giovedì 31 luglio 2008

Riforme, è dialogo Fini-D'Alema


Goffredo De Marchis
La Repubblica
31 luglio 2008
Nasce il "patto della spigola"

ROMA - Non vogliono che si chiami patto e tantomeno "patto della spigola". Ma il presidente della Camera Gianfranco Fini e Massimo D'Alema devono aver trovato un terreno comune se ieri a Montecitorio hanno parlato per due ore attorno al tavolo apparecchiato (e il secondo era appunto a base di pesce). Una prima conferma? C'è un fatto concreto, tangibile. Un appuntamento: a ottobre, a Sondrio, la Fondazione Italianieuropei, presieduta da D'Alema, e Farefuturo, guidata da Fini, organizzeranno insieme un convegno sul federalismo fiscale. Se due associazioni possono immaginare una sede unica, mettere al lavoro i rispettivi staff di esperti significa che un rapporto d'intesa tra i due leader, almeno su un obiettivo specifico, esiste.

Il federalismo è un nodo che in autunno viene al pettine. È la battaglia di Umberto Bossi, è l'impegno che Silvio Berlusconi ha preso con lui. Roberto Calderoli ha presentato una nuova bozza sostenuta anche da amministratori locali del Pd, cominciando dai governatori. D'Alema perciò apprezza il lavoro del ministro leghista, ma non dimentica i rischi. E parla di federalismo "solidale". Una formula che si sposa con il federalismo "nazionale", vecchio pallino sempre attuale di An e di Fini. Questa è la base del dialogo tra il presidente della Camera e l'ex ministro degli Esteri, un dialogo alternativo a quello tra il Cavaliere e Walter Veltroni peraltro interrotto bruscamente. Il canale parallelo si muove con cautela, anche se il pranzo di ieri fa rumore e provoca la "sorpresa", una freddezza evidente dei vertici del Partito democratico: nessuno ne sapeva niente, D'Alema si è mosso per conto suo. Del resto, ufficialmente si parlava del lavoro delle fondazioni. Ma al Nazareno fanno notare che attraverso il pranzo i due hanno soprattutto voluto tornare sulla scena nella partita delle riforme.

L'intero impianto riformatore segna anche delle divisioni profonde tra D'Alema e Fini. Però sia l'uno che l'altro possono dire adesso di essere capaci di allargare il confronto. Oggi in consiglio dei ministri arriva la bozza Calderoli sulla legge elettorale europea. Per Fini è il primo terreno di confronto tra i poli. D'Alema ha portato al presidente della Camera il documento integrale del convegno delle fondazioni sul sistema tedesco, dove An era l'unico partito assente. Lì si parla di sbarramento al 3 per cento, il Pdl notoriamente preferisce il 5. Sulla riforma elettorale nazionale le posizioni sono ancora più distanti: Fini ha confermato nei giorni scorsi la sua preferenza per il semipresidenzialismo con il doppio turno, D'Alema ha ormai spostato il sistema proporzionale. Ma insomma il dialogo è solo all'inizio.

Dal federalismo fiscale si dovrebbe poi a cascata scendere nella riforma costituzionale e la base di partenza è comune: la bozza Violante. Ma per Fini bisognerebbe mettere le mani anche a una riforma strutturale della giustizia (oltre le leggi ad personam). Tema sensibile anche per D'Alema: ma si capisce quanto sia "difficile riformare la giustizia con questo centrodestra", cioè con Berlusconi.

Per Veltroni però le riforme non sono più un'urgenza. Altre emergenze premono, quella sociale ed economica innanzitutto, un autunno caldo. "La luna di miele del governo è già finita", annuncia il coordinatore del Pd Goffredo Bettini. Veltroni ripartirà con il pullman, da domani fino al 30 settembre. 24 tappe, per preparare la manifestazione di ottobre e promuovere la raccolta di 5 milioni di firme contro il governo.


COMMENTO

Non avete indovinato, adesso sapete chi c'è cascato e tutto per un piatto di pesce, una spigola !
La sfuriata di Totò nel film “I due colonnelli”, quando gridò all’ufficiale tedesco che esibiva un ordine di fucilazione proveniente direttamente dal Fuhrer: “Con questo pezzo di carta qui io mi ci pulisco il culo !”
Idem con i 5 milioni di firme prossime venture.

BESAME CHITARRINO



Marco Travaglio
L'Ora d'aria
L'Unità
30 luglio 2008

Quando Il Giornale era una cosa seria, cioè quando lo dirigeva Montanelli, vi era severamente vietato criticare la Rai per evitare che qualcuno potesse pensare che la critica era un favore all’editore Berlusconi, proprietario della Fininvest. Me lo raccontò Giovanni Arpino. Poi, nei primi anni 90, perché fosse ancor più chiaro chi comandava al Giornale tra lui e l’editore, il vecchio Indro ingaggiò come critico televisivo Sergio Saviane, che non perdeva occasione di spernacchiare il Berlusca e il suo mondo. Sono trascorsi appena 15 anni, ma non sono stati vani: siamo nell’èra dei servi felici, abbiamo abolito il pudore e perduto il senso della vergogna. Basta leggere, sul fu Giornale, le cronache al seguito del Cavalier Padrone. Passa il lodo Alfano, titolo a tutta prima pagina: “Sia lodo, fine della guerra”. Segue commento non firmato, dunque attribuibile al direttore, Mario Appelius Giordano: “La bella estate di Silvio”. Fior da fiore: “Adesso non ci sono più nuvole. Le foto di Villa Certosa immortalano un momento di serenità privata: per il compleanno della moglie Veronica, Berlusconi ha radunato tutta la famiglia in Sardegna. Ci sono i figli, i nipotini, i giochi, le gite in barca, piccoli scampoli di ordinario lusso e straordinaria felicità… Quest’immagine di serenità privata diventa segno e simbolo della serenità politica… Napoli è stata ripulita dai rifiuti… la Finanziaria sta per essere approvata… l’immunità per le alte cariche, come ciliegina sulla torta (di compleanno) mette finalmente il governo al riparo dall’assalto giustizialista… Ronaldinho al Milan? Toh, è arrivato pure quello. E allora, mano nella mano con Veronica, non resta che gustarsi un po’ di relax come si conviene. E’ la bella estate di Silvio, non c’è niente da fare… La sinistra allo sbando deve rassegnarsi: nel centrodestra non è più tempo di Casini (battuta, ndr). Questo è il tempo della fedeltà e della serenità, come testimoniano le foto con Veronica e la pace con Bossi…”.

Era dai tempi dei dispacci della Stefani sulle virili vacanze del Duce e donna Rachele a Rocca delle Caminate, che non si leggeva niente del genere. Un’intera pagina fotografica gentilmente offerta da “Chi” (altro house organ della ditta) ritrae il ducetto “rilassato e innamorato” con le sue “tinte turchesi” nella “nuova Camp David” di Villa Certosa, là dove solo un anno fa pascolavano sulle sue ginocchia cinque prosperose ragazze, subito trasformate in altrettante “attiviste di Forza Italia” impegnate in un simposio di alta politica. Quest’anno invece la Veronica ha piantato le tende alle costole dell’esuberante consorte e non lo molla un istante (le ampie maniche delle rispettive camicie nascondono le manette ai polsi dei due coniugi). Nemmeno quando lui tenta la fuga a Portofino, in una delle tante ville. Anche qui, stuolo di fotografi al seguito e cronista da riporto del Giornale: un tale Vincenzo La Manna, che dev’essere giovanissimo, ma ha già capito come gira il mondo. Il suo paginone di lunedì sul Giornale, dal sobrio titolo “Love in Portofino”, è un piccolo capolavoro: “In camicia blu scuro e pantaloni abbinati, Berlusconi si presenta poco dopo le 9 di sera, sorridente, al centro della splendida località marina. E con la mano sempre intrecciata a quella della moglie, raggiunge il porticciolo. Per dirigersi, guardato a vista dalle guardie del corpo in tenuta estiva (ecco: niente plaid, cuffie di lana, pelli di foca o cose del genere, ndr) verso lo yacht ‘Besame’ di Marina”. Da non confondere con lo yacht “Suegno”, che invece è di Piersilvio detto Dudi. Segue cena in uno “storico ristorante”, allietato dalle note di “Carlo, detto il Chitarrino”: un Apicella locale. “Alla famiglia Berlusconi si aggregano il giornalista Guido Bagatta e la compagna”, per elevare ulteriormente il livello della conversazione. “Moscardini fritti e spiedini alla griglia, un tocco d’insalata russa”, e poi “branzino bollito” in onore di Bondi. Infine “orata al forno con olive nere e sorbetto shakerato alle fragole”. Poi “via in discoteca per alcune ore”.

L’indomani, sempre pedinato dal solerte La Manna, il Cainano “riceve in giardino la visita di Marina e Piersilvio, che lasciano per un po’ i loro yacht attraccati in rada”. Si spera, non incustoditi. Sarà così, minaccia il cronista, per tutta l’estate “e poco importa se il settimanale ‘Chi’ riesce a immortalare i suoi momenti di svago e intimità”. Ecco: Lui, sempre così ritroso, non ama finire sui giornali, ma quei comunisti molesti di “Chi” lo immortalano lo stesso. E Lui, da vero liberale, continua a stipendiarli.
Torna in mente quel che scrisse Montanelli, sulla Voce, il 26 novembre ’94: “Dobbiamo prepararci a presentare le nostre scuse a Emilio Fede. L’abbiamo sempre dipinto come un leccapiedi, anzi come l’archetipo di questa giullaresca fauna, con l’aggravante del gaudio. Spesso i leccapiedi, dopo aver leccato, e quando il padrone non li vede, fanno la faccia schifata e diventano malmostosi. Fede, no. Assolta la bisogna, ne sorride e se ne estasia, da oco giulivo. Ma temo che di qui a un po’ dovremo ricrederci sul suo conto, rimpiangere i suoi interventi e additarli a modello di obiettività e di moderazione… Oggi, per instaurare un regime, non c’è più bisogno di una marcia su Roma né di un incendio del Reichstag, né di un golpe sul palazzo d’Inverno. Bastano i cosiddetti mezzi di comunicazione di massa: e fra di essi, sovrana e irresistibile, la televisione. (...) Il risultato è scontato: il sudario di conformismo e di menzogne che, senza bisogno di ricorso a leggi speciali, calerà su questo Paese riducendolo sempre più a una telenovela di borgatari e avviandolo a un risveglio in cui siamo ben contenti di sapere che non faremo in tempo a trovarci coinvolti”.

Silvio Berlusconi: il padrone è tornato e fa sul serio



Silvio Berlusconi sembra determinato a fare sul serio stavolta. Ha già tirato fuori qualche sorpresa, quindi, quale sarà il prossimo passo per l’Italia?

L’avete letto su questo giornale: la scorsa settimana è stata un trionfo per Silvio Berlusconi. Per anni il suo genio politico è stato un segreto ben custodito. Tutti noi, convinti che fosse un buffone, ci siamo arrovellati per trovare una spiegazione al suo successo elettorale: ha trasformato la popolazione di questo paese in zombie attraverso il suo spaventoso network televisivo; ha stretto un patto con la mafia in base al quale la sua coalizione si assicura la vittoria in cambio di favori; una nazione intrinsecamente amorale ha visto in lui un autentico rappresentante, un co-cospiratore per ingannare il fisco e raggirare la magistratura ….

La verità è più semplice. Gli italiani ne hanno abbastanza di governi che non fanno nulla; che mantengono a stento il potere grazie a coalizioni ciniche, trattenendosi giusto il tempo necessario per tirare fuori di galera qualche amico ed assicurare remunerativi contratti ad altri. Gli italiani hanno dato uno sguardo in giro per l’Europa ed hanno visto Blair, Zapatero e Sarkozy promettere grandi cose, salire al potere per poi provvedere fattivamente al mantenimento di quelle promesse. Hanno detto, sì grazie, vogliamo una cosa del genere anche noi.

La settimana è iniziata con alcuni scatti stranamente noiosi apparsi sulle prime pagine di uno o due giornali vicini a Berlusconi. Le immagini mostravano il litorale di Napoli: condominii, la baia, il forte in lontananza, qualche automobile e pedoni.

Il senso dell’immagine risiedeva proprio in ciò che non vi era contenuto: montagne di rifiuti. Da anni Napoli combatte per trovare una soluzione ad una delle sfide più semplici: cosa fare con l’immondizia. Le precedenti iniziative hanno generato nuovi problemi nel momento in cui gli uffici delle commissioni speciali incaricate di risolvere il problema si sono trasformati in attività lucrosissime. Durante il giro di comizi elettorali Berlusconi aveva promesso che, se eletto, avrebbe convocato la prima seduta del consiglio dei ministri in questa città, e che si sarebbe impegnato a trovare una soluzione duratura. Non gli abbiamo creduto: Berlusconi non ha mai trovato soluzioni per i problemi del mondo reale. Ma ci sbagliavamo.

Tornato al potere con una maggioranza schiacciante, si è precipitato a Napoli minacciando di far schioccare la frusta. Ha promesso di ripulire dalla spazzatura le strade di Napoli entro la fine di luglio, imponendo la riapertura delle discariche con l’esercito se necessario ed ordinando l’urgente costruzione d’inceneritori di ultima generazione. Due settimane prima aveva pronunciato profetiche parole, “missione compiuta”. Apparentemente era vero.

I quotidiani che lo criticano hanno relegato la notizia a fondo pagina. Altri hanno parlato di spazzatura nascosta sotto il tappeto, di problemi semplicemente dislocati nelle lontane zone della provincia, di rifiuti esportati in Germania. Almeno in un’ottica a breve termine non è molto rilevante: Napoli era presentabile. Berlusconi ha dichiarato che Napoli “è tornata ad essere una città del mondo occidentale.”

Ha dimostrato due cose: che questa volta è sinceramente convinto di fare le cose sul serio; e che, malgrado l’incoerenza della sua coalizione, riesce ancora ad imporre su di essa la sua volontà. E’ il potere del padrone, il potere dei soldi. Può sembrare anacronistico, ma funziona.

Il pericolo, un fantasma che perseguita l’Italia sin dai tempi di Mussolini, è che tutto dipende dalla volontà e l’ego di un solo uomo, una persona dotata di un illimitato potere d’acquisto e di una colossale auto-stima, un individuo che la scorsa settimana ha azzardato un passo che gli storici potrebbero definire fatidico: si è sottratto al corso della giustizia. Il senato ha approvato un nuovo lodo che concede a Berlusconi l’immunità da qualsiasi responsabilità penale fino alla fine del mandato. Il Presidente Giorgio Napolitano lo ha puntualmente firmato facendolo diventare legge.

Berlusconi ha voluto questo provvedimento non solo per liberarsi dal processo per corruzione che lo vede sotto accusa insieme all’ex-marito di Tessa Jowell, David Mills. In un contesto più ampio, egli sostiene di essere stato vittima di un’intensa campagna di persecuzione giudiziaria ad opera di magistrati e pubblici ministeri di sinistra, i quali si sarebbero adoperati per eliminarlo usando gli strumenti giuridici, sovvertendo in tal modo la volontà democratica del paese. “Da quando sono entrato in politica,” dichiara, “sono stato chiamato a presenziare 2,502 udienze” per un valore di 174 milioni di sterline (220 milioni di euro circa, N.d.T.) in spese legali, afferma.

“Mi hanno gettato fango addosso … per 10 anni, ed in tutti i casi sono stato prosciolto. Mi chiedo: chi mi risarcirà per l’immagine che i giornali di tutto il mondo hanno dipinto di me, per non parlare dei costi legali?”

“Mi avete liberato,” ha detto al Senato dopo il voto decisivo. “Non potrò essere più perseguitato” C’è ancora la possibilità che la legge venga accantonata dalla Corte Costituzionale, come accadde nel 2004. Ma, a meno che questo succeda, Berlusconi adesso è un uomo libero.

Libero di fare cosa? Questa settimana è successo anche che una legge straordinaria sulla sicurezza è stata votata all’interno di un pacchetto di leggi ordinarie, la quale ha consentito al governo di ordinare all’esercito di sgomberare i campi nomadi rom. Venerdì, il governo ha instaurato lo stato d’emergenza per fare fronte ad un’ondata di arrivi di immigrati clandestini dal Nord Africa. Improvvisamente il governo si trova ad agire con la sfrontatezza e l’imprevedibilità tipiche del suo capo.

Il primo ministro trascorre le sue vacanze estive da uomo felice. Persino la sua vita privata sembra andare per il verso giusto: la settimana scorsa una rivista di gossip pubblicava un’illustrazione patinata di Berlusconi mano nella mano con sua moglie, Veronica, la quale afferma di voler trascorrere tutte le vacanze al fianco del proprio marito – mettendo così definitivamente a tacere il gossip su un imminente divorzio.

All’età di 71 anni, Berlusconi è un re nell’autunno dei suoi anni. Ma non c’è assolutamente nulla di autunnale nella sua performance durante i suoi primi 100 giorni al governo – si sta comportando come se fosse alla guida di una Ferrari nuova di zecca. Ha sempre avuto un’incredibile capacità di far sentire l’italiano comune contento della propria condizione. Adesso ha deciso di mettere questa sua abilità a disposizione di un uso politico costruttivo: vuole essere ricordato come uno che porta a termine le cose.
Ma dove porterà l’Italia? Sarà una corsa folle.


Il presidente della Camera: "Un dialogo fra i poli è possibile"


LA REPUBBLICA
29 luglio 2008
E sulla Rai: "Se necessario, convocare commissione vigilanza ad oltranza"
Fini: "Ci sono le condizioni per una legislatura costituente"

ROMA - "Ci sono tutte le condizioni per una legislatura costituente": ne è convinto il presidente della Camera, Gianfranco Fini, che ha espresso il suo pensiero durante il suo intervento alla cerimonia del Ventaglio, sottolineando come, nonostante le recenti polemiche sulla giustizia, un dialogo tra i poli è possibile.

"Se si confrontassero le proposte presentate da maggioranza e minoranza all'inizio di questa legislatura - spiega Fini - sarebbe molto più facile trovare punti di convergenza, rispetto ai punti di divergenza".

Giustizia e riforme. La questione giustizia per Fini nell'agenda politica italiana esiste ed è molto sentita nella società. Per questo il presidente della Camera invita la politica a "smetterla di avere una visione unilaterale su questo tema perché le prossime riforme dovranno occuparsi di più delle esigenze dei cittadini". Per quanto riguarda la riforma costituzionale del Csm auspicata oggi dal presidente del Senato Renato Schifani, Fini, "pur non volendo polemizzare con lui", afferma che "per una questione di correttezza" sarebbe meglio parlare di Csm, prima, con il suo presidente che è il capo dello Stato.

Decreti legge e fiducia. Fini difende i decreti legge presentati dal governo dall'inizio legislatura, più volte criticati dall'opposizione: "Non credo che ci sia particolare motivo di scandalo o di allarme nel numero dei decreti legge presentati dal governo dall'inizio della legislatura", dice. Anzi, è "per certi aspetti fisiologico che gli esecutivi varino i decreti, per dare corso agli impegni presi con gli elettori".

Diverso il discorso per il ricorso alla fiducia: se Fini ricorda come sia una prerogativa di cui il governo ha diritto di avvalersi, dice anche che "al momento in cui la legislatura va a regime, l'auspicio è che il ricorso alla fiducia sia davvero motivato ed eccezionale e non diventi una sorta di scorciatoia per aggirare il regolamento".

Commissione vigilanza Rai. Il presidente della Camera parla poi della Rai: "Se è necessaria, la convocazione della vigilanza Rai ad oltranza non la considero un'idea nè peregrina nè bizzarra", ha detto. Fini informa di aver affrontato il tema della costituzione della commissione di vigilanza sulla Rai con il presidente del Senato, ribadendo che si tratta "una questione tutta politica". Se dopo giovedì non si arriverà alla elezione del presidente - ribadisce - "chiederò al presidente del Senato una convocazione ad oltranza. E' l'unico strumento da attivare per mettere le forze politiche davanti alle loro responsabilità".

COMMENTO

Indovinate chi ha già abboccato ?


La sinistra dopo il congresso Prc - Tra il Pd e la "dacia" di Diliberto



Claudia Fusani
La Repubblica
29 luglio 2008
Il sondaggio di Repubblica.it: per la maggioranza dei lettori a sinistra del Pd c'è spazio per un solo partito

ROMA - Che ne sarà adesso dei quattro partiti che avevano dato vita al progetto, fallito, dell'Arcobaleno? Il mese dei congressi di Sinistra democratica, Comunisti italiani, Verdi e - più di tutti - Rifondazione, doveva dare risposte e indicazioni. Delle prime non si vede traccia. Le seconde abbondano. E la fotografia che abbiamo sotto gli occhi resta ancora molto sfuocata anche se definita da confini abbastanza certi.
Il sondaggio. L'umore dei lettori è misurato da un sondaggio di Repubblica. it (a cui è ancora possibile rispondere) lanciato dieci giorni fa. Un quesito e cinque opzioni di risposte: "E' il mese dei congressi delle forze politiche che facevano capo alla Sinistra Arcobaleno.
Secondo voi, a sinistra del Pd:
1) C'è spazio per una sola forza politica;
2) c'è spazio per un partito di sinistra e per uno ambientalista;
3)non c'è spazio per altri partiti;
4) possono esistere solo i movimenti;
5) non so".
La maggior parte dei lettori (50% su 33 mila risposte) dice che c'è spazio per una sola forza politica. A ruota (23%) si affaccia l'idea di un partito di sinistra e di uno ambientalista. Il 14% è convinto che, a sinistra del Pd, ci possano essere solo i movimenti; l'11 per cento che non c'è spazio per altri partiti.

La nebulosa. Il sondaggio, che non ha alcuna pretesa di scientificità, va verso la semplificazione del quadro politico. L'opposto di quella che è la situazione nella sinistra radicale dopo un mese di congressi e scelte di linee politiche. Più simile a una nebulosa che a una costellazione. Un quadro che gli stessi segretari appena eletti, confermati o sconfitti, preferiscono maneggiare con cura. Ma che devono affrontare il prima possibile.
La nebulosa, quindi. E' dominata da due poli "attrattivi" , uno più spostato verso il centro - il Pd - e uno più verso l'estrema sinistra, la sinistra radicale dove - semplificando - domina la falce e il martello. E' più semplice partire da qui, dai pugni chiusi, da Bandiera Rossa e da quello che è stato definito "armamentario da vecchio museo".

La dacia di Diliberto. Qui, in qualche modo, il padrone di casa sembra essere Oliviero Diliberto, appena riconfermato
segretario dei Comunisti italiani, la scelta del ritorno al "centralismo democratico", cioè divieto di ogni corrente. Il sogno di Diliberto è: "Comunisti uniamoci", romanticamente, sotto la stessa dacia. Il professore non ha commentato più di tanto la vittoria di Ferrero e della prospettiva comunista. "Sono certo - ha detto al neoeletto segretario di Rifondazione - che da oggi possa iniziare un percorso comune, un periodo di fattiva collaborazione fra i due partiti". C'è, ad esempio, la manifestazione contro il governo sui temi sociali prevista per l'autunno sia dal congresso del Pdci che da quello di Rifondazione. I punti di unione tra Diliberto e la Rifondazione di Ferrero-Grassi-Pegolo e Giannini sono anche molti altri: il comunismo, la lotta di classe, i simboli, il no ad ogni ipotesi di riedizione dell'Arcobaleno, e più di tutto il no ad ogni accordo col Pd. Insomma, forte identità, quasi settarismo, molto a sinistra e molto dal basso, molto di lotta e mai più di governo. Opposizione a vita e mani libere.

Uno scenario che, aggiustato e meglio definito, potrebbe allettare altri transfughi di Rifondazione come il Partito comunista dei lavoratori (Pcl) di Marco Ferrando e la Sinistra critica di Cannavò, Malabarba e Flavia D'Angeli. Quattro sigle che messe insieme sotto lo stesso simbolo possono pensare di raggiungere il 4-5 per cento.

La costituente di Sd - Più deluso di tutti per come sono andate le cose a Chianciano, oltre lo sconfitto Nichi Vendola, è il coordinatore di Sinistra democratica Claudio Fava. Il partito era nato nell'aprile 2007 dopo l'ultimo congresso del Pd e in polemica con l'idea stessa di Pd. Il disastro elettorale ha disperso le già poche truppe. Fava ha rilanciato, all'inizio di luglio, con l'idea della
Costituente di sinistra che sarà in dialogo dialettico e continuo, sulla base di punti di programma certi e definiti, con il Pd di Veltroni. Il primo appuntamento è il 20 settembre. Ferrero è stato chiaro: mai col Pd. Diliberto ha in testa la dacia dei comunisti. I Verdi sono un po' in mezzo al guado. Con chi fare allora la Costituente? "Il progetto va avanti" spiega oggi Fava in un'intervista all'Unità "e deve partire subito o è già finito. Gli elettori ci dicono mai più ciascuno a guardia del proprio museo e ci chiedono di riorganizzare la sinistra in un campo molto più vasto e inclusivo. Invece, cantare Bandiera Rossa è come fare la guardia al proprio museo".

Il dilemma verde. La spaccatura di Rifondazione riflette, con le dovute differenze, la divisione nei Verdi.
Grazia Francescato è stata eletta portavoce dieci giorni fa, in continuità con la gestione Pecoraio Scanio e con forti differenze rispetto alle corrente di Marco Boato, l'ex deputato che al congresso ha strappato un buon successo personale. Francescato ha commentato a caldo chiudendo a Ferrero e aprendo allo sconfitto, per otto voti, Nichi Vendola. "Auguri a Ferrero - ha detto- ma ora Vendola ha le mani libere per costruire il futuro di una sinistra fuori dagli schemi e all'altezza delle sfide del prossimo millennio, cosa che se fosse diventato segretario con una maggioranza risicata, non gli sarebbe stata permessa". Messaggio chiaro: insieme per una costituente di sinistra. Ma come la mette con l'anima più radicale che l'ha votata, Paolo Cento, De Petris, Bonelli? In quanto a mani libere, nei Verdi le ha forse di più Marco Boato che il 26 ottobre lancia nelle elezioni in Trentino il simbolo del Sole che ride con la dicitura "Verdi e democratici nel Trentino" e dove in lista, tutta di indipendenti, ci sarà Lucia Coppola, ex capogruppo di Rifondazione. L'ex deputato dice "no ad ogni riedizione mascherata di Arcobaleno". "Diliberto e la Rifondazione di Ferrero sono scelte identitarie che difendono spazi da riserva indiana" aggiunge. Fatta questa premessa, quale futuro per i Verdi? "E' presto per parlare di modalità di confronto ed eventuali alleanze. I Verdi che ho in mente li immagino comunque con un proprio simbolo e disponibili ad alleanze col centrosinistra, con una vocazione alla cultura di governo anche se sono all'opposizione e fuori dal Parlamento".

Il boccino in mano a Vendola. Che farà il governatore della Puglia? Esce e porta fuori Rifondazione 2? Oppure resta e fa opposizione dall'interno? La domanda deve fare i conti con due scadenze elettorali molto importanti: il voto anticipato in Abruzzo travolto dallo scandalo sanità e dove Rifondazione è in giunta e le Europee. La linea ufficiale è restare. Ma l'area
"Rifondazione per la sinistra", i vendoliani, si riunisce oggi a Roma per la prima volta e a settembre avranno anche un loro organo di informazione. Ma se Vendola esce e allea con sé Sd, parte dei socialisti, parte dei Verdi, creando quel partito di sinistra indicato dal sondaggio, porta via voti al Pd e non certo alla sinistra della falce e del martello. Se Vendola resta può invece prendere tempo, che non guasta, e attendere qualche fibrillazione interna. C'è più di un mese di tempo per riflettere. Anche per il Pd che se non trova spazi e alleanze a sinistra deve per forza guardare al centro.

COMMENTO

Francamente l'argomento non mi interessa. Sono corresponsabili della caduta del governo Prodi, della sonora sconfitta elettorale, stiano un po' in purgatorio: hanno combinato solo guai.


Casse vuote, niente soldi ai partiti, a rischio 50 milioni di rimborsi 2008


La Repubblica
30 luglio 2008
Carmelo Lopapa

ROMA - I rubinetti si chiudono anche per i partiti, segno che la crisi è davvero nera. Niente rimborso elettorale per le forze politiche che domani 31 luglio avrebbe dovuto incassare 50 milioni di rimborso per le spese sostenute per il rinnovo della Camera del 13 e 14 aprile. Svolta obbligata all'insegna dell'austerity, comunque una novità senza precedenti.
Il collegio dei questori di Montecitorio ha comunicato all'ufficio di presidenza riunito ieri che "allo stato la provvista non è disponibile". Il ministero del Tesoro infatti non ha a disposizione il budget previsto per quest'anno, pari a 50.309.438 euro, e dunque i tesorieri dei partiti per adesso dovranno attendere e arrangiarsi. Così, laddove non hanno potuto le battaglie (poche) dei nemici della casta, degli sparuti deputati che negli ultimissimi anni si sono opposti allo "scandalo" dei rimborsi elefantiaci e moltiplicati ad hoc con leggi e leggine, hanno potuto la recessione e le casse pubbliche a secco. L'organo di autogoverno della Camera non ha potuto far altro che prendere atto del documento di cinque pagine, predisposto dai questori Francesco Coluccio e Antonio Mazzocchi del Pdl e Gabriele Albonetti del Pd, e delle sue conclusioni. Il presidente Gianfranco Fini ha però rassicurato i rappresentanti di tutti i partiti: tanto lui quanto il presidente del Senato Renato Schifani si faranno sentire presso il ministero del Tesoro. Resta da vedere se Giulio Tremonti sarà disposto e quando a riaprire i cordoni della borsa.

"Considerato che allo stato non risulta essere stata ancora messa a disposizione della Camera da parte del ministero dell'Economia l'occorrente provvista finanziaria - scrivono i questori - lo schema di deliberazione prevede che l'erogazione dei rimborsi ai partiti abbia luogo solo dopo l'effettiva messa a disposizione della provvista". E indicano anche chi ha comunicato la novità: il dipartimento Tesoro, Direzione VI, Ufficio V. Come dire, rivolgersi a loro. A fare le spese dello stop, ovviamente, soprattutto i partiti maggiori. Circa 19 milioni sarebbero dovuti andare al Pdl (12,5 a Forza Italia e la metà ad An), poco meno di 14,5 al Pd (8 all'Ulivo, 4,5 ai Ds, 2 alla Margherita), quasi 5 alla Lega, 3,5 all'Udc, ma ci sono anche i 3 circa dell'Italia dei valori e poi quelli destinati ai partiti che non sono entrati alla Camera ma hanno comunque superato la percentuale simbolica dell'1%. I 2 milioni di Rifondazione comunista e giù a scendere ai Comunisti italiani, ai Verdi, all'Udeur.

Il ciclone Mani pulite e il referendum del '93 avevano cancellato il finanziamento pubblico ai partiti, com'è noto, resuscitato nel 1999 come "rimborso elettorale". Ora, il fondo da ripartire per ciascun anno di legislatura si ottiene moltiplicando l'importo di un euro per il numero di iscritti nelle liste elettorali della Camera. Non dunque in base agli elettori effettivi, ma solo agli "aventi diritto". E i due dati, ovvio, non corrispondono mai. Nel 2006 per Montecitorio ha votato l'83% degli aventi diritto. Se il rimborso fosse stato agganciato a chi ha realmente votato, sarebbe stato pari a 41 milioni e 789 mila euro, invece è lievitato di otto milioni. E la storia si è ripetuta alle ultime del 2008 quando l'affluenza è stata dell'80,5%. Stesso meccanismo con la medesima provvista di 50 milioni anche per il Senato. Ed è pressoché scontato che il congelamento del rimborso scatterà anche lì. I cento milioni complessivi resteranno per ora, finché le pressioni dei presidenti Fini e Schifani non sortiranno effetti, solo un titolo di credito vantato dai partiti.

COMMENTO

Ovvero: non c'è trippa per gatti !

LA UE CONTRO MARONI



Il Corriere della Sera
29 luglio 2008

STRASBURGO - Il commissario per i diritti umani del Consiglio d'Europa, Thomas Hammarberg, è «estremamente preoccupato» per tutti gli atti di violenza avvenuti in Italia ai danni di campi nomadi «senza che vi fosse una effettiva protezione da parte delle forze dell'ordine che a loro volta - accusa Hammarberg - hanno condotto raid violenti contro gli insediamenti» di questi gruppi. È quanto rileva Hammemberg nel rapporto sulla situazione dei nomadi in Italia e la politica in materia di immigrazione reso noto martedì.

POLEMICHE - Immediata la
risposta del ministro dell'Interno, Roberto Maroni, che ha respinto alla Camera le accuse di Hammarberg. In serata poi Stefano Montanari, portavoce del commissario europeo, all'agenzia radiofonica Econews precisa e smorza i toni della polemica con Roma. «Credo ci sia un malinteso sulla parola raid. Il commissario non afferma che la polizia abbia compiuto 'raid' con molotov o contro i rom», ha detto Montanari. «Il rapporto fa riferimento a una serie di episodi di sgombero forzato di alcuni campi rom per cui il commissario è abbastanza preoccupato. Non c'è nessun insulto verso la polizia italiana».

L'ATTACCO - Nonostante gli sforzi delle autorità, secondo il commissario, «sono stati fatti pochi progressi nell'effettiva protezione dei diritti umani di rom e sinti». Hammarberg ricorda che le autorità hanno il dovere di investigare efficacemente su questi fatti e che lo Stato deve garantire la loro sicurezza. «L'approvazione, diretta o indiretta, di questi atti da parte di certe forze politiche, singoli politici e da parte di alcuni organi di informazione è particolarmente preoccupante» afferma il commissario nel suo rapporto.

«INCOMPATIBILITA' CON CONVENZIONE DIRITTI UMANI» - Hammamberg osserva che «il ripetuto ricorso a misure legislative d'emergenza» per affrontare i problemi legati all'immigrazione sembra indicare «un'incapacità di affrontare un fenomeno non nuovo» che dovrebbe quindi essere gestito attraverso leggi ordinarie e altre misure. Hammarberg sottolinea come «la decisione di rendere la presenza illegale in Italia un'aggravante nel caso in cui la persona commetta un reato, potrebbe sollevare serie questioni di proporzionalità e di discriminazione». Anche le espulsioni di cittadini Ue condotte sulla base di motivazioni di pubblica sicurezza potrebbero sollevare, secondo il commissario, «seri dubbi di compatibilità con la Convenzione dei diritti umani», su cui si basano le sentenze della Corte di Strasburgo.

«CASILINO 900, CONDIZIONI INACCETTABILI» - Il commissario ha poi definito «inaccettabili» le condizioni del campo nomadi Casilino 900, a Roma, visitato lo scorso giugno. Il campo di Roma, si ricorda nel rapporto, esiste da 40 anni ed è stato definito come «semi-regolare». Hammarberg sottolinea però con rammarico che la situazione abitativa «è inaccettabile» ed «è rimasta sostanzialmente invariata negli ultimi tre anni». Il commissario ricorda poi alle autorità italiane che, in seguito a una condanna nel dicembre 2005 da parte del Comitato europeo per i diritti sociali, l'Italia si era impegnata a portare in linea con gli standard prescritti dal Consiglio d'Europa, la situazione dei rom, in particolare sul fronte abitativo.

EURODEPUTATA ROM DEL PPE DIFENDE ITALIA, «CENSIMENTO GIUSTO» - Spezza una lancia a favore del governo italiano, invece, l’eurodeputata ungherese di etnia rom Livia Jaroka, iscritta al gruppo del Ppe, che difende il censimento dei rom in Italia attraverso la raccolta delle impronte digitali. «Capisco le buone intenzioni da parte del governo», dichiara in un’intervista pubblicata sul sito Euractiv.com. Secondo Jaroka le critiche espresse dal Parlamento europeo nella risoluzione approvata a Strasburgo il 10 luglio sono state superate dalla decisione dell'esecutivo italiano di estendere la raccolta dei dati dattiloscopici a tutta la popolazione della penisola dal 2010. L’eurodeputata sottolinea che il censimento è «necessario» per dare una cittadinanza «a bambini e immigrati che non hanno assolutamente alcun documento».

COMMENTO

Tanta (comprensibile) simpatia per l'eurodeputata ROM.


PIETA' PER IL SUD


Vincenzo Cerami
L'Unità
30 luglio 2008


Perché questo governo, con sfacciataggine, ha redatto la sua manovra economica girando le spalle al Sud, visto che è stato proprio il Sud a regalare alla destra la vittoria? Basta pensare al pieno di voti fatto in Sicilia. Davvero i meridionali hanno creduto alle belle parole elettorali? Sono state promesse di marinaio e loro neanche se ne sono accorti. A loro si può promettere di tutto, impunemente: tanto hanno sempre votato per chi li ha turlupinati e vessati. Per la destra sono voti sicuri, comunque. Anzi, sono più sicuri se continuano a chiedere l’elemosina alla politica. Si sa, una grande parte delle schede elettorali sta in mano alla malavita organizzata, alla quale giova il degrado civile, morale, culturale e ambientale di quelle terre. Possiamo essere più che certi: i presidenti delle regioni, delle province e dei comuni, di fronte agli scempi della finanziaria, faranno finta di niente.

Quando Bossi ha tirato violente bordate contro i docenti meridionali che insegnano al Nord, loro hanno messo la coda tra le gambe e non hanno aperto bocca.

Prendo occasione da questa storica tragedia nazionale per dire a quei meridionali che non sono ancora scappati al Nord, di non essere troppo severi con i loro miseri concittadini, ridotti a carne da macello dall’ignoranza in cui sono strategicamente tenuti. È difficile per loro scegliere tra un pezzo di pane e un minimo di dignità. L’escogitare del disperato non ha mai fine, ma i cittadini del Sud subiscono e basta, con l’antica pazienza dei reietti, vendono il loro voto e la loro anima per un piatto di lenticchie, poi, fino alle prossime elezioni prendono solo bastonate. E non dicono niente.

Sarebbe bene che i meridionali che amano la loro terra provassero a smuovere nei cuori dei loro compaesani, ingenuamente complici dei carnefici, l’amor proprio e l’orgoglio che sono antico patrimonio della cultura mediterranea. Si può tenere la schiena dritta e la testa alta, anche con le pezze al culo.

Capisco che è difficile comunicare con chi non può ascoltare. Nel Sud si legge pochissimo, sia libri che giornali. Al massimo ci si informa grazie alla televisione, che purtroppo è tutta nelle mani dei loro persecutori. Tuttavia è necessario risvegliare negli schiavi il sentimento di riscatto civile e morale che certamente sopravvive in una cultura antica e nobile. Bossi tratta i meridionali da analfabeti morti di fame, fa finta di ignorare che la cultura meridionale non ha pari in tutta Europa, per prestigio e spessore. Altro che Padania.

Chi scrive è autorizzato a trattare la questione con toni così decisi e dolenti perché ha un padre siciliano e una madre pugliese. Si sente fratello anche del più umiliato dei meridionali. Abbiate pietà di lui. Abbiate pietà della Sicilia.

COMMENTO

Un appello di un intellettuale sconsolato, accorato e pieno di amore per il Sud.



Il Corriere della Sera
30 luglio 2008

Non si candiderà alle primarie del partito alla fine del mandato. Indagato per corruzione, ha respinto le accuse
GERUSALEMME - Ehud Olmert non si candiderà alle primarie di Kadima, il suo partito, alla fine del mandato. Lo ha annunciato lo stesso primo ministro israeliano in un discorso pubblico a Gerusalemme, di fatto annunciando la fine della sua carriera politica. Olmert ha aggiunto che lascerà la carica di primo ministro «in modo dignitoso», e che non appena sarà eletto il nuovo leader del partito darà le dimissioni «per consentire la formazione in maniera rapida di un nuovo governo».

Olmert ha ribadito la sua innocenza nello scandalo finanziario che lo circonda attualmente, aggiungendo che il futuro gli darà ragione.
Il premier, oggetto di diverse indagini per corruzione, ha negato ogni illecito ma ha promesso che in caso di incriminazione si dimetterà. La sua decisione di non candidarsi alle primarie di Kadima del 17 settembre mette in movimento il processo per scegliere un nuovo primo ministro.

Se il suo successore come leader di Kadima riuscisse a formare una coalizione, Israele potrebbe avere un nuovo governo a ottobre. In caso contrario, la campagna elettorale potrebbe protrarsi per diversi mesi.

COMMENTO


Si vede che non ha un “Lodo Alfano” sottomano !

In Italia 24 anni senza cittadinanza - Genova gli ha dato quella onoraria



MARCO GRASSO e MARCO LIGNANA
La Repubblica
29 luglio 2008
Nel 2001 la "beffa": Ayesh diventa cittadino per meriti di lavoro
Nella sua situazione molti palestinesi arrivati negli anni '80 e schedati in massa

GENOVA - Ayesh è due persone diverse a seconda di quale autorità lo giudichi. La città di Genova lo ha insignito del titolo di cittadino onorario per meriti di lavoro nel 2001. Lo Stato italiano si rifiuta di concedergli la cittadinanza, nonostante ormai ne abbia pieno diritto: vive in Italia regolarmente da ventiquattro anni e da sedici è sposato con una donna italiana, da cui ha avuto due figli. La ragione è che viene ritenuto un "pericolo per la Repubblica". Le carte lo definiscono un "sospetto simpatizzante del Fronte di liberazione popolare palestinese (Fplp)". Un'accusa che oltre a essere piuttosto debole non è mai stata provata in sedici anni di ricorsi e soprattutto che nessuno si è mai degnato di motivare. Il suo non è un caso isolato. Nella sua condizione ci sono quasi tutti gli immigrati dalla Terra Santa negli anni '80, quando essere palestinese significava essere schedato in maniera preventiva.

Le clienti affollano il suo negozio di parrucchiere a Quarto, quartiere residenziale di Genova. "Ho una fedina penale immacolata - dice in un italiano forbito Ayesh Abu Nahieh, 42 anni, originario di Gaza - ma quando uno ascolta una storia del genere finisce per avere il dubbio che ci sia qualcosa sotto". La prima domanda, presentata nel 1994, viene rifiutata: "ragioni inerenti alla sicurezza". Nessuna spiegazione. Segue un ricorso al Tar, la cui sentenza arriva dopo sette anni: "l'accusa" è di essere "un sospetto simpatizzante del Fplp, gruppo attestato su posizioni oltranziste rispetto all'Olp".

L'ennesima bocciatura arriva con il Consiglio di Stato nel 2004, che aggiunge: l'Amministrazione ha diritto a non dare spiegazioni. "A parte che "essere simpatizzante" assomiglia a un reato di opinione - si sfoga lui - Ma non mi hanno mai mostrato uno straccio di prova. Sono stato quasi tentato di autodenunciarmi, paradossalmente potrebbe essere l'unico modo per provare la mia innocenza". Resta un mistero anche il perché lo Stato italiano si terrebbe sul suo territorio un "pericolo" per 25 anni. La cittadinanza onoraria, un riconoscimento che si dà alle persone che la città è fiera di ospitare, assegnatagli dall'ex sindaco Beppe Pericu nel 2001, è un po' una consolazione e un po' una beffa.

Secondo il suo avvocato, Ayesh avrebbe più possibilità a presentare una seconda domanda, ma per lui ormai è una questione di principio: "Mi hanno rubato la vita, ora voglio una spiegazione, almeno delle scuse - dice - voi non capite cosa significa vivere come uno straniero, con la Digos che ogni tanto ti entra in casa". L'ultima volta nel 2001, poco prima del G8. Non hanno trovato nulla, come le altre volte. "Non ti dico lo shock per la bambina".

Situazioni a cui nel tempo si è abituato. Nel 1989 due poliziotti lo perquisiscono mentre riaccompagna la fidanzatina italiana. Uno impugna una mitraglietta, lei si spaventa e lo lascia. Più di recente una macchina rimane per giorni posteggiata fuori dal negozio. Dopo poco uno "strano" furto: i ladri rubano un vecchio pc, lasciano 60mila euro di prodotti e si portano via due shampoo e due balsami.

L'unica ad essersi interessata di lui fino ad ora è Milò Bertolotto, assessore alla Provincia del Pd, da sempre attiva per i diritti di immigrati, carcerati e donne: "E' una situazione kafkiana - dice Bertolotto - sto cercando di ottenere un'interpellanza parlamentare sul suo caso". Rimane ancora la Cassazione, ma le speranze sono poche. Ayesh è pronto a portare il suo caso davanti alla Corte europea dei diritti dell'uomo. Ma è un obiettivo costoso, soprattutto dopo un calvario processuale di 14 anni. Per questo sta cercando un'associazione che gli fornisca almeno supporto legale. "Lo faccio per i miei figli, a cui non ho insegnato una parola di arabo. Non voglio che abbiano un padre sospettato di essere un terrorista". E non solo per loro.

Nella situazione di Ayesh c'è un'intera generazione di palestinesi, arrivati in Italia negli anni '80. Migranti che si distinguono per caratteristiche molto particolari: erano arrivati per studiare, spesso da buone famiglie, oggi occupano posti di responsabilità e sono dei modelli di integrazione. Eppure lo Stato italiano non li vuole. Hanno tutti famiglia in Italia, ma pochi vogliono parlare: hanno paura di essere rimandati a casa. Accusati in maniera così grossolana, che alcuni sono stati definiti allo stesso tempo "simpatizzanti" del Fplp e Hezbollah, due fazioni contrapposte. "Non abbiamo mai fatto niente di male - dice uno di loro, anche lui in attesa di cittadinanza da più di venti anni - abbiamo frequentato l'università. Siamo tutti integrati e amiamo l'Italia. Ma non ci hanno mai permesso di partecipare attivamente a questa società: siamo stati schedati a vita e senza un motivo".

INCOMMENTABILE


Roberto Petrini
La Repubblica
30 luglio 2008
L'Italia perde la via dei satelliti fuori da un mercato di 8,5 miliardi

ROMA - Satelliti? Non è affar nostro. Dopo la chimica e la siderurgia che videro l'Italia in prima linea nell'innovazione e qualche decennio dopo in prima linea nello smantellamento a favore di capitali e aziende straniere, anche lo spazio ci riserva brutte sorprese. Se si scruta attentamente il cielo la bandiera tricolore è scomparsa: delle 34 compagnie private che gestiscono 261 satelliti commerciali, nemmeno una è a capitale italiano. Attenzione, non parliamo dei satelliti militari e di quelli adatti alla protezione civile che la nostra Agenzia spaziale manda in orbita: apparecchi che volano a 400 chilometri di altezza e servono a fotografare terremoti e a tenere sotto controllo gli tsunami. In questo campo ci salviamo.

Ma dal mega business dei satelliti geostazionari che orbitano tra la terra e la luna a 36 mila chilometri di altezza, che sono in grado di trasferire miliardi i segnali televisivi e che si stanno attrezzando anche per trasmettere dati Internet, siamo fuori. Un mercato che cresce in modo esponenziale, che già presenta un giro d'affari di 8,5 miliardi di dollari e che interessa 75 milioni di consumatori.

Qui i grandi sono grandi sul serio: la maggiore compagnia del mondo, americana in origine, la Ses Global oggi è controllata da una finanziaria a capitale lussemburghese, spagnolo e belga: ha nel cielo 30 satelliti e fa ricavi per 1 miliardo e mezzo di dollari l'anno. Gli americani si sono tenuti la Intelstat, la seconda al mondo con 28 satelliti in orbita e un fatturato di oltre un miliardo di dollari.

Sono big, non c'è che dire. Tuttavia se si scorre la lista del cielo ci si accorge che al satellite non ha rinunciato nessuno, anche i paesi minori. Motivi strategici o altro. Così la società turca, Turksat, ha due satelliti geostazionari in orbita, la Spagna ha la sua Hispasat con sei satelliti, la Svezia, la Norvegia, l'Olanda e l'Egitto non sono da meno. Senza contare arabi, cinesi e brasiliani. Tutti hanno il proprio satellite.

E l'Italia? Un po' come accade per il Moplen di Giulio Natta, gli esordi del nucleare e i prototipi dei computer, anche con il satellite fummo i primi in Europa: era il 1964 e il gruppo creato all'Università di Roma da Luigi Broglio sparò nello spazio il San Marco 1, prima c'erano riusciti solo russi e americani. Ma poi le cose andarono diversamente: la Stet, attraverso Telespazio, insieme ad altri gruppi europei, costituì Eutelsat, che oggi è diventato il terzo gigante dei geostazionari al mondo con un fatturato di circa 900 milioni di dollari e con 24 satelliti in orbita. Ma quando la Stet fu trasformata in Telecom e passò nelle mani di Tronchetti Provera la storia dei satelliti italiani arrivò al capolinea: nel 2001 il 20,4 per cento di Eutelsat - attualmente di proprietà franco-iberica - fu venduto alla Lehman Brother. Ed oggi nessun capitale italiano sta nel business di "quota 36 mila".

Occasioni perse? Nei bar ci si lamenta che le Olimpiadi di Pechino, si potranno vedere in alta definizione (tecnologia permessa solo dal satellite) solo un paio di ore al giorno in Rai in alcune determinate zone oppure, a pagamento, su Sky. Sarebbe andata diversamente se avessimo avuto un nostro satellite? Difficile dirlo, ma su questo punto i tecnici preferiscono sfumare. Quello che è certo che anche il business del momento, l'Internet satellitare (una piccola parabola, un computer e un modem per connettersi anche dalla cima di una montagna) sta sfumando sotto i nostri occhi a tutto vantaggio delle grandi holding internazionali. Un peccato, perché si tratta di un settore assai promettente, come confermano i dati di Euroconsult, che prevede una crescita esponenziale di satelliti per la banda larga: da qui al 2011 raddoppieranno. Ma l'occasione per un satellite italiano a 36 mila metri forse non tornerà più.

COMMENTO

La deriva è inarrestabile.





Sgarbi «licenziato», il Tar boccia la Moratti

Maurizio Giannattasio
Il Corriere della Sera
29 luglio 2008

Il sindaco gli tolse la delega da assessore. Ora due ipotesi: ricorso al Consiglio di Stato o nuova revoca
MILANO — Salemi potrebbe perdere un sindaco, Milano potrebbe ritrovare un assessore. Il Tar della Lombardia ha dato ragione a Vittorio Sgarbi e ha accolto il ricorso con cui il critico contestava il «licenziamento» in tronco da parte del sindaco Letizia Moratti l'8 maggio scorso. Decisione clamorosa. Sgarbi ha già annunciato che venerdì sarà a Milano per l'ultima riunione della giunta prima della pausa estiva. «Certo che ci sarò e vedrete che spettacolo. L'atto della Moratti è illegittimo e moralmente esecrabile».

Ma tra il dire e il fare c'è di mezzo il mare. In questo caso è la sentenza del Tar. Non è ancora stata notificata alle parti. Le motivazioni si conosceranno solo oggi. Giampaolo Cicconi e Fiorenza Betti, i legali del critico d'arte, ritengono che il ricorso sia stato accolto perché «le ragioni della revoca delle deleghe erano generiche e carenti». Storia di due mesi fa. Quando la Moratti con un blitz improvviso convocò Sgarbi nel giorno del suo compleanno e lo licenziò in tronco. Queste le motivazioni: mancanza di rispetto nei confronti della giunta, mancanza di rispetto nei confronti dei cittadini e mancanza di lealtà nei confronti della stessa Moratti. Doppio casus belli: la delibera «truccata» con cui Sgarbi diede il patrocinio a una rassegna di teatro omosessuale all'insaputa dei colleghi di giunta e le sparate del critico durante l'ultima puntata di «Annozero» quando prese a male parole Marco Travaglio. In realtà il rapporto tra i due si era logorato fin dai tempi della censura della Moratti a Vade Retro, la mostra su arte e omosessualità. Per gli avvocati di Sgarbi mancavano «tutti gli elementi» per il ritiro delle deleghe: «Quindi, teoricamente, Sgarbi è di nuovo assessore alla Cultura».

Da Palazzo Marino nessun commento ufficiale. Prima si vuole conoscere la sentenza. Ma l'Avvocatura è già al lavoro. Ci sono due strade possibili. O il ricorso al Consiglio di Stato con la richiesta di sospensiva immediata. O, molto più realisticamente, un nuovo atto di revoca, motivato fin nelle virgole. In questo caso si impedirebbe a Sgarbi di fare il suo show in giunta. «Riscrivano pure la revoca — attacca il sindaco di Salemi — ma a questo punto io faccio una causa milionaria al Comune perché per tre mesi mi hanno impedito di fare legittimamente il mio lavoro». Sgarbi è un fiume in piena. «Alla Moratti manca la grammatica della democrazia. È un grave sgarro politico. Non si può cacciare un assessore senza una ragione». Annuncia che non abbandonerà Salemi ma che sta «studiando le possibili compatibilità e incompatibilità». Insomma, è sicuro di poterne uscire a testa alta. E in ogni caso ha già pronta la sua vendetta. Sta scrivendo un libro dal titolo (provvisorio) più eloquente che mai: «Clausura a Milano. Da Suor Letizia a Salemi (e ritorno)», che verrà pubblicato da Bompiani a metà ottobre. «È la frase tra parentesi che è importante — chiude Sgarbi — perché io a Milano ritornerò: o come assessore alla Cultura o come presidente della Provincia». Le elezioni sono l'anno prossimo.


COMMENTO

Anche Vittorio Sgarbi sembra possedere sette vite (politiche), come i gatti. Solo che lui è un tantino più pericoloso di un gatto. Donna Letizia ne sa qualcosa.


VARI ARGOMENTI

Intelligenza sociale
Di Joachim Marschall

Anche se il concetto di intelligenza sociale è nato quasi un secolo fa, psicologi e neurologi non sono ancora in grado di spiegare le caratteristiche che permettono ad alcune persone di tessere relazioni più facilmente di altre. Ma forse finalmente siamo un po' più vicini a svelarne i segreti.

Nel 1995 Daniel Goleman diffuse in tutto il mondo l'idea di «intelligenza emotiva». Nel 2006, con il suo ultimo libro, ha reso di pubblico dominio un altro concetto: quello di «intelligenza sociale». Secondo lo psicologo californiano, mentre per intelligenza emotiva si intende soprattutto la capacità di essere consapevoli dei propri sentimenti e di comportarsi in modo coerente con essi, l'intelligenza sociale entra in gioco ogni volta che si incontrano due o più persone. Goleman non è però riuscito a fornire una definizione più precisa del significato di comportamento «socialmente intelligente», come del resto era accaduto ad altri psicologi prima di lui.

I primi passi in quella direzione li aveva compiuti già nel 1922 un altro psicologo statunitense, Edward Lee Thorndike, secondo il quale l'intelligenza sociale consisteva nella «capacità di comprendere gli altri, di saperli affrontare e di comportarsi in modo saggio nelle relazioni»: una caratterizzazione generale che, pur segnando l'atto di nascita del concetto, lasciava del tutto aperto il problema di indicare in che cosa si riflettesse esattamente l'intelligenza sociale, e di come, e se, si potesse misurarla. È questo un requisito indispensabile quando si vuole confrontare la manifestazione di un qualsiasi tratto significativo in più soggetti. Inoltre, come si fa a insegnare questa importante capacità se è impossibile descriverla con precisione? Insomma, senza riferimenti misurabili non può esserci ricerca sull'intelligenza sociale.


Genetica e malattia mentale
Di Edmund S. Higgins

Le esperienze della vita possono modificare la parte di patrimonio genetico che controlla l'attività del nostro cervello: fino al punto di farci ammalare.

Nel corso della storia del genere umano, sciamani, preti e medici hanno cercato di capire che cosa va storto quando una persona cede alla tristezza, alla pazzia o alla psicosi. Le diverse teorie hanno di volta in volta dato la colpa delle malattie mentali a uno squilibrio dei fluidi corporei, ai moti dei pianeti, a conflitti mentali inconsci, a esperienze negative. Oggi molti ricercatori ritengono invece che i disturbi psichiatrici nascano in larga misura dalla costituzione genetica delle persone.
In effetti i geni sono le istruzioni per costruire le proteine che controllano il cervello. Ma non è possibile che sia solo una questione genetica: non sempre i gemelli identici, che hanno praticamente lo stesso DNA, sviluppano gli stessi disturbi mentali. Per esempio, se uno dei due diventa schizofrenico, l'altro ha soltanto una probabilità del 50 per cento di soffrire della stessa malattia. In realtà, un gran numero di dati suggerisce che le malattie psichiatriche sono causate da una complessa interazione tra l'ambiente e alcuni specifici geni. Solo di recente però gli scienziati hanno iniziato a capire come l'ambiente influenza il cervello fino a produrre cambiamenti di ordine psicologico.Grazie a una nuova concezione della malattia mentale, i ricercatori stanno scoprendo che le esperienze vissute nel corso della vita possono letteralmente «cambiare la testa» di una persona, aggiungendo una specie di patina chimica al DNA che controlla le funzioni del cervello. Questo processo però non altera la sequenza di DNA usata dalle cellule per sintetizzare le proteine, la cosiddetta «sequenza codificante». Un'esperienza traumatica, l'abuso di stupefacenti, la mancanza d'affetto, possono agire in modo che certe molecole si leghino al DNA di un individuo. Ma senza andare a toccare ciò che costituisce l'essenza di un gene, cioè la sua sequenza codificante.


Professione cliente
Di Paola Emilia Cicerone

Viaggio nel lato oscuro della sessualità maschile, di chi paga per avere sesso con motivazioni che vanno dalla solitudine al disimpegno affettivo. Perché pagare per fare sesso? «Perché è più semplice». Una risposta reale e probabilmente sincera. Che non esaurisce, ma avvia il dibattito sui clienti di quello che si definisce il mestiere più antico del mondo. Meno studiati delle prostitute, sulle quali psicologi e criminologi hanno speso fiumi di inchiostro, eppure fondamentali per capire il fenomeno. E forse anche per sapere qualcosa in più sull'atteggiamento maschile nei confronti del sesso.

Avere dati certi sul fenomeno non è facile, a cominciare dai numeri. La cifra più citata, 9 milioni di clienti, risalirebbe a una stima realizzata nel 1996 dall'Università di Firenze, «e molto probabilmente si riferisce al numero di prestazioni», spiega Andrea Cauduro, criminologo e ricercatore di Transcrime, il Centro interuniversitario di ricerca sulla criminalità transnazionale dell'Università di Trento e dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Secondo dati europei, a far ricorso alla prostituzione sarebbe il 10 per cento circa della popolazione, mentre in Italia ci sarebbero almeno 70.000 prostitute, tra italiane e (soprattutto) straniere.

Il condizionale è d'obbligo, data la difficoltà di censire un fenomeno variegato e in buona parte clandestino. Che accorpa situazioni e clientele diverse: quelli che ricorrono alle escort, termine usato in passato per definire accompagnatrici di lusso, che oggi spesso indica semplicemente le ragazze che si prostituiscono in appartamento (più propriamente loft girl) e usando il Web. E i clienti delle «stradali» - le prostitute che lavorano sul marciapiede e spesso sono anche «trafficate», ossia straniere, a volte minorenni, entrate nel paese illegalmente e costrette alla prostituzione - oppure dei trans. Soggetti che si rivolgono a pubblici diversi, con esigenze e disponibilità diverse, dato che si va dai 15-20 euro di un rapido incontro in strada ai 300 euro all'ora e più delle escort di nome, di cui si trovano vere e proprie recensioni nei siti specializzati.


Mente&Cervello

l'Espresso Agosto 2008, n. 44
(27 luglio 2008)

LETTERA APERTA AL DEPUTATO FURIO COLOMBO


Luigi Morsello

Gentile Furio Colombo,

ho letto su L’Unità di domenica 27 luglio il suo interessantissimo e chiarissimo editoriale, che titola “Non aprite quella porta”.

In questi giorni ho letto commenti altrettanto autorevoli di Eugenio Scalfari e Massimo Giannini su La Repubblica.

Essendo titolare di un blog, da poco, da maggio di quest’anno, mi sono avventurato su per una strada impervia, dicendo la mia su quanto sosteneva Eugenio Scalfari, in un suo editoriale, sempre del 27 luglio, su La Repubblica.

Anche lei nel suo editoriale sostiene le medesime argomentazioni, e cioè che non poteva il Capo dello Stato Giorgio Napolitano non firmare il famigerato “Lodo Alfano”, in ciò allineandosi entrambi con le posizioni del Capo dello Stato, e cioè che la sentenza della Corte costituzionale n. 24 del 31 gennaio 2004 non aveva censurato l’ancor più famigerato “Lodo Schifani” sotto il profilo della forma legislativa adottata, e cioè con legge ordinaria anziché costituzionale.

In verità, il conto non mi tornava, mi pareva, e non solo a me, che una legge così importante, che concedeva e concede l’immunità totale non solo ai tre supremi organi costituzionali di garanzia (Capo dello Stato, Preidenti di Senato e Camera dei deputati) ma anche ad organo costituzionale che non è di garanzia (Presidente del Consiglio dei Ministri), fosse approvata con legge ordinaria e a maggioranza assoluta.
L’argomentazione a difesa, che poggia sulla sentenza n. 24/2004 della Corte costituzionale, adottata dalla Presidenza della Repubblica, non mi convinceva.

Allora ho cercato quella sentenza, la n. 24 cit. e l’ho letta.

Ne ho tratto le seguenti conclusioni, iniziando dagli artt. 3 e 138 Cost.

1) art. 3:
“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”
;

2) art. 138:
“Le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali sono adottate da ciascuna Camera con due successive deliberazioni ad intervallo non minore di tre mesi, e sono approvate a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera nella seconda votazione.

Le leggi stesse sono sottoposte a referendum popolare quando, entro tre mesi dalla loro pubblicazione, ne facciano domanda un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali. La legge sottoposta a referendum non è promulgata, se non è approvata dalla maggioranza dei voti validi.

Non si fa luogo a referendum se la legge è stata approvata nella seconda votazione da ciascuna delle Camere a maggioranza di due terzi dei suoi componenti.”.


La Corte Cost. è stata attivata da una ordinanza di rimessione del Tribunale di Milano del 30 giugno 2003, richiamata in premessa, laddove si legge: “Nel corso di un processo penale in cui è imputato l'on. Silvio Berlusconi, attuale Presidente del Consiglio dei ministri, il Tribunale di Milano ha sollevato questione di legittimità costituzionale, in riferimento agli artt. 3, 101, 112, 68, 90, 96, 24, 111 e 117 della Costituzione, dell'art. 1, comma 2, in relazione al comma 1, della legge 20 giugno 2003, n. 140 (Disposizioni per l'attuazione dell'art. 68 della Costituzione nonché in materia di processi penali nei confronti delle alte cariche dello Stato).”.

È agevole osservare che l’ordinanza di rimessione della questione di legittimità costituzionale non cita in premessa fra le norme violate l’art. 138 suindicato. Tuttavia, va osservato che nelle premesse la Corte Cost. osserva: “Né va omesso di considerare che il principio di eguaglianza rientra tra i principi fondanti della Carta costituzionale, derogabile solo dalla stessa Costituzione o con modifiche costituzionali adottate ai sensi dell'art. 138 Cost., come risulta confermato dal fatto che tutte le prerogative riguardanti cariche o funzioni costituzionali sono regolate da fonti di tale rango …”.

Nelle considerazioni in diritto la Corte Cost. afferma: “Secondo il giudice remittente la norma censurata, nello stabilire per i processi suindicati la sospensione automatica, generalizzata e senza prefissione di un termine finale, viola l'art. 3 Cost., anzitutto con riguardo all'art. 112 Cost., che sancisce il principio dell'obbligatorietà dell'azione penale; in secondo luogo con riferimento agli artt. 68, 90 e 96 Cost., in quanto attribuisce alle persone che ricoprono una delle menzionate alte cariche dello Stato una prerogativa non prevista dalle citate disposizioni della Costituzione, che verrebbero quindi ad essere illegittimamente modificate con legge ordinaria, in violazione anche dell'art. 138 Cost., disposizione questa che il remittente non indica nel dispositivo dell'ordinanza, ma cita in motivazione ed alla quale fa implicito ma chiaro riferimento in tutto l'iter argomentativo del provvedimento; infine viola gli artt. 24, 111 e 117 Cost., perché non consente l'esercizio del diritto di difesa da parte dell'imputato e delle parti civili, in contrasto anche con la Convenzione per la protezione dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali.”.

Dunque, il richiamo della violazione dell’art. 138 Cost. c’è nelle motivazioni del remittente, cioè del Tribunale di Milano.

Però, la Corte non lo prende in esame, tanto da non citare tale violazione del dispositivo, che recita: “
per questi motivi
LA CORTE COSTITUZIONALE
riservata a separata decisione la questione di legittimità costituzionale dell'art. 110, quinto comma, del regio decreto 30 gennaio 1941, n. 12 (Ordinamento giudiziario), sollevata dal Tribunale di Milano con l'ordinanza in epigrafe;

dichiara l'illegittimità costituzionale dell'art. 1, comma 2, della legge 20 giugno 2003, n. 140 (Disposizioni per l'attuazione dell'art. 68 della Costituzione nonché in materia di processi penali nei confronti delle alte cariche dello Stato);

dichiara, ai sensi dell'art. 27 della legge 11 marzo 1953, n. 87, l'illegittimità costituzionale dell'art. 1, commi 1 e 3, della predetta legge n. 140 del 2003.

Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 13 gennaio 2004.”.

Quali sono le norme che la Corte considera violate ?

Occorre ricorrere nuovamente alla motivazioni in diritto, secondo le quali: “
8. La Corte ritiene che anche sotto altro profilo l'art. 3 Cost. sia violato dalla norma censurata.

Questa, infatti, accomuna in unica disciplina cariche diverse non soltanto per le fonti di investitura, ma anche per la natura delle funzioni e distingue, per la prima volta sotto il profilo della parità riguardo ai principi fondamentali della giurisdizione, i Presidenti delle Camere, del Consiglio dei ministri e della Corte costituzionale rispetto agli altri componenti degli organi da loro presieduti. Né vale invocare, come precedente e termine di comparazione, l'art. 205 cod. proc. pen. il quale disciplina un aspetto secondario dell'esercizio della giurisdizione, ossia i luoghi in cui i titolari delle cinque più alte cariche dello Stato possono essere ascoltati come testimoni.”.

La Corte conclude: “La questione è pertanto fondata in riferimento agli artt. 3 e 24 della Costituzione.

Resta assorbito ogni altro profilo di illegittimità costituzionale.”.

Ai fini delle presenti riflessioni non occorre esaminare in dettaglio l’intera sentenza, compito che considero arduo e comunque non necessario.

Ciò che preme osservare è la circostanza che la violazione dell’art. 138 cit. era stata ipotizzata dal Tribunale dei Milano, tuttavia la Corte Cost. non lo ha esaminato, ritenendo tale profilo assorbito dall’accertamento delle questioni di merito, e cioè la violazione degli artt. 3 e 24 Cost.

Per completezza vale leggere cosa recita l’art. 24 Cost. Cit.:

“Tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi.

La difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento.

Sono assicurati ai non abbienti, con appositi istituti, i mezzi per agire e difendersi davanti ad ogni giurisdizione.

La legge determina le condizioni e i modi per la riparazione degli errori giudiziari.”.

La Corte Cost., stabilita la violazione di due norme di merito (art. 3 e 24), non ha ritenuto di procedere oltre nell’esame dei gravami di illegittimità costituzionale adombrati dal Tribunale di Milano, riservandosi solo l’esame di un profilo di illegittimità costituzionale dell’art. 110, quinto comma, del regio decreto 30.1.1941, contenente l’Ordinamento giudiziario.

La Corte afferma: “Resta assorbito ogni altro profilo di illegittimità costituzionale.”.

Insomma, la Corte Cost. non ha statuito al riguardo perchè ritenuto non necessario.

Ciò significa che la Corte non ha né accolto né respinto l’eccezione di incostituzionalità della forma (legge ordinaria, anziché costituzionale) scelta prima per il ‘lodo Schifani’ e oggi per il ‘lodo Alfano’.

Fra i poteri del Presidente della Repubblica c’è quello previsto dall’art. 74 Cost., che recita:
“Il Presidente della Repubblica, prima di promulgare la legge, può con messaggio motivato alle Camere chiedere una nuova deliberazione.

Se le Camere approvano nuovamente la legge, questa deve essere promulgata.”
.

Giorgio Napolitano questo avrebbe dovuto fare, rinviare alla Camera il ‘lodo Alfano’ con messaggio motivato e non l’ha fatto, come non l’aveva fatto prima di lui Carlo Azeglio Ciampi.

Non l’ha fatto per un motivo semplicissimo.

Il comma 4 dell’art. 87 Cost. recita: “Autorizza (il Presidente della Repubblica, n.d.r.) la presentazione alle Camere dei disegni di legge di iniziativa governativa”.

Il “lodo Alfano" era un disegno di legge di iniziativa del Governo, quindi abbisognava per la presentazione alle Camere dell’AUTORIZZAZIONE del Capo dello Stato, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

È quello il momento topico, in cui il Capo dello Stato, autorizzando la presentazione del disegno di legge, noto come “lodo Alfano”, si è legato le mani.

Il ‘lodo Alfano’ è stato approvato a tamburo battente, in 25 giorni, dalle Camere, così come presentato nel suo testo, che non ha subito nessuna modifica.

Come poteva il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano rifiutare la firma di promulgazione della legge, nota come ‘lodo Alfano’, la cui presentazione egli stesso aveva autorizzato e che era stata approvata nel testo da lui autorizzato ?

No, non poteva, non più !

Io non sono un costituzionalista, sono un pensionato che ha svolto un lavoro oscuro e mal ricompensato e che ha sempre tentato di ragionare con la propria e non l’altrui testa.

Ricorrendo spesso al semplice buon senso.

In questo caso non sembra temerario affermare che il Capo dello Stato avrebbe, teoricamente, potuto rifiutare la firma, ma ne sarebbe venuto fuori un canaio inaccettabile.

È di tutta evidenza che ho utilizzato argomentazioni tratte dal mio blog.

Me ne scuso, ma a me sembra che è stata offerta, anche da lei, una copertura al Capo dello Stato, nell’intento di rafforzarne la traballante credibilità.

Ma quanto potrà durare ?

A settembre incombono scadenze terribili, fra i quali la riforma del CSM e dell’ordinamento giudiziario, nell’intento, ormai non più nascondibile, di asservire l’ufficio del P.M. all’autorità politica e di sterilizzare ogni indagine sugli uomini politici che fanno parte del Governo Berlusconi.

Quanto e come saprà il Presidente Napolitano tutelare e garantire la Costituzione e impedirne lo stravolgimento di fatto e, forse, anche di diritto ?

Sono d’accordo con l’on.le Antonio Di Pietro (intervista su La Repubblica) quando sostiene che il dialogo è possibile quando vi sono due soggetti dialoganti e il centro-destra (rectius, Silvio Berlusconi) non è affatto disponibile a dialogare, il suo lider vuole solo comandare a bacchetta, tant’è vero che si è confezionato un Governo ‘ad hoc’, nulla importando che la maggior parte dei ministri sono dei dilettanti, bisognevoli della balia.

Grato si avrà letto tutto e se vorrà dirmi la sua opinione.

COMMENTO

Ad oggi nessun commento mi è pervenuto dal deputato Furio Colombo.

Aggiungo che al riguardo non ho utilizzato ii contenuto del volume “BAVAGLIO”, di Peter Gomez, Marco Licco e Marco Travaglio, introduzione di Pino Corrias (editore Chiare Lettere, Giugno 2008) in edicola solo da qualche giorno, almeno qui a Eboli, che ho acquistato e sto leggendo con grande interesse e tanta, ma proprio tanta amarezza.

martedì 29 luglio 2008

Hilary Hahn Paganini Caprice No. 24

Prometheus: Poem of Fire

Scriabin Poème de l'extase Op. 54; Part 2

Alison Balsom plays Paganini Caprice No.24

Tine Thing Helseth: Haydn Trumpet Concerto, 3rd mvt

Volontariato, esperienza di gratuità


Non è meglio che ubriacarsi, drogarsi, uccidersi il sabato sera con folli corse in auto, cercare lo 'sballo' a tutti i costi, per riempire il vuoto della propria anima, della propria inutile esistenza, alla caccia di una emozione sempre più forte, che emozione non è, ma incultura, mancanza di valori, di quei valori che la famiglia non ha saputo trasmettere perchè ne era a sua volta totalmente priva ?
Il primo, la prima che risponde a questa domanda non vince niente perchè tanto la risposta non ce l'ha !


Responsabilita' politiche del G8 di Genova


Dal blog di Antonio Di Pietro

Diversi nostri lettori ci hanno chiesto le ragioni per cui l’Italia dei valori ha votato contro la costituzione di una Commissione di inchiesta sulle violenze del G8 di Genova.

Assicuro che noi dell’Italia dei Valori abbiamo sempre sostenuto la necessita’ di fare piena luce sui fatti verificatisi in occasione del G8 di Genova e soprattutto di ben individuare le responsabilità a tutti i livelli di quanto è accaduto. Noi pretendiamo e continueremo a pretendere la verità sulle responsabilità politiche. Lo pretendiamo per le vittime di un vero e proprio massacro, ma lo pretendiamo anche per restituire dignità ad uno Stato uscito umiliato a livello internazionale dalle violenze di Genova.

Ciò che ci ha lasciato a suo tempo perplessi è che ad accertare fatti penalmente rilevanti potesse essere un organo parlamentare quale la “Commissione di inchiesta”, che per definizione è di parte e dipende dalla maggioranza numerica del momento, e non invece la Magistratura, che essendo terza garantisce migliore obiettività circa il risultato, a cui poi poteva e ben può affiancarsi una “Commissione di indagine”.

A questo punto, però, è bene fare chiarezza sulla distinzione concettuale che noi abbiamo posto tra una “Commissione parlamentare di inchiesta”, su cui all’epoca abbiamo espresso riserve, e una “Commissione parlamentare di indagine”, verso cui noi invece propendevamo e che ancora oggi siamo disposti a sostenere. La Commissione parlamentare di inchiesta e’ titolare di poteri analoghi a quelli della Magistratura, compresi gli interrogatori, le perquisizioni e quant’altro di investigativamente rilevante, e sull'attività della Magistratura può interferire, pur essendo, spesso, del tutto priva della necessaria autonomia ed indipendenza, in quanto espressione dei partiti e di maggioranze politiche, variabili per definizione.

Oggi, a distanza di solo pochi mesi, possiamo dire che i fatti hanno dimostrato che le nostre preoccupazioni erano fondate. La magistratura ha processato e sta processando i responsabili mentre la Commissione di inchiesta sul G8 di Genova, se costituita, sarebbe oggi nelle mani blindate di chi nel 2001 aveva la responsabilità dell’ordine pubblico, di chi avrebbe interesse personale a fare emergere verità diverse da quelle che comunque cominciano ad emergere dai processi, di chi avrebbe addirittura la possibilità di interferire con la stessa attività dei Giudici.

La Commissione parlamentare di indagine che noi auspichiamo, invece, avrebbe compiti di sola valutazione politica sulla base dei risultati di indagini acquisite dalla magistratura senza interferenze e nel rispetto della diversità dei ruoli. A nostro avviso questa soluzione sarebbe lo strumento più efficace per accertare responsabilità politiche ormai quasi inequivocabili, anche grazie a quanto continua ad emergere dai processi. La verità non e’ certo emersa dall’indagine conoscitiva “farsa” messa in campo dal precedente governo Berlusconi. Ma la verità non sarebbe emersa neppure da una attività di inchiesta contrapposta a quella dei Giudici e pilotata di volta in volta dai Partiti al potere.

Forse abbiamo fatto bene, forse abbiamo sbagliato. Ma l’abbiamo fatto con totale buona fede e concreto spirito costruttivo.


BANDIERA ROSSA

IL PRC DI PAOLO FERRERO



Claudia Fusani
La Repubblica
28 luglio 2009



ROMA - La scissione che-c'è-ma-non-c'è, la "tocchi" invece già il giorno dopo. Anzi, poche ore dopo l'incoronazione di Paolo Ferrero a quarto segretario del partito della Rifondazione comunista con appena otto voti di vantaggio sull'area vendoliana. Pino Scarpelli, segretario regionale calabrese di Prc e rappresentante dell'area sconfitta, annuncia che rientrerà nella giunta Loiero, una giunta di marca Pd. Erano usciti un anno fa, come conseguenza della questione morale. "Ora il quadro è cambiato e noi rientriamo" spiega Scarpelli. Peccato che il primo punto del documento Ferrero dica proprio mai più col Pd ("è stata superata la fase caratterizzata dalla collaborazione organica con il Pd") e proponga - sono le richieste dei trotzisky e della minoranza della falce e del martello - la "costituente comunista" e "la verifica continua", anche a livello locale, perchè, come ha detto Bellotti, "le svolte a sinistra non si fanno con i documenti" il progetto di uscire dalle alleanze locali.
Non solo. Appena eletto il neo segretario ha spiegato: "Il fatto che non ci siano le condizioni per un accordo col Pd non vuol dire che rompiamo con tutte le giunte. Valuteremo caso per caso. Tradotto in italiano - ha aggiunto - questo vuol dire che va bene la giunta pugliese, non va bene rientrare in quella calabrese che comporterebbe un problema politico e un imbarazzo per la questione morale". Detto fatto: oggi Scarpelli annuncia il rientro. Il contrario di quello che ha detto il neo-segretario. Il messaggio, ai vincitori, è chiaro: "Avete voluto vincere in tutti i modi, però il partito centralista che avete in mente è per noi un arretramento politico e culturale e a livello locale decidiamo in proprio".
Aver spaccato il partito significa anche dover rispondere a questa domanda: cosa fare nei governi locali dove l'alleanza politica col Pd è al governo?
Si tratta di una faccenda che riguarda 3.500 consiglieri ed amministratori locali in tutto il paese con una presenza radicata in tutte le venti regioni italiane. Rifondazione governa in 13 regioni su 20, praticamente tutte quelle amministrate dal centrosinistra tranne Toscana, Basilicata e Calabria (Rc era uscita ma ora Scarpelli rientra). Ha un governatore , "lo sconfitto" Nichi Vendola, 13 assessori e 51 consiglieri. A livello provinciale il partito conta un presidente a Ascoli Piceno, 70 assessori e 160 consiglieri. Nei comuni, infine, sono di Rifondazione tre sindaci di comuni oltre i 15 mila abitanti (Cinisello Balsamo, Gubbio, Acerra) e circa 40 sindaci di piccoli comuni. Nei comuni capoluogo Rifondazione conta su 150 consiglieri comunali e circa 40 assessori.
Insomma un esercito di amministratori rigorosamente diviso in due, come il partito, e anche secondo una geografia ben precisa. A nord il partito di Ferrero, al sud quello di Vendola al governo in Puglia, Campania e Calabria. Il partito di Claudio Grassi, l'area di "Essere comunisti", che fino all'ultimo ha provato a mediare tra i due fronti restando però alla fine nella mozione 1, ha la sua roccaforte in Emilia Romagna. I ferreriani, per lo più ex di Democrazia proletaria, sono al governo con Penati (provincia di Milano), in Liguria e in Abruzzo dove Maurizio Acerbo, portavoce della mozione 1, è stato tra i primi a denunciare lo scandalo nella sanità.
La domanda è: cosa succede adesso in quelle giunte dove Pd e Rc governano insieme da anni? A quale Rifondazione devono fare riferimento visto che la linea vincente taglia i ponti con ogni ipotesi progressista e migliorista? Parla di "prospettiva comunista" anziché di "nuova e moderna sinistra"? "Nessun progetto di rompere le alleanze di governo a livello locale, è un'ipotesi falsa e ridicola" dice in serata il neosegretario Ferrero. Che però aggiunge: "E' vero invece che valuteremo caso per caso". Dipende se la linea politica di quella giunta corrisponde a quella messa nero su bianco nelle quattro pagine del documento 1. Non sembra così semplice.
Ferrero con gli altri leader della maggioranza - Grassi, Giannini e Bellotti - sono in questo momento nel mezzo di un vortice che travolge tutto il complesso sistema di alleanze e coabitazioni nel centro sinistra e nella sinistra radicale. I frammenti dell'Unione di Prodi.
Il Pd che si sente attaccato, a sua volta attacca."Auguri di buon lavoro al segretario Ferrero - dice Veltroni - ma ritengo che abbia vinto chi ha avuto le posizioni più estreme, più lontane da una cultura riformista. Le posizioni più dialoganti sono state sconfitte". Se si chiude la porta con Rc, a chi guarda il Pd? "Noi confermiamo la nostra scelta di partito a vocazione maggioritaria" e la necessità di avere "alleanze programmatiche", guardando anche altrove. Il capogruppo Soro e il senatore Latorre riconoscono che ora "è più difficile coabitare nelle giunte locali".
L'attacco su Rifondazione è incrociato, da estrema destra e da estrema sinistra. Per Alessandra Mussolini "se Ferrero fosse coerente direbbe subito ai suoi dirigenti di uscire dalle giunte locali dove sostengono il Partito democratico. Nel Pdl c'è curiosità per vedere se tra la propaganda e i fatti esiste ancora un minimo di coerenza tra i sedicenti comunisti". Marco Ferrando, leader di un'altra ex minoranza di Rifondazione poi uscita (il partito comunista dei lavoratori) è ancora più netto: "La nuova maggioranza interna del Prc non è solo una somma spregiudicata di contraddizioni insolubili, ma il frutto di un'operazione trasformista. Ferrero deve rompere con i propri assessori e con le giunte e i poteri forti dove è rappresentato. Perché le svolte a sinistra si misurano coi fatti".
"Gestione unitaria", ha promesso dal palco l'ex ministro eletto segretario. Difficile far coabitare Rifondazione 1 e Rifondazione 2 sotto lo stesso tetto. La linea, per la minoranza, è "opposizione dall'interno senza entrare in segreteria". L'ha data il delegato di Cosenza,
Fausto Bertinotti, che tornerà ad essere centrale. In fondo è lui e il bertinottismo "il padre" che il congresso ha voluto uccidere, sulla pubblica piazza del congresso. Così a Roma Rifondazione 2, l'area "Rifondazione per la sinistra", i vendoliani sconfitti, si sono già autoconvocati. Domani la prima assemblea. Nella sede di Rifondazione.

COMMENTO

Adesso faranno vedere i 'sorci rossi' a tutti !

L'intervista ad Antonio Di Pietro



Dal blog di Antonio Di Pietro

La Lodo Alfano è incostituzionale, per quanto il Presidente della Repubblica si ostini a ribadire il contrario.

Il Presidente Napolitano invita al dialogo, ma non c'è nessun dialogo con un governo che non intende sedersi intorno ad un tavolo per le riforme del Paese e che ha scelto di distruggere il sistema giudiziario piuttosto che occuparsi dei veri problemi del Paese che oggi sono quasi esclusivamente in ambito economico. Un governo che troppo spesso trova sponda in un informazione a servizio della politica. L'informazione deve essere libera, il cane da guardia dei politici.

Riporto una mia intervista pubblicata su La Repubblica di oggi.

Repubblica: Lodo: per il Colle la firma è meditata. Lei sempre per il no?
Antonio Di Pietro: «È una questione di metodo e di merito. Né io né l´Idv abbiamo mai mancato di rispetto istituzionale e personale a Napolitano. Ciò premesso, faccio mie le parole di Scalfari quando dice che, in una democrazia, pure le decisioni di un capo dello Stato si possono criticare».

Repubblica: Insiste?
Antonio Di Pietro: «L´idea che le critiche sono legittime se le fanno altri, ma sono rozze, volgari e finanche un attentato se le faccio io non mi va giù. Al punto che l´Idv non merita un posto nella commissione di vigilanza Rai. Diamo fastidio a destra e a sinistra e vogliono a tutti i costi delegittimarci perché ci rifiutiamo di essere irreggimentati in uno schema politico».

Repubblica: Ma Napolitano doveva firmare o no?
Antonio Di Pietro: «Ci siamo solo permessi di dire che questa legge è incostituzionale. E immorale. Non potevamo tacere. Non è un atto di anti-democrazia. Una, dieci, cento piazza Navona, dove non ci sono state ingiurie per Napolitano o il Papa. Vogliamo essere liberi di criticare una legge inopportuna e pure il presidente se la firma. Ho diritto alla mia libertà di pensiero anche se non la penso come lui».

Repubblica: Ma il presidente ha seguito la Consulta.
Antonio Di Pietro: «Sì, ora deciderà la Corte, poi gli elettori. Il lodo resta una vera e propria porcheria per il modo e il tempo, e per il conflitto d´interessi che c´è sotto. Domani l´Idv depositerà il referendum».

Repubblica: Veltroni accoglie l´invito a evitare «il muro contro muro». E lei?
Antonio Di Pietro: «Parole scontate e ovvie. Il problema è che Berlusconi fa solo i suoi interessi. La manovra economica col voto di fiducia? E che dialogo è? Tutti decreti, Parlamento subalterno, in una visione aziendale e non democratica. Dialogo tra servo e padrone. "Si buana". Noi non ci stiamo. Ma il presidente, il garante della divisione dei poteri, non deve chiedersi se il dialogo è possibile in queste condizioni?».

Repubblica: Napolitano è contro i decreti...
Antonio Di Pietro: «Lui non deve fare il Papa urbi et orbi per la concordia. Deve richiamare chi predica il dialogo, ma non lo pratica. Ha un dovere, garantire la divisione dei poteri. Gli rilanciamo la palla. Se la situazione è questa, il capo dello Stato non può chiedere un dialogo impossibile tra i sudditi e un sovrano?».

Repubblica: Riforme: d´accordo sul «o si fanno o è il nulla»?
Antonio Di Pietro: «Io non ci sto a questo aut aut. O si fanno buone riforme o niente. Lodo Alfano, immunità, Csm, tutte riforme pessime. È la stricnina data al malato, così lo lasciamo stecchito. Più che riforme sono soluzioni finali».

Repubblica: Il richiamo a chi «scade in volgarità e ingiurie»?
Antonio Di Pietro: «Va distinto l´insulto nei fatti e quello a parole. Per me è più grave il primo, se uno fa satira è difficile sia penalmente rilevante. Altro è un ministro in carica che fa quello che ha fatto Bossi. Ma è peggio se il premier si fa una legge per non farsi processare. Questo è un insulto al Paese e alle istituzioni».

Repubblica: E Grillo che attacca ancora il Colle?
Antonio Di Pietro: «Fa satira, ma l´Italia la governa Grillo o Berlusconi? Le forze politiche non si nascondano dietro Grillo, se lui fa queste critiche vuol dire che c´è una classe politica che se le merita».

Repubblica: Allora sta con Grillo?
Antonio Di Pietro: «La sua è una parolaccia di esasperazione. È più grave quello che dice Grillo o chi ha fatto l´emendamento sulle poste lasciando migliaia di persone senza lavoro?».

Repubblica: La stampa e l´invito alla moderazione?
Antonio Di Pietro: «I processi sono spettacolari perché personaggi di primissimo piano commettono reati gravissimi che non farebbe neppure un mafioso di professione. Che la stampa ne dia conto è garanzia di democrazia».

Repubblica: La paura di una legge bavaglio sulle intercettazioni?
Antonio Di Pietro: «Non condivido il desiderio di normalizzazione. Voglio una libera stampa che faccia le pulci al potente di turno perché mi garantisce che non faccia quello che vuole».

COMMENTO
Bravo Tonino ! Sei tornato quello di "Mani Pulite" !
Non mi pento di essermi iscritto all'Italia dei Valori.