lunedì 14 marzo 2011

ALBA DI FUOCO E ACQUA







Il post-tsunami giapponese: città devastate, diecimila dispersi e la paura sui volti insonni

di Simone Pieranni

Dopo una perlustrazione in mattinata nelle zone più colpite dallo tsunami, il primo ministro giapponese Naoto Kan si è presentato alla televisione pubblica per parlare al suo popolo. Volto stanco e tirato, espressione tesa e preoccupata, il premier ha cercato di usare parole confortanti, invitando la gente a mantenere la calma e assicurando sulle procedure di evacuazione. Più di tutto ha voluto precisare che il pericolo nucleare di una delle due centrali di Fukushima sarebbe sotto controllo. Il messaggio è stato ripetuto più volte, perché nonostante la decantata abitudine dei giapponesi alla calma e le attrezzature che tutti possiedono per far fronte alle calamità naturali (ma certo non di questo tipo), la popolazione non era calma per niente. “Mi è sembrato che il governo, sul pericolo nucleare, ne sappia quando me”, si sfoga Fujiko, da Tokyo, alla ricerca di informazioni più dettagliate in tv, mentre la programmazione aboliva i consueti anime, sovrastati dal flusso costante di notizie su case, città, evacuazioni, crolli. E sempre quella parola pericolosa: nucleare.

NONOSTANTE le rassicurazioni, la notizia della contaminazione radioattiva di alcune persone è arrivata, aggiungendo un macabro tassello nel giorno dopo lo tsunami. Un risveglio dopo un sonno per molti inesistente, per altri di poche ore. Per tutti disturbato dal suono ininterrotto dei cellulari sempre attivi per chiamate di emergenza. Un risveglio dolente ha segnato la mattinata post-apocalittica di Tokyo. Quando molti hanno appreso i primi numeri: 400 i corpi ritrovati nel porto di Minamisanriku, dove lo tsunami ha devastato di più con la sua furia. Ma tra rassicurazioni pubbliche e realtà evidente la paura non ha abbandonato nessuno. Perché tra le persone costrette a dormire ovunque si trovassero, i genitori in pena per i propri figli nelle scuole, i tanti impossibilitati a tornare nelle proprie case, o persino quelli rimasti intrappolati nelle proprie abitazioni, in Giappone questa alba non ha niente a che fare con la normalità. Ancora peggio è andata a chi è stato costretto ad aspettare all'aperto, prima di essere tratto in salvo dagli elicotteri: è capitato ad alcuni pazienti di un ospedale di Futabamachi, a qualche chilometro dalla centrale nucleare a rischio. Sono loro i primi contaminati, per ora. Altri, abitanti della costa di Minamisoma, hanno raccontato di non avere visto così tanta acqua da non distinguere più tra mare e terra ferma. Lo dicono sconvolti e increduli. E incredibili anche perché, di fronte a tutto questo, è crollata anche l’efficienza antisismica giapponese. Nelle regioni più colpite sono oltre 20 mila i rifugiati nelle 1400 tendopoli costruite in tutta fretta e 45 mila gli evacuati nel raggio di 20 chilometri intorno a Fukushima. “La televisione lancia allarmi continui in cui si invita la gente a guidare piano se in auto o a buttarsi sotto ai tavoli se in casa o locali pubblici”, dice ancora Fujiko. È quello che molti hanno fatto con le prime scosse: le persone sui treni e sugli autobus che, nel panico totale, attraverso i cellulari o gli schermi sparsi ovunque nelle città, iniziavano a capire che cosa stava capitando. Nella notte altre scosse: 6,6 nel nord est del paese. E giovani sempre svegli per aggiornare continuamente sulla situazione, come i ragazzi e le ragazze del Time Out Tokyo: su Twitter il loro flusso informativo è stato costante.

TUTTI CERCANO di trarre informazioni. Anche ieri, ovunque si trovassero. “Nel tratto di treno da Narita a Tokyo – mi racconta un giornalista di Tokyo – le persone avevano lo sguardo ancora spaventato e incollato al cellulare in attesa di news”. Nel pomeriggio, alle parole calme del premier seguivano gli aggiornamenti del numero di vittime: oltre 1700, diecimila i dispersi. E la conta dei morti che arrivava a 600. Nelle grandi città gli abitanti facevano partire la caccia al cibo. Dai supermercati è sparito il pane, mentre file di persone alla ricerca di acqua potabile e benzina, cercavano uno spiraglio di normalità a Sendai, la zona più devastata. E non ancora in pace. Per niente.

2 commenti:

Unknown ha detto...

descritto in modo dettagliato; ti sembra leggendo questo articolo di essere anche tu lì, di vivere questa tragedia.

LUIGI A. MORSELLO ha detto...

Anch'io ho provato la stessa sensazione,si chiama immedesimazione. Grazie per il commento.