giovedì 26 maggio 2011

L’“IMPOTENZA” DI B.

L’ammissione del premier, che in difesa attacca a Porta a Porta: “Elettori di sinistra senza cervello”

di Fabrizio d’Esposito

I tempi cambiano. Anche per Silvio Berlusconi. Torna a Porta a Porta dopo due anni, come annuncia con enfasi Bruno Vespa, e si trova di fronte un’aggressività insolita per il salotto tv di Raiuno.

A dire il vero, Vespa prova, almeno all’inizio, a dare un titolo amico alla trasmissione: “Due anni per le riforme”. Ma poi la realtà dei ballottaggi prevale sulle intenzioni e lui stesso, Vespa, infierisce sul Cavaliere quando si parla di Ruby. “Era proprio indispensabile quella telefonata?”. Il premier conferma la sua versione: “Pensavo fosse una parente di Mubarak e non volevo che si creasse un incidente diplomatico. Non sono affatto pentito. Quello che è uscito fuori è una montatura assoluta. Una cosa paradossale che mi costringe all’umiliazione di andare in tribunale invece di difendere il prestigio del mio paese”.

Berlusconi riparla della nipote di Mubarak e tutti sorridono. Vespa e i giornalisti presenti: Stefano Folli del Sole 24 Ore, Virman Cusenza direttore del Mattino, Massimo Franco del Corriere della Sera. E rilancia anche: “In Egitto stanno trattando Mubarak in un modo indegno. Interverrò dicendo che è lo zio di Ruby”.

Via Teulada 66, Roma. Allo studio di Porta a Porta, il premier arriva in notevole ritardo. Le sette passate di sera anziché le sei e mezzo come concordato. Il suo ritorno da Vespa provoca un caso nel cda della Rai.

L’OPPOSIZIONE chiede di bloccare la trasmissione in nome del contraddittorio e della par condicio. Sospesa la riunione, il dg Lorenza Lei chiama Vespa.

B. finalmente arriva e viene sottratto alle domande degli altri giornalisti in attesa, che poi seguiranno la puntata confinati una saletta.

B. si accomoda sulla poltrona di Porta a Porta ed è teso in maniera quasi ostentata.

Il canovaccio che segue è tipicamente berlusconiano.

Per la serie: la colpa è sempre degli altri. Le preferenze dimezzate al comune di Milano, in quando capolista del Pdl? “Troppe liste sulla scheda. Io stesso ho avuto difficoltà. Poi visto che c’era il mio nome nel simbolo del Pdl parecchi hanno avuto l’impressione che questo bastasse per votarmi”.

Il crollo del suo partito a livello nazionale e i flop di Moratti e Lettieri al primo turno (candidati sbagliati forse, come lo stesso B. avrebbe detto all’ufficio di presidenza del Pdl)? “Le amministrative sono elezioni particolarissime e molto dipende dalla scelta dei candidati a sindaco. C’è però una motivazione precisa. Abbiamo contro un blocco mediatico terrificante che va dal Corriere della Sera a Sky e La7, a dieci trasmissioni della Rai. L’altra sera ho visto una puntata terrificante di Annozero, che mostrava Milano come una città africana. Questa mistificazione ha portato le persone a pensare che scopa nuova scopa bene”.

Le riforme mancate e l’immobilismo del paese? “Solo adesso per la prima volta dopo 17 anni ho una maggioranza coesa perché non c’è più Fini. E non dimentichiamo la crisi economica: noi siamo il paese che retto meglio in Europa”.

B. VA AVANTI per la sua strada ma Vespa ardisce nuovamente: non è stato un errore fare cinque interviste ai tg venerdì scorso?

La risposta è fantastica, nel senso del surreale: “Ho chiamato Paolino Bonaiuti, capo del mio ufficio stampa, e gli ho detto che ero a disposizione per fare interviste. È stato chiamato il Tg1 ma poi la voce si è sparsa e anche gli altri hanno chiesto di farla. Che ci posso fare. La multa dell’Agcom? Una follia decisa da una commissione dove quelli di sinistra sono tre e c’è uno solo dei nostri”.

Massimo Franco insinua: non sarà che lei non è più il Re Mida della politica e che anzi adesso quello che tocca perde? “No, quando mi muovo si blocca sempre il traffico e vengo sempre applaudito”. Poi il solito ritornello sulla crisi che ha steso Obama, Merkel, Zapatero e l’universo mondo.

Stefano Folli insiste: sono 17 anni che si aspetta la grande rivoluzione liberale, le sue dichiarazioni tradiscono un senso d’impotenza.

Qui B. sorprende: “Può dirlo ad alta voce”. Ossia: “Sono impotente”. Un impotente per cui “il regalo più grande sarebbe di ritornare privato cittadino”.

Una finta, ovviamente.

B. tenta di essere moderato ma a volte non riesce a trattenersi: “Se vince la sinistra, la gente sarà andata a votare dimenticando il cervello a casa. De Magistris è un demagogo che piace alle donne e Pisapia non ha amministrato nemmeno un’edicola di giornali. Se a Napoli vince de Magistris avremmo le manette sulla città e io sarei tentato di non aiutare bpiù la città”.

Il capitolo delle riforme, dal titolo iniziale della puntata. Smentita una manovra da 40 miliardi di euro, l’ossessione è sempre la giustizia perché “la sovranità non appartiene al popolo ma a Magistratura democratica e ai suoi pm”. È a loro che devono piacere le leggi. A loro e al capo dello Stato. Povero Berlusconi. Che poi si dice persino disposto a fare un passo indietro a favore di un leader capace di riunificare tutto il centrodestra. Un’altra finta, forse. Perché alternative all’alleanza con la Lega non ce ne sono. E qui gli scappa un “purtroppo” di più, che la dice lunga sui rapporti con Bossi.

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