martedì 9 agosto 2011

VIA POMA: ECCO CHI NON VUOLE IL FILM

Nel giorno dell’anniversario della morte di Simonetta Cesaroni tutto era pronto per le riprese sul luogo del delitto, ma un giudice condomino si è opposto

di Roberto Faenza

Il 7 agosto 1990 una ragazza di vent’anni, Simonetta Cesaroni, viene assassinata in via Poma 2 a Roma. Per ricordare il tragico avvenimento, abbiamo voluto dare il primo ciak del film sul misterioso omicidio proprio domenica 7 agosto nella stessa via teatro del delitto. Le macchine da presa erano ancora spente e già piovevano diffide da parte degli avvocati del condannato in primo grado (il fidanzato di Simonetta). Come se non bastasse, un alto magistrato ha minacciato il condominio di azioni legali qualora conceda il permesso di girarvi alcune scene. Chiedo il nome. Dopo non poche resistenze, i condomini dissenzienti lo fanno.

È L’EX PROCURATORE generale della Corte di Cassazione Mario Delli Priscoli, da poco in pensione, ivi residente. Giova ricordare che un suo figlio, allora ventenne, fu indagato ai tempi del delitto, ma poi scagionato. Il magistrato è stato al centro di polemiche, avendo promosso un procedimento disciplinare contro De Magistris ai tempi dell’inchiesta “Why Not”. Dopo De Magistris, Delli Priscoli volse l’attenzione contro il gip Clementina Forleo, “rea” di aver richiesto l’utilizzo delle intercettazioni di Massimo D’Alema nel processo contro Giovanni Consorte, accusato di aggiotaggio e insider trading. La stessa Forleo successivamente fece dichiarazioni polemiche a proposito di come erano state condotte le indagini in via Poma. Sta di fatto che a causa dell’intervento dell’alto magistrato non abbiamo potuto girare le prime sequenze del film come da copione. Certo, colpisce che un tutore della legge si opponga aprioristica-mente a un lavoro che mira a dare un contributo alla ricerca della verità. Tutto ciò la dice lunga sull’attualità di quel delitto che ha atteso oltre 20 anni per trovare un colpevole. E che si trascinerà chissà quanti altri anni in attesa delle sentenze di Appello e Cassazione. Un caso esemplare di malagiustizia, tipicamente italiana, che andrebbe studiato nelle scuole. È possibile dover attendere 20 anni per arrivare a una sentenza? Non c’è da stupirsi in un paese dove operano indisturbati gli insabbiatori di professione in quel porto delle nebbie che è spesso l’azione giudiziaria. La penosa ricorrenza della strage alla stazione di Bologna, disertata in questi giorni dal governo, la dice lunga sul filo rosso che ha oscurato decine di misteri, rimasti tali nel corso di oltre cinquant’anni.

Il film, una crudele radiografia del malaffare gestito da investigatori e magistrati a senso unico, descrive senza fronzoli gli equivoci e anche l’idiozia di certi meccanismi.

Dice bene il protagonista del film, un ispettore di polizia marginale interpretato da Silvio Orlando, quando il pm di turno confessa l’ennesimo fallimento: “Dovevamo pretendere la verità, non la verità a ogni costo. Qui tutti si sono comportati da innocenti. E invece sono tutti colpevoli” . Un’inchiesta durata vent’anni, tuttora aperta, fatta di percorsi a zig zag, sviste sconcertanti, dimenticanze clamorose, depistaggi, presenze inquietanti di servizi segreti.

Accantonata dalla Procura di Roma per stanchezza, riemerge dopo 15 anni per improvviso ripensamento di un giudice. E si conclude ora con la condanna del fidanzato della vittima, quel Raniero Busco che era stato prosciolto da ogni accusa e sospetto. A favore del suo alibi reggeva l’analisi, condotta dall’Istituto di medicina legale della Università Cattolica di Roma, nella quale si escludeva che il suo gruppo sanguigno potesse essere compatibile con l’assassino.

QUANDO PERÒ nel processo di primo grado irrompono sulla scena i Ris, l’impostazione accusatoria vira di 360 gradi e l’uomo che agli stessi familiari della vittima era apparso in tutti quegli anni sicuramente innocente diventa l’unico colpevole. Lo scontro tra i Ris e i professori della medicina legale è plateale. Gli uni sostengono che i referti ematici sono irrilevanti, gli altri al contrario li ritengono addirittura “dirimenti” . Delle due l’una: o l’indagine che nel 1990 ha lasciato fuori il fidanzato è stata condotta da incompetenti o la Corte d’assise ha preso un abbaglio. In questa disputa, che può mandare in carcere il colpevole come pure rovinare la vita a un innocente, nessuno è in grado di avanzare certezze. Del resto che spesso facciano acqua le indagini “scientifiche” è sotto gli occhi di tutti. Vedi il caso del delitto di Perugia: dopo la certezza delle prime analisi sui dna, si ricomincia da zero, perché dicono i periti : “Sul coltello non c'è sangue e il dna di Raffaele sul gancetto del reggiseno è frutto di contaminazione”. Sembra un film dentro il film pensare che reggiseno e sangue sono protagonisti anche nel caso di Simonetta Cesaroni.

Per la Corte d’assise il fidanzato è colpevole perché le tracce di saliva sul reggiseno (scoperte dopo 15 anni) vengono ascritte a lui. Mentre per i periti della difesa non c’è alcuna prova che siano contestuali al delitto. C’è d’aver paura.

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