martedì 12 ottobre 2010

Napolitano: "Sì al giusto processo" Sale la tensione tra il Pdl e i finiani


In un clima di tensione totale all’interno della maggioranza sui temi della giustizia, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano indica ancora una volta la priorità: quella di accelerare i tempi del processo rendendolo più efficiente e giusto.

«L’eccessiva durata dei processi - osserva il capo dello Stato in un messaggio all’Abi - mina la fiducia dei cittadini» e compromette la capacità competitiva del nostro paese sul piano economico». Occorrono, prosegue, uno scatto d’efficienza e «scelte coraggiose» che riducano i «costi di gestione e che semplifichino le procedure». E questo, per dare «piena attuazione ai principi del giusto processo». Non è certo la prima volta che Napolitano rivolge un appello del genere alle forze politiche: è dal 2006 che parla della necessità di rendere più rapida ed efficiente la giustizia.

Ma il clima politico è tale che le sue parole vengono accolte nel centrodestra quasi con un sospiro di sollievo. A inasprire gli animi, nel Pdl, contribuisce il presidente della Camera Gianfranco Fini il quale, conversando con alcuni quotidiani stranieri, avverte che, se crisi di governo dovrà essere, questa sarà sulla giustizia. Sì allo scudo per il premier, ribadisce l’ex leader di An, ma no a norme che mandino al macero migliaia di processi. In più, sottolinea, non dovranno ignorare il «mio richiamo alla legalità». Il capo dello Stato, commenta il capogruppo Pdl alla Camera Fabrizio Cicchitto, «fotografa una realtà da troppo tempo sotto gli occhi di tutti». Un processo lento, osserva, rischia di diventare un atto di "non-giustizia". Ma c’è chi va oltre leggendo l’intervento di Napolitano come una sorta di 'ammorbidimento' nei confronti del ddl sul processo breve: il provvedimento approvato dal Senato, ora nel cassetto della commissione Giustizia della Camera.

Avere il "processo breve", interviene Osvaldo Napoli (Pdl), non è un «problema del premier», ma di tutti gli italiani. Sono in 14 milioni ad attendere giustizia da troppi anni. Nell’opposizione si invita però a non strumentalizzare. Il cosiddetto ’processo brevè, si spiega nel Pd, in realtà non c’entra nulla. Napolitano, assicurano, voleva solo sottolineare come fosse indispensabile rendere più rapido ed efficiente il sistema giustizia. Tutto qui. Voleva dire che invece di pensare alle leggi ad personam sarebbe meglio occuparsi dei problemi che riguardano i cittadini. Come si può pensare che un ddl come quello, con una norma transitoria che consentirebbe di cancellare i processi del premier ’mandando al macero migliaia di processì, possa trovare il via libera del Colle che lo ha osteggiato sino ad ora? Se la maggioranza fosse davvero interessata a velocizzare i processi, afferma Donatella Ferranti (Pd), «dovrebbe mettere da parte la proposta Gasparri sul processo breve che è un attentato alla Costituzione». Amministrare bene la giustizia, insiste, vuol dire accertare le responsabilità senza introdurre nuove prescrizioni «cucite su misura del premier».

Il fatto che Napolitano abbia detto ora queste cose non deve prestarsi ad alcuna "doppia lettura", dice Roberto Rao (Udc). Lui, dichiara, «fa bene a indicare le priorità e a parlare senza tabù. Le sue parole non devono essere strumentalizzate». «Fini - continua però Cicchitto - dovrebbe ascoltare le parole di Napolitano in materia di durata dei processi». Ci sono 9 milioni di processi pendenti, interviene il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Paolo Bonaiuti, per cambiare occorre che «il mondo della giustizia accetti uno scrollone di novità». Difficoltà, infine, potrebbero esserci anche sulla riforma della giustizia annunciata da Berlusconi per il prossimo Cdm: quella che dovrebbe prevedere tra l’altro la separazione delle carriere. Ma stavolta potrebbe essere la Lega ad avere dubbi. È vero che la priorità per il Carroccio è il federalismo, ma perchè, si chiedono ’tecnicì della giustizia del partito, «si dovrebbero rafforzare i Pm creando un Csm tutto per loro?».

ItaliaFutura, affondo su Tremonti "Della crescita si occupi Berlusconi"


Tenere in ordine i conti dello Stato «è un mestiere fondamentale e difficile che il ministro Tremonti ha dimostrato di saper fare bene ma se l’incapacità di pensare alla crescita trasforma di fatto il ministero dell’Economia in un ministero del Bilancio allora sarebbe auspicabile che il presidente del Consiglio si facesse carico in prima persona delle scelte fondamentali di politica economica». È l’affondo di ItaliaFutura, la fondazione di Luca Cordero di Montezemolo che sul suo sito, www.italiafutura.it, accusa il ministro dell’Economia Giulio Tremonti di aver tagliato i fondi alla cultura.

Un affondo a cui il diretto interessato non risponde. Bocche cucite anche nell’entourage del premier. La replica è affidata al ministro del Welfare Sacconi: «Un sito che si autodefinisce neutrale ha oggi proprio deragliato», dice il ministro. «L’oracolo di Luca Cordero di Montezemolo - prosegue - rivolge un insolito attacco al ministro dell’economia che in stretto raccordo con il Presidente del Consiglio ha saputo mantenere l’economia italiana nei binari del Patto che ci lega all’Unione europea nonostante le fragilità strutturali connesse al grande debito accumulato. Un sito che si autodefinisce neutrale ha oggi proprio deragliato».

Sul tema interviene anche Emma Marcegaglia: «Credo che, dopo una fase dove c’è stata una grande concentrazione sul rigore, oggi anche il ministro Tremonti stia guardando alla crescita», dice il presidente degli industriali. «Ora, anche in vista degli impegni europei, stiamo proprio lavorando col ministro Tremonti per un piano per la competitività basato su ricerca e innovazione, maggiore produttività, infrastrutture e una grande attenzione al Sud, che poi è uno dei grandi temi per cui l’Italia non fa crescita». Per i finiani, invece, Montezemolo resta un possibile alleato da corteggiare: «Se scende in campo è un'opzione», dice Bocchino.

Nel mirino del pensatoio vicino all’ex presidente di Confindustria c’è l’eccessivo rigorismo del titolare del Tesoro. «Il rigore è importante - continua ItaliaFutura - la crisi economica e finanziaria potrebbe riacutizzarsi, ma ci sono due questioni che non possono più essere eluse: primo nessun soggetto (azienda o nazione) può sopravvivere a lungo di solo rigore senza investire; secondo - continua - chi ha l’onere e l’onore di ricoprire un importante incarico di governo ha anche il dovere di spiegare al paese le sue scelte senza indulgere in atteggiamenti di autosufficienza».

Compito della politica per ItaliaFutura è «trovare e proporre soluzioni al Paese. Tagliare gli sprechi in tutti i settori (cultura inclusa) è sacrosanto ma bisogna spiegare: come si intende procedere, quando ci saranno delle risorse da investire, con che criterio verranno assegnate in maniera da incentivare anche gli investimenti dei privati. Il tax credit proposto per il cinema - conclude - che Tremonti ha sommariamente liquidato, va proprio in questa direzione. Una misura capace di convogliare investimenti privati tagliando sprechi e riducendo l’intermediazione politica».

Riforma elettorale, Fini lancia la sfida


È «opportuno» che l’iter della riforma della legge elettorale parta da Montecitorio. Il presidente della Camera, Gianfranco Fini, dopo la sollecitazione dei giorni scorsi di Udc e Pd ad avviare nel "suo" ramo del Parlamento l’esame della modifica del sistema di voto, scrive al suo omologo Renato Schifani rappresentandogli l’opportunità che i due rami del Parlamento trovino un«’intesa di metodo» sul lavoro sulla legge elettorale.

Fini ricorda che a inizio legislatura, quando è stato modificato il sistema di voto per le europee, era stato raggiunto un accordo tra le due Camere che prevedeva che la legge elettorale per l’Ue venisse trattata da Montecitorio mentre la riforma costituzionale veniva trattata da Palazzo Madama. In più, ragiona Fini, la commissione Affari Costituzionali del Senato ha già all’ordine del giorno diversi provvedimenti come il lodo Alfano costituzionale e la Carta delle Autonomie. «Tutto ciò posto - sottolinea il presidente della Camera - appare opportuno che la priorità nella trattazione della materia elettorale, non limitata alla sola legge per l’elezione del Parlamento europeo, ma comprensiva anche delle iniziative riferite alla legge elettorale nazionale, possa essere riservata alla Camera».

Fini chiede a Schifani che «venga stabilita un’intesa di metodo al fine di consentire agli organi competenti nel merito di procedere in modo ordinato all’esame della materia». Il presidente del Senato inoltra la lettera di Fini al presidente della commissione Affari Costituzionali, Carlo Vizzini, e si riserva di rispondere «nei tempi dovuti» alla presidenza della Camera. Ma il ragionamento che viene fatto dal centrodestra è che di fatto la discussione sulla riforma del sistema elettorale è già stata avviata a Palazzo Madama dove, spiega Vizzini, «ci sono già diverse proposte di legge incardinate e oggi ne sono state abbinate altre tre». Tra le altre quella del senatore del Pd Stefano Ceccanti rilanciata oggi in un editoriale del Corsera che prevede il ritorno ai collegi uninominali con il doppio turno in un’unica votazione con l’elettore che ha la possibilità di votare un candidato di ’primà e uno di ’secondà scelta. Per questo, osserva Vizzini, «credo ci siano tutte le ragioni» per proseguire l’iter della riforma già avviata in Senato.

«Fini - va all’attacco il vice presidente dei deputati del Pdl Osvaldo Napoli - parla da presidente della Camera o da leader di Fli? Sa spiegare perchè, sconvolgendo l’agenda delle priorità del Paese, all’improvviso compare la legge elettorale, addirittura al primo posto?». Del resto lo "spostamento" del dibattito sulla riforma alla Camera potrebbe rappresentare un "pericolo" per la tenuta del governo, visto che non è escluso che in commissione possa formarsi su questo tema, che non è nel programma del Pdl, una maggioranza diversa da quella attuale. Ipotesi che, per altro, si è già verificata la settimana scorsa quando l’ufficio di presidenza della commissione Affari Costituzionali di Montecitorio è stato chiamato a pronunciarsi proprio sulla richiesta di incardinare la legge elettorale: Pd, Idv, Udc e Fli si pronunciarono a favore, Pdl e Lega contro. Oggi, per altro, i "finiani" con Italo Bocchino fanno sapere che in caso di crisi del governo alle consultazioni Fli «chiederebbe di dare un incarico ad un soggetto che sia in condizione di verificare se in Parlamento ci sia una maggioranza quanto meno per verificare la legge elettorale, che dimostra di non funzionare».

Ordigni di pace e di guerra


MICHELE AINIS

C’è un che di surreale nel modo in cui la politica italiana ha reso omaggio ai quattro alpini uccisi nel lontano Afghanistan. Il ministro della Difesa ha detto che a questo punto bisogna armare i nostri aerei con le bombe. Il suo predecessore gli ha risposto che non si può fare, è vietato dalla Costituzione. Il successore del predecessore ha controrisposto che tutto dipende dal bersaglio delle bombe. Insomma i nostri arsenali ospiterebbero bombe costituzionali e bombe incostituzionali, bombe di pace e bombe di guerra.

In realtà a venire bombardata ormai da tempo è proprio la nostra vecchia Carta. Che non è affatto una Costituzione pacifista, e dunque imbelle, come costantemente si ripete; tant’è che in quel testo la parola «guerra» risuona per 6 volte (erano 7 nel documento licenziato dai costituenti), innervando altrettante disposizioni costituzionali. Per quale ragione? Perché tutta la civiltà giuridica moderna nutre l’ambizione di porre l’emergenza sotto il prisma del diritto, d’imporle procedure e regole, anche nella condizione più estrema, quando l’emergenza incendia i cannoni.

E perché i nostri padri fondatori le bombe in testa le avevano sperimentate per davvero, avevano vissuto una guerra di conquista e una di resistenza all’esercito invasore, senza che il popolo italiano fosse mai stato convocato dal fascismo per esprimere la sua libera opinione.

Sicché dissero: mai più. Però non adottarono la scelta pacifista della Costituzione tedesca, o quella neutralista della Costituzione giapponese, le altre due nazioni sconfitte dalle truppe alleate. Dissero mai più alle guerre d’aggressione, e così scrissero l’art. 11: «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali». Fu approvato con due soli voti contrari in Assemblea costituente, dai cattolici e dai marxisti insieme, saldando una lezione illuminista (quella consegnata alla Costituzione francese del 1791) all’etica professata da don Sturzo (che nel febbraio 1947 definì la guerra «atto immorale, illegittimo e proibito»). E fu scritto distillando ogni parola, a partire dal «ripudio» della guerra. Non «rinuncia», come qualcuno aveva suggerito, perché possiamo rinunciare all’esercizio di un diritto, e perché la guerra non è affatto un diritto.

Non «condanna», termine che esprime una valenza etica piuttosto che giuridica. Loro scelsero di ripudiare la guerra per sconfessare ogni intervento armato fuori dai nostri confini.

Ma che è accaduto negli anni successivi? Nel 1949 l’Italia ha aderito al patto Nato, dal quale è scaturito un obbligo di mutua assistenza militare fra gli Stati contraenti, sul presupposto che ogni attacco armato contro uno di essi «sarà considerato quale attacco diretto contro tutte le parti». Da qui una prima incrinatura nell’edificio costituzionale, benché lo stesso art. 11 menzioni limitazioni di sovranità in favore d’organizzazioni sovrannazionali. Ma soprattutto dagli Anni Ottanta in poi si sono moltiplicate le occasioni d’intervento militare all’estero, con o senza Nato, con o senza l’egida dell’Onu: il Libano, la Somalia, l’Iraq, la Bosnia, il Kosovo, o per l’appunto l’Afghanistan. E l’art. 11? Desaparecido. O meglio apparve come un Ufo sui cieli di Montecitorio nella primavera del 1999, durante il dibattito parlamentare che accompagnò i bombardamenti in Kosovo. Per un istante la Lega Nord e la sinistra estrema ne scoprirono difatti l’esistenza, nonché la manifesta violazione; al punto che un esponente della maggioranza - Clemente Mastella - consigliò di riformularlo per riallineare i principi costituzionali alle nuove circostanze.

Ma è stato un attimo, un battito di ciglia. Prima, durante e dopo quel dibattito tutto è continuato come sempre: le guerre ormai non si dichiarano (come vorrebbe l’art. 87 della Costituzione), si fanno e basta; non si deliberano (come vorrebbe l’art. 78); e naturalmente non servono mai a difendere il nostro territorio, a prescindere dalle bombe sugli aerei. L’unico effetto dell’art. 11 è un’ipocrisia verbale, come tante altre cui ci ha abituato la politica. Niente più guerre, solo conflitti armati, o meglio ancora operazioni di polizia internazionale. D’altronde in Italia non ci sono più spazzini, solo operatori ecologici. Ma si tratta pur sempre di monnezza.

michele.ainis@uniroma3.it

Chi è ostaggio dell'euro forte


Da qualche giorno il problema più grave non sembra essere la disoccupazione, o un'economia americana sull'orlo di una nuova recessione, ma i tassi di cambio fra le monete. I ministri finanziari del G7 hanno dedicato gran parte della giornata di venerdì al problema di che fare per «stabilizzare» i cambi, senza concludere alcunché. Qual è il tasso di cambio «giusto» fra l'euro e il dollaro? La parità cui le due monete si stavano avvicinando prima dell'estate, o 1,4 dollari per un euro, il cambio della scorsa settimana? Nessuno lo sa. I tassi di cambio non sono il toccasana che può sostituirsi alla politica economica: sono prezzi che riflettono le scelte dei governi e i loro limiti. Ogni giorno sui mercati si scambiano valute per 4 mila miliardi di dollari, un quarto di quanto produce l'America in un anno.

La debolezza del dollaro è il riflesso dell'impotenza di Obama che non riesce a convincere le famiglie americane a spendere. Se i consumi interni non riprendono, l'unico modo per evitare una nuova recessione è aumentare le esportazioni: il dollaro debole serve proprio a questo. Cercare di arrestarne la caduta sarebbe una sciocchezza.

L'euro forte è il riflesso del dilemma in cui si dibatte la Banca centrale europea (Bce). La ripresa dell'economia tedesca consiglierebbe di aumentare i tassi. Ma la debolezza di molte banche non consente di farlo. L'euro forte risolve il dilemma della Bce: rallenta la Germania e non obbliga Trichet a tagliare i finanziamenti alle banche. Anche in questo caso intervenire sarebbe, oltre che inutile, sciocco.

Il guaio è che l'euro forte risolve il dilemma tedesco ma condanna la periferia dell'Europa. I sub-fornitori della Germania oggi si trovano a Est e sempre meno in Italia. A Varsavia la qualità del lavoro è simile a quella di Modena, ma il costo è una frazione di quello italiano. Sempre meno la crescita tedesca si tramuta in ordini per le nostre aziende. Per recuperare i livelli di produzione pre-crisi (siamo ancora 15% sotto) possiamo contare solo su noi stessi. Poiché da anni i consumi ristagnano, avremmo bisogno, come l'America, di un euro debole. Ma siamo troppo piccoli ed è la Germania a determinare il valore della moneta comune.

Come risolvere il nostro dilemma? Riducendo le tasse sul lavoro per far crescere il potere d'acquisto delle famiglie; tagliando le rendite con una «botta di concorrenza» per ridurre i prezzi; aumentando la produttività per ridurre il costo del lavoro senza tagliare i salari. Servirebbe un governo pienamente impegnato sullo sviluppo e l'occupazione ma questi punti non appaiono al centro del programma di Berlusconi.

Da tre anni la Federal Reserve, la banca centrale americana, e la Bce creano un'enorme quantità di liquidità: questo consente alle banche di riprendere a concedere prestiti, ma è anche una miccia che può da un giorno all'altro alimentare la speculazione, soprattutto verso i Paesi dove il debito è elevato. Non fare nulla, confidare sulla nostra «buona stella» e sperare di averla fatta franca mi pare una scelta azzardata.

Francesco Giavazzi
11 ottobre 2010

BOMB -BOMB - BOMB

I TIMORI DELLA FIOM


Sabato si rischiano fischi al segretario Epifani Ma Landini non rinuncia alla linea dura

di Salvatore Cannavò

Non è la prima manifestazione importante che la Fiom organizza. Nel corso della sua storia ne ha fatte altre forse ancora più rilevanti. Ma quella del 16 ottobre a Roma (in Piazza S. Giovanni) è certamente molto delicata. Perché la Fiom esce da una fase in cui è stata messa all’angolo dalla Fiat, con la vertenza Pomigliano, poi da Federmeccanica e Confindustria, con l’avvio delle trattative separate per le deroghe al contratto nazionale. E' stata attaccata dai segretari confederali di Cisl e Uil, Bonanni e Angeletti, pronti a rimproverare al sindacato di Maurizio Landini, irresponsabilità e poco senso della negoziazione. Con Cisl e Uil ci sono stati poi scontri aspri davanti alle sedi sindacali. Infine, si trova a dover gestire una difficile partita in casa, con il sindacato diretto da Guglielmo Epifani in procinto di riaprire la concertazione con la Confindustria di Emma Marcegaglia che prima o poi dovrà affrontare gli stessi temi che affliggono la Fiom.

QUEST'ULTIMO aspetto è certamente il più delicato, perché la Fiom è parte della Cgil e un conflitto tra le due organizzazioni avrebbe conseguenze distruttive. Guglielmo Epifani parlerà il 16 in piazza, sarà lui a chiudere la manifestazione e non è un mistero che dopo le tensioni dei giorni scorsi di fronte alle sedi della Cisl, ci sia anche il timore di una contestazione di piazza nei confronti del segretario generale della Cgil.

IN REALTÀ, se tensione ci sarà, avverrà sul piano squisitamente politico. Perché ormai è chiaro che Landini dirà apertamente che di fronte alle richieste di Fiat e Federmeccanica, definite “incostituzionali”, per la Cgil è tempo di dichiarare lo sciopero generale. Lo ha detto ieri mattina all'attivo dei delegati della Fiom lombarda, lo ripete nelle riunioni riservate, lo ha detto anche ieri pomeriggio nel confronto a quattr'occhi avuto proprio con Epifani.

E anche questo incontro è sintomo di una relazione delicata. Convocato come riunione congiunta delle segreterie di Fiom e Cgil per discutere della manifestazione del 16, l’appuntamento è stato “declassato” dallo stesso Landini a colloquio personale dopo che la Cgil aveva dato l'idea di voler ottenere delle sanzioni disciplinari nei confronti dei militanti Fiom di Bergamo e di Livorno che avevano manifestato davanti alla Cisl. Il no alle sanzioni è stato ribadito ancora ieri da Landini anche se la Fiom non si tirerà indietro quando si tratterà di condannare politicamente atti di intolleranza o elementi di tensione. Ma il punto resta la manifestazione del 16. Che succederà quando parlerà Epifani? I più ottimisti credono che sarà la piazza a dare la risposta scandendo con molta forza lo slogan “sciopero generale” e facendo così la dovuta pressione sul resto della Cgil che, da parte sua, non ha minimamente messo all'ordine del giorno una simile prospettiva.

L'unica scadenza finora messa in agenda è una manifestazione nazionale prevista per il prossimo 27 novembre. Un po’ troppo in là per soddisfare la necessità della Fiom di segnare qualche risultato e resistere alla vertenza che è già avviata all'interno del gruppo Fiat, ma non solo.

LA PRESSIONE ci sarà perché la manifestazione del 16 sarà anche una grande manifestazione popolare. Le adesioni continuano a crescere, come si legge sul sito della Fiom. Ci sono quelle politiche, dall’Idv a varie forze di sinistra. Non il Partito democratico (almeno finora, ma all'assemblea di Varese il tema non è stato toccato), quelle sociali. Ieri il sindacato metalmeccanico ha avuto due incontri preliminari, con gli studenti universitari e con il comitato promotore del referendum sull'acqua. Dalle università, che la scorsa settimana sono tornate a mobilitarsi contro il ddl Gelmini, la partecipazione è in pieno movimento. Ieri, oggi e ancora domani ci saranno assemblee nelle varie facoltà, il 14 ci sarà “l'assedio” a Montecitorio e il movimento si prepara a una grande partecipazione il 16 con un proprio corteo autonomo che partirà proprio dalla Sapienza. Grande disponibilità alla partecipazione anche dai comitati per l'acqua pubblica dopo che lo stesso Landini aveva partecipato alla loro assemblea nazionale del 17 settembre a Firenze.

E POI CI SONO la società civile e i movimenti. La rivista MicroMega ha laciato un appello firmato da Paolo Flores d’Arcais, Andrea Camilleri, Margherita Hack e Don Andrea Gallo, a cui hanno aderito molti altri da Sabina Guzzanti ad Antonio Tabucchi. Dal mondo universitario adesioni anche del fisico Giorgio Parisi, dello storico Angelo D'Orsi. Ora la Fiom attende anche l'adesione del “Popolo viola."

“Trattati come delle bestie e ignorati dalla politica”


IL GIORNALISTA FABRIZIO GATTI RACCONTA QUELLO CHE HA VISTO NELLE STRUTTURE IN CUI VIVONO GLI IRREGOLARI

di Beatrice Borromeo

Fabrizio Gatti, giornalista d’inchiesta de L’espresso che per due volte si è finto clandestino per raccontare la vita nei “centri di detenzione” per immigrati, non si stupisce affatto quando legge della rivolta di Cagliari. E spiega: “Non mi meraviglia che gli immigrati, trattati come animali, col cielo oscurato da reti di metallo per impedire la fuga, possano perdere la calma e decidere o di uccidersi oppure di scappare e bloccare per protesta la pista di un aeroporto”.

È l’unico modo per far sapere quello che succede dentro i centri?

Sì e questo è drammatico. Ci sono centri in cui non distribuiscono più le schede telefoniche perché c’era chi le usava per tagliarsi le vene.

Nel 2000 lei si è finto romeno ed è stato nel Centro per immigrati di Milano. Dopo il suo articolo l’hanno chiuso.

C’era un recinto d’acciaio, filo spinato e stavamo in container di ferro. Feci per il Corriere della Sera un reportage sulle condizioni igieniche, l’ammassamento e la promiscuità fra ragazzi e ragazze. Ci furono anche violenze sessuali e un’epidemia di scabbia.

Poi, nel 2005, si è fatta catturare nel mare di Lampedusa.

Sono stato in quel centro otto giorni. La capienza massima era di 190 persone, invece eravamo 1200. I gabinetti non avevano lo scarico e per andare in bagno si dovevano mettere i piedi in una melma di urina e feci.

Quali sono le cose più gravi che ha visto?

L’assoluto isolamento delle persone rinchiuse e la violazione totale delle garanzie costituzionali, come l’udienza con un magistrato entro le 48 ore, oltre alla possibilità di chiedere l’asilo politico.

E le autorità che fanno?

Una volta i carabinieri hanno fatto il gioco militare del ‘corridoio’: gli immigrati appena sbarcati, i più deboli, venivano fatti passare in mezzo a due file di militari addetti alla loro perquisizione e presi a schiaffi sulla testa. Ho visto che urlavano a qualcuno di sedersi, in italiano o in inglese. E chi non capiva l’ordine veniva picchiato. Un ragazzo è stato preso a calci.

Cos’altro facevano i carabinieri?

Avvicinavano i minorenni, che in teoria là dentro non avrebbero proprio dovuto esserci e li obbligavano a vedere immagini pornografiche sui loro telefonini.

I centri sono anche molto costosi.

C’è un dossier di Medici senza frontiere secondo cui solo il 40 per cento dei detenuti nei centri viene effettivamente rimpatriata. Con i tagli di quest’anno i rimpatri, a carico dello Stato, verranno ridotti ancora. E i nostri potenziali richiedenti asilo, soprattutto eritrei e somali, sono incarcerati in Libia grazie ai nostri accordi con Gheddafi.

Ma i centri sono utili a mantenere l’ordine, almeno?

Sono una grande messa in scena, più utile a rassicurare gli italiani che a garantire la sicurezza o a scoprire l’identità, le intenzioni o i diritti di rifugio di chi sbarca.

Gli sbarchi però sono diminuiti.

Da 176 mila respingimenti del 2008 si è passati a 106 mila del 2009 e questo è un indicatore importante per capire che entrano meno persone. Ma è dovuto soprattutto alla crisi economica.

Nel 2005, quando lei fu “ospite” del Cie di Milano, il periodo massimo di detenzione era molto inferiore rispetto a oggi.

Si stava dagli otto giorni alle due settimane. Il limite massimo previsto dalla legge Turco-Napolitano era di 30 giorni. Poi gli immigrati venivano smistati in altri centri o rimandati in Libia, anche se la loro identificazione era sommaria.

Oggi possono detenerli fino a sei mesi.

E per di più nulla impedisce che, una volta liberati, possano essere fermati e trattenuti di nuovo. In teoria, un irregolare che esce dal centro dopo i sei mesi potrebbe attraversare la strada ed essere fermato nuovamente. E quindi, potenzialmente, la permanenza nel centro può diventare un ergastolo.

Lei è stato a Lampedusa otto giorni. Riesce a immaginare sei mesi lì dentro?

No. E da quando sono usciti dal Parlamento i piccoli partiti, come Rifondazione e i Verdi, che più si occupavano di immigrazione, nessuno visita i centri. Noi giornalisti, se vogliamo vederne uno, dobbiamo chiederlo con un preavviso di almeno un mese, rendendo impossibile un vero controllo della situazione. Il senso di abbandono per chi vi è recluso è ancora più forte che allora. La rivolta di Cagliari lo dimostra.

L’IMPERO ROMANI


Dall’epopea di Telelivorno a Telelombardia
Storia di un ministro “quasi” fallito

di Ferruccio Sansa

“Paolo Romani ministro? No, non l’avrei mai detto. E dello Sviluppo economico poi... roba da matti”. Non è Giorgio Napolitano a commentare così l’ingresso di Romani nel governo. È il giudizio a caldo, il giorno della nomina, di un amico livornese del neoministro. Già, la città toscana conserva un capitolo del curriculum di Paolo Romani che pochissimi ricordano. Una pagina fatta di fantasia, anarchia e ingegno, ma che si è anche svolta in un contesto di stipendi non pagati, conti saldati dalla mamma, tanti protesti. E di un fallimento. Ne esce il ritratto di un “simpaticone”, di un uomo “pieno di energie”, ma anche, sorridono gli amici, di un “bamboccione” che si lanciava in imprese avventurose con i soldi dei genitori. Fino al patatrac definitivo.

ROBA di 35 anni fa. Preistoria. Tanto che per rintracciare i testimoni e i fascicoli che ripercorrono quella vicenda bisogna trasformarsi in archeologi televisivi e giudiziari.

Raccontano Giancarlo Dotto e Sandro Piccinini: “Il 15 gennaio 1975, alle 20,30 sul canale 42 si materializzava per qualche minuto un monoscopio mai visto prima, seguito da un’allucinazione. Lo sconosciuto faccione di Paolo Romani, presidente della Telelivorno spa, comunica, non si sa a chi, che la sua emittente inizia a trasmettere programmi regolari”.

Uno dei primi capitoli della storia delle emittenti private in Italia: alla guida, appunto, Paolo Romani e Marco Taradash, allora due giovani inquieti e intraprendenti che vivevano a Livorno. “Nacque tutto da un’idea di Romani. Eravamo amici, tutti e due della gioventù del Partito Liberale”, racconta Taradash, che oggi è tornato a Livorno e veste i panni di consigliere regionale in Toscana (Pdl).

ROMANI NON SI tira indietro e racconta quegli anni: “Mia madre ci diede i primi soldini per lanciare la televisione. Era un’avventura. Di giorno facevamo le riprese e di notte si andava sul monte Serra, a mille metri, per trasmettere dai ripetitori. Faceva un freddo tremendo... uno di noi faceva il palo per controllare che non arrivasse nessuno, perché la legge all’epoca vietava le trasmissioni. È stata anche una battaglia di libertà”.

Si parte con programmi che sono una via di mezzo tra pionierismo televisivo e puro slancio giovanile: “Di tutto un pop”, “Canale 42”, “Musica sì”, “Non è vero ma ci credo”, “Contrincontro” e “La triglia canterina”.

A guardare quei giovani dai lineamenti ancora incerti trovi tanti volti arrivati poi sulla scena nazionale: Romani e Taradash, ma anche il giornalista Nino Pirito, allora direttore del telegiornale, e Leonardo Pasquinelli, diventato direttore generale di Endemol Italia. Tra gli operatori ecco Marco Sisi, poi approdato alla Rai.

Un’esperienza travolgente, che dice tanto del carattere di Romani. A Livorno, però, adesso che Paolo è diventato il ministro, te la raccontano con cautela. Abbassando la voce. Devi camminare a lungo tra i canali che si infilano in mezzo alle case chiare, dove la città e il porto si incontrano e si confondono. Livorno, toscana, ma con una bellezza senza fronzoli, operaia come la sua storia. Livorno con l’acqua che sa di porto, di cantieri.

Così, scava scava, ricostruisci la storia di Telelivorno. Ripeschi, come dalle acque scure dei canali, aneddoti divertenti. E forse non troppo graditi all’uomo che oggi si aggira con confidenza nei corridoi di Palazzo Chigi: “Paolo è un simpaticone, alla fine, però, ho dovuto fare causa alla televisione perché la società non mi pagava lo stipendio”, racconta uno dei compagni di avventura di allora. Un pizzico di nostalgia e una spruzzata di rabbia: “Beh, ci siamo divertiti, ma hanno fatto qualche casino: gli stipendi non arrivavano mai, a volte provavano a pagarci con buoni della benzina. O magari con piatti di pastasciutta a casa di Paolo... ops, del ministro”.

UNA TV CORSARA: “Si finiva sempre a cena da Carlo, una trattoria toscana di viale Caprera. Tanto poi a pagare c’era tempo”. Ragazzate, si dirà. Romani è un vulcano: “Un giorno – sorride Sisi – tornò dalla Sardegna con la sua Renault 4 carica di videoregistratori che gli aveva dato Niki Grauso. In cambio noi dovevamo fornirgli dei programmi, ma non gli mandammo nulla. Grauso ottenne, però, dei trasmettitori militari Collins che noi avevamo comprato usati. Così nacque Radiolina, l’emittente radiofonica sarda”.

Nel 1975 accanto alla tv nacque anche Radio Libera. Quello che, però, nessuno ha mai raccontato è l’epilogo. Giudiziario. Un rosario di cause di lavoro, di protesti, fino al fallimento. Nel 1976 l’emittente cambia nome, l’esperienza forse comincia ad andare stretta a Taradash e Romani che già sono proiettati verso Roma e Milano, la politica e l’abbraccio di Berlusconi. Poi, nel 1977, le trasmissioni cessano. E, però, l’addio non è indolore: la vicenda finisce in Tribunale. “Ritenuto che la società ha cessato da tempo ogni attività e si trova in palese stato di insolvenza come si evince dai numerosi protesti cambiari”, il giudice il 28 marzo 1978 ne dichiara il fallimento. Si apre anche un fascicolo penale per bancarotta, il 1654 del 1978 (Pretura di Livorno), ma per riuscire a scavare negli archivi della giustizia italiana non basterebbe Heinrich Schliemann, lo scopritore delle rovine di Troia. Che fine ha fatto il fascicolo? “Scomparso. È crollato il tetto dell’archivio”, allargano le braccia al Tribunale di Livorno. Il ministro comunque assicura: “Io ho lasciato la televisione nel 1976 quando sono tornato a Milano, non sapevo neanche che fosse fallita”.

Certo, però, che Romani non ha avuto fortuna con le televisioni. Prima fondò Telelivorno (fallita), poi approdò a Lombardia 7 (fallita). In questo caso fu a lungo indagato per bancarotta preferenziale. Una storia che penalmente si è conclusa con l’archiviazione, ma Romani ha dovuto pagare 400mila euro al curatore fallimentare della sua (ex) tv. Anche una società di ristorazione di cui è stato socio (con una quota minima, va detto) è fallita. Il curriculum giusto per un ministro dello Sviluppo economico?

“Il loro metodo: soltanto patacche criminali


di Paola Zanca

Nietzsche lo spiegherebbe come l’eterno ritorno, una combinazione di eventi che può ripetersi infinite volte. Ma forse in questo caso non serve scomodare filosofi: “È che li ha allevati lui...”. Enzo Marzo, portavoce della Società Pannunzio per la libertà d’informazione, ha una spiegazione molto più familiare per descrivere il destino comune di Vittorio Feltri e dei suoi allievi, Alessandro Sallusti e Nicola Porro. Prima la sospensione dall’Ordine dei giornalisti per il padre professionale, oggi i procedimenti aperti contro i figli cresciuti nella scuola dei dossier. Se siamo qui a parlarne, è grazie agli esposti presentati da Marzo e dagli altri promotori dell’associazione. Che, come da copione, hanno già subito il “trattamento Boffo”.

Marzo, su Il Giornale dicono che usate il nome del fondatore del Mondo abusivamente, che siete “comunisti”, “giacobini”, “laicisti”. Tutto perché avete chiesto all'Ordine della Lombardia di radiare il direttore Sallusti e il suo vice Porro?

Noi siamo un’associazione trasversale, a cui partecipano cittadini e giornalisti di tutti i versanti politici. Ci rimproverano di avere tra noi nomi come Zagrebelsky, Giorello... dovrebbero mettersi in ginocchio. Però il metodo ha colpito nel segno: ci sono arrivate tonnellate di lettere di protesta, ci fanno passare per quelli che vogliono imbrigliare la libertà di stampa, invece non hanno capito qual è il punto.

E qual è?

È che noi non abbiamo denunciato Sallusti e Porro per aver minacciato l’inchiesta sulla Marcegaglia. Li abbiamo denunciati per non averla fatta. Con l’aggravante di aver fatto una terribile gaffe: pubblicando i pezzi sulla presidente di Confindustria del Fatto o de L’espresso hanno implicitamente riconosciuto che sono due anni che prendono buchi. Noi non siamo contro le inchieste, contro le notizie, magari le facessero. È che per due anni non le hanno date.

Un anno fa avevate denunciato Vittorio Feltri, che allora era direttore, per il caso Boffo. In quel caso lui sostenne di averlo dato agli altri giornali, il buco...

Quello non era un problema di contenuti, era un problema deontologico. Feltri, anche nella rettifica, non ha mai voluto ammettere di aver passato una velina come atto giudiziario. Lui ha mentito dolosamente ai proprio lettori, ha rifilato una patacca. Ma taroccare le fonti e minacciare dossier non è giornalismo, è un problema di criminalità comune.

Ne aveva mai visti?

Ai miei tempi il ricatto era economico. Si pubblicava un’inchiesta sull’Eni e in fondo scrivevano: ‘Prima puntata di otto’. Ma le altre sette non ce le avevano! Aspettavano la domanda fatidica: ‘Quanta pubblicità vuoi?’. Ora il ricatto è politico.

Si chiama conflitto di interessi?

Nel nostro esposto all'Ordine della Lombardia abbiamo anche sollecitato un’inchiesta sulla legittimità dell'assetto proprietario del Giornale. La legge Mammì proibisce l’accentramento, nelle stesse mani, di giornali e canali tv. Il presidente del Consiglio si è avvalso di mezzucci risibili per aggirarla.

Anche Feltri, per aggirare il rischio della condanna dell'Ordine, si è dimesso da direttore, lasciando il posto a Sallusti. Peccato che ora lo schema rischia di saltare un’altra volta.

Il 18 ottobre il Consiglio della Lombardia ha convocato una riunione straordinaria per valutare il caso Sallusti-Porro. Ma tre giorni dopo si deciderà anche su un altro procedimento aperto contro Sallusti, accusato di aver fatto scrivere Renato Farina, già radiato dall'Ordine per essere a libro paga dei servizi segreti.

A quel punto, senza direttore, Il Giornale non potrebbe andare in edicola.

Non è questo l’obiettivo. Vorrei solo che questi energumeni smettessero di fare giornalismo. Soprattutto perché già adesso non lo fanno.

L'INEFFABILE MINISTRO DELLA DIFESA

E il sindaco risponde ai cittadini: “I simboli non si toccano, Padania Libera”


Il sole delle Alpi dalla scuola di Adro “non si tocca” perché “non c’è la volontà di togliere” quei simboli “altro che mancano i soldi”. A scriverlo è Oscar Lancini, ormai noto sindaco del paese in provincia di Brescia, rispondendo alle mail di diversi cittadini che gli chiedevano di rimuovere i 700 soli delle Alpi, simbolo registrato della Lega Nord. Lancini risponde a tutti e in modo chiaro.

A Daniele P., che si presenta come un cittadino di “Roma ladrona” e gli chiede chi pagherà la rimozione dalla scuola del simbolo leghista, Lancini risponde: “Non c’è la volontà di toglierli, altro che mancano i soldi. Non ho commesso nessun reato quindi rimangano. Piaccia o no”. A Nicola P. che gli ricorda come nelle scuole deve essere esposta solo la bandiera italiana, come previsto dalla Costituzione, il sindaco invia un messaggio che chiude con un l’inno del Carroccio: “Forse non ha capito che quel simbolo non si tocca, piaccia o no a lei e a quelli che la pensano come lei! Padania libera”.

Queste sono due mail dell’otto e del nove ottobre. Quindi tre giorni fa. Quando era ormai certo che i simboli dovessero essere rimossi, così come invocato dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, dal ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini e, infine, dal provveditore agli studi della Lombardia, Giuseppe Colosio. Eppure il sindaco di Adro non ne vuole sapere. Come dire: se ne frega. E ieri, a un avvocato che, sempre via mail, offriva una donazione di cento rotoli di carta igienica con stampato il simbolo leghista, il sindaco ha gentilmente risposto: “E’ troppo ruvida avvocato, può andare bene per il culo di qualche terrone. Padania libera”.

La mail era sarcastica ma gentile. “La presente per comunicarvi che poiché sono rimasto colpito dalla Vostra iniziativa di porre il Sole delle Alpi, simbolo apolitico, sulle suppellettili della Vostra scuola, sono pronto a donare 100 rotoli di carta igienica sulla quale sia stampata la relativa effige, poiché o il lavoro si fa bene o non lo si fa così che ogni momento della vita degli alunni sia accompagnato da questo prezioso simbolo socio-culturale che li preservi da contaminazioni straniere. Attendo Vostra cortese conferma per spedizione. Cordiali Saluti”. Ricevuta la risposta del sindaco l’avvocato non demorde. E replica: “Non avevo dubbi sulla Sua sensibilità, comunque mi riservo di donare ugualmente questo simpatico gadget di carta igienica padana ai suoi concittadini. Se decidesse di tornare in Scozia dai suoi avi celti me lo faccia sapere che le offro il biglietto, di tasca mia”.

C’è anche chi, come Davide, chiede lumi al sindaco. “Leggo ancora polemiche sulla scuola di Adro e pure altre sul fatto che alla mensa scolastica non sarebbe più possibile scegliere l’alternativa alla carne di maiale per i bambini musulmani. Ma è obbligatorio? E sui simboli, come è finita? E’ costretto a toglierli? Pagano da Roma o dovete trovarli voi? Non ci si capisce molto. Con cordialità, buon lavoro”. Alla mail, più che cordiale e conciliante, Lancini lapidario risponde: “Tutte balle”.

Chi è senza colpa scagli la prima Marcegaglia

LA MIA VITA DENTRO - SECONDA EDIZIONE


(Luigi Morsello)

Dr. Aldo De Chiara*

Scrivere la prefazione alla seconda edizione di “La mia vita dentro”, che ho avuto l’onore di presentare a Napoli il 14 maggio di quest’anno, è una opportunità che intendo cogliere fino in fondo e della quale sono grato a Luigi Morsello e a Roberto Ormanni che me lo hanno chiesto.

La conoscenza personale dell’autore, avvenuta la sera della presentazione, e la verifica diretta dell’ampio consenso manifestato da un pubblico di qualificati addetti ai lavori mi inducono, poi, a essere ancora più esplicito di quanto non sia stato nel corso dell’intervento svolto in quell’occasione nell’esprimere solidarietà e adesione al progetto di Morsello.

Da ex magistrato di sorveglianza, tra il 1976 e il 1981, posso ben comprendere le difficoltà insormontabili che quotidianamente un onesto direttore di carcere, a due passi dal suicidio, ha dovuto affrontare.

Va sottolineato anzitutto il singolare profilo umano e professionale di Luigi Morsello. Dalla lettura del testo emerge la figura di un servitore dello Stato “vecchio stampo”, nell’accezione migliore del termine: le leggi e i regolamenti, certo, al di sopra di ogni cosa, ma anche umanità e comprensione nei confronti dei collaboratori che con abnegazione fanno il proprio dovere, e dei detenuti di cui si sforza di capire le ragioni personali e sociali alla base del delitto commesso e di cui mostra di seguire con trepidazione e partecipazione da neofita il percorso rieducativo voluto dalla Costituzione.

In secondo luogo va dato atto all’autore del coraggio manifestato nello scrivere un libro sul carcere in un momento come quello attuale in cui la profonda crisi economica, sociale, politica e, soprattutto, morale, del paese costituiscono fattori che non invitano a una riflessione approfondita sulla “discarica sociale” che è il sistema penitenziario italiano.

Luigi Morsello questa riflessione ha voluto farla in modo provocatorio e c’è riuscito in pieno.

Chiama a rispondere di insipienza politica la classe dirigente di ieri e di oggi che ha iniziato a riformare il sistema penale da valle, ponendo mano prima alla riforma delle carceri poi a quella del codice di procedura penale: classe dirigente che a tutt’oggi non ha ancora concepito un’attenta e intelligente selezione degli illeciti da punire con la sanzione detentiva e quindi delle persone che effettivamente meritano di andare “dentro”.

Il libro, peraltro, non si inscrive nelle pur condivise, sofisticate analisi sociologiche sulle istituzioni totali di cui il carcere è espressione significativa.

Il testo è semplice, documentata testimonianza delle dinamiche carcerarie nelle quali si riflettono quelle più generali del Bel Paese, resa da chi senza essere stato imputato o condannato vi ha convissuto per trent’anni con l’obiettivo di rendere migliori le condizioni generali degli istituti di pena e di quanti vi sono ristretti e lavorano. A costo di qualche forzatura pagata, come ricorda, a caro prezzo.

E allora non può meravigliare il fatto che nel libro si parli di personaggi di spicco del terrorismo rosso e nero e della criminalità organizzata, di delinquenti comuni, di rivolte tese a ottenere carceri più vivibili, di storie di ordinaria follia, di gesti eroici che non ci si aspettava potessero essere posti in essere da esponenti di quello che fu il corpo degli agenti di custodia, di favoritismi a beneficio dei soliti figli di papà che anche in carcere sono tali, nonché di ammutinamenti (sì, proprio così) contro il direttore “di ferro” Luigi Morsello. Del pari, non può meravigliare che si parli anche, nel libro, di episodi che rinsaldano i rapporti tra direttore, detenuti e “custodi”.

Il carcere è questo e altro, non raramente oggetto di illeciti interessi da parte di “cricche” ante litteram.

Chi non ricorda lo scandalo delle carceri d’oro? Morsello con malcelato orgoglio rivendica di aver constatato, in un ambiente burocratico fortemente gerarchizzato, distorsioni amministrative, trasferimenti poco ragionevoli; in breve, una gestione della cosa pubblica con riferimento al settore penitenziario non sufficientemente attenta ai canoni del buon andamento e dell’imparzialità.

Morsello, da persona leale e intellettualmente onesta, indugia anche all’autocritica, cita presunti errori di valutazione che hanno lasciato segni indelebili.

E’ però il caso di osservare che non sbaglia soltanto chi non agisce per ignavia o altro.

Mi fermo qui per non privare il lettore del piacere di assistere a un interessante film dal titolo “La mia vita dentro”.

Silenzio, lo spettacolo ha inizio.

*Procuratore della Repubblica Aggiunto presso il Tribunale di Napoli

LA MITRAGLIA DI B. CHIAMATA SANTANCHÈ


Sallusti, Bisignani e la rete “nera”

di Gianni Barbacetto

Nostra Signora dei dossier? Troppo, per Daniela Garnero Santanchè, che però un po’ ci gioca, con questo nuovo titolo nobiliare calato sulla sua testa cotonata. Ha deciso che chi media è un perdente. E lei spara. Contro Gianfranco Fini. Contro gli islamici “amici del burqa”. Contro i clandestini, da cacciare “a calci nel culo”. Contro la sinistra (vabbè) e contro tutti i nemici del Capo, di cui è diventata consigliera ascoltatissima, sulle strategie d’attacco come sul nuovo colore del fondotinta (troppo mattone quello usato finora). Ha finalmente un contatto diretto con Silvio Berlusconi e, seduta su una poltroncina di sottosegretario, conta più d’un ministro e pesa più d’un Bondi o d’un Bonaiuti. Eppure lavora per sé, al vertice di un triangolo con Alessandro Sallusti (direttore del Giornale) e Luigi Bisignani (distillatore di poteri). La cordata di cui il triangolo fa parte comprende anche Vittorio Feltri, ma relegato ormai nel ruolo del padre nobile che lascia fare ad altri le operazioni concrete e i fratelli Mario e Vittorio Farina. Quest’ultimo è lo stampatore-editore della Ilte, ex macchina da guerra delle Pagine Gialle: sede romana in piazza Mignanelli, manager influente Luigi Bisignani, ex P2 e uomo dei contatti (con Gianni Letta, con Paolo Scaroni, con Cesare Geronzi). Il fratello Mario Farina è il principe della free press in Italia, l’editore dei quotidiani Metro e DNews, che ora lancia il primo settimanale free press di gossip: Io spio, 800 mila copie massicciamente distribuite a Milano e Roma.

CHI RACCOGLIE la pubblicità – cioè fa girare i soldi – nella macchina di Farina è lei, la Garnero Santanchè, con la sua Visibilia, concessionaria di Metro, DNews e di Io spio. Anche del Giornale, naturalmente (con Visibilia 2). E chi, in periodo di dossier minacciati via sms, fa osservare che gossip, foto e agenzie fotografiche sono (anche) armi di ricatto – almeno a giudicare da certi processi in corso – lei risponde con un sorriso. Alla direzione editoriale di Io spio ha comunque insediato un Fabrizio Corona in sedicesimo (nel solo senso del fatturato), quell’Alan Fiordelmondo, maestro di tennis, 35 anni, gran manovratore della piccola agenzia Spyone. E strettissimo amico, con fasi alterne, di Alfonso Signorini, il superdirettore di Chi a sua volta in contatto con quel re della notte, fuori e dentro la tv, che risponde al nome di Lele Mora.

Dire che della cordata faccia parte anche Valter Lavitola, editore dell’Avanti! e gran frequentatore dei Caraibi, non si può: in fondo, è solo un cliente di Farina, che gli stampa il suo prezioso giornale. Della cordata invece, consapevoli o no, facevano parte anche gli Angelucci, editori di Libero e del Riformista. Ma ora hanno rotto con Daniela-Crudelia De Mon. La sua Visibilia, così generosa con il Giornale di Vittorio Feltri, trascurava i cugini-concorrenti del Libero di Maurizio Belpietro, a detta degli stessi cugini trascurati. Dal 1 ottobre, contratto rescisso e patata bollente passata alla Pk, concessionaria del gruppo Fiat. I protagonisti del divorzio garantiscono che si è trattato di una separazione consensuale e smentiscono gli scontri feroci ipotizzati negli ultimi mesi, con Crudelia che lascia Libero senza pagare agli Angelucci gli arretrati e lasciando perfino un buco (7 milioni di euro) nel pagamento dell’affitto degli uffici di viale Majno, a Milano. Tutto è bene quel che finisce bene.

PER DANIELA Garnero, a 48 anni, è un nuovo inizio. Lontani i tempi duri della giovinezza a Cuneo, dove ha iniziato un cammino in qualche modo parallelo a quello di un altro campione della Provincia Granda, quel Flavio Briatore di cui resterà per sempre amica e per qualche tempo anche socia nei giri del Billionaire. Primo gradino dell’irresistibile ascesa, il matrimonio con il chirurgo plastico Paolo Santanchè, di cui si vantava di essere un catalogo vivente, quando navigava in Costa Smeralda a bordo di una barca chiamata “Bisturi”. Poi è scoccato il tempo della politica. Rapporti stretti con Ignazio La Russa, poi con Gianfranco Fini. Raggiunto un obiettivo, salita su un gradino, lei scarica chi l’ha aiutata a salire dal gradino sotto. Così Fini “umanamente è una merda”, ha detto senza peli sulla lingua. Parla chiaro e non ha paura di contraddirsi. Alle elezioni del 2008, dopo essere stata messa in un angolo da Fini, rompe con gli amici di An e va a fare la bandiera mediatica della Destra di Francesco Storace. In tv ha una parola buona per tutti. Berlusconi? “È un dittatore da Repubblica delle banane”. “Uno che vede le donne solo in posizione orizzontale”. “Le ha sempre utilizzate come il predellino della sua Mercedes”. “È rimasto quello che era negli anni Cinquanta e Sessanta: un intrattenitore sulle navi”. “Un signore che non sa più innovare il suo linguaggio, come l’aratro nell’era di Internet”. “Odora di stantio. È come il suo Milan: antico”. Per concludere: “Tanto io non gliela do...”.

LE URNE non hanno poi premiato tanto attivismo mediatico, ma niente paura: Crudelia Garnero ha comunque dimostrato di cosa è capace ed è pronta a mettere le sue capacità al servizio di chi ha vinto. Il momento arriva quando Veronica mette in difficoltà Silvio con un divorzio che rischia di costare carissimo. Daniela spara la sua cartuccia, nel maggio 2009, a Libero: “Il presidente non ha sfasciato nessuna famiglia, è Veronica Lario che da molto tempo ha un compagno”. Seguono nome, cognome e paparazzate sui settimanali di gossip. Di colpo, diventa la più instancabile adulatrice del “vecchio” Silvio. E la coerenza? “Ma erano solo battute. Ragazzi, dai, dove vivete? La politica si fa così, giorno per giorno. Con la testa voltata all’indietro non si va da nessuna parte”.

Quando i giochi si fanno duri, Crudelia è pronta per il posto di coordinatore unico del Pdl, al posto della trimurti Bondi-La Russa-Verdini. Lei smentisce, naturalmente. “Lo mette in giro chi semina zizzania. Ma io non cado nella trappola, questo è il momento dell’unità per far vincere il Pdl e sostenere il governo”. Ma dentro di sé gongola. Il suo motto è sempre: “Non temo le critiche, temo solo il silenzio”.

Visto si scherzi


di Marco Travaglio

L’altra sera, su La7, è apparso Nicola Porro in stato di evidente alterazione. A un certo punto, riuscendo a stupire persino il conduttore, peraltro aduso a maneggiare casi umani, il Porro lamentava la mancata solidarietà di Napolitano. A che titolo il capo dello Stato dovrebbe tributare solidarietà al Porro, sfugge ai più, compreso probabilmente il Porro medesimo. A meno che il Porro non invochi solidarietà per esser costretto a lavorare con un direttore come Sallusti. Nel qual caso la merita tutta, come del resto Sallusti per essersi ritrovato un vicedirettore come Porro.

Uno che, quand’è in vena di scherzi, telefona al portavoce della Marcegaglia per minacciare di “romperle il cazzo per venti giorni”. Che burlone. Feltri, al quale va la nostra solidarietà per avere un direttore e un vicedirettore così, definisce Porro “un pirla”. Ma Porro, a La7, assicura che scherza anche Feltri.

Sono tutti dei gran buontemponi. Forse scherza anche una delle penne di punta del Giornale, Antonio Signorini, che dedica un articolo al Pm Woodcock e alle critiche che in passato gli mosse Fini per la sua “fantasia investigativa”. Signorini cita, fra gli insuccessi di Woodcock, le inchieste su Vallettopoli e sull’ex portavoce finiano Salvo Sottile. Forse non sa che Vallettopoli ha portato alla condanna di Corona & C. per estorsione e altro; e che Sottile è stato condannato a 8 mesi in primo grado per peculato, avendo usato l’autoblu per scarrozzare la signorina Gregoraci. O forse anche Signorini, secondo le usanze della casa, è in vena di burle. Solidarietà anche a lui. E pure a Ferruccio de Bortoli, per essere costretto (ma da chi?) a pubblicare le lenzuolate di Piero Ostellino.

L’altro giorno il piccolo Ostello ha riempito mezza pagina di Corriere con un articolo in linguaggio ottocentesco: “Degli ultimi casi d’Italia qui descritti da Piero Ostellino attraverso la libera trasposizione ‘Degli ultimi casi di Romagna’, 1846, di Massimo d’Azeglio”. Ogni tanto Ostellino sprofonda in crisi di identità e si crede Massimo d’Azeglio (ma anche Costantino Nigra, il conte Solaro della Margarita, Quintino Sella, Giovanni Lanza e così via): abbandona il computer, impugna la piuma d’oca, la intinge nel calamaio e verga sapide articolesse a base di lemmi ottocenteschi: “L’arte di murar la casa ad un mattone per volta”, “de’ governi”, “sudditi pontificj”, “a’ sudditi”, “bastante cagione”, “apransi agli Italiani modi liberi e virtuosi”, “vilmente servi all’oro straniero”, “ajutarla”...

È la sindrome d’amnesia che coglie il personaggio interpretato da Sordi nel film Troppo forte di Verdone: l’avvocato Gian Giacomo Pignacorelli in Selci che, di punto in bianco, dimentica l’arte forense e diventa un ballerino abbandonando gli attoniti clienti.

Ieri, tornato in sé ma non troppo, Ostellino ha ripreso a scrivere in italiano contemporaneo per lanciarsi al salvamento del Giornale perseguitato dai Pm napoletani. Ce l’aveva con gli italiani, che “non si indignano” per l’inchiesta di Napoli, “come se perquisire un giornale fosse la cosa più normale del mondo” (lo è, se ne faccia una ragione). E, non contenti, rispondono a un sondaggio di Sky che era giusto perquisire il Giornale. Ergo siamo “un paese anormale, incivile, ancora fermo al ‘22”. Cioè al fascismo. L’anomalia, a suo dire, non è la telefonata minatoria di Porro al portavoce della Marcegaglia: anzi, di “conversazioni come quella... ne corrono a centinaia tutti i giorni” (anche lui evidentemente è solito chiamare i portavoce di questo o quello minacciando di “rompere il cazzo per 20 giorni” a questo o quello). E nemmeno il fatto che “il padrone del Giornale” – come dice Feltri – sia Confalonieri, presidente di Mediaset, in barba alla legge Gasparri che vieta a Mediaset di controllare giornali. No, l’anomalia è che la magistratura intercetti Porro. Il poveretto non sa che l’intercettato non era Porro, ma il portavoce della Marcegaglia.

Poi però, a sorpresa, Ostellino butta lì che “la madre dei cretini è sempre incinta”. Un’autocritica ferocissima, forse immeritata. Piena solidarietà anche a lui.