mercoledì 30 settembre 2009

LE RISORSE DEL PIANETA


di ANTONIO CIANCIULLO

Signori, si chiude. Se il pianeta fosse gestito come una famiglia all'antica, di quelle che non chiedono prestiti, domani dovrebbe serrare i battenti: le risorse sono finite. Ovviamente il mondo andrà avanti, ma a credito. Prenderemo energia, acqua e minerali a spese del futuro, restringendo il capitale di natura che abbiamo a disposizione. Il 25 settembre è l'Earth Overshoot Day, il momento dell'anno in cui la specie umana ha esaurito le risorse rinnovabili a disposizione e comincia a divorare quelle che dovrebbero sostenere le prossime generazioni.

A calcolare la data è il Global Footprint Network, l'associazione che misura l'impronta ecologica dell'umanità, cioè il segno prodotto sul pianeta dalla nostra vita quotidiana: dalle bistecche che mangiamo, dai cellulari che compriamo, dagli aerei che usiamo. Per millenni, fino alla rivoluzione industriale, questo segno è rimasto sostanzialmente invisibile. Ci sono stati scompensi ecologici anche violenti, ma localizzati: a livello globale gli effetti prodotti dall'esistenza di centinaia di milioni di esseri umani si confondevano con le oscillazioni periodiche della natura.

L'impatto si è fatto più consistente dall'inizio dell'Ottocento, ma solo negli ultimi decenni è cominciata la crescita drammatica che, a parte la battuta d'arresto prodotta dalla crisi economica, non accenna ad arrestarsi. Nel 1961 l'umanità consumava la metà della biocapacità del pianeta. Nel 1986 ci siamo spinti al limite ed è arrivato il primo Earth Overshoot Day: il 31 dicembre le risorse a disposizione erano finite. Nel 1995 la bancarotta ecologica è arrivata il 21 novembre. Dieci anni dopo i conti con la natura sono entrati in rosso già il 2 ottobre. Ora siamo retrocessi fino al 25 settembre: consumiamo il 40 per cento in più rispetto alle risorse che la Terra può generare. Nel 2050, se la crisi energetica non ci avrà costretto alla saggezza ecologica, per mantenere i conti in pareggio avremo bisogno di un pianeta gemello da usare come supermarket per prelevare materie prime, acqua, foreste, energia.

Forse non andrà così perché l'Earth Overshoot Day cade 80 giorni prima della conferenza di Copenaghen che costringerà il mondo a fare i conti con la più drammatica delle minacce create dal sovra consumo: il caos climatico derivante dall'uso smodato dei combustibili fossili e dalla deforestazione. La conferenza delle Nazioni Unite dovrà indicare la terapia per far scendere la febbre dell'atmosfera e la cura per ridurre le emissioni serra servirà anche a diminuire l'impronta complessiva dell'umanità.

L'esito del summit di Copenaghen appare però incerto ed è probabile che si concluderà con una faticosa mediazione, mentre solo una scelta forte a favore dell'innovazione tecnologica e di un ripensamento sugli stili di vita può rallentare il sovra consumo che mina gli equilibri ecologici. "La contro prova l'abbiamo avuta adesso", commenta Roberto Brambilla, delle Rete Lilliput che cura, assieme al Wwf, il calcolo dell'impronta ecologica. "Abbiamo sperimentato la crisi più grave dal 1929 e il risultato, in termini ecologici, è stato modesto: l'anno scorso l'Earth Overshoot Day è arrivato il 23 settembre, quest'anno il 25. Il colpo durissimo subito dall'economia mondiale ha spostato la data di soli due giorni. Questo significa che, se non si cambia il modello produttivo, neppure la malattia del sistema, con tutti i problemi connessi, può guarire l'ambiente. Al contrario diminuire il peso dell'impronta ecologica potrebbe aiutare l'economia. Ad esempio il 97 per cento del nostro patrimonio edilizio è costruito in modo inefficiente: ci sarebbe da fare cappotti isolanti per le pareti, tetti verdi e finestre con vetri ad alto isolamento da oggi al 2030".

(24 settembre 2009)

Tribunale al cianuro


Mino Martinazzoli descrive in un libro la stretta sorveglianza a cui era sottoposto Michele Sindona nel carcere di Voghera. E immagina quindi che il veleno che portò al suicidio il banchiere gli venne passato 'da qualcuno' durante il processo

C'era un ferreo protocollo per la custodia e sicurezza di Michele Sindona nel carcere di Voghera. Lo descrive nei dettagli Mino Martinazzoli, ultimo segretario della Dc, nel libro 'Uno strano democristiano' scritto con Annachiara Valle. "Sindona era sorvegliato sempre da cinque agenti, tre dei quali con il compito di guardarlo a vista nell'arco delle ventiquatto ore. Gli agenti erano scelti senza essere preavvisati. Non poteva avvicinarlo nessuno, neppure durante l'ora d'aria. Il cortile a lui destinato era coperto in modo da evitare qualsiasi possibilità di introdurre oggetti dall'esterno o di stabilire contatti. Il cibo doveva essere prelevato da quanto cucinato per gli agenti di custodia e consegnato a Sindona da un sottoufficiale e da un agente di custodia di provato affidamento. Avevamo fatto fabbricare un contenitore d'acciaio, nel quale veniva inserito il vitto e la tazzina del caffè. Il contenitore aveva due chiavi in modo che non ci fosse mai un solo agente. Cambiavamo bar continuamente e cambiavamo gli agenti".

Fatta questa descrizione minuziosa, Martinazzoli, che la mattina del 20 marzo 1986 quando Sindona fu trovato morto "rimase molto deluso", così si spiega il suicidio del banchiere siciliano: "Sono propenso a credere che qualcuno gli abbia passato qualcosa durante i processi. Molta gente si avvicinava alla sua gabbia. Resta il fatto che quando tornava in carcere doveva essere perquisito e quindi quella capsula di cianuro doveva essere trovata. Ma così non fu". Amen. T. M.

(25 settembre 2009)

Scandalo escort, Annozero insiste


Annozero non molla lo scandalo escort. Dopo le polemiche, gli attacchi del centrodestra e l'istruttoria sul programma di Michele Santoro annunciata dal viceministro Romani, domani sera sarà Patrizia D'Addario a raccontare la sua verità sulle feste di Palazzo Grazioli. Una presenza che secondo lo stesso Romani ribadisce la necessità di verificare se nella trasmissione "si faccia davvero servizio pubblico". E che provoca una prima defezione tra gli ospiti previsti: Flavia Perina, direttrice del Secolo d'Italia, vicina al presidente della Camera Gianfranco Fini, ha deciso di non partecipare più alla puntata.

Secondo quanto appreso da Repubblica.it la donna che per due volte fu nella residenza del premier, e che nella seconda occasione si fermò per la notte, interverrà in diretta. Non è stato ancora deciso se in collegamento video o in studio.

Romani: "E' servizio pubblico?". "La D'Addario in trasmissione domani ad Annozero? Non conosco il programma, comunque ci sarà il solito problema se un programma di questo tipo e con queste presenze è compatibile con il servizio pubblico Rai". Così si è espresso Paolo Romani, viceministro con delega alle Comunicazioni, al termine dell'audizione in commissione di Vigilanza.

Flavia Perina: "Non vado più". "Avevo dato la mia disponibilità di massima a partecipare alla puntata di domani di Annozero, che mi era stata presentata - dice Flavia Perina, direttore del Secolo d'Italia - come dedicata al "sistema Tarantini" e al rapporto tra il potere e le donne. Ma l'annuncio della presenza in studio della signora D'Addario mi ha costretto a declinare l'invito, con la convinzione che una trasmissione così congegnata rischi di risolversi nella ricerca di facili effetti scandalistici. Ho troppo rispetto per la politica, e per il tema della dignità della donna, per affidarla a un confronto di questo tipo".

(30 settembre 2009)

DA MAGALLI A PALAZZO CHIGI: MIRACOLO MARA


Dalla “Domenica del villaggio” in tv al ministero delle Pari opportunità passando per il Parlamento. La parabola di Mara Carfagna ha dell’incredibile e merita di essere raccontata partendo dall’inizio. Nasce a Salerno e dopo un diploma al liceo scientifico va a studiare a Roma. Nel 1997 la svolta della sua vita è la partecipazione a MIss Italia, si classifica sesta e agguanta la fascia di miss Cinema. La sua bellezza mediterranea la proietta nei giri romani che contano. Conosce Marco Carboni, figlio di Flavio, noto faccendiere coinvolto nel caso Calvi. Marco Carboni viene arrestato il 13 ottobre del 1999 e la sua fidanzata piange per il suo compagno, recluso a Regina Coeli. Allora gli fu molto vicina, anche se lui l’ha ricompensata, dopo la sua ascesa al ministero con una dichiarazione agrodolce: “per me è stata una storia importante ma Mara non cucinava bene”. Nel 2002, Carboni junior sarà assolto dalle accuse e comunque a quel punto la sua strada si era separata per sempre da quella di Mara. Grazie anche al suo ex (ora è fidanzata con il costruttore Marco Mezzaroma) comunque, la ragazza di Salerno era riuscita a entrare nel casting per la selezione della ragazza che doveva presentare uno spot in una trasmissione calcistica della RAI. Di lì a poco entra nell’orbita Mediaset.

E mentre Marco Carboni continua a frequentare strani giri (sarà arrestato nel 2006 ancora dal pm Woodcock per sfruttamento della prostituzione in una vicenda di escort dalla quale uscirà senza danni), lei decolla. Diventa conduttrice della trasmissione “La domenica del villaggio”, dal 1998 al 2003, con Davide Mengacci. Il rosso presentatore delle sagre nostrane, in un’intervista a “Il giornale” disegna un ritratto di lei degno di un notista politico: “ha esordito con me su Rete 4 mi diceva: ‘non so fare niente aiutami’ ... non ha mai, dico mai parlato di politica in 4 anni che ha lavorato con me. Ma nemmeno a livello di ‘piove governo ladro’”. Nel 2006 conduce il programma Piazza grande insieme a Giancarlo Magalli ed è pronta per il grande salto. Viene “nominata” in Parlamento, grazie alla legge che prevede le liste bloccate, e qualche giornale, prevalentemente straniero, rimette in circolazione quelle fotografie molto sexy pubblicate dalla rivista Max solo un anno prima.

Per fortuna il futuro ministro ha avuto la forza di dire no a Tinto Brass. Quando gli chiesero perché aveva rifiutato una parte in un film del re dell’erotismo, lei disse: «sono timida e credo in certi valori».

Nel gennaio del 2007, alla serata dei Telegatti, Silvio Berlusconi disse, riferendosi a lei: «Se non fossi già sposato, la sposerei immediatamente». Chissà oggi, venuta meno la condizione ostativa, cosa direbbe il Cavaliere. Comunque allora Veronica Lario si infuriò. Spedì una lettera aperta a “La Repubblica” e pretese pubbliche scuse dal marito.

Il suo nome tornò sui giornali quando circolarono in Parlamento e nelle redazioni dei giornali alcune trascrizioni di presunte intercettazioni sui suoi rapporti ravvicinati con il Cavaliere. Probabilmente si trattava di un falso messo in giro ad arte. Ora si fa il suo nome per la presidenza della Campania.

Camera, PD e UDC assenti salvano lo scudo di Tremonti



Luca Telese

30 settembre 2009

Ieri il Fatto domandava: “Ma il Pd dov'è?”. Ieri, puntuale, il Pd ha risposto: siamo momentaneamente assenti. Almeno fino al congresso. Purtroppo il Parlamento non si ferma: ieri si votava la pregiudiziale di incostituzionalità dell'Italia dei valori contro scudo fiscale (tutte le opposizioni si erano associate). Risultato: presenti 485, votanti 482, astenuti 3, maggioranza 242. Contro lo scudo 215, a favore 267. Traduzione: malgrado la ressa sui banchi del governo, Pdl e Lega sarebbero andati sotto (70 assenze su 329) e lo scudo sarebbe stato bocciato. Peccato che in aiuto del centrodestra sia arrivato il soccorso “rosa”. Quasi un deputato Pd su quattro era altrove (28% di assenze, 59 su 216). Quasi al completo i dipietristi (24 su 26). Più virtuosa del Pd è stata persino l'Udc (8 assenti, 29 al voto su 37). Bastavano 27 deputati di opposizione, quindi, per seppellire il mega-condono. Domani pubblicheremo i nomi degli assenteisti salvascudo. Ma quattro a caso ve li anticipiamo: Franceschini, Bersani e D'Alema. I veri leader.

Tutte le carte di Don Vito su Berlusconi


di Vincenzo Vasile

Le pagine che seguono sono state appena estromesse dal processo d’appello in corso contro Marcello Dell’Utri, perché la Corte di Palermo ha giudicato “confuse e contraddittorie” le dichiarazioni sul conto dello stesso senatore e su Berlusconi rese – nell’ambito di un’altra inchiesta - alla Procura di Palermo da Massimo Ciancimino, il figlio di Vito, ex-sindaco mafioso, che nel 2002 si portò nella tomba molti segreti su stragi e trattative. Il rampollo quarantacinquenne di don Vito comparve il 30 giugno e il primo luglio scorso, accompagnato dai suoi legali, davanti ai pm della Dda di Palermo, Antonino Ingroia e Antonino Di Matteo. Si impappinò, chiese tempo per consultare gli avvocati. Ma poi ritrattò alcune mezze bugie e omissioni, che aveva inanellato nella prima fase, e fornì infine una sua lucida ricostruzione, che forma un affresco inquietante dei mesi dal 1991 al 1993, la fase delle bombe, dei massacri e dei negoziati occulti. Apprensione che pesa su Ciancimino jr.: se ha cincischiato, è perché – così spiega ai magistrati – “se dobbiamo parlare di questo argomento, io ho tanta paura”. Questo fatto mi fa molta paura, perché” si riferisce “al periodo stragista di mio padre”, e perché “è un discorso cento volte più grande di me”. “Ho un terrore folle”.

Il primo shock avviene ad apertura di interrogatorio, il 30 giugno. I magistrati mostrano all’”imputato di reato connesso”, Massimo Ciancimino, un documento che è stato sequestrato qualche tempo fa presso un magazzino della sua azienda di divani. E’ la metà di un foglio formato A4, sembrerebbe la seconda metà di un manoscritto vergato su un block notes. C’è scritto: “Posizione politica. Intendo portare il mio contributo che non sarà di poco, perché questo triste evento non ne abbia a verificarsi. Sono convinto che questo evento, onorevole Berlusconi, vorrà mettere a disposizione una delle sue rete televisive”. E’ la seconda metà di uno scritto, come mai? E l’ha mai visto prima il giovane Ciancimino? Di chi è la grafia? Qualcuno deve avere strappato il primo foglio, certo che l’ho già visto nella sua versione integrale – risponde Ciancimino- l’abbiamo conservato insieme a mio padre scollando un foglio nella controcopertina di un volume della Treccani nella casa di via san Sebastianello a Roma, sì l’ha scritto mio padre quel testo, chissà, nel 1999…

Dopo un’ora di interrogatorio Massimo Ciancimino chiede un rinvio all’indomani, promette di portare altre carte, e di spiegare meglio come mai in quell’appunto si parli di un “triste evento”, che sembra essere la minaccia di Cosa Nostra di sequestrare un figlio di Berlusconi. Ma le date non quadrano, particolari non combaciano. Solo l’indomani Ciancimino spiega di essere stato “impaurito” il giorno prima, non solo dalla stranezza di un documento trovato monco, ma perché era “convinto che questo documento non venisse mai fuori: mi avete trovato non solo impreparato, più che altro impaurito, difatti come avete notato all’inizio ho addirittura detto che era la grafia di mio padre….”. Macché, non è né la grafia, né la prosa di Ciancimino, che non faceva errori di sintassi e grammatica. Si tratta di un “pizzino” di Bernardo Provenzano, che qualificandosi come il “signor Lo Verde” usava durante la latitanza il suo compaesano corleonese come mediatore in un complesso giro. Il pizzino sui “tristi eventi” fa parte di un gruppo di almeno tre lettere: la prima che risale al 1991-1992, è precedente alla redazione del famoso “papello” con cui Riina pretendeva la fine del carcere duro e misure draconiane contro i pentiti, fu ritirata a San Vito Lo Capo, in provincia di Trapani, ”una busta chiusa, non incollata”, nella villa di un braccio destro di Provenzano, Vito Lipari; un’altra in un’auto parcheggiata sotto lo studio di un medico e affidatagli personalmente da Provenzano; e una terza assieme a un pacco con 50 milioni, che Massimo poi distribuì ai fratelli. La lettera esibita dai pm durante l’interrogatorio dovrebbe essere, appunto, la terza. E’ indirizzata a Ciancimino sr, che in quel momento si trova in carcere, le altre due sono per il “dottor Marcello Dell’Utri”. Perché Ciancimino veniva interpellato così spesso, sebbene agli arresti domiciliari e poi in carcere? “Per dare un parere”. Ciancimino era contrario a dar seguito alle minacce: sia le avvisaglie di stragi, sia la sfida dell’eliminazione del figlio del Cavaliere. “Io chiedevo a mio padre: perché? Che c’entra il figlio?”, e papà conveniva che era meglio “toccargli il polso, tastarici u pusu” a Berlusconi, e in genere “alle persone”. “Nel senso di scuoterle”, cioè esercitare pressioni. Ma non passare al “braccio forte”. “Si preoccupava di non passare mai alla seconda fase”. “Mio padre era per la non attuazione delle minacce”, sebbene “il soggetto fosse irriconoscente” per certi favori, “certi vantaggi avuti, certe robe varie” che aveva ricevuto e non aveva ricambiato. Quale “soggetto”? Il dottor Berlusconi. Poi il padre si confida con Massimo: “era non dico rassegnato”, aveva un progetto per recuperare “un patrimonio elettorale che si stava disperdendo”, era come un “idealista”. Ma si sentì scaricato, proprio lui che “voleva essere l’uomo della chiusura, come il salvatore, che doveva siglare un nuovo patto”.

La Carfagna e quello strano sconto sulla casa a Fontana di Trevi


di Marco Lillo

Mara Carfagna ha comprato uno splendido appartamento a due passi da Fontana di Trevi. Da quando si è sparsa la voce, soprattutto tra i colleghi del Pdl, fioriscono i pettegolezzi. “Il fatto quotidiano” è andato a verificare carte alla mano cosa c’è di vero. Scoprendo che Mara Carfagna ha comprato effettivamente un appartamento che sul mercato vale molto di più del prezzo dichiarato nel suo atto. Una strana vendita a un prezzo sottocosto rispetto a quello pagato per l’acquisto e inferiore a quello offerto, anni prima, da altri potenziali acquirenti. Ma partiamo dal Catasto. Dalle visure risulta che Mara Carfagna ha acquistato un appartamento di 7,5 vani a pochi metri dal suo ufficio al ministero. Si tratta di un quinto piano in un palazzo nobile, con affaccio su via della Stamperia, vicino al Quirinale che fino al 2001 era di proprietà di una società di Berlusconi, la Edilnord.

Il Cavaliere però non c’entra. Il ministro più apprezzato da Silvio ha comprato molti anni dopo la vendita da parte delfratello del premier, Paolo Berlusconi. L’appartamento misura circa 160 metri quadrati e fa parte di uno stabile che rappresentava uno dei gioielli del portafoglio Edilnord, venduto alla Pirelli di Tronchetti Provera, nel 2001. La Pirelli, a sua volta, lo conferì in una società del gruppo Aedes (la Dixia Spa) nella quale ottenne una quota di minoranza. Dixia nel 2005 mette in vendita lo stabile a un buon prezzo. Una società immobiliare salernitana con buoni agganci a Roma si accaparra due appartamenti. Si chiama Promozione e Sviluppo ed è controllata da un avvocato, Mario Santocchio, che è stato candidato al consiglio regionale campano con Forza Italia nel 2000 e che oggi è assessore del Pdl nel comune di Scafati. Santocchio compra nel dicembre del 2005 e sgancia 1 milione e 728 mila euro per due case: l’appartamento che poi sarà del ministro Carfagna e un altro più piccolo, che si trova al civico accanto. Nell’atto i prezzi sono distinti chiaramente. La futura casa di Mara Carfagna costa un milione e 92 mila euro: 910 mila euro più Iva.

Santocchio compra bene e realizza subito. Sul portone appare il cartello vendesi. Si fanno avanti i compratori. Il primo è Luciano Onder, il giornalista della RAI che conduce le trasmissioni più autorevoli in campo sanitario racconta: “Tentai di comprare perché era molto bello: tre grandi stanze affacciate su via della Stamperia, verso il Quirinale, altre due sul cortile. Era luminoso, anche se le stanze erano sghembe e bisognava eseguire una profonda ristrutturazione”, ricorda Onder, “trattavamo sul prezzo quando a un certo punto il venditore mi disse che si era presentato un magistrato che offriva di più e avrebbe comprato a 1 milione e 100 mila”. “Il Fatto Quotidiano” ha rintracciato il magistrato. Si è occupato di indagini di mafia e vive sotto scorta e chiede l’anonimato. A “Il Fatto Quotidiano” racconta: “Sì ho visto quell’appartamento con mia moglie. Abbiamo trattato a lungo ma non siamo riusciti a comprarlo. Avevamo offerto 1 milione e 200 mila euro ed eravamo disposti a salire ancora ma ci hanno detto che avrebbero venduto a un’altra persona a 1 milione e 320 mila euro. Eravamo nell’ultimo scorcio del 2006”.

Poco dopo, il 15 dicembre del 2006 Santocchio vende a una famiglia di gioiellieri salernitani, i Troncone. Nell’atto i contraenti indicano un prezzo più basso, molto più basso di quello trattato dal magistrato e da Onder. Addirittura più basso di quello d’acquisto. Santocchio vende a 850 mila più Iva quello che aveva comprato a 910 mila più Iva. “L’appartamento non era in ottime condizioni e accettai di vendere a un prezzo più basso”, dice Santocchio oggi, negando i ricordi di Onder e del pm: “Non hanno documenti per riscontrare le loro parole. Se avessi avuto un’offerta a 1,2 milioni avrei venduto. Il prezzo è quello dichiarato”. Passano ancora due anni e l’appartamento torna in vendita. Sul mercato vale almeno un milione e mezzo. Santocchio propone l’affare a Mara Carfagna, che conosce, essendo sua concittadina e compagna di partito.

Nel palazzo si dice che l’appartamento era in vendita a 1 milione e 700 mila euro, prima che lo comprasse il ministro. Se avesse davvero sborsato quella cifra, la mannaia dell’aliquota del venti per cento avrebbe portato via ai Troncone un quinto del guadagno: 150 mila euro di tasse. Ma non è andata così. La famiglia Troncone di Salerno si è accontentata di 930 mila euro. Molto meno di quello che avrebbero pagato volentieri il giornalista e il pm due anni prima. il 18 febbraio 2009 davanti al notaio D’Aquino, il padre del ministro, Salvatore Carfagna, e il padre della venditrice, Aniello Troncone, dichiarano che il prezzo di vendita è 930 mila. Circa 450 mila euro sono pagati accollandosi il mutuo a tasso fisso, (per una rata di circa 4 mila euro al mese) mentre il resto è versato mediante assegni tratti sulla Banca della Campana. Dove ha preso i soldi il ministro? Circa 200 mila euro vengono dalla vendita di un monolocale che aveva comprato a Roma quando era un’attrice alle prime armi. Escludendo i 450 mila euro del mutuo, e considerando i 200 mila euro che presumibilmente serviranno per la ristrutturazione, Mara Carfagna ha avuto a disposizione circa mezzo milione cash.

Non c’è da stupirsi troppo. Mara Carfagna è parlamentare dal 2006. Il suo stipendio lordo supera i 140 mila euro e quello netto ammonta a 90 mila euro circa. Mentre, quando era una stellina dello spettacolo, almeno stando alla dichiarazione presentata nel 2005, guadagnava poco di più. Il mezzo milione che sembra una cifra notevole ai comuni mortali, per lei non è una somma irraggiungibile. Cosa diversa sarebbe stata se avesse pagato davvero 1 milione e settecento mila euro. In quel caso, mancherebbe un milione di euro all’appello. Alla fine, insomma, la domanda che rimane sul tavolo è questa: il prezzo dichiarato nell’atto, 930 mila euro, è quello reale di acquisto? A “Il Fatto Quotidiano” il ministro replica: “Si è occupato di tutto mio padre. Non conosco i dettagli di quella compravendita. Ma certamente sarà stato fatto tutto nella legalità e nella trasparenza”.

Al termine di questa inchiesta si possono formulare tre ipotesi.

La prima è che il venditore non sopporta le toghe e i giornalisti e ha preferito vendere sotto costo a un ministro.

La seconda è che la crisi si sia abbattuta con forza solo sul quinto piano del palazzo in questione, risparmiando il resto del centro di Roma.

L’ultima spiegazione, che però riportiamo solo come ipotesi di scuola, quasi per assurdo, è che il ministro, o meglio il padre, abbia dichiarato un prezzo di vendita simile a quello di acquisto e diverso a quello reale solo per evitare al venditore di pagare le tasse sulla plusvalenza.

MA LE CAPITE LE BATTUTE?


di Marco Travaglio

Ormai se ne vedono e sentono tali e tante che è diventato impossibile distinguere gli scherzi dalla realtà, le battute dalla cronaca, le cose serie dalle scemate.

L'altro giorno, presentando in conferenza stampa la nuova edizione di “Striscia la notizia”, Antonio Ricci esibisce alcuni fotomontaggi, uno dei quali ritrae il direttore di Repubblica fra due escort. E' un tentativo, magari sgangherato, di prendere per i fondelli i dossier del Giornale e di Libero contro i direttori “nemici” del Capo (prima Dino Boffo, poi Ezio Mauro).

Qualche giorno dopo Libero, con la consueta eleganza, pubblica una gigantografia del fotomontaggio senza spiegarne il movente burlesco, anche perchè la satira era contro Libero e Il Giornale.

Un eccesso di zelo porta la Repubblica e addirittura El Pais a prendere la cosa terribilmente sul serio: la tv del premier ha fabbricato un falso per dimostrare che il direttore di Repubblica frequenta le escort.

Seguono fior di interrogazioni parlamentari dell'inflessibile Pd.

Lo stesso sta accadendo a proposito del velinismo, che qualcuno attribuisce a Ricci in quanto autore di Drive In e poi di Striscia.

In realtà, com'è noto, le veline ricciane sono la parodia di un fenomeno di teleprostituzione inventato da altri, vedi lo sconcio di Miss Italia e dei reality, per non parlare delle pornopubblicità sui giornali patinati.

“Ora accuseranno Molière di aver inventato l'avarizia”, scherzava l'altra sera Ezio Greggio.

Nelle stesse ore alcuni pensosi commentatori si rigiravano fra le mani il bieco articolo del sottoscritto sul Fatto di domenica, “Resistenza, siamo al completo”, e quello simile di Alessandro Robecchi sul manifesto.

Il senso dei due pezzi era chiaramente scherzoso: davanti alla marea montante dei voltagabbana che, fiutata l'aria che tira, stanno scaricando il povero Al Tappone, si avvertivano i naviganti che le iscrizioni alla Resistenza sono chiuse, siamo al completo, astenersi perditempo e convertìti last minute. La via di Damasco è momentaneamente interrotta, causa sovraffollamento.

Apriti cielo.

Mario Cervi - di cui Montanelli diceva che “quando fa il compitino non prende mai meno di 6, ma mai più del 6” - si produce in un'articolessa sul Giornale per difendere i sacri valori della Resistenza gravemente lesionati dal mio pezzullo (e chissà l'entusiasmo di Feltri, che esibisce sulla scrivania un busto bronzeo del Duce). “C'è qualcosa di intimidatorio – sbrodola il Cervi col ditino alzato - nel tono di Travaglio. I puri e duri si sono sempre opposti alla contaminazione delle loro file. La resistenza de noantri sporge il petto in fuori, gli eletti ritengono di essere eroici e intrepidi...” e conclude con un sapido: “guarda un po' dove va a rifugiarsi il marxismo...”. Il marxismo? Intimidatorio? I puri e duri? Il petto in fuori? ‘A Mario, stavo scherzando, la Resistenza era una battuta, possibile che ti si debbano spiegare pure le barzellette, come ai carabinieri?

Sul Corriere, Pigi Cerchiobattista in Montezemolo si scaglia contro “le sentinelle della purezza bipolare”, che “vigilano come se ogni critica fosse tradimento”, “inscenano processi alle intenzioni”, “chiedono di esibire i passaporti politici per controllare chi si muove e dove vuole andare” e giù duecento righe a base di “guardiani della frontiera”, “ansia di purificazione, concezione militaresca del bipolarismo, profluvio di sospetti, monito preventivo, spirito da caserma, democrazie mature”. ‘A Pigi, stavamo a scherza'! Tranquillo, era una burla, il tuo Luchino non te lo tocca nessuno.

martedì 29 settembre 2009

I FINIANI CON SANTORO CONTRO SCAJOLA


di Carlo Tecce

“Altri cento, mille Michele Santoro”.

Professore Alessandro Campi, può ripetere? “Siamo in democrazia o no, il Pdl si riconosce in questi principi? Un partito e un governo che s’ispira alla libertà non può promuovere iniziative censorie ai danni della Rai. Non si può rinnegare un’identità e anche una retorica politica attaccando un’azienda pubblica, un suo programma e un professionista come Santoro”.

Campi è direttore scientifico della fondazione ‘Farefuturo’, il laboratorio di Gianfranco Fini e il ritrovo sicuro dei suoi collaboratori più fidati. Sono i diversamente berlusconiani del Pdl. Quelli che non seguono il ministro Claudio Scajola, ma che invitano a pagare il canone e a rispettare Annozero. Sono i finiani, alcuni e non tutti gli ex di Alleanza Nazionale confluiti nel partito del predellino: “Non capisco e non condivido la battaglia del ministro Scajola, non si può - prosegue Campi - intervenire per tappare la bocca agli altri. Un nuovo partito come il Pdl, che riunisce più culture e aspira al 51%, deve coltivare la diversità e proteggere la pluralità”.

I vertici Rai sono convocati, dovranno spiegare e semmai scusarsi: “Ma di cosa? Conosciamo le posizioni di Santoro, possiamo non condividerle, ma non per questo dobbiamo lottare per rimuoverlo. Anzi, che nascano e crescano altri mille Santoro, di destra e di sinistra, giornalisti che garantiscono le necessarie differenze in democrazia. Queste di Scajola mi sembrano campagne sballate, crociate inutili, qualcosa che danneggia e non aiuta il Pdl. Dovremmo chiederci perché, in quindici anni tra elezioni vinte e governo, non siamo riusciti a creare un’alternativa culturale alla sinistra. Perché non ci sono San-toro di destra?”.

Campi domanda e risponde a se stesso, anche se l’aria che tira consiglierebbe di tacere: “Se esprimo un pensiero si fa riferimento a Fini, questo è sbagliato e strumentale. Non volevo commentare la sortita di Scajola, ma ‘Farefuturo’ vuole contribuire alla costruzione di un partito moderno e veramente libero. Non possiamo fare i distratti: non si può professare la libertà e poi negarla alla Rai. Altrimenti il Pdl non ha senso”.

I malumori dei finiani sono stipati dentro, ma sono talmente numerosi e frequenti che, sommando contrasti a contrasti, si finisce per sbottare.

Se ci sono dubbi, basta leggere quel che ha scritto e quel che scriverà il Secolo d’Italia diretto dal deputato Flavia Perina.

Titolo a pagina tre di sabato scorso: “Santoro premiato dallo share. Record assoluto”. Fabio Granata ha firmato una contestata proposta di legge e adesso invoca democrazia, per la Rai e per il suo partito: “Mi hanno detto che la cittadinanza agli stranieri, dopo cinque anni di residenza, non rientra nel programma: benissimo, io vado avanti. Non ci hanno avvisato sullo scudo fiscale e sull’offensiva contro Annozero. Vogliono che accettiamo senza discutere, questa non è democrazia”.

E’ presto spiegato chi vuole cosa e perché: “L’iniziativa di Scajola mi sembra esagerata e la procedura estremamente inusuale. Il governo non può abusare del suo potere per cancellare una trasmissione sgradita. C’è troppa gente nel Pdl che sgomita per sembrare più realista del re. Possiamo criticare Santoro, però non possiamo cacciarlo. In una situazione delicata come questa, quando si protesta per la libertà di informazione, non si possono avere atteggiamenti censori. Ancora non ho capito chi e per quale motivo ha suggerito a Berlusconi di azzerare i palinsesti Rai per favorire Porta a Porta, sono comportamenti masochisti e preoccupanti”.

La fusione, lo statuto, il congresso: caramelline, gli ex An sono in agitazione. “Noi abbiamo altre sensibilità, altre storie, non possiamo nascondere i dissidi con alcuni colleghi del Pdl. Per noi la libertà d’informazione è intoccabile. Siamo stati anni all’opposizione e sappiamo quanto sia violenta l’emarginazione televisiva”.

Chissà se le opposte visioni provocheranno scissioni o diaspore nel Pdl. Nel frattempo Angela Napoli, membro della Commissione antimafia, dichiara la sua indipendenza: “Per il momento non lascio il partito. Il Pdl è da rivedere: in Calabria tra i 56 dirigenti non ho alcun referente, non hanno accettato le mie indicazioni, in compenso hanno accettato gente riciclata e indagata”.

"Ho esagerato, ma era un comizio". Il Cavaliere irritato dal Quirinale


di CARMELO LOPAPA


"Mi sono lasciato prendere la mano, dal clima del comizio. Posso aver commesso una leggerezza, avrei dovuto specificare che mi riferivo alla sinistra extraparlamentare. Però quei fatti che ho denunciato erano veri, ero in assoluta buona fede. Ad ogni modo, vedete? Il Quirinale non me ne lascia passare una, pronto a intervenire alla prima occasione".

Scuote la testa il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, quando ad Arcore viene scosso dalla nota ufficiale con cui il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano
risponde a tamburo battente all'appello al "ripristino della verità" che gli aveva rivolto l'opposizione, Casini in testa.

Rimbomba ancora
l'eco dei tre "vergogna" urlati da Berlusconi contro la minoranza dal palco del comizio di Milano. Ciò non toglie che il richiamo pur generico della Presidenza della Repubblica ha irritato non poco il premier. In effetti, il clima è quello che è. E non ha contribuito a rasserenarlo una campagna come quella lanciata dieci giorni fa dal quotidiano filo berlusconiano "Libero" proprio contro il capo dello Stato subito dopo la morte dei sei parà in Afghanistan. Allora il giornale di Belpietro non aveva esitato ad accusare il Quirinale di aver rinviato di alcune ore il rientro delle salme in Italia per poter consentire a Napolitano di tornare in tempo dalla missione in Giappone. Episodio poi smentito dai capi di Stato maggiore. Ma tant'è.

La parola d'ordine del Cavaliere tuttavia è evitare lo scontro frontale. Tenere un profilo basso, evitare di alzare i toni. Impedire che si ritorni al clima da "guerra fredda" che si era instaurato tra Palazzo Chigi e Quirinale ai tempi del caso Eluana. Il capo del governo non intende inasprire i rapporti per un paio di motivi, assai concreti. Il primo ha a che fare con lo scudo fiscale in via di approvazione alla Camera. Berlusconi e Tremonti sanno bene che il testo non coincide completamente nelle parti essenziali con quello che era stato sottoposto al vaglio del Quirinale nel luglio scorso.

Il secondo timore è legato invece al passaggio cruciale che attende il premier a partire dal 6 ottobre: l'esame di costituzionalità sul lodo Alfano in Consulta. "La tensione c'è, stiamo vivendo una sorta di lungo, nervosissimo prepartita - racconta un dirigente pidiellino dell'inner circle berlusconiano - nulla è deciso ma non c'è grande ottimismo, cautela, piuttosto".

E in questo contesto già abbastanza problematico resta irrisolto il nodo dei rapporti tra il presidente del Consiglio e quello della Camera, Gianfranco Fini. L'ennesima, plateale bocciatura - in ultimo dal palco di Milano - del progetto finiano di cittadinanza rapida agli immigrati, ha rafforzato nella terza carica dello Stato il convincimento che anche il "patto della Camilluccia", il pranzo chiarificatore a casa Letta, sia da intendersi archiviato. "Non gli ribatto colpo su colpo. Ma è evidente che, alla prova dei fatti, Silvio perde sempre l'occasione di dar seguito ai buoni propositi" confidava ieri l'inquilino di Montecitorio ai deputati più fidati.

D'altronde, la tenuta complessiva del Pdl continua a risentire delle fibrillazioni. Accade così che il seminario sul Sud organizzato dai gruppi parlamentari a Napoli venga disertato dai tre coordinatori Bondi, La Russa e Verdini. "Avevamo inserito i loro nomi pur sapendo dell'assenza per altri impegni, condividono comunque le nostre istanze" minimizza Gaetano Quagliariello. Assenze non casuali, in realtà, raccontano altri. L'appuntamento meridionalista e in salsa "anti-Lega", aveva tra gli obiettivi quello di piantare una prima bandierina in favore della candidatura a governatore di Mara Carfagna, ministro e big sponsor dell'evento. "Peccato - sussurra un ministro campano del Pdl - che Verdini abbia già garantito la candidatura al coordinatore regionale Nicola Cosentino".

Oggi il premier festeggia i 73 anni andando prima in Abruzzo e poi cenando coi parlamentari del Pdl. Un paio di battute e tutti torneranno a sorridere. Almeno per stasera.

(29 settembre 2009)

Annozero, Zavoli convoca Romani


La commissione di Vigilanza convocherà in questa settimana il viceministro alle Comunicazioni, Paolo Romani. Lui che aveva annunciato l'intenzione dell'esecutivo di aprire un procedimento contro Annozero. Una convocazione che arriva prima dell'8 ottobre, quando i vertici Rai saranno dal ministro per le Attività Produttive, Claudio Scajola. Da cui era partito un durissimo attacco verso la trasmissione di Michele Santoro.

"Il governo ha piena facoltà di chiedere alla Rai cosa è successo sulla base del combinato disposto del Contratto di servizio, del Testo unico e del Codice etico" spiega Romani al termine dell'incontro, odierno, con il presidente della Commissione di Vigilanza Rai Sergio Zavoli.

Al presidente Romani ha riassunto così le intenzioni del governo. A partire dalla segnalzione all'Agcom, a cui toccherà decidere le eventuali sanzioni. "Non abbiamo poteri di sanzione, possiamo solo essere di impulso. Né siamo mossi da intenti censori" ammette Romani. Che, però , precisa: "Nel parere dell'Agcom al direttore generale Masi sulla questione Travaglio c'è scritto che l'Autorità è in grado di irrorare una sanzione pecuniaria, fino al 3 per cento del fatturato, senza ulteriori diffide". In sostanza, "basta l'errore" perché l'Agcom proceda, e "c'è quindi un rischio di sanzione molto forte".

Nuovo contratto di servizio. Romani ha anche ricordato che il nuovo contratto di servizio della Rai sarà pronto "a giorni". Il viceministro ha escluso che in questo ambito ci sia "l'intenzione di attribuire al governo poteri censori" anche perché, ha spiegato, "non si può, il contratto non attiene ad essi, per i quali c'è già la legge che stabilisce i poteri''.

Canone Rai. L'altro fronte della polemica è la campagna per l'abolizione del canone rai portato avanti dal Giornale e dalla Lega. "Sono nettamente contrario a questa campagna contro il canone di abbonamento televisivo - ha detto Romani - Però è chiaro che non possiamo dimenticare le reazioni indignate ci tanti italiani in questi giorni".

Ma dopo i titoli a tutta pagina dei giorni scorsi, con il fac-simile dei moduli per disdire l'abbonamento, oggi il quotidiano diretto da Vittorio Feltri titola 'Il Giornale terrorizza la Rai' e sottolinea di aver ricevuto "migliaia di adesioni in redazione, telefonate, mail, fax, lettere di sostegno e tantissime richieste d'aiuto" mette a disposizione dei lettori un nuovo canale per aderire alla battaglia per l'abolizione "della tassa più odiata degli italiani": un indirizzo e-mail nato appositamente per chi vuole sostenere, anche attraverso la Rete, la battaglia del quotidiano.

Ma il direttore dell'Agenzia delle entrate, Attilio Befera, stamane ha ricordato che chi non paga il canone Rai deve essere considerato evasore fiscale. A margine del convegno sui paradisi fiscali, alla domanda esplicita dei giornalisti se debbano essere considerati evasori coloro che non pagano il canone, Befera ha risposto: "Si, è un'imposta".

Manifestazione Idv. Un bavaglio bianco davanti alla bocca e cartelli e bandiere alzate al grido di "Liberate la Rai". Così l'Italia dei valori ha portato la sua protesta davanti alle sede della Commissione di Vigilanza Rai dove si stava svolgendo l'ufficio di presidenza. "Abbiamo presentato una risoluzione alla Vigilanza - spiega il senatore Idv e componente della Vigilanza Pancho Pardi - per chiedere che il vertice Rai si sottragga ad ogni illegittimo controllo del Ministero dello sviluppo economico sui contenuti della programmazione e provvedendo invece a riferire in materia al solo organo competente ovvero alla Commissione di Vigilanza".

(29 settembre 2009)

Times: "Centrodestra razzista e machista"


ENRICO FRANCESCHINI

Definire per la seconda volta Barack Obama come un leader "abbronzato", e aggiungerci per l'occasione che è "abbronzata" anche sua moglie, la first-lady Michelle, deve sembrare una brillante spiritosaggine a Silvio Berlusconi, ed evidentemente anche agli attivisti del Popolo della Libertà che si sono sganasciati dalle risate a sentirglielo dire nei giorni scorsi al ritorno dal summit del G20 di Pittsburgh. Ma per il Times di Londra l'abitudine del premier italiano a fare battute controverse, o a pronunciare gaffe col sorriso sulle labbra, rivela un atteggiamento più grave e preoccupante. In un breve, duro editoriale, il quotidiano britannico afferma che nella coalizione di centro-destra c'è "una traccia di razzismo e xenofobia", oltre che di complicità maschile nell'accettare il dongiovannismo di un leader che si vanta di promuovere il valore della famiglia. E "insultare Michelle Obama" potrebbe rivelarsi un passo troppo lungo per lui, scrive il Times.

La settimana prossima la Corte Costituzionale deciderà se la legge che "egli ha fatto approvare per ottenere l'immunità giudiziaria" è valida, osserva l'editoriale. Se la legge verrà cancellata, scoppierà "un pandemonio" e Berlusconi "potrebbe indire elezioni anticipate, fiducioso di essere riconfermato" a furor di popolo. "Ma coloro che all'interno del centro-destra temono che il suo comportamento arrogante danneggi la reputazione dell'Italia nel mondo e metta in pericolo la sua democrazia interna, potrebbero avere un'altra opinione". Un'allusione alla possibilità che i suoi stessi alleati, in caso di un verdetto contrario alla legge da parte della Corte Costituzionale, gli si rivoltino contro.

L'editoriale del Times, firmato da Richard Owen, è accompagnato da una corrispondenza di Lucy Bannerman sulla battuta sulla first-lady. Titolo: "Nel caso che qualcuno non l'avesse sentita la prima volta, Berlusconi ripete la gaffe sugli Obama abbronzati". Sullo stesso tema ci sono stamani articoli anche sul Daily Telegraph, su El Mundo, in prima pagina sull'autorevole quotidiano americano Christian Science Monitor e su svariati altri giornali stranieri.

Un altro argomento seguito dalla stampa internazionale è la campagna lanciata da "giornali di famiglia" di Berlusconi, come Il Giornale e Libero, per esortare gli italiani a non pagare più il canone di abbonamento alla Rai, per protesta contro la trasmissione "Annozero". Un'iniziativa presa, scrive il Guardian di Londra, per "punire un programma che ha trasmesso un'intervista con una escort che ha detto di avere passato la notte con il primo ministro".

Australia. Patrizia D'Addario, la escort in questione, è stata intervistata anche dalla Australian Broadcasting Corporation, la principale rete televisiva australiana, alla quale ha ripetuto la sua versione degli eventi: "Per Berlusconi, i party erano una maniera di incontrare ragazze. Per le ragazze, era chiaro che si trattava di un'opportunità, una facile strada sulla scala verso il successo".

Francia. Tra gli altri articoli sul caso Berlusconi, oggi c'è anche una lettera dell'ambasciatore italiano a Parigi al quotidiano francese Libération: il diplomatico definisce "insulti" e "calunnie" un servizio pubblicato nei giorni scorsi sullo scandalo attorno al premier da Libération.

Russia. La copertina e un'ampia inchiesta sulla vicenda escort, seguita da un'intervista al direttore di Repubblica Ezio Mauro, sul settimanale russo Ogoniok. Il titolo è "Il bulletto delle donne". E così il giornale russo introduce la vicenda: "La libertà di stampa e il coinvolgimento dei giornalisti per essa e per se stessi non è solo un problema italiano ma in Italia, nello scontro tra il primo ministro Berlusconi e il quotidiano La Repubblica tutto è più teatrale, più sessuale, più coinvolgente per il pubblico. Chi vincerà: il potere senza principi o i principi senza potere?".

(29 settembre 2009)

"Parla con me" a rischio censura per la fiction su Palazzo Grazioli


A qualcuno non piace "Lost in wc". E "Parla con me" di Serena Dandini, in programma stasera, torna a rischio. Il piatto forte del talkshow serale di Rai 3 è una fiction satirica, che parla di due ragazze che restano chiuse nel bagno di un Palazzo del potere, presumibilmente Palazzo Grazioli.

E da questa mattina sono sempre più insistenti in Rai le voci di una cancellazione di una parte del programma stesso. Per la Dandini si tratta solo di voci, "vedremo nel pomeriggio".

E nel pomeriggio arrivano le parole del viceministro con delega alle Comunicazioni Paolo Romani, che non lasciano presagire nulla di buono per il programma.

"Cosa c'entra il WC con il servizio pubblico? Mi chiedo se sono queste cose ad appartenere al servizio pubblico della Rai", si chiede Romani, riferendosi alla striscia quotidiana che dal martedì al venerdì racconta di quelle due ragazze rinchiuse nella toilette 'dorata' di un palazzo dove è in corso una festa alla quale avrebbero voluto partecipare, e non a caso vi si erano preparate con un abbigliamento tutto particolare, con abiti attillati.

Nella sit-com si fa riferimento a escort e altro ancora che rimanda all'attualità e al gossip, e la puntata si chiude - come si è visto ieri nell'anteprima durante la conferenza stampa di presentazione a viale Mazzini - con l'immagine di Palazzo Grazioli, che sarebbe quindi il luogo dove c'è quella toilette. Con quelle due ragazze dall'accento barese.

(29 settembre 2009)

E' scontro sulla giustizia. Alfano all'Anm: "Esagerata"


"Le affermazioni sopra le righe riducono ulteriormente il prestigio dello Stato". E' infuriato il vicepresidente del Csm Nicola Mancino per le accuse pronunciate da Renato Brunetta. Il ministro della Pubblica aministrazione ha definito il "sindacato delle toghe" un "mostro" e annunciato controlli più stringenti sulla produttività dei giudici "che si sono montati la testa". Così non va, dice Mancino. "Serve un confronto costruttivo e non la violenza verbale", avverte il numero due del Consiglio superiore della magistratura. "Le affermazioni sopra le righe - prosegue Mancino - possono solo ridurre ulteriormente il prestigio dello Stato, bene che va difeso soprattutto quando si hanno responsabilità politiche ed istituzionali".

Anm: "Il ministro non sa di cosa parla". A Brunetta replica duro anche il presidente dell'Associazione nazionale magistrati Luca Palamara: "Brunetta non sa di cosa parla. Ma se è stato proprio il governo, l'anno scorso, a tagliare drasticamente gli organici del personale degli uffici giudiziari. E sempre il governo ha chiesto ai magistrati di non fissare udienze pomeridiane per l'impossibilità di assicurare lo straordinario al personale di cancelleria. Le leggi che sembrano fatte al solo scopo di impedire la celebrazione dei processi" sono un'ulteriore causa della "crisi gravissima del sistema giudiziario".

Alfano: "Anm esagerata". Parole che suscitano la risposta del ministro della giustizia Angelino Alfano: "La reazione dell'Anm alministro Brunetta mi è sembrata esageratamente forte. Soprattutto - ha proseguito - laddove fa riferimento a leggi che bloccano i processi. Abbiamo fatto leggi come la riforma del processo civile, leggi antimafia che hanno avuto largo consenso di opinione pubblica, forte consenso del Parlamento e largo consenso dell'Anm".

Brunetta: "Anm è un mostro". Il botta e risposta tra Anm e Brunetta era iniziato già ieri alla presentazione del libro di Stefano Livadiotti "Magistrati. L'ultracasta" a cui era stato invitato oltre al ministro anche il vicepresidente dall'Associazione Gioacchino Natoli. "Anm è un mostro" aveva detto il ministro Brunetta. "Penso ad un badge che controlli le presenze e la produttività dei magistrati: sono servitori dello Stato come tutti gli altri. Al Tribunale di Roma mi hanno detto che alle 14 non c'è più nessuno".

"Colpa del governo". "Questo succede perché un suo collega di governo ha tagliato gli stanziamenti per gli straordinari", aveva ribattuto Natoli. "Lei dice cose non vere", fu la replica secca del ministro Brunetta. "L'Anm determina, al netto dei membri laici, la composizione dell'organo di governo autonomo che è il Csm", aveva continuato Brunetta. "Tutti i problemi legati all'autonomia della magistratura vengono determinati per via sindacale".

"Il ministro non conosce la realtà". Ma Anm non abbassa la guardia e ribatte con puntiglio alle parole del ministro: "La situazione di inefficienza - spiega il presidente dell'Anm di Roma e del Lazio Paolo Auriemma - è dovuta alla consistente carenza di mezzi, alla riduzione progressiva del personale amministrativo e alla presenza di leggi farraginose e confuse. Le espressioni del ministro - conclude Auriemma - mostrano quanto sia lontana dalla realtà la conoscenza da parte di alcuni esponenti politici della situazione esistente".

(29 settembre 2009)

Pd, scontro sulla "gestione collegiale"


E' di nuovo scontro aperto ai vertici del Pd. Stavolta, a provocare polemiche, sono le parole di Filippo Penati, coordinatore della mozione Bersani, che di fatto delegittimano l'attuale segretario del Pd: visto che i due terzi del partito sono a favore dello stesso Bersani - questo il succo della sua dichiarazione - è necessaria una "gestione collegiale".

Una presa di posizione che decisamente irrita Franceschini. Il quale sconvoca la segreteria prevista per domani. E telefona sia a Bersani che a Massimo D'Alema, per ricordare che il segretario - come prevede lo statuto - sarà eletto con le primarie del 25 ottobre. E per far notare che una gestione "condivisa" c'è già: da quando è stato indetto il congresso, infatti, a ogni riunione di segreteria partecipano anche Bersani e Ignazio Marino o in loro assenza, i coordinatori delle rispettive mozioni. Questo - viene spiegato - proprio per garantire la massima condivisione possibile.

Qualche ora dopo, giunge la risposta di Bersani: "Sgombriamo il campo da ogni equivoco più o meno interessato. Franceschini, come è ovvio e come è giusto, è a pieno titolo il segretario del Pd così come prevede lo statuto, e ha la nostra piena collaborazione come è stato fin qui". Poco prima, anche Ignazio Marino aveva chiesto di sconfessare la posizione del suo coordinatore. E poco dopo, parla anche D'Alema: "Non è in discussione il ruolo di Franceschini - dichiara - ma bisogna guardare con rispetto all'esito dei congressi". E il congresso, con tutta probabilità, indicherà come segretario il suo candidato: Bersani, appunto.

(29 settembre 2009)

PD A MACCHIA DI LEOPARDO: IL PARTITO CHE NON C’E’


di Luca Telese

Dice Furio Colombo: “il Partito Democratico non proietta l’ombra”. Una immagine folgorante, per spiegare il paradosso di un congresso che non produce dibattito nel paese, di una conta che scandisce il suo appello nella stanze chiuse. Sabato e domenica si è celebrato il turno più importante si è votato in centinaia di sezioni. E cosa si scopre di nuovo? A prima vista poco.

Un voto ai raggi X. In realtà molto, su di un partito che viene passato ai raggi X di una prova elettorale. Pierluigi Bersani (per ora) vince bene con il 53%. Dario Franceschini perde, sorprendentemente con il 38%, anche se non è del tutto fuorigioco. Ignazio Marino, con il suo 8% ormai consolidato (forse di più), entra nel ballottaggio a tre ed è destinato a diventare il king maker.

Perchè? Per due motivi: perchè se nelle primarie con i cittadini Bersani non raggiungerà la soglia del 51%, i voti dei suoi delegati saranno determinanti per eleggere il vincitore della sfida. E poi perchè i numeri regione per regione dimostrano una grande potenzialità di consenso fuori dagli apparati, diventano il paradigma del congresso, e sono per certi versi clamorosi. Percentuali sballate. Ad esempio. Il chirurgo ottiene in tutte le città da Roma in su percentuali fra il 20 e il 30% (con punte del 35%). Mentre invece precipita al 3% e rotti in Puglia, Calabria, Campania. In tutto il Sud si è prodotto un risultato a macchia di leopardo”. Dove i signori delle tessere sono a favore di Franceschini, i voti si riversano sul segretario. Dove accade il contrario le percentuali si ribaltano. In pratica è stato cancellato il voto di opinione. Qualche esempio illuminante? Come è possibile che Franceschini riesca a raggiungere il 90% dei voti, non in una singola sezione, ma in una città grande come Messina? E come è possibile che Bersani superi l’80% in buona parte della Calabria e soprattutto a Reggio? Il voto del congresso, senza volerlo, disegna una geografia schizofrenica e preoccupante. Dove il partito non governa, ed è politicamente irrilevante il voto d’opinione è libero. Dove invece conta e governa, prevale il peso dei capibastone.

Voto militarizzato. I sostenitori di Marino non si fanno tanti problemi e usano parole forti: “La questione democratica - spiega Michele Meta, cuore organizzativo della mozione - si fa grave al Sud, dove il voto è controllato, e di fatto militarizzato. Possiamo dirlo senza alcuna remora, perchè noi, in questi mesi, abbiamo denunciato tutte le votazioni sospette”. E le risposte? Il sorriso si fa amaro: “Nessuna”.

Ma anche fra le due mozioni più forti c’è chi non nasconde le sue perplessità: “Il voto al sud non è libero - ha detto Pina Picierno, ex pupilla di De Mita, ex ministro ombra, oggi sostenitrice della mozione di Franceschini - posso parlare della mia provincia, che conosco bene: quando si arriva a percentuali che superano l’80 per cento, come qui è successo con la mozione di Bersani, c’è di sicuro qualcosa che non va”. Vuol dire che il voto è inquinato ? Sorriso amaro: “Mi faccia una intervista quando i dati saranno completi e glielo spiego meglio, numeri alla mano”.

Partecipazione bassa. Ma il terzo fattore di inquietudine è in un altro dato, che non è sotto i riflettori. Quello dello dell’affluenza. Se le cose continuano così, sarà molto difficile che si arrivi a 500mila votanti. il che significa che molte delle 420 mila tessere che sono arrivate solo negli ultimi mesi erano il prodotto di un effetto doping. Di più: in alcuni circoli in cui il tesseramento era sospetto, le mozioni più deboli hanno mandato i loro 007 a controllare. Il che ha prodotto effetti clamorosi. Come quello di tre circoli di Roma (solo per fare un esempio) che superavano i mille iscritti. In quegli stessi seggi (controllati a vista) hanno votato poco più di cento persone: solo uno su dieci. Una media quattro volte più bassa della media nazionale! In quanti circoli, magari dove non c’erano osservatori, si sono prodotti degli aumenti sospetti nella percentuale dei votanti? In quanti “il cappotto” è stato prodotto dalla omogeneità degli scrutatori? In europa ci sono stati due diversi tipi di crisi organizzativa che hanno preparato la sconfitta del partito socialista francese e di quello tedesco. In Francia una guerra tra leadership frammentate che non sono riuscite a conquistare autorevolezza, e che hanno innescato guerre di carte bollate e delegittimazioni reciproche. In Germania una forte convergenza intorno a un leader che ha rassicurato gli apparati, ma che non è riuscito a dialogare con il paese. Le due velocità del voto nel Pd, rischiano di riassumere in uno solo partito il peggio dei due scenari. Da un lato il voto a macchia di leopardo e la battaglia di Franceschini ricordano il modello francese. Dall’altro il successo di Bersani, che si fa plebiscitario in alcune regioni (oltre a quelle del Sud, nel modo che abbiamo visto, in quelle rosse) non è frutto di una proposta politica che ha fatto breccia, ma di un voto di rassicurazione degli apparati.

Guerra fra post. In molte sezioni il voto è stato una scelta fra due opzioni antropologiche, più che politiche, l’ultimo atto di una resa dei conti fra le due tradizioni co-fondatrici del partito, quella post-comunista e quella post-democristiana. Ma se nelle ultime congressuali questa tendenza si consolidasse, nessuno avrà abbastanza forza per tenere una linea decisa. Franceschini ha vinto la partita mediatica con trovate spesso estemporanee (ad esempio la gita con bandiera sul Po), Bersani ha riconquistato la fiducia degli iscritti sconcertati per lo smantellamento della forma partito. Ma sul caso delle dimissioni Dorina Bianchi, non appena per un solo momento si è tornato alle questioni ideali, tutto il Pd ha dimostrato difficoltà di dibattito e di tenuta. L’ala teodem scalpita, e i rutelliani non fanno mistero di considerare probabile una nuova scissione. Il partito non proietta l’ombra, è vero. Ma ci sono tante ombre sul suo futuro.