Dice Furio Colombo: “il Partito Democratico non proietta l’ombra”. Una immagine folgorante, per spiegare il paradosso di un congresso che non produce dibattito nel paese, di una conta che scandisce il suo appello nella stanze chiuse. Sabato e domenica si è celebrato il turno più importante si è votato in centinaia di sezioni. E cosa si scopre di nuovo? A prima vista poco.
Un voto ai raggi X. In realtà molto, su di un partito che viene passato ai raggi X di una prova elettorale. Pierluigi Bersani (per ora) vince bene con il 53%. Dario Franceschini perde, sorprendentemente con il 38%, anche se non è del tutto fuorigioco. Ignazio Marino, con il suo 8% ormai consolidato (forse di più), entra nel ballottaggio a tre ed è destinato a diventare il king maker.
Perchè? Per due motivi: perchè se nelle primarie con i cittadini Bersani non raggiungerà la sogliadel 51%, i voti dei suoi delegati saranno determinanti per eleggere il vincitore della sfida. E poi perchè i numeri regione per regione dimostrano una grande potenzialità di consenso fuori dagli apparati, diventano il paradigma del congresso, e sono per certi versi clamorosi. Percentuali sballate. Ad esempio. Il chirurgo ottiene in tutte le città da Roma in su percentuali fra il 20 e il 30% (con punte del 35%). Mentre invece precipita al 3% e rotti in Puglia, Calabria, Campania. In tutto il Sud si è prodotto un risultato a macchia di leopardo”. Dove i signori delle tessere sono a favore di Franceschini, i voti si riversano sul segretario. Dove accade il contrario le percentuali si ribaltano. In pratica è stato cancellato il voto di opinione. Qualche esempio illuminante? Come è possibile che Franceschini riesca a raggiungere il 90% dei voti, non in una singola sezione, ma in una città grande comeMessina? E come è possibile che Bersani superi l’80% in buona parte della Calabria e soprattutto a Reggio? Il voto del congresso, senza volerlo, disegna una geografia schizofrenica e preoccupante. Dove il partito non governa, ed è politicamente irrilevante il voto d’opinione è libero. Dove invece conta e governa, prevale il peso dei capibastone.
Voto militarizzato. I sostenitori di Marino non si fanno tanti problemi e usano parole forti: “La questione democratica - spiega Michele Meta, cuore organizzativo della mozione - si fa grave al Sud, dove il voto è controllato, e di fatto militarizzato. Possiamo dirlo senza alcuna remora, perchè noi, in questi mesi, abbiamo denunciato tutte le votazioni sospette”. E le risposte? Il sorriso si fa amaro: “Nessuna”.
Ma anche fra le due mozioni più forti c’è chi non nasconde le sue perplessità: “Il voto al sud non è libero - ha detto Pina Picierno, ex pupilla di De Mita, ex ministro ombra, oggi sostenitrice della mozione di Franceschini - posso parlare della mia provincia, che conosco bene: quando si arriva a percentuali che superano l’80 per cento, come qui è successo con la mozione di Bersani, c’è di sicuro qualcosa che non va”. Vuol dire che il voto è inquinato? Sorriso amaro: “Mi faccia una intervista quando i dati saranno completi e glielo spiego meglio, numeri alla mano”.
Partecipazione bassa. Ma il terzo fattore di inquietudine è in un altro dato, che non è sotto i riflettori. Quello dello dell’affluenza. Se le cose continuano così, sarà molto difficile che si arrivi a 500mila votanti. il che significa che molte delle 420 mila tessere che sono arrivate solo negli ultimi mesi erano il prodotto di un effetto doping. Di più: in alcuni circoli in cui il tesseramento era sospetto, le mozioni più deboli hanno mandato i loro 007 a controllare. Il che ha prodotto effetti clamorosi. Come quello di tre circoli di Roma (solo per fare un esempio) che superavano i mille iscritti.In quegli stessi seggi (controllati a vista) hanno votato poco più di cento persone: solo uno su dieci. Una media quattro volte più bassa della media nazionale! In quanti circoli, magari dove non c’erano osservatori, si sono prodotti degli aumenti sospetti nella percentuale dei votanti? In quanti “il cappotto” è stato prodotto dalla omogeneità degli scrutatori? In europa ci sono stati due diversi tipi di crisi organizzativa che hanno preparato la sconfitta del partito socialista francese e di quello tedesco. In Francia una guerra tra leadership frammentate che non sono riuscite a conquistare autorevolezza, e che hanno innescato guerre di carte bollate e delegittimazioni reciproche. In Germania una forte convergenza intorno a un leader che ha rassicurato gli apparati, ma che non è riuscito a dialogare con il paese.Le due velocità del voto nel Pd, rischiano di riassumere in uno solo partito il peggio dei due scenari. Da un lato il voto a macchia di leopardo e la battaglia di Franceschini ricordano il modello francese. Dall’altro il successo di Bersani, che si fa plebiscitario in alcune regioni (oltre a quelle del Sud, nel modo che abbiamo visto, in quelle rosse) non è frutto di una proposta politica che ha fatto breccia, ma di un voto di rassicurazione degli apparati.
Guerra fra post. In molte sezioni il voto è stato una scelta fra due opzioni antropologiche, più che politiche, l’ultimo atto di una resa dei conti fra le due tradizioni co-fondatrici del partito, quella post-comunista e quella post-democristiana. Ma se nelle ultime congressuali questa tendenza si consolidasse, nessuno avrà abbastanza forza per tenere una linea decisa. Franceschini ha vinto la partita mediatica con trovate spesso estemporanee (ad esempio la gita con bandiera sul Po), Bersani ha riconquistato la fiducia degli iscritti sconcertati per lo smantellamento della forma partito. Ma sul caso delle dimissioni Dorina Bianchi, non appena per un solo momento si è tornato alle questioni ideali, tutto il Pd ha dimostrato difficoltàdi dibattito e di tenuta. L’ala teodem scalpita, e i rutelliani non fanno mistero di considerare probabile una nuova scissione. Il partito non proietta l’ombra, è vero. Ma ci sono tante ombre sul suo futuro.
In un film di Woody Allen, 'Harry a pezzi' c'è un regista che non riesce a capire come mai l'attore inquadrato in macchina risulti sempre sfuocato. Ma è l'attore che non funziona non la cinepresa. La stessa immagine sbiadita e fuori sincrono la sta dando di sé il Pd. Lo scriviamo con sincera preoccupazione: parliamo del partito che si propone come principale alternativa al regime di Berlusconi. Il quale, infatti, con arrogante sicumera può dire: saremo qui per sempre.
Il Fatto seguirà con attenzione le vicende congressuali, e non, del Pd. I lettori ce lo chiedono. Quelli che lo hanno votato e non lo votano più. E quelli che non lo votano più ma vorrebbero avere un buon motivo per tornare a votarlo. Complessivamente questo popolo di delusi conta quattro milioni di persone.Sono stati definiti gli ex voto, un popolo enorme di cui però nel dibattito congressuale ci si occupa poco o niente. Eppure, quelle persone recuperate e rimotivate potrebbero di nuovo far pendere la bilancia dalla parte del centrosinistra.
Altre cose non vanno. Il Pd ci sembra incartato in un dibattito tutto interno, fatto di molto politichese e di poche questioni concrete. A cominciare dalle misure di sostegno per aiutare le 580mila persone che hanno perso il lavoro nel primo semestre dell'anno.
Chi saprebbe dire in parole semplici quali sono le differenze di programma tra Bersani e Franceschini?Su laicità e diritti Marino ha certamente un profilo più netto: ma non riesce a schiodarsi dal ruolo di terzo incomodo. E poi c'è il problema, non soltanto al Sud, del tesseramento gonfiato. Ma, soprattutto, il Pd appare come un partito dove una base appassionata - pensiamo alle migliaia di volontari delle Feste – non riesce a farsi ascoltare dalla nomenclatura. Un grande partito, dunque ma anche un partito senza. Che fa opposizione in parlamento ma senza l'energia necessaria e quasi sempre con toni impercettibili. Chi si ricorda una frase o una iniziativa sull'assalto alla Rai da parte dei berluscones? O sullo scandalo dello scudo fiscale agli evasori? Amici del Pd, il rischio di tenere i toni bassi è che alla fine non vi ascolti più nessuno.
C’è un fascicolo fantasma che si è perso tra il Palazzo di Giustizia di Roma e la Camera dei Deputati. Per fare meno di due chilometri non sono bastati 16 mesi. Il fascicolo scomparso riguarda Gianfranco Fini nelle vesti di imputato e Henry John Woodcock, nelle vesti non di accusa ma di parte offesa.
La Procura di Roma ha chiesto nel marzo del 2008 il rinvio a giudizio del presidente della Camera per diffamazione. Quando la notizia divenne pubblica Fini disse “non mi avvarrò della sospensionedel procedimento prevista dal lodo Alfano”.
Belle parole. “Il fatto Quotidiano” è andato a verificare cosa è accaduto dopo, scoprendo che l’udienza preliminare è sospesa di fatto da allora. Quando c’è di mezzo il “porto delle nebbie”, come un tempo si chiamava il palazzo di giustizia romano, il lodo non serve.
La storia va raccontata dall’inizio. Nel giugno del 2006, Woodcock indaga la moglie del presidente, Daniela Di Sotto (poco dopo si separeranno), il suo segretario particolare, Francesco Proietti, e il suo portavoce, Salvatore Sottile.Le intercettazioni svelano gli affari di Daniela Di Sotto nella sanità. La moglie di Fini si vantava di essere riuscita a ottenere una redditizia convenzione per il centro analisi di famiglia dalla Regione Lazio, grazie a un’azione di lobby che lei definiva così: “mi sono andata a sbattere il culo con Storace”.
Gianfranco Fini schiuma di rabbia il 18 giugno 2006 alla trasmissione “Porta a Porta”: “Woodcock è un signore che in un paese serio avrebbe già cambiato mestiere e lo dico a ragion veduta ... è noto per una certa fantasia investigativa ed è un personaggio nei confronti del quale il Csmavrebbe già da tempo dovuto prendere provvedimenti”. Parole senza fondamento (Sottile sarà condannato per Peculato, la ex moglie è ancora indagata) ma Vespa lo lascia parlare e nessuna Autorità, nessun direttore generale lo richiama. Anche se il conduttore non era proprio un modello di terzietà in quella vicenda visto che nelle intercettazioni proprio Vespa prometteva a Sottile di cucire su misura di Fini una puntata.
A ritenere degne di condanna le parole di Fini non è l’Agcom ma il pm di Roma Erminio Amelio che ne ha chiesto il rinvio a giudizio nel marzo del 2008, due mesi dopo, il Gip ha ordinato la trasmissione delle carte al Parlamento nonostante Fini avesse provato a evitare il processo sostenendo a sproposito l’insindacabilità delle sue parole. Il giudice non ha avallato questa tesi e ha ordinato di spedire il fascicolo al Parlamento per chiedere l’autorizzazione a procedere.Qualcuno ha però provveduto a togliere dall’imbarazzo Fini: dopo sedici mesi, dice il presidente della giunta per le autorizzazioni Pierluigi Castagnetti, “il fascicolo non è mai arrivato”. In Procura non si sanno spiegare perché: “l’ufficio del Gip aveva detto che era partito”. Il risultato è che Fini continua a non risponde delle sue parole senza nemmeno scontare il danno di immagine dell’utilizzo dei suoi privilegi. Il suo avvocato Giulia Buongiorno giura: “il presidente mi ha detto che, appena arriverà il fascicolo lui chiederà ai parlamentari di votare a favore del suo processo, senza avvalersi dell’insindacabilità, quando il fascicolo arriverà”. Quando arriverà.
Ora è ufficiale: il trasferimento del procuratore di Salerno Luigi Apicella e dei sostituti Gabriella Nuzzi e Dionigio Verasani, cacciati dalla loro Procura e addirittura inibiti a seguitare a fare i pm, disposto sei mesi fa dal Csm e confermato dalla Cassazione, si basava su una ricostruzione dei fatti totalmente infondata e fasulla: la cosiddetta “guerra fra Procure”, come nel dicembre scorso la liquidarono giornali, tv, Csm, Anm, Quirinale, politici di destra e sinistra, era un falso. Altro che guerra: la Procura di Salerno, quando mandò a perquisire quella ribelle di Catanzaro, agì “per realizzare un fine di giustizia” e fece soltanto il proprio “dovere di ufficio”. Lo afferma il gip di Perugia Massimo Ricciarelli nel provvedimento con cui il 9 settembre, nel silenzio tombale di stampa e tv, ha archiviato il procedimentoaperto a suo tempo dalla Procura generale di Catanzaro contro i tre magistrati e contro Luigi de Magistris per abuso d'ufficio e interruzione di pubblico servizio.
L’incredibile accusa proveniva proprio dall’ufficio giudiziario appena perquisito dai pm di Salerno, visto che a Catanzaro c’era (e c’è) una pattuglia di pm indagati peraver ostacolato e in parte insabbiato le scottanti inchieste di De Magistris (anche lui cacciato dalla sua Procura e dalla funzione di pm), a partire da “Why Not”. Trovandosi la polizia in casa e in ufficio, i pm catanzaresi non trovarono di meglio che contro-incriminare i colleghi che indagavano su di loro e contro-sequestrare le carte che erano state loro appena sequestrate. Poi, per soprammercato, indagarono pure De Magistris, considerato l’ispiratore del blitz.
L’accusa di abuso d’ufficio riguardava la presunta illiceità del decreto di perquisizione e sequestro di Salerno; quella di interruzione di pubblico servizio, invece, il presunto stallo subìto dal fascicolo “Why Not”. Poi il procedimento, per il gioco dell’oca delle competenze, era approdato da Catanzaro a Roma, e di lì a Perugia. Le accuse erano già state smontate dal Riesame di Salerno che, respingendo i ricorsi di alcuni indagati perquisiti, aveva confermato la correttezza dell’operato dei pm campani. Ma il Csm e la Cassazione se n’erano bellamente infischiati. Ora il Gip di Perugia scrive che “appaiono significative le ordinanze del Riesame” perchè “spiegano le ragioni della pertinenza del materiale sequestrato”.
Nuzzi, Verasani e Apicella “avevano chiesto gli atti alla Procura generale di Catanzaro”, ma qui i magistrati indagati “avevano manifestato perplessità di vario genere all’invio degli atti richiesti. In tale quadro i magistrati di Salerno si erano convinti che le difficoltà frapposte non fossero giustificate, mentre la base indiziaria, suffragata dalle accuse del De Magistris, meritava di essere approfondita, emergendo fra l’altro che il dott. Pierpaolo Bruni, uno dei magistrati cui era stato assegnato ‘Why not’, stava manifestandocontrarietà alle scelte dei colleghi, volte a smembrare e disarticolare l’indagine... E’ un fatto che, a distanza di mesi dalla prima richiesta degli atti, quest’ultima nonera stata almeno per buona parte soddisfatta”. Eppure si fondava “su basi normative plausibili”. A Salerno non restava che andare a prendersi la carte negate da Catanzaro: “Sembra possibile affermare che i magistrati salernitani abbiano agito non per arrecare intenzionalmente un danno ingiusto, ma per realizzare un fine di giustizia”. E non certo, come insinuato dal Csm, per compiacere De Magistris e ostacolare i suoi nemici: “Non sembra possibile sostenere che tutto fosse stato fatto al solo scopo di favorire De Magistris”. Infatti “lo strumento del sequestro, sicuramente di maggiore impatto”, era “ritenuto il solo disponibile per ottenere quanto richiesto e già da mesi reputato necessario, tanto più in quel peculiare e per certi versi lacerante contesto, connotato dalla duplice veste di indagati e indagantia quel punto rivestita da taluni magistrati di Catanzaro”. E lo “stallo” di Why Not vibratamente denunciato nientemeno che dal Capo dello Stato? Altra bufala: “Era prevista la sollecita estrazione di copie, funzionale allarestituzione del compendio sequestrato”. Appena fotocopiato, il fascicolo sarebbe stato restituito agli inquirenti calabresi. “In altre parole – spiega il Gip - deve ritenersi mancante l’intenzionale volontà di arrecare un danno ingiusto, che costituisce requisito indispensabile per la configurabilità” dell’abuso. Si era pure detto che uno dei magistrati perquisiti era stato quasi torturato, con ispezioni corporali. Balle anche quelle: “A fronte delle doglianze del dott. Salvatore Curcio, relative agli asseriti eccessi di cui sarebbe stato vittima, è d’uopo osservare che la fase esecutiva non risulta ascrivibile né ad Apicella né a Verasani né a Nuzzi”; non solo, ma dalle carte emerge che fu “compiuto ogni sforzo per rendere meno traumatico possibile lo svolgimento dell’incombente in un contesto di comprensibiledisagio”.
Niente abuso d’ufficio, allora, e niente interruzione di pubblico servizio, per evidente “mancanza dell’intenzionalità richiesta” e, anzi, visto lo scopo del “perseguimento di un fine di giustizia, che per un pm costituisce innanzitutto un dovere d’ufficio”. Dopo aver definito “non decisivi i rilievi contenuti nel provvedimento disciplinare” del Csm contro i pm espulsi, il gip Ricciarelli “dispone darsi comunicazione al Csm” dell’archiviazione. Allo stesso Csm che, sulla base del nulla, ha stroncato la carriera a quattro magistrati onesti. E, non contento, continua a perseguitarli con una raffica di nuovi procedimenti disciplinari.
Messaggio riepilogativo a reti unificate. L’opposizione non deve opporsi, infatti per fortuna non lo fa. I giornalisti non devono farmi domande, a parte quelle che suggerisco io. I fotografi non devono fotografarmi, tranne i miei. I sindacati non devono sindacare. I magistrati non devono indagare sulle stragi di mafia, cioè su di me, perché quella è roba vecchia. E Mangano era un eroe, infatti non ha fatto il mio nome né quello di Marcello. I giudici non devono interpretare né contestare le leggi e, se la Costituzione glielo consente, è sbagliata la Costituzione. LaCorte costituzionale non si deve permettere di giudicare incostituzionali le mie leggi incostituzionali; chi si crede di essere: la Corte Costituzionale? Il Capo dello Stato deve firmare quello che gli mando io e basta, come del resto ha sempre fatto. I tribunali devono condannare tutti gli immigrati a prescindere e assolvere tutti i miei amici a prescindere. Io posso denunciare gli altri, magli altri non possono denunciare me. I portavoce della Commissione europea non devono portare la voce della Commissione europea, se no usciamo dall’Europa. I parlamentari non devono votare perché mi fanno perdere tempo: bastano e avanzano i capigruppo. L’Onu non deve fare l’Onu, altrimenti usciamo pure dall’Onu. La Chiesa non deve impicciarsi nei diritti umani degli immigrati e di Dino Boffo, ma solo nelle faccende di sua competenza: scuola privata, Ici, fecondazione assistita, testamentobiologico. Il Papa deve dare la comunione ai divorziati, o almeno a uno: io. Gli italiani devono sposarsi in chiesa e avere una sola famiglia, eccetto me e le mie famiglie. Michelle Obama, la moglie abbronzata dell’abbronzato, deve baciarmi e all’occorrenza lasciarsi dare una palpatina. Mia moglie non deve chiedere il divorzio da me, io invece posso chiederlo da lei. Fini non deve avere delle idee e, se gliene vengono, se le tenga per sé. I pubblicitari non devono fare pubblicità ai giornali che non sono miei e alle tv che non sono mie (fra l’altro, pochissime). La Rai deve controllarla il governo, quando al governo ci sono io; quando invece sto all’opposizione, il controllo spetta alla Vigilanza, cioè all’opposizione, cioè sempre a me. Santoro e la Gabanelli non devono raccontare cose vere, se no è giornalismo e si mette in cattiva luce Vespa. I miei giornali invitano gli elettori di centrodestra a non pagare il canone della Rai, così lo stipendio a Minzolini, Mazza, Orfeo, Liofredi, Masi, Vespa e agli altri amici lo pagano gli elettori della sinistra. La crisi finanziaria non esiste, è un’illusione ottica delle gazzette della sinistra: basta non parlarne e sparisce. I contribuenti devono smetterla di lamentarsi per le tasse troppo alte: gli faccio un condono all’anno, possibile che capiscano? I registi non devono fare film non prodotti da me, altrimenti non sono capolavori, ma culturame. Gli insegnanti non devono insegnare. Le escort non devono farsi pagare, altrimenti addio gioia della conquista. I tenori degli enti lirici devono andare a lavorare nei campi,fannulloni che non sono altro. Il Carnevale di Viareggio non deve fare carri allegorici su di me, casomai su Mao, Stalin, Pol Pot e Di Pietro. Non ho nulla a che vedere con il Giornale di Feltri, ma mi dissocio dal Giornale di Feltri. Kakà e Leonardo mi remano contro. Fini è un nano. Sono alto un metro e settantuno e nessuno deve permettersi di essere più alto di me, il che fra l’altro è impossibile. Sono il miglior presidente del Consiglio dai tempi di Mario e Silla: me l’ha detto l’amico Alcide De Gasperi, che mi è stato presentato l’altro giorno da don Sturzo in conference call con Luigi Einaudi. (Lo portano via)
Come Berlusconi, oltre Berlusconi. E' scontro tra l'associazione dei magistrati e e Brunetta dopo che il ministro aveva rivolto contro i giudici accuse al limite dell'insulto. Del tipo: "Si sono montati la testa, negli uffici giudiziari è il caos". L'Anm replica piccata: "Il ministro non sa di cosa parla, l'organizzazione della giustizia dipende dal governo".
Brunetta, in particolare, aveva definito un mostro proprio il sindacato dei magistrati, perchè avrebbe influito anche sul funzionamento del Csm, l'organo di autogoverno della magistratura. Brunetta annuncia il suo programma: «Bisogna tagliare questa cinghia di trasmissione». L'ultima sceneggiata del ministro è avvenuta a margine della presentazione del libro di Stefano Livadiotti «Magistrati l'ultracasta». Brunetta ha spiegato che «le correnti dell'Anm di fatto decidono gli equilibri all'interno del Csm e qui si produce il mostro, con effetti sulle questioni economiche, disciplinari e di carriera della categoria, che sono determinate per via sindacale». Quindi, «per risolvere il problema bisogna tagliare questa cinghia di trasmissione».
«Il 90% dei problemi della giustizia in Italia sono organizzativi - ha detto ancora Brunetta - e sono risolvibili con l'information and communication technology: anche per i magistrati si può pensare a badge, controllo delle presenze, controlli di produttività e controlli dei ritardi». «Se si va in qualsiasi tribunale italiano si trova il caos e dalle 14 non c'è più nessuno - ha detto poli polemicamente - e più il sistema di lavoro è complesso più ha bisogno di organizzazione scientifica, che nella magistratura e nella produzione della giustizia non c'è: il settore è opaco». Parole evidentemente dettata dalla scarsa conoscenza che Brunetta ha del lavoro dei giudici.
Brunetta, che da tempo si incarica di parlare alla pancia del Pdl, ha rilanciato la vecchia ossessione berlusconiana contro i giudici."I magistrati - dice - sono servitori dello Stato come tutti gli altri, forse si sono montati un pò la testa».
Il vicepresidente dall'Anm, Gioacchino Natoli, sfortunatamente presente alla presentazione del libro è stato costretto a replicare, soprattutto alla contestazione sui tribunali vuoti nel pomeriggio: «Questo succede perchè un suo collega di governo ha tagliato gli stanziamenti per gli straordinari». «Lei dice cose non vere», è stata la risposta di Brunetta. I due contendenti si sono poi accordati per fare un giro dei tribunali italiani («a sorpresa», ha precisato Brunetta) per verificare sul campo la situazione.
La replica dell'Anm è arrivata oggi sotto forma di comunicato molto duro: «Evidentemente è più facile insultare e fare propaganda, che assumersi la responsabilità del proprio operato». Così, il presidente dell'Associazione nazionale magistrati, Luca Palamara, il vicepresidente Gioacchino Natoli e il segretario generale Giuseppe Cascini, replicano alle affermazioni del ministro Brunetta. «Un ministro della Repubblica, tanto più della Pubblica amministrazione - aggiungono i vertici dell'Anm - non può ignorare che l'organizzazione della giustizia è attribuita dalla Costituzione al ministro della Giustizia, e quindi al governo».
Il ministro, aggiunge l'Anm, «non sa di cosa parla». «Gli organici della giustizia e la presenza del personale amministrativo sono decisi dal governo - dice ancoral'Anm - Lo scorso anno il governo, su proposta dello stesso ministro della Pubblica amministrazione, ha tagliato drasticamente gli organici del personale degli uffici giudiziari». Inoltre «recenti circolari del governo - conclude l'associazione - chiedono ai magistrati di non fissare udienze pomeridiane, per l'impossibilità di assicurare la presenza e la retribuzione del personale di cancelleria in orario straordinario».
«Le leggi che sembrano fatte al solo scopo di impedire la celebrazione dei processi» sono un'ulteriore causa della «crisi gravissima del sistema giudiziario», continua l'Anm. Una crisi, aggiungono i vertici dell'Anm «di cui sono vittime in primo luogo icittadini, ma anche i magistrati eil personale amministrativo; e che quel 'mostrò dell'Associazione nazionale magistrati si affanna da anni a denunciare, chiedendo ai governi interventi, misure e risorse»
È stata definita la strage più dannosa per Cosa nostra. Ma, a distanza di 17 anni, quella di via D’Amelio, dove hanno perso la vita il giudice Borsellino e i cinque ragazzi della scorta, sta mandano in pezzi un mito dell’antimafia, il gruppo investigativo diretto dal questore Arnaldo La Barbera e nato per dare la caccia agli esecutori delle stragi del ’92. Risultano indagati quattro poliziotti sospettati di aver indirizzato le deposizioni di due ex-collaboratori di giustizia sulla strage di via D’Amelio: Salvatore Candura e Enzo Scarantino che si autoaccusarono del furto di una macchina, una 126 rossa che, secondo una perizia, era stata usata per compiere la strage. Una ricostruzione sancita da una sentenza di Cassazione che oggi viene messa in discussione dalle indagini scaturite daun altro pentito, Gaspare Spatuzza. Che incredibilmente si autoaccusa dopo 11 anni di carcere duro del furto della stessa auto. Le pressioni su Candura sarebbero state di natura fisica e psicologiche. Lo stesso teste lo ha più volte denunciato in passato. Mentre sui verbali di Scarantino sono visibili una serie di aggiustamenti operati da agenti di polizia. Entrambi quindi sarebbero secondo le nuove indagini due falsi collaboratori. Tutto questo porterebbe quindi ad una revisione del processo Borsellino: sia per gli esecutori che per una parte dei mandanti. Stabilito questo la domanda è perché sarebbe avvenuto il depistaggio.
Perché i poliziotti agli ordini di La Barbera, che se fosse vivo, sarebbe tra gli indagati, si sono prestati a questo gioco? Ci furono ordini precisi dal vertice del Viminale di cui La Barbera si fece esecutore? C’è un nesso tra questa ipotesi di depistaggio e le domande senza risposta che ancora avvolgono il teatro della strage? Chi ha condotto le indagini per scoprire dove si sono appostati i killer di via D’Amelio? La pista del Castello Utveggio, dove operava il «Cerisdi», una scuola per manager, e trovano appoggio alcuni uomini dei Servizi, viene battuta da Gioacchino Genchi e Arnaldo La Barbera. Ma finisce “bruciata” proprio da un’iniziativa di La Barbera. A rivelarlo è lo stesso Genchi in un verbale del 2003 alla Dia di Caltanissetta: «Nell’ambito delle indagini curate fra il ’92 ed i primi mesi del ‘93 ricordo che fu accertata la presenza al castello Utveggio di alcuni soggetti provenienti dall’ex ufficio dell’Alto Commissario per la lotta alla mafia… Con mio disappunto il dr. La Barbera convocò in ufficio il Prefetto Verga (Direttore del CERISDI) palesandogli sostanzialmente l’oggetto dell’indagine tanto che, per come mi fu riferito tali soggetti da lì a poco smobilitarono dal castello».
Due confessioni, una macchina e un mistero. Tutto ruota intorno ad una utilitaria: la 126 rossa che viene indicata dalle prime indagini come l'autobomba. Scarantino dice, «sono io ad aver commissionato il furto », poi ritratta e rivela di essersi inventato tutto su pressione degli inquirenti. Nel 2008 arriva Spatuzza e dice: «Vi dimostro che l'ho rubata io» e indica il luogo esatto del furto. Tutto risolto? Per nulla perché le foto i video girati sul teatro della strage dimostrano che quel blocco motore della 126 rossa a via d'Amelio compare solo alle 13 del giorno dopo, il 20 luglio. La pista dell'auto che porterà fino a Scarantino è prefabbricata?
Ci sono sicuramente delle anomalie.
La prima, come abbiamo visto è la macchina. Come fa Scarantino a rivelare per primo marca, tipologia e nomedella proprietaria dell’auto rubata se è un pentito fasullo? O è stato istruito da qualcuno, oppure ha avuto effettivamente un ruolo nel furto. Ma, in tal caso, sarebbero le rivelazioni di Spatuzza ad avere tutt’altro significato e risulterebbero oscure e depistanti.
La seconda anomalia è che la polizia dopo aver rinvenuto il blocco motore della 126 mette sotto intercettazione la proprietaria della stessa. Perché? Da quella intercettazione la polizia arriva fino Candura che secondo le indagini odierne viene minacciato perché confessi il furto indicando in Scarantino il mandante. Terza anomalia: nei giorni seguenti alla strage arriva una telefonata anonima che segnala un pezzo di carta in un cestino di rifiuti vicino a via D'Amelio. Gli trovano il disegno di un uomo con la barba e un saio. Lì per lì nessuno ci fa caso ma quando Scarantino viene arrestato qualcuno si accorge che quell'identikit si attaglia perfettamente al suo: è infatti tra i frequentatori di una comunità religiosa che durante le cerimonie indossa proprio il saio.
Ieri sera sono stato ospite di Giovanni Floris alla trasmissione Ballarò. Pubblico il video ed il testo del mio intervento, espressione del mio pensiero e dell'interpretazione dell'Italia dei Valori di un gesto assimilabile ad una grande, ennesima, resa dello Stato di fronte alla malavita, alla corruzione e al malcostume del Paese.
Testo dell'intervento
"Noi dell'Italia dei Valori riteniamo che la legge è uguale per tutti. Tutti i cittadini devono pagare le le tasse e non bisogna fare i condoni. Sono stati fatti molti condoni in questi anni ed è lo Stato che ne è uscito sconfitto. Ogni volta che c'è un problema da affrontare lo si affronta in maniera sbagliata, depenalizzando il reato, facendo il condono, l'indulto e quant'altro.
Quello dei paradisi fiscali è uno dei problemi che l'Italia non può risolvere da sola. E' un problema che va affrontato a livello mondiale in quanto è una valvola di sfogo sulla quale gli Stati moderni fanno il giochino delle società offshore e scaricano all’estero tutte le cose che non possono fare nei loro Paesi.
Questo provvedimento chiede agli italiani che hanno dei soldi nascosti all’estero di riportarli in Italia. Se fosse denaro regolare potrebbero riportarlo in Italia subito, senza bisogno di nasconderlo. Se questi soldi sono stati nascosti è perché li hanno guadagnati in modo irregolare, attraverso l'evasione fiscale, attraverso lo spaccio di droga, attraverso il traffico d'armi e altro ancora. I soldi regolarmente acquisiti sono quelli che uno può dichiarare perché guadagnati legalmente.
Noi dell'Italia dei Valori preferiamo che questi soldi, irregolarmente tenuti all'estero, non siano condonati, ma sequestrati. Tutti quanti, non solo il 5%, ma anche l’altro 95%. Bisogna mandare un messaggio chiaro al Paese, perché la legge è uguale per tutti. Non è difficile farlo. Avete visto quante persone possiedono delle barche e dichiarano poco al fisco? Ad ognuno di questi sequestrerei la barca e chiederei di spiegarmi come l'ha presa, altrimenti manterrei il sequestro.
Il messaggio che si sta dando al Paese, attraverso questo provvedimento, è che i più furbi la fanno sempre franca e gli onesti diventano i fessi. Una cosa è il rientro dei capitali dall'estero, ma perché estendere il provvedimento anche al falso in bilancio e a tutti gli altri reati tributari?
Questo non è altro che una finestra per approfittare di un problema, quello del recupero dei soldi, per coprire tutti i reati che sono stati commessi. Questo è il vero problema."
Travaglio va in onda come un ospite “abusivo” di Annozero: "se si comporterà bene”, pensa Masi, "magari gli firmerò il contratto per le prossime puntate,.. con clausola risolutiva espressa". Il punto non è l’esito ma l’esistenza della querelle su Travaglio. Soltanto per la puntata del 15 settembre di Porta a Porta è stata stimata una perdita superiore ai 500 mila euro, qualcuno afferma anche oltre il milione. Le responsabilità di questo autolesionismo mediatico, volutamente causato o frutto di negligenza che sia, deve essere vagliato da un tribunale per accertarne le responsabilità della dirigenza Rai. Se Mediaset voleva disfarsi della concorrenza ed accaparrarsi audience e soldi pubblicitari questo Cavallo di Troia con Masi & Co. a Viale Mazzini sta svolgendo egregiamente il compito assegnato. I disoccupati crescono esponenzialmente, 400 mila in più negli ultimi tre mesi, l’erario si presenta a casa loro per incassare il canone Rai che in parte finisce nelle tasche di gente come Masi. Tra lui, Minzolini e Vespa non saprei scegliere chi dei tre brilla per maggior faziosità e servilismo politico. Il trio è la trasposizione della trilogia cinematografica horror: “Le Tre Madri” del regista Dario Argento applicata all’informazione. Dove passano loro crolla lo share, non crescono più talenti e si perdono soldi. La triade deve essere radiata dalla televisione pubblica poiché affetta dal “vizietto”, un insano comportamento con sfumature da delirio di onnipotenza, per cui le tivvù di Stato sono uno strumento di cui disporre per fini politici a dispetto dei contribuenti più che un bene pubblico di cui hanno la responsabilità transitoria della buona gestione. Con il “vizietto” si spiegano le decisioni della dirigenza Masi che preme per cancellare programmi di punta, rimandarne l’avvio o boicottarli togliendo l’assistenza legale alle redazioni. E nel frattempo i dirigenti Rai bruciano milioni di euro pubblici mentre il suo CdA “bipartisan” rimane a guardare. In regia Confalonieri e Berlusconi si fregano le mani e riempiono i conti di società off-shore. Tra qualche mese non ci sarà bisogno di invitare i contribuenti a dare disdetta del canone RAI, ci penseranno da soli schifati da questo teatrino e la responsabilità di questo degrado sarà ancora una volta politica e delle sue logiche spartitorie. Nel nostro programma di governo, presentato a Vasto, il tema dell’informazione viene trattato ed affrontato in modo esaustivo e risolutivo rispetto la situazione attuale estremamente degradata. Se solo applicassimo la metà delle soluzioni proposte dall’Italia dei Valori in tema di informazione non saremmo certamente al 47mo posto per libertà di stampa al mondo e non avremmo una televisione pubblica tappeto verde del gioco d’azzardo di politici senza scrupoli.
FLASH: Sabato 26 settembre a Roma ci sarà la "marcia delle agende rosse" a cui parteciperò. Mi associo all'invito di Gioacchino Genchi (video sopra) a partecipare rivolgendomi ai sostenitori dell’Italia dei Valori e a tutti i cittadini affinchè diano voce alla manifestazione con la loro presenza. Per ulteriori dettagli sull’agenda della giornata guarda la pagina: Manifestazione "Agenda rossa" - Roma - 26 settembre 2009
Pubblico il video ed il testo del mio intervento di ieri, sabato 26 ottobre, alla manifestazione "Agenda Rossa" promossa da Salvatore Borsellino insieme a numerosi cittadini, associazioni ed esponenti della società civile, a sostegno dei magistrati di Palermo, Caltanissetta, Firenze e Milano impegnati nelle indagini sulle stragi del 1992-93 e sul rapporto mafia-politica.
Testo dell'intervento
"Rubo solo qualche minuto per fare una riflessione insieme a voi: ma perché sta accadendo tutto questo? Perché nonostante Mani Pulite e le inchieste sulla Mafia non cambia nulla nel nostro Paese? Perché per avere la verità i cittadini devono dimostrare “come se” fossimo in uno stato dittatoriale? Ho vissuto un esperienza, Mani Pulite, e ho capito una cosa: per avere un Paese migliore era ed è necessario un ricambio generazionale della classe politica. Questo non vuol dire che bisogna buttare tutto al macero, ma che da quello che abbiamo scoperto attraverso le inchieste contro la Mafia e la corruzione c'era un solo modo per cambiare il Paese, ossia mettere una norma con tre paletti che avrebbero dato una terapia a questa mala amministrazione: non candidare più i condannati, non dare ruoli amministrativi a coloro che sono sotto processo e non permettere più agli imprenditori che si macchiano di reati contro la pubblica amministrazione, contro il fisco e contro la libera concorrenza di partecipare alle gare pubbliche. Bastavano queste tre regole per dare un riconoscimento a coloro che hanno dato la vita per cambiare il Paese come Falcone, Borsellino e tanti altri, per dare un senso che la lezione l'avevamo capita. Invece, se ci fate caso, quelli che sono stati criminalizzati in questi anni sono stati i magistrati, le forze dell'ordine e l'informazione che ha fatto il suo dovere, non quelli che invece hanno mistificato la verità. Perché, una volta individuata la malattia, non si è attuata questa terapia? Perché tante persone che ho visto quando ero magistrato sono dentro il Parlamento. Il vero conflitto d'interessi non è quello del Presidente del Consiglio, che è sicuramente un conflitto d'interessi grande come una casa, ma proprio perché tale lo si vede perché Berlusconi sta alla politica come Emilio Fede sta all'informazione. Quello che ci preoccupa molto, invece, e che che deve preoccupare tutti, è il conflitto d'interessi vero che sta dentro il Parlamento, dove c'è una marea di persone che portano avanti interessi propri o di quelli a cui fanno riferimento: ci sono gli imputati, ci sono i condannati, ci sono gli avvocati degli imputati, gli avvocati dei condannati, ci sono commercialisti, ci sono giornalisti brizzolati, un sacco di persone che continuano a fare il loro mestiere nonostante facciano i parlamentari. Questo vuol dire che la mattina vanno in Parlamento a farsi le leggi che gli servono nel pomeriggio mentre fanno le loro attività. Fino a quando non risolveremo questo vero conflitto d'interessi avremo sempre le lobby che governano il Paese, perché le liberalizzazioni non saranno tali, le privatizzazioni saranno sempre a favore di una cerchia di notabili, il sistema bancario farà valere sempre le sue idee, perché nell'informazione si scelgono coloro che hanno abbassato la testa e hanno deciso di servire il padrone. Ecco il vero conflitto d'interessi.
Come si risolve il problema? Con questo Parlamento non si potrà risolvere, perché i parlamentari non sono scelti dagli elettori, ma da quattro-cinque persone, e ogni volta che si approva una legge dovranno rispondere a un gruppo di potere e, quindi, vota pur sapendo che è una porcata, a cominciare dalla legge elettorale. L'ultima legge ad personam che si sta facendo è quella che si farà settimana prossima in Parlamento, quella sullo scudo fiscale. Che cosa dice questa legge? Coloro che hanno nascosto capitali all'estero li potranno riportare in Italia e, pagando una “tangente”, senza ripercussioni. Ricordate che coloro che hanno lecitamente soldi all'estero li possono riportare anche adesso, mentre i soldi che stanno nascosti all'estero nei Paesi offshore, quelli che Berlusconi conosce bene perché se ne è servito abbondantemente, sono tutti di provenienza illecita, considerati opera di riciclaggio ogni volta che vengono immessi nel mercato. Il Parlamento invece li trasforma in re-investimenti. Questa, a mio avviso, è un'attività criminale e coloro che approveranno tale legge compieranno un'azione criminale. C'è un comportamento mafioso all'interno di questo Parlamento da parte di persone che non fanno il loro dovere, non agiscono secondo coscienza e secondo gli interessi dei cittadini, ma agiscono per rispondere a precisi interessi delle lobby e di gruppi di potere.
La verità è che quando c'erano Falcone, Borsellino e tanti altri magistrati, che sono morti ammazzati, si aveva a che fare con una Mafia che ammazzava, ma oggi c'è una Mafia che sta dentro le istituzioni, che le usa, che non ha bisogno neanche di commettere reato perché sbianchetta il reato. Oggi la Mafia è dentro le istituzioni, dobbiamo contrastarla e dobbiamo appellarci ancora una volta al Capo dello Stato, al quale ieri una figlia di vittima di Mafia, Sonia Alfano, a nome di tutte le famiglie vittime di Mafia, ha detto “vieni a darci almeno un messaggio di solidarietà”. Il Presidente della Repubblica ha risposto dicendo che non poteva venire perché non partecipa a manifestazioni di partito. Credo che sia un offesa alla verità, perché questa non è una manifestazione di partito, votate chi vi pare ma fate in modo che questo Parlamento cambi. Fino a quando non cambia la legge elettorale e fino a quando non cambiano le teste avremo sempre un Parlamento disposto a fare compromessi per mantenere il potere di una lobby che si è appropriata delle istituzioni e della democrazia. Grazie."
Riporto il video ed il resoconto stenografico del mio intervento alla Camera dei deputati in tema di scudo fiscale, una norma criminale voluta per fare gli interessi dei criminali.
Testo dell'intervento
Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio che non c'è, signor Presidente del Consiglio latitante quando vi sono provvedimenti che interessano la sua persona e che, dunque, non viene a spiegare ai cittadini italiani che quest'altro provvedimento viene da lui preso soprattutto perché interessa alle sue aziende e alla sua persona per la miriade di società off-shore e di capitali all'estero che nel corso degli anni ha portato, a cominciare da quel conto corrente All Iberianda cui tanti soldi sono partiti per pagare politici, faccendieri e testimoni falsi che servivano ai suoi processi.
Noi dell'Italia dei Valori denunciamo l'irrazionalità, l'incostituzionalità e l'immoralità di questo decreto-legge per il quale oggi voi, dopo l'ultima modifica, vi accingete a chiedere il voto di fiducia. Lo denunciamo in modo forte e chiaro in quest'Aula, affinché i cittadini possano saperlo. Lo so che da quest'Aula non uscirà una parola di ciò che mi accingo a dire, ma state pur certi che in questo momento attraverso lo streaming lo abbiamo messo in rete e ciò che affermo viene sentito da tutti quelli che ne hanno interesse.
Ebbene, denunciamo il metodo e il meritodi questo provvedimento. Veniamo al metodo, innanzitutto. È la solita furbata. Ricordate quando qui è venuto Sua Santità Giovanni Paolo II a farci presente che nelle carceri si sta male e si scoppia di un numero enorme di persone che soffrono? Venne a chiederci di fare qualcosa per quelle povere persone che vivono in condizioni disumane nelle carceri. E tutti quanti a dire: ha ragione, provvediamo subito, Sua Santità. Quanta ipocrisia.
Nel provvedimento di indulto è stata inserita la norma furba in cui non si è dato atto solo di fare un provvedimento per venire incontro a chi stava in carcere in condizioni disperate, ma anche per non far andare in carcere chi meritava di stare in carcere, estendendo poi l'impunità e l'indulto a tutta una serie di reati che non c'entravano niente con la disperazione umana di alcune categorie sociali.
Così, con questo stesso tipo di furbizia, intervenite oggi. Siccome il Presidente della Repubblica, bontà sua, invece di fare quel che avrebbe fatto bene a fare, cioè rinviarvi indietro l'ultimo decreto-legge, l'ultimo provvedimento che non doveva firmare (che poteva non firmare), vi ha fatto un atto di gentilezza istituzionale, pensando di avere a che fare con dei gentiluomini, dicendo che per questa volta lo avrebbe firmato, ma che c'erano delle norme sbagliate.
Nelle stesse ore, contestualmente, avete fatto un decreto-legge correttivo al provvedimento su cui avevate posto la questione di fiducia. Eravate così convinti che andava bene che ci avete messo la fiducia sopra. Appena viene varato, fate un provvedimento correttivo in cui dite di aver sbagliato. Anzi, non dite di aver sbagliato, ma siete stati presi con le mani nel sacco e, in questa sorta di gentlemen agreement istituzionale in cui il Capo dello Stato vi ha voluto dare la possibilità di un atto di resipiscenza operosa, avete preso il dito del Capo dello Stato e gli avete fregato il braccio.
Questo avete fatto, perché avete preso questa nuova idea del decreto-legge correttivo - mi auguro che non si faccia più in questo modo e che d'ora in poi, ogni volta che c'è un provvedimento che non va firmato, non lo si firmi e non lo si promulghi -, avete preso il provvedimento e ci avete infilato dentro una norma all'ultimo momento, perché è chiaro che non vi siete neanche assunti il coraggio (voi del Governo e lei, signor Presidente del Consiglio latitante) di farlo come Governo. Lo avete fatto fare al solito parlamentare che deve assicurarsi la sua continuità e siete venuti qui a proporci ora la norma truffa inserita in un provvedimento che doveva essere un atto di riparazione per un precedente provvedimento sbagliato.
Certo che siamo d'accordo che ci doveva essere questo provvedimento, perché serviva per ridare un po' di spazio al Ministero dell'ambiente che era stato esautorato completamente dal decreto su cui avete dovuto fare la correzione, certo che siamo d'accordo sul fatto che siete dovuti intervenire per dare un certo ruolo alla Corte dei Conti, i cui controlli non volete vedere, ma poi dentro al provvedimento avete inserito quel che piace a voi.
Denunciamo questo metodo truffaldino, questo metodo criminale, perché questo è un metodo che ha tradito la fiducia del Presidente della Repubblica, e quando un Governo tradisce la fiducia del Presidente della Repubblica si pone una questione costituzionale e istituzionale grave come una casa. Contestiamo questo vostro comportamento, perché è un comportamento terroristico. Attraverso un veicolo necessario introducete una merce avariata, anzi, una bomba esplosiva. Utilizzate la Croce rossa per metterci le bombe esplosive, talebani nostrani. Avete ora inserito questa norma che non c'entra nulla con il decreto-legge correttivo ridicolizzando, peraltro, il Parlamento.
Mi appello ai cittadini italiani, affinché riflettano sul comportamento di taluni parlamentari che vengono qui un momento dopo il voto di fiducia su un provvedimento chiedendo un nuovo voto di fiducia che sconfessa il precedente provvedimento. Questo è il dato di fatto. Il provvedimento su cui interviene il decreto-legge correttivo è stato votato con il voto di fiducia. Domani ci sarà un altro voto di fiducia in cui si dice che dobbiamo correggere, perché quello era sbagliato. Si smentisce se stessi. Si è contenti di prendersi a schiaffi.
Questa è la dignità del Parlamento, che viene ridicolizzato, storpiato, violentato. E chi lo racconta agli italiani? Sì, forse ci penserà il prossimo Porta a porta. A reti unificate andate a raccontare la vostra verità, perché questo è il problema in Italia: un'informazione che deforma e che non può informare, perché, se ci prova, viene subito punita, messa all'angolo e bloccata.
Noi chiediamo, quindi, nel merito, che i cittadini italiani prendano atto che questa norma sullo scudo fiscale è una norma criminale, voluta per fare gli interessi di criminali. E non è un fatto politico e una dichiarazione politica, ma un fatto tecnico. Infatti, vorrei ricordare che fino ad ora i capitali che stavano e stanno all'estero - quelli regolari - possono rientrare tranquillamente in Italia. Nessuno gli dice male. Quelli che non possono rientrare sono quelli che non si possono dire da dove vengono, quelli che fino ad ora - ogni volta che venivano scoperti - venivano perseguiti a norma degli articoli 648-bis e 648-ter del codice penale: riciclaggio di danaro sporco. Oggi il riciclaggio viene premiato. Qui dentro si fa riciclaggio di Stato! Questa è contraddizione o incoerenza? No, questo è dolo specifico di una categoria di persone che utilizza le istituzioni per farsi gli affari propri, aggravato dal fatto che c'è un'altra categoria di persone che, per salvaguardare il proprio posto, si presta a rinunciare alla propria dignità politica e umana.
Lei, signor Presidente del Consiglio che non c'è, ieri ha detto che c'è una questione morale e che loro rilanciano la dignità. Perché non viene qui a indicarci una per una tutte le società off shore che lei ha avuto da quando ha incominciato a fare il Presidente del Consiglio? Perché non viene a indicarci perché si è rivolto a tutti i paradisi fiscali fino ad oggi, quelli che oggi dice di voler contrastare e combattere, lei che ne ha a uso e consumo proprio?
Lei sa bene per quale motivo questa norma è criminale. Infatti, sa bene che quando si fa un'investigazione si scopre un euro che si trova all'estero e, quando si vanno a fare le indagini attraverso le rogatorie, chi ti risponde ti dice che quell'euro fa parte di un monte di un milione di euro. Fino ad oggi le indagini venivano fatte grazie ad un conto corrente o a un deposito scoperti all'estero e si cominciava a vedere a ritroso da dove venivano, chi gliel'aveva dato, da quale fonte di reato e da quale reato provenivano. Oggi approvate una norma in cui si dice: non si può indagare, una volta che quei soldi sono rientrati. Oggi come oggi, a lei sarebbe bastato far rientrare quel conto All Iberian e dire: ho pagato il 4 per cento di tangente allo Stato, per cui non c'è bisogno che tu indaghi su di me. Invece, da quel conto corrente abbiamo scoperto che lei ci ha pagato Mills, Craxi e compagnia bella.
Non lo si potrà più scoprire, perché lei sa bene che si parte dal conto corrente per risalire a ritroso su quali sono i reati che ci stanno dietro, ma, dal momento in cui lei blocca le indagini, ogni volta che qualcuno scopre un conto corrente, lei ha raggiunto un'impunità per tutte le vicende passate che ha commesso. Ho sbagliato: anche per le vicende future! Infatti, qualsiasi criminale oggi che ha un conto corrente all'estero fa il passaggio, lo fa rientrare e poi dopodomani lo rimanda ancora all'estero, perché la norma non dice che non devi rimandarlo all'estero il giorno dopo!
Fa il passaggio, e ogni volta che si scopre che ha fatto una rapina, uno spaccio di droga o un traffico d'armi o quant'altro dirà: ma no, questi sono soldi che avevo all'estero e ho fatto lo scudo! Ecco, lei ha creato un meccanismo infernale per i suoi interessi, un meccanismo infernale che coinvolge tutti i criminali, che d'ora in poi possono venire nel nostro Paese. Il nostro Paese è diventato il lavatoio mondiale della criminalità organizzata, per i reati commessi in passato e per quelli che saranno commessi in futuro. Lei lo sa bene, non lo raccontate ma lei lo sa bene, che il 648-bis lo ha distrutto e il 648-ter non è più reato d'ora in poi. Lei sta creando un salvacondotto per i reati passati e futuri, suoi e dei suoi amici se non correi.
E poi, mi lasci dire, che c'azzecca il falso in bilancio con lo scudo fiscale? Lo scudo fiscale dovrebbe venire incontro ai soldi che qualcuno ha all'estero, e nulla ha a che fare con il falso in bilancio. Ma lei lo sa che cos'è il falso in bilancio? Mi scusi, ho sbagliato, lei lo sa bene. Per chi non dovesse sapere che cos'è il falso in bilancio, il falso in bilancio sta a una miriade di altri reati (dall'appropriazione indebita alla corruzione e all'evasione fiscale), così come la pistola sta al rapinatore: è un reato-mezzo per un reato-fine. Non serve a niente, all'imprenditore o pseudo tale, falsificare le carte, di per sé dalla falsificazione delle carte non ci guadagna niente. Scrivere che due più due fa cinque quando si tratta di prendere, o scrivere che due più due fa tre quando si tratta di dare (perché questo in soldoni è il falso in bilancio) di per sé non gli procura niente. Perché è reato il falso in bilancio? Perché è un reato presupposto per nascondere profitti di altri reati o per rendere agevole la commissione di altri reati.
Allora, perché depenalizzate il falso in bilancio? Che senso ha depenalizzarlo? È un reato che non c'azzecca niente con l'avere o non avere del denaro. L'avere o non avere denaro non è legato direttamente al falso in bilancio in sé, che è un'operazione contabile, è una falsa comunicazione sociale; è legato ad un'appropriazione, ad una bancarotta, ad una spoliazione, ad una corruzione. Il falso in bilancio è legato a tutt'altro, e allora che ce l'avete inserito a fare? Perché vi serve questo scudo per realizzare quello che non siete riusciti a realizzare non avendo una maggioranza qualificata in questo Parlamento: è un'amnistia mascherata! Voi state violando la Costituzione, e per questa ragione noi abbiamo posto una questione pregiudiziale di costituzionalità che domani rilanceremo, e rilanceremo nel Paese.
Voi con questo inserimento del falso in bilancio dimostrate non l'errore, ma la malafede di questa operazione, ed è questa la ragione per cui noi ci appelliamo ancora una volta al Capo dello Stato. Lo supplichiamo, non lo minacciamo, lo supplichiamo: non firmi questo provvedimento perché è altamente incostituzionale, oltre che criminoso e criminale.
Non ci resta, quindi, che concludere riaffermando il nostro punto di vista: siamo di fronte ad un atto di riciclaggio in corso ad opera di rei, correi e favoreggiatori. È bene che lo sappiano tutti i parlamentari quando sono qui a schiacciare i pulsanti. Almeno questo Parlamento abbia la bontà di approvare un emendamento che abbiamo presentato: che almeno tutti i pubblici ufficiali, gli eletti e gli amministratori, direttamente o indirettamente non possano usufruire di questa norma sullo scudo fiscale, almeno loro. Altrimenti, sono davvero curioso di vedere quanti all'interno delle istituzioni faranno uso di questo scudo fiscale, magari anche all'interno di quest'Aula!
Ecco perché noi abbiamo parlato di norma criminale, ecco perché ci siamo appellati al Capo dello Stato, ecco perché noi insistiamo nel dire che c'è bisogno di uno scatto di dignità di questo Parlamento, se non vuole essere ricordato nella storia come un Parlamento dove ci sono stati dei comportamenti criminali.
Riporto il servizio girato dell'ultima udienza del processo a Marcello Dell'Utri di venerdì 25 settembre. Le riflessioni del Procuratore Generale Gatto fanno accapponare la pelle al solo pensiero che uomini con tali relazioni mafiose siano oggi lo scheletro delle nostre istituzioni e addirittura in carica alla Presidenza del Consiglio. Se solo nei Tg nazionali avessimo fatto passare il nostro servizio, piuttosto che quelle quattro riprese mal commentate di cronisti al soldo del re, oggi gli italiani saprebbero qualcosa di più su chi sceglie per loro il futuro.
Testo dell'intervento
"La presenza del mafioso Vittorio Mangano ad Arcore rappresentava il simbolo della protezione accordata da Cosa Nostra a Silvio Berlusconi".
Sono le parole del Procuratore Generale di Palermo, Antonino Gatto, che ha proseguito davanti ai Giudici della seconda sezione penale della Corte d’Appello di Palermo, la sua requisitoria nel processo che vede imputato il senatore del Popolo della Libertà, Marcello dell’Utri, per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa per il quale ha già subito la condanna in primo grado a nove anni e sei mesi di reclusione.
"Perché – si domanda il Procuratore Generale – per trovare un uomo adatto alla gestione del parco di Villa Casati Stampa o dei cavalli del maneggio si deve andare dell’estremo nord della Brianza all’estremo sud della Sicilia? Non è credibile che in tutta la Pianura Padana non si trovasse uno stalliere”.
E meno che mai, ha proseguito il Procuratore Generale, è credibile che Mangano fosse “esperto di cavalli” considerato che negli anni ’70 “coltivava ben altri interessi”.
Nel corso dell’udienza a cui, a differenza di quella precedente, l’imputato Dell’Utri non ha assistito, il Procuratore Generale ha spiegato la genesi dei rapporti tra Marcello Dell’Utri ed i mafiosi Vittorio Mangano e Gaetano Cinà risalenti ai tempi della squadra di calcio dilettantistica Bagicalupo che Mangano seguiva perché, già allora, garantiva protezione ai figli delle famiglie bene di Palermo.
E di come, successivamente, Dell’Utri, stretto collaboratore di Silvio Berlusconi, abbia presentato a quest’ultimo mafiosi del calibro di Stefano Bontate e Francesco di Carlo.
Un elemento di novità che il Procuratore Generale introduce rispetto alla sentenza di primo grado riguarda l’individuazione del periodo storico in cui collocare il famoso incontro di Milano, avvenuto presso la sede della Edilnord in via Foro Bonaparte a Milano.
Silvio Berlusconi, Marcello Dell’Utri ed i mafiosi Nino Grado, Stefano Bontate, Mimmo Teresi e Gaetano Cinà parlarono di edilizia, della costruzione di Milano2. Ma non solo.
Negli anni ’70 a Milano la mafia si dedicava ai sequestri di persona e Berlusconi temeva per sé ed i propri figli così grazie al suo amico Marcello Dell’Utri poté ottenere la protezione di “Cosa Nostra”.
Il 26 maggio del 1975 a Milano viene fatto esplodere un ordigno che danneggia i muri perimetrali e parte del primo piano di una villa in fase di ristrutturazione. Si tratta di una Villa di Silvio Berlusconi, che al telefono con Dell’Utri, in un primo momento, riconduce il gesto intimidatorio a Vittorio Mangano secondo loro in stato di libertà. Ma successivamente sarà Dell’Utri a comunicare all’amico Berlusconi di avere parlato con “Tanino” che gli ha assicurato che Mangano, a differenza di quanto all’epoca a conoscenza dei Carabinieri e della DIGOS di Milano, era in carcere.
Berlusconi sapeva benissimo chi fosse Tanino, ovvero Gaetano Cinà, eppure negherà la circostanza ai Giudici che lo interrogarono all’epoca come persona informata sui fatti.
La requisitoria è proseguita ripercorrendo la continuità dei rapporti tra Marcello Dell’Utri e mafiosi di notevole spessore. Perfino la partecipazione al matrimonio di Jimmy Fauci, a Londra, dove a fare da testimone dello sposo vi era un mafioso, Francesco Di Carlo, per giunta latitante.
Poi il Procuratore Generale ha ricordato il pizzo pagato da Fininvest per i ripetitori in Sicilia. Versamenti regolari di ingenti somme di denaro versate sui conti di Cosa Nostra.
Una serie di fatti inquietanti già cristallizzati nella sentenza di primo grado che il Procuratore Generale ha ripercorso evidenziando davanti alla Corte la loro valenza accusatoria a carico dell’imputato Dell’Utri che non poteva non conoscere la caratura criminale dei suoi amici con i quali continuava a mantenere stabili rapporti.
Lo ha detto a chiare lettere il Procuratore Nino Gatto nella sua requisitoria: Marcello Dell’Utri si è comportato come un mafioso.
Contrariati gli avvocati della difesa di Marcello Dell’Utri che in una nota hanno bollato come “mera riproposizione degli elementi d'accusa del giudizio di primo grado” le argomentazioni del Procuratore Generale il quale – secondo loro – non avrebbe tenuto conto di “rilevanti emergenze probatorie emerse in appello a favore dell'imputato”.
Dopo circa quattro ore il Presidente Carlo Dall’Acqua ha sospeso l’udienza.