutto nelle grandi in città e in particolare a Napoli e a Milano dove infatti si presenta candidato. Una candidatura anomala, al limite, anzi oltre il limite della compatibilità, con l'effetto di confiscare la validità dei veri candidati del Pdl, destinati a fare i sindaci in caso di successo elettorale.
A Milano lo scontro è particolarmente aspro e la partita particolarmente decisiva perché Milano è stata la culla del potere berlusconiano e contemporaneamente della Lega.
Il centrosinistra e la sinistra a Milano sono ridotti da tempo al di sotto del 30 per cento nelle varie elezioni che hanno avuto luogo, ma questa volta la situazione è cambiata e il candidato del centrosinistra si accredita negli ultimi sondaggi più del 40 per cento mentre il suo avversario è sul filo del 50 o leggermente al di sotto. L'obiettivo è dunque per il sindaco uscente Letizia Moratti la vittoria al primo turno, oppure la necessità di andare al ballottaggio contro l'avvocato Pisapia.
Napoli andrà invece sicuramente al ballottaggio e ci andranno, stando alle previsioni, anche Cagliari, Latina, Trieste, Crotone, e moltissimi altri Comuni con più di 15 mila abitanti. Complessivamente la partita è dunque molto aperta e il risultato finale del voto è assai difficile da pronosticare. Ma resta in piedi la domanda: sarà un voto amministrativo o un referendum pro o contro Silvio Berlusconi? La mia personale risposta, almeno per quanto riguarda Milano, è: referendum pro o contro Berlusconi, perché è lui che l'ha messo in questi termini con la passiva complicità di Letizia Moratti che da sola non ce l'avrebbe fatta.
Pisapia, rispondendo al fango che il sindaco uscente gli ha tirato addosso con lucida e gratuita crudeltà, ha detto che tra loro due il vero estremista è Letizia Moratti. Questa è l'esatta verità e l'estremismo della Moratti comincia proprio dall'aver accettato e addirittura voluto la candidatura a Milano del presidente del Consiglio. Se si fosse opposta - e poteva anzi doveva farlo - la consultazione elettorale sarebbe rimasta sul terreno dei problemi amministrativi. La candidatura del premier ha cambiato la sostanza della partita e l'estremismo della Moratti ne è l'elemento fondante. Se la Moratti vincerà, Milano sarà governata da Palazzo Grazioli nel bene e nel male. Umberto Bossi lo sa perfettamente e l'origine dell'evidente mal di pancia leghista comincia proprio di lì.

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Penso di non aver bisogno di tornare sulla vergognosa quanto infondata accusa lanciata dalla Moratti contro
Giuliano Pisapia; se ne è parlato con dovizia in queste ultime ore della campagna elettorale. Il dato certo è che in primo grado di giudizio Pisapia avrebbe comunque ottenuto l'assoluzione per mancanza di prove certe, ma fu assolto per l'intervenuta amnistia. Pisapia però rifiutò l'amnistia e volle esser giudicato nel merito dalla Corte d'assise di appello la quale, dopo aver approfondito gli accertamenti, emise sentenza d'assoluzione piena per non aver commesso il fatto.
La Moratti, con l'appoggio di Berlusconi, anziché scusarsi per quanto commesso, spostò l'oggetto dell'accusa sulla frequentazione di Pisapia dell'ambiente della lotta armata. Menzogna anche questa, come era risultato chiaro dalla sentenza d'appello sopra ricordata.
Del resto un analogo comportamento il sindaco Moratti aveva seguito nel caso immediatamente precedente suscitato dal famoso manifesto che accusava la Procura di Milano di comportamenti identici a quelli delle Brigate rosse, al quale proprio quella Procura aveva pagato a suo tempo un drammatico tributo di sangue.
Il responsabile di quel manifesto, escluso a parole dalla candidatura, è rimasto in gioco nella stessa lista della Moratti che utilizzerà anche i voti che si riverseranno su di lui e che non saranno pochi. La Moratti aveva promesso che, piuttosto di sopportare una vicinanza da lei giudicata intollerabile, avrebbe rinunciato a candidarsi. Non l'ha fatto e anzi, come detto, beneficerà dei voti raccolti dallo "scomunicato".
Tutte queste vicende, avallate e addirittura suggerite dal presidente del Consiglio, hanno suscitato un sentimento di protesta proprio in quella borghesia moderata che a Milano - magari turandosi il naso - continua a votare per il Pdl. La protesta si sta diffondendo a macchia d'olio e avrà probabilmente qualche incidenza sul voto di oggi e di domani.
Nel frattempo il consenso degli italiani nei confronti del presidente della Repubblica, che era già dell'80 per cento, ha raggiunto la cifra-record del 90.
Questa fiducia trasversale, assai vicina all'unanimità, è motivata da due elementi: la figura al di sopra delle parti di Napolitano e il patriottismo da lui incarnato e simboleggiato. Non è una novità il patriottismo e Ciampi ne dette uno splendido esempio. Il fatto che il consenso riscosso da Napolitano sia ancora maggiore significa che il sentimento di amore per la patria si è ulteriormente esteso, al punto che lo stesso Bossi ne ha dovuto prendere atto. Tra i tanti strappi che hanno ferito l'etica pubblica questo è un fatto molto positivo che va segnalato.

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Esiste una visibile incongruenza tra il consenso di massa raccolto dal presidente della Repubblica e le sortite berlusconiane che lo considerano un ostacolo da eliminare con apposite riforme costituzionali. Se è un ostacolo, non è "super partes"; ma il consenso gli perviene proprio perché esercita il suo mandato al di sopra degli interessi delle fazioni. Come si spiega questo rebus?
La spiegazione è molto semplice. Il Presidente deve segnalare - e nei limiti delle sue prerogative cercare di impedire - gli errori e le eventuali faziosità del potere esecutivo e, se del caso, del potere legislativo e dell'ordine giudiziario. Essere "super partes" in un regime democratico significa essere dalla parte della Costituzione. Se le regole costituzionali sono violate, deformate nella loro applicazione, stravolte nello spirito che le ispira, il Presidente deve intervenire.
L'arbitro che fischia un fallo penalizzando una delle squadre in campo lo fa proprio perché è "super partes", e più una squadra è fallosa, più l'arbitro è costretto a fischiare. La crescente fiducia verso Napolitano significa dunque che gli italiani si sono accorti che alcuni giocatori sono più fallosi degli altri.
Tra i falli più recenti c'è la promessa del presidente del Consiglio di bloccare la demolizione delle abitazioni abusive a Napoli. Un'operazione palese di voto di scambio nella quale possono cadere solo gli ingenui: i problemi dell'edilizia sono infatti di esclusiva competenza regionale e comunale. Berlusconi promette dunque, come ha già fatto un'infinità di volte, cose che sono fuori dalla sua competenza, tanto più nella fase di avvio del federalismo.
Qualche cosa, pur con molta lentezza, sta comunque cambiando. Sapremo domani sera fino a che punto.

(15 maggio 2011)

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