martedì 6 settembre 2011

Il salvagente della Bce si sta sgonfiando


L’ITALIA NON HA RISPETTATO I SUOI IMPEGNI CON FRANCOFORTE CHE ORA VALUTA DI MOLLARCI

di Stefano Feltri

Ora sono guai seri, l’ultima diga che protegge l’Italia dall’onda di sfiducia dei mercati si sta sgretolando: la protezione della Banca centrale europea, ammesso che Francoforte non la ritiri, non basta più. Ieri lo spread – cioè la differenza di rendimento tra il debito italiano e quello tedesco – è schizzato in alto come nei giorni peggiori di agosto, prima della manovra bis: 372 punti, 3,72 per cento.

L’AGENZIA di rating Moody’s si avvicina minacciosa. E spiega che il giudizio di solidità del debito italiano “è attualmente AA2 ed è sotto osservazione per un declassamento”. Un voto più basso trasformerebbe il panico sui mercati in una batosta insostenibile per le nostre finanze, visto che il costo del debito alle aste esploderebbe. La Germania, che ha l’ultima parola su ogni piano di salvataggio, peggiora il clima. Secondo l’agenzia Reuters, il cancelliere Angela Merkel – reduce dall’ennesima sconfitta elettorale – parlando con i deputati del suo partito (Cdu) avrebbe accomunato Italia e Grecia, entrambe in una situazione “estremamente fragile”.

È comprensibile che a Palazzo Chigi siano un po’ nervosi, anche se per ora non si parla di Consigli dei ministri straordinari. Eppure la Banca centrale europea, l’unica istituzione che sta sostenendo l’Italia comprando debito sul mercato dagli investitori in fuga, non è affatto contenta della piega che ha preso il presunto risanamento dei conti dell’Italia.

Mario Draghi, governatore della Banca d’Italia e prossimo presidente della Bce, in un convegno a Parigi dice che gli acquisti di titoli di debito da parte della Bce “non devono essere dati per scontati”. Detto in termini più tecnici: “Il programma [di sostegno al debito dei Paesi a rischio crac] non può essere usato per aggirare i principi fondamentali della disciplina di bilancio”. Fonti vicine alla Banca d’Italia precisano che non si trattava di un ultimatum, in vista della riunione dell’esecutivo Bce di giovedì che – secondo le indiscrezioni filtrate – avrà all’ordine del giorno anche la decisione di proseguire o meno con il sostegno ai debiti di Italia, Portogallo, Grecia e Spagna. Ma ai mercati è sembrato proprio un ultimatum.

Il rischio più grave è che lo scetticismo dei mercati sull’Italia aumenti a tal punto che la diga della Bce non basti comunque. Ieri si è saputo che la scorsa settimana Francoforte ha comprato ben 13,3 miliardi di euro di debiti sovrani (soprattutto Italia e Spagna), il doppio della settimana prima, eppure lo spread dell’Italia aveva già iniziato a risalire nonostante l’intervento. Trichet auspica, come ha fatto spesso di recente, soluzioni strutturali: un governo europeo vero, capace di imporre anche sanzioni preventive agli Stati membri che non vogliono stare in regola con i conti. Sulla necessità di un sistema di sanzioni automatiche è d’accordo anche Draghi, convinto che i politici siano incapaci di tenere il ritmo delle evoluzione dei mercati.

AL MOMENTO, PERÒ, i governi possono fare (più o meno) quello che vogliono, incrociando le dita. Perfino dalle parti di Palazzo Chigi e del ministero del Tesoro comincia a esserci la consapevolezza che stavolta la situazione è davvero grave. La prova è che il solitamente impassibile sottosegretario Gianni Letta dice: “Il Paese attraversa un momento difficile in un contesto internazionale difficile. Io sono convinto che se ne può uscire con lo spirito di unione pur nella differenza delle posizioni”. Silenzio da Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti che, anche se non lo dicono, stanno comunque preparando un piano B. Rimettere in discussione la manovra – o quel che ne resta – non è pensabile. Soprattutto ora che è appena stata approvata al Senato, con il Quirinale che preme perché si faccia in fretta. Ma della situazione di emergenza se ne è parlato nei vertici di ieri di Tremonti, uno nel pomeriggio con il leader della Lega Umberto Bossi, uno a Roma con i tecnici del ministero.

Ufficialmente non c’è niente di concreto in discussione. Ma è quasi certo che il governo debba fare qualcosa prima del vertice Bce di giovedì. E c’è un unico intervento possibile senza toccare la manovra: alzare l’Iva, cosa che (grazie proprio alla manovra) Palazzo Chigi può fare con un semplice atto amministrativo, senza passare da Quirinale e Parlamento. E trovare così 6 miliardi l’anno. L’alternativa, che ieri circolava soprattutto in ambienti leghisti, è di puntare davvero su un governo tecnico. Senza Berlusconi e senza Tremonti.

2 commenti:

zicin ha detto...

Sempre peggio!!!
Quando finirà???

LUIGI A. MORSELLO ha detto...

Presto, molto presto, roba di un paio di mesi, e non finirà molto bene, anzi finirà malissimo. Il disastro italiano sconquasserà la moneta europea e le conseguenze non sono prevedibili. Almeno fino ad ora.