giovedì 20 ottobre 2011

«E' la speculazione che affama i poveri»


«Non si era mai verificato nella storia che le società permettessero ad un manipolo di investitori di farla franca rubando il pane alla povera gente. Per l’investitore i prezzi crescenti degli alimenti significano denaro, per il povero prezzi crescenti degli alimenti significano fame». Vandana Shiva, fisica indiana e attivista per i diritti dei coltivatori di tutto il mondo, introduce così il tema principale della Giornata mondiale dell’alimentazione 2011: la fluttuazione dei prezzi degli alimenti – dalla crisi alla stabilità. L’occasione è la presentazione lunedì 17 ottobre a Roma del primo Rapporto globale dei cittadini sullo stato degli ogm (organismi geneticamente modificati), una raccolta di studi ed esperienze sul campo coordinate da Navdanya International, l'associazione fondata dalla stessa Shiva.

AUTOMOBILI E ANIMALI - Tornando alla recente instabilità globale dei prezzi degli alimenti, la morsa della crisi finanziaria internazionale sembra essersi stretta attorno al mercato delle materie prime in seguito alla crisi dei mutui subprime nel 2008. E’ allora che, spiega la fisica indiana, «grandi investitori hanno abbandonato il mercato immobiliare per tuffarsi in quello degli alimenti e della terra, conseguendo così super profitti». Colpa ancora una volta degli speculatori finanziari o naturale conseguenza della crescita della domanda di materie prime proveniente dalle economie dei paesi emergenti? Contro il pensiero dominante che vorrebbe indiani e cinesi causa di tutti i mali del mondo, Vandana Shiva sostiene che «no, noi non siamo la ragione della domanda crescente di materie prime. Nel 2008, anno in cui i prezzi degli alimenti sono saliti, il consumo di cereali negli USA è aumentato del 12%, a fronte del 2% in India, un aumento pari della produzione. Gran parte dei cereali prodotti non è andata alla gente, ma ad alimentare automobili e sfamare animali. Infatti, in India, durante tutto questo periodo, il consumo pro capite annuo è sceso da 170 a 150 kg, non perché non si coltivava più, ma a causa della volatilità dei prezzi». Dunque, l’evidenza dei numeri non giustifica la corsa forsennata all’acquisizione di terre da parte dei nuovi giganti dell’economia mondiale in Africa e America Latina. Come dimostra un recente rapporto delle Nazioni Unite, la rivoluzione verde e l’ingegneria genetica non salveranno il mondo. Coltivare la terra secondo i principi ecologisti consentirebbe, invece, di duplicare la produzione alimentare mondiale a cui i piccoli coltivatori contribuiscono per l’80%. Che sia finalmente giunto il momento di invertire la rotta?

Debora Malaponti
19 ottobre 2011

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