martedì 2 marzo 2010

Gli immigrati: "Uomini come voi"


di GAD LERNER

C'E' DA SPERARE che la minoranza colorata che ha affollato pacificamente ieri decine di piazze italiane protestando contro il razzismo e invocando i diritti che le sono negati, venga presa in seria considerazione dalle pubbliche autorità. Per quanto esigua, rispetto alla popolazione di 4,3 milioni di stranieri residenti nella penisola, la folla dei manifestanti ha rivelato la nascita di un nuovo movimento che sarebbe irresponsabile sottovalutare. Perché, se il malcontento rimanesse inascoltato, l'associazionismo degli immigrati potrebbe svilupparsi in forma contrapposta e separata alla democrazia in cui reclama di venire incluso.

Quando migliaia di palloncini gialli si sono levati in volo su piazza del Duomo a Milano, coprendo il maxischermo in cui sfilavano elegantissime le modelle straniere, il sagrato era invaso di badanti e fattorini, coi loro bimbi che mostravano un semplice cartello: "Siamo nati qui, vogliamo la cittadinanza". A Roma cancellavano le scritte ostili sui palazzi. A Napoli marciavano così numerosi da stupire i passanti: da dove spuntano tutti questi stranieri?

Se è bastata la suggestione velleitaria di "24h senza di noi", la sfida impossibile di uno sciopero degli immigrati, per dare consistenza numerica a un'iniziativa spontanea quasi del tutto priva di supporti organizzativi, vuol dire che c'era un vuoto da riempire. Non gli corrisponde, è vero, uno spazio politico redditizio: la difesa dei diritti degli stranieri in Italia continua a essere valutata un pessimo affare elettorale, come rivela anche la riluttanza del Partito democratico finora pochissimo interessato a dare loro visibilità pubblica nelle sue strutture. Ma come non rendersi conto che le buone ragioni degli immigrati, contro una burocrazia sollecitata dal centrodestra a rendergli la vita difficile, potrebbero tradursi in rivolta se si continua a ignorarle?

Ieri hanno cantato e ballato per le strade, stupiti loro stessi nel riconoscersi movimento nascente. Ma domani? Per quanto tempo ancora potremo impiegarli con paghe inferiori, costretti spesso nell'irregolarità del lavoro nero, lanciando contemporaneamente proclami allarmistici contro l'"invasione degli stranieri?" È significativo che attestati di rispetto e comprensione nella prima giornata di protesta degli immigrati siano giunti da associazioni imprenditoriali di categoria: la Camera nazionale dell'Artigianato che ricorda come il 9,5% del Pil sia legato direttamente o indirettamente al lavoro degli stranieri; e la Coldiretti che lamenta il ritardo del decreto flussi per gli stagionali agricoli, da cui dipende il 10% dei raccolti nelle campagne italiane. Riconoscerli solo come manodopera, però, non esaurisce la dimensione di umanità che tante famiglie, scolaresche, comunità di cura vivono nel rapporto personale con il loro singolo straniero, disabituate tuttora a vederlo partecipe di una collettività. A lui danno un nome, ne condividono le emozioni, lo adottano. L'"insieme straniero" resta invece folla anonima, estranea, minacciosa.

Ieri questa folla ci si è presentata affermando con esemplare civiltà: "Siamo uomini e donne come voi". Ma questo è il pericolo, se gli stranieri continueranno a scendere in piazza da soli, dopo che ieri ci hanno preso gusto: che il sorriso della prima volta, incompreso nella separazione dei passanti, trasmuti in sguardi torvi. Una società armoniosa, in grado di condividere i medesimi ideali di giustizia sociale, non può fondarsi sul braccio di ferro tra comunità straniere e maggioranza italiana. Ha bisogno di immigrati bene inseriti nelle strutture di rappresentanza democratiche. Deve aspirare a una cittadinanza comune.

(02 marzo 2010)

Un sit-in contro il "bavaglio" ai talk show, aderiscono sindacati, politici e il popolo viola


Una manifestazione di protesta contro la decisione di cancellare i programmi d'informazione della Rai in nome della par condicio è in programma per questa sera alle 20, davanti ai cancelli di via Teulada (sono lì gli studi da dove sarebbe dovuto andare in onda Ballarò): a organizzarla i sindacati Usigrai e Fnsi. E intanto la polemica, sulla contestata decisione dei vertici di Viale Mazzini, non si spegne.

All'iniziativa ha aderito anche il popolo viola, l'Idv, vari altri esponenti politici dell'opposizione, i comitati BoBi (Boicotta il Biscione) e Liberacittadinanza. Nel mirino la pronuncia di ieri del consiglio di amministrazione dell'azienda, che per applicare le regole dettate dalla Commissione di Vigilanza ha decretato il silenzio dei talk show fino alla fine della campagna. Proponendo film al posto delle trasmissioni, quasi tutte molto seguite dal pubblico. Una decisione che ha spaccato il cda, che ha votato cinque a quattro, con il presidente Paolo Garimberti che ha espresso un no "convinto".

Intanto oggi si registra un nuovo botta e risposta tra due grandi protagonisti dell'informazione Rai, Bruno Vespa e Michele Santoro. Il primo, in un'intervista alla stampa, getta la responsabilità dell'accaduto sull'altro, definendolo "l'Attila della par condicio". E il conduttore di Annozero replica a stretto giro: ''Vespa è il mio Gerovital - dichiara - mi sta facendo tornare ragazzino, quando andavamo a scuola c'era sempre quel compagno di classe un po' birbantello che indicava l'altro come responsabile delle marachelle''. ''Ma noi ci battiamo anche per lui - aggiunge - perché quello che sta succedendo non ha precedenti nella storia della tv occidentale'.

E un appello ai presidenti delle Camere contro quello che viene definito il "bavaglio" all'informazione viene sottoscritto dagli europarlamentari Rita Borsellino e David Sassoli, dal vicepresidente del Pd al Senato Luigi Zanda e dal candidato governatore della Puglia Nichi Vendola.

Regionali Lazio, centrodestra nel caos, bocciata anche la lista della Polverini


Il Pdl: "A questo punto è a rischio la candidatura"

Dopo quella del Pdl resta fuori anche la lista di Renata Polverini. Si profila un vero e proprio disastro politico-organizzativo quello del centrodestra alle prese con le Regionali del Lazio. Il listino della sindacalista, mancante di una della firma di uno dei rappresentanti di lista, non sarebbe stato ammesso alle elezioni regionali dall'ufficio centrale elettorale della Corte d'Appello. La lista, invece, sarebbe stata bocciata avendo un simbolo troppo simile a quello di Fabio Polverini, candidato di una lista collegata a Forza Nuova di Roberto Fiore. Mentre la lista di Renata Polverini ha un simbolo rosso con il tricolore sotto, quello di Fabio Polverini ha la scritta Fabio in rosso e Polverini in bianco con la dicitura candidato per la regione Lazio. La lista con la candidatura di Fabio Polverini è stata presentata prima.

Una situazione che, in ambito Pdl, provoca reazioni diverse. "Solo una questione burocratica" minimizzano dal quartier generale della sindacalista. Mentre per Ignazio Abrignani, parlamentare e avvocato responsabile dell'ufficio elettorale del Pdl, con l'esclusione del "listino" di Renata Polverini, decadrebbe la candidatura della stessa Polverini e di conseguenza di tutte le liste di centrodestra collegate.

In mattinata, invece, commentando lo stop (in attesa della pronuncia del Tar) alla lista del Pdl, la candidata del centrodestra alla presidenza della Regione Lazio ostentava ottimismo. "Non c'e' uno scenario peggiore - dice la sindacalista prestata alla politica - io sono candidata, ci sono altre liste ad iniziare dalla mia lista civica. I cittadini possono scegliere il presidente e le liste che sostengono la coalizione e, ne sono sicura, ci sara' anche quella del Pdl".

"Noi continuiamo a richiamare l'attenzione, - continua la Polverini - con questa maratona oratoria di tutti i cittadini che ieri hanno chiesto di superare la burocrazia per dare a tutti la possibilita' di trovare il proprio simbolo, quindi anche quello del Pdl. Noi continuiamo a prescindere". Senza ripetere l'invito, accolto con freddezza dal Colle, che chiedeva a Napolitano di intervenire: "'Giustamente si e' detto molto preoccupato. Credo che questo possa e debba avere un peso".

Ottimista anche Ignazio La Russa che mette sullo stesso piano lo stop alla lista del Pdl nel Lazio e la situazione lombarda dove la lista del governatore uscente Roberto Formigoni non e' stata ammessa perche' nelle tradizionali verifiche d'ufficio sono state invalidate 514 firme. "Sono convintissimo che nell'uno e nell'altro caso la burocrazia cedera' alla liberta' di voto - dice il ministro della Difesa ad Affaritaliani.It - E' giusto far rispettare le regole, ma a Milano si tratta di formalismi e a Roma di un'interpretazione sbagliata''.

Ancor più netto il presidente dei deputati del Pdl, Fabrizio Cicchitto: "Ci sembra evidente che è in atto un attacco mirato alla presentazione delle liste del PdL in modo da modificare anche per quella via i rapporti politici". Che qualcosa, però, non vada come dovrebbe nel Pdl lo confermano le parole del ministro per l'Attuazione del programma, Gianfranco Rotondi: "Sono il primo a criticare i dirigenti del Pdl che hanno presentato le liste a poche ore della chiusura. Nel Pdl saranno presi provvedimenti in merito, bisogna avviarsi verso una regolamentazione giuridica dei partiti".

(02 marzo 2010)

ANNO NERISSIMO


Il Csm: basta attacchi dal premier


2/3/2010

Basta attacchi e tentativi di delegittimare la magistratura. È quanto chiede la prima commissione del Consiglio Superiore della Magistratura, che stamani, ha approvato all’unanimità, una bozza di testo, che, dopo essere stata rifinita, arriverà all’attenzione del plenum.

Così la commissione ha concluso l’esame della pratica a tutela della magistratura, inerente svariate (5-6 in tutto) dichiarazioni rilasciate dal premier Silvio Berlusconi contro le toghe. «È stato raggiunto un accordo di massima in commissione all’unanimità», spiegano a palazzo dei Marescialli: la bozza, dunque, dovrà essere ora sistemata nei suoi diversi punti dai relatori, il togato Mario Fresa (Movimento) e Ugo Bergamo, laico dell’Udc. Il testo definitivo, dunque, sarà di nuovo sottoposto al vaglio della commissione, e poi sarà portato in plenum. Sui tempi della discussione da parte dell’assemblea plenaria, la decisione spetterà al comitato di presidenza del Csm.

Il testo, stando a quanto si è appreso, conterrà riferimenti all’appello diffuso sabato scorso dal capo dello Stato, Giorgio Napolitano, e ribadirà un netto "no" da parte del Csm a qualunque tentativo di delegittimare le toghe.

Il fascicolo era stato aperto nello scorso settembre, all’indomani dell’attacco che Berlusconi aveva lanciato contro i pm antimafia di Milano e Palermo: si era poi "arricchito" con le dichiarazioni fatte in diretta a Ballarò da Berlusconi, che in quell’occasione aveva parlato di «pm comunisti».

Inoltre, il Csm aveva acquisito nella pratica le dichiarazioni con cui il presidente del consiglio aveva paragonato le «aggressioni» ricevute dalle toghe a quella subita, da parte di Massimo Tartaglia, nello scorso dicembre in piazza Duomo a Milano.

Infine, erano entrate nel fascicolo le parole sui «pm talebani», che Berlusconi ha pronunciato venerdì scorso a Torino.

Se la politica ha paura della Tivù

2/3/2010

PAOLO MASTROLILLI

L’Italia va alle urne fra meno di un mese e la televisione pubblica ha deciso di cancellare i programmi di informazione. Motivo: maggioranza e opposizione non si sono messe d’accordo sulle regole condivise per parlare con obiettività al Paese. E allora, invece di cercare una soluzione, il Consiglio di amministrazione ha deciso di tagliare la testa al toro, o ai conduttori, che non andranno più in onda. Lo ha fatto con i voti della maggioranza di centrodestra, quindi senza avere neanche il pudore, o l’ipocrisia, di nascondere che una parte politica ha imposto la propria volontà all’altra, nonostante la Rai sia finanziata con i soldi di tutti i contribuenti. Se un marziano atterrasse domani in Italia, non sarebbe facile spiegargli la logica di questa scelta.

Le settimane che precedono il voto, in teoria, sono quelle in cui si discutono i temi concreti che stanno più a cuore alla gente: le tasse, l’istruzione, la sanità, la difesa, la sicurezza, i trasporti, la cultura, le grandi questioni etiche che tormentano la società contemporanea. Quale momento nella vita di un popolo civile e democratico ha bisogno di più informazione, se non una campagna elettorale?

Noi invece vedremo film e altri programmi sicuramente bellissimi, in attesa che siano pronte le noiosissime tribune elettorali che faranno scappare anche gli spettatori più masochisti.

Intendiamoci: la televisione può essere usata come potente strumento di propaganda, in chiaro o subliminale, e quindi richiede il massimo equilibro da parte chi la manovra. Ogni storia, ogni tema, ogni idea, ha sempre almeno due facce: chiunque ambisca a fare un’informazione credibile, sa che deve rappresentarle entrambe con obiettività. Se per caso cominciasse a far pendere la bilancia da una parte sola, sacrificando l’onestà professionale per qualunque genere di tornaconto, perderebbe subito il bene più prezioso per ogni giornalista: la fiducia di chi lo legge o l’ascolta. Ma i veri professionisti dovrebbero avere queste regole incise nel loro Dna, senza bisogno di una legge che gliele ricordi o, peggio, gliele imponga.

In Italia non è così, per una serie di ragioni strutturali e culturali che ci costringerebbero a riportare i lettori indietro di almeno un secolo e mezzo. Vi eviteremo questa tortura, ricordando però che la colpa non è tutta dei giornalisti. La politica, in particolare alla Rai, domina la scena. Stavolta non ha trovato l’alchimia necessaria a soddisfare le pretese di tutti, e quindi la maggioranza ha scelto la scorciatoia del buio.

Thomas Jefferson, la cui statua troneggia davanti all’università che assegna i premi Pulitzer, diceva che allo Stato senza giornali preferiva i giornali senza lo Stato. Perché in una democrazia l’informazione, onesta e obiettiva, è più importante delle istituzioni che la governano: le crea, con la libera circolazione delle idee, e poi le controlla, se sa raccontare con equilibrio vizi e virtù del potere. Rinascendo oggi in Italia, Jefferson non crederebbe ai suoi occhi: ha trovato una popolazione che ai giornali senza lo Stato, preferisce lo Stato senza i giornali.

"Verdini voleva gestire con noi gli appalti"


Balducci rivela i contatti col coordinatore Pdl

FRANCESCO VIVIANO

Il deputato e coordinatore del Pdl Denis Verdini avrebbe "gestito" insieme al presidente del Consiglio superiore dei lavori pubblici, Angelo Balducci, alcuni grandi appalti del G8 alla Maddalena e dei Grandi Eventi, finiti nell'inchiesta della Procura di Firenze che ha provocato l'arresto dello stesso Balducci, del coordinatore dei lavori di restauro dei Nuovi Uffizi Mauro Della Giovampaola, dell'imprenditore Diego Anemone e di Fabio De Santis, provveditore alle opere pubbliche della Toscana. Il gip di Perugia Paolo Micheli li ha nuovamente arrestati e sentirà i primi tre domani a Regina Coeli.

Denis Verdini, che è amico da anni dell'imprenditore fiorentino Riccardo Fusi ed è indagato con lui per corruzione, ha sempre sostenuto di essersi limitato a "presentare" Fusi ad alcuni politici e di non avere mai interferito sugli appalti del G8, sui Grandi Eventi e men che mai su quello della Scuola Marescialli dei Carabinieri in costruzione a Firenze. Ad affermare il contrario e a ipotizzare la "cogestione" di alcuni appalti fra il coordinatore di Forza Italia ed Angelo Balducci sono i magistrati fiorentini nell'ordinanza di custodia cautelare e negli atti trasmessi anche alla Procura di Perugia, che oggi coordina le indagini in seguito al coinvolgimento dell'ex procuratore aggiunto di Roma, Achille Toro.

Il 30 luglio 2008 i carabinieri del Ros intercettano una telefonata fra Angelo Balducci e Fabio De Santis, dopo un incontro che Balducci ha avuto con l'onorevole Denis Verdini. "Con malcelata soddisfazione Balducci riferisce a De Santis - è scritto nell'ordinanza - che l'on. Verdini gli ha chiesto, in pratica, di gestire insieme i prossimi appalti". Riferisce Balducci a De Santis: "Credimi... straordinario. E veramente gli ho detto dei problemi insomma, un po' tutto, lui (Denis Verdini ndr) mi ha detto: "Io sono qua per risolvere, insieme a lei, insieme a chi dice lei, questi problemi, sul piano, chiamiamolo così, del territorio... eccetera. Per il resto andiamo avanti come dei treni"... E' uno anche godereccio. .. nel senso simpatico, molto. Sai, no?. .. il toscano". Nel corso della conversazione con De Santis - annotano i carabinieri - Balducci fa dei "criptici riferimenti" a Verdini, affermando che "è molto amico degli ex Marescialli (alludendo all'appalto per la costruzione della Scuola Marescialli a Firenze ndr)... una bella figura. .. un toscanaccio di questi. .. ma terribile".

Verdini è toscano e in stretti rapporti con Riccardo Fusi che con la sua impresa Btp si era aggiudicata nel 2001 i lavori di realizzazione della Scuola Marescialli. Lavori che poi le sono stati tolti e assegnati ad Astaldi, a cui da anni Btp li contende. Balducci informa De Santis sui contenuti dell'incontro che ha appena avuto, riferendo che l'on. Verdini "è già al corrente di tutto" e che lo ha messo in contatto telefonico con un altro soggetto che indica come "il collaboratore di Salvo", facendo probabilmente riferimento a Salvo Nastasi, attuale capo di Gabinetto dell'on. Sandro Bondi, Ministro dei Beni Culturali. Il giorno successivo a questo incontro i carabinieri del Ros intercettano una conversazione tra Denis Verdini e Riccardo Fusi. E stavolta è il parlamentare a fare il resoconto dell'incontro al suo amico Fusi.

Verdini: "Io l'ho fatto quell'incontro ieri, è venuto poi alle 5 da me eh. Siamo stati un'ora. E' stato un ottimo dis..., ma il problema è che ha bisogno estremo di me, proprio estremo (riferimento ad Angelo Balducci, ndr)... perché c'è il rischio che tutta quella roba venga bloccata. Quindi è lui che ha bisogno. Altro che. L'ho fatto parlare subito col ministro. Stamani si fa un incontro".

(02 marzo 2010)

Napoli, ecco la carica di mogli e figlie, il centrodestra raddoppia le preferenze


di CONCHITA SANNINO

Più che liste elettorali, sembrano stati di famiglia. Una sfilata di mogli, sorelle, nipoti e figlie che si può sintetizzare così: voti lui, eleggi lei. E rafforzi lui. Se i lievi imbarazzi del centrodestra campano non fossero già assorbiti dalle "predilette" del premier o dalla scelta di candidare ex amministratori condannati per peculato o camorra, risalterebbero ancora meglio i numerosi "presepi" familiari nelle liste del candidato governatore del Pdl, Stefano Caldoro.

Si candidano infatti alle regionali, con i colori di famiglia: la compagna dell'europarlamentare Pdl Enzo Rivellini, Bianca D'Angelo; Monica Paolino, moglie del sindaco di Scafati del Pdl, Pasquale Aliberti; Flora Beneduce, consorte dell'ex assessore dc e poi consigliere Pdl, Armando De Rosa, che divenne famoso per aver consegnato una tangente non adeguata ("pampuglie") all'allora ministro Gava; la figlia del consigliere comunale Pdl di Napoli Enzo Moretto, Salvatorina; la sorella dell'ex sottosegretario del Mpa Andrea Annunziata, Maria; la nipote del sindaco Pdl di Melito, Antonio Amente, Mafalda; la nipote del consigliere uscente Udeur Tiberio Insigne, Marianna; la sorella dell'amministratore dell'ente turismo di Capri, Luigi Raia, Paola. E la consorte di un altro "campione" del doppio incarico, che adesso punta alla tripletta familiare, il parlamentare dell'Udc Michele Pisacane.

Un lungo album di famiglia. E il merito, o la colpa, è della nuova legge elettorale della Campania, che sarà applicata per la prima volta il 28 e 29 marzo ed è l'unica nell'ordinamento italiano a prevedere la cosiddetta regola di genere: cioè l'obbligo, nel caso si esprimano due preferenze, di riservare la seconda ad un candidato consigliere di sesso femminile. Per chi aveva puntato sullo spirito rivoluzionario dell'obbligo, la beffa è bruciante. La norma finisce per essere capovolta e relegare le donne a mero "segnaposto" di poltrone maschili.

Il capolavoro? Sta di casa ad Agerola, paese dei Monti Lattari, noto per i suoi latticini. Basta inoltrarsi sulla collina per scoprire che a Pisacane, 51 anni, non bastava essere sindaco di Agerola e deputato da migliaia di voti. Così ha fatto stampare migliaia di manifesti, con il simbolo dell'Udc e il suo cognome. Ma Pisacane non si candida, i voti vanno alla moglie che sulle liste elettorali si è fatta registrare Annalisa Vessella "in Pisacane". La signora, estranea all'agone politico, resta a casa: oltretutto aspetta una bimba, ottavo mese. "Ero vedovo, poi ho incontrato Annalisa. Mia moglie è in dolce attesa e io l'aiuto in campagna elettorale", spiega il sindaco-parlamentare. Voti il cognome di lui ed eleggi lei. Va da sé che il congiunto non ci trovi nulla di strano: "Mia moglie si impegnerà al telefono". Una "truffa"? Macché. Pisacane replica come un agente commerciale. "Se c'è un lavoro da fare e uno fa il salumiere, non credo sia giusto privilegiare la salumeria degli altri", teorizza.

D'altro canto, la tradizione delle consorti "nominate" nelle istituzioni non è aliena al centrosinistra di prima generazione, che ha avuto precedenti nell'avventura di Sandra Lonardo in Mastella (oggi capolista Udeur in due circoscrizioni campane), e nell'elezione a senatrice di Anna Maria Carloni, moglie (ancorché impegnata in politica fin da ragazza) dell'allora potentissimo governatore Bassolino. Sta di fatto che la legge chiamata, con il placet della Consulta, a promuovere la "democrazia paritaria" si trasforma nel collocamento delle mogli "guardiane". Da angeli del focolare a custodi del familismo elettorale. E pensare che contro quella legge votarono proprio Forza Italia ed An. Privilegi che potrebbero pesare, nella Campania con la disoccupazione al 12,2 per cento, la crisi che ha tagliato 20mila posti e la diaspora dei giovani laureati. Ferite per le quali non basterà inviare in aula l'esercito delle mogli. Né l'entusiasmo, che suona involontariamente sarcastico, del coordinatore regionale: "Avevamo promesso candidature all'altezza e ci siamo riusciti. Ecco, la Campania che volevamo comincia dunque a prendere forma".

(02 marzo 2010)

Caos liste Pdl, attesa per il ricorso


Polverini: "Per il Lazio resto fiduciosa"

"Oggi ci potrebbe essere il secondo giudizio in merito alla lista del Pdl, sono fiduciosa, cosi' come lo sono in generale per la mia campagna elettorale". Nonostante lo stop (in attesa della pronuncia del Tar) alla lista del Pdl, la candidata del centrodestra alla presidenza della Regione Lazio ostenta ottimismo. "Non c'e' uno scenario peggiore - dice la sindacalista prestata alla politica - io sono candidata, ci sono altre liste ad iniziare dalla mia lista civica. I cittadini possono scegliere il presidente e le liste che sostengono la coalizione e, ne sono sicura, ci sara' anche quella del Pdl".

"Noi continuiamo a richiamare l'attenzione, - continua la Polverini - con questa maratona oratoria di tutti i cittadini che ieri hanno chiesto di superare la burocrazia per dare a tutti la possibilita' di trovare il proprio simbolo, quindi anche quello del Pdl. Noi continuiamo a prescindere". Senza ripetere l'invito, accolto con freddezza dal Colle, che chiedeva a Napolitano di intervenire: "'Giustamente si e' detto molto preoccupato. Credo che questo possa e debba avere un peso".

Ottimista anche Ignazio La Russa che mette sullo stesso piano lo stop alla lista del Pdl nel Lazio e la situazione lombarda dove la lista del governatore uscente Roberto Formigoni non e' stata ammessa perche' nelle tradizionali verifiche d'ufficio sono state invalidate 514 firme. "Sono convintissimo che nell'uno e nell'altro caso la burocrazia cedera' alla liberta' di voto - dice il ministro della Difesa ad Affaritaliani.It - E' giusto far rispettare le regole, ma a Milano si tratta di formalismi e a Roma di un'interpretazione sbagliata''.

Ancor più netto il presidente dei Deputati del Pdl, Fabrizio Cicchitto: "Ci sembra evidente che è in atto un attacco mirato alla presentazione delle liste del PdL in modo da modificare anche per quella via i rapporti politici". Che qualcosa, però, non vada come dovrebbe nel Pdl lo confermano le parole del ministro per l'Attuazione del programma, Gianfranco Rotondi: "Sono il primo a criticare i dirigenti del Pdl che hanno presentato le liste a poche ore della chiusura. Nel Pdl saranno presi provvedimenti in merito, bisogna avviarsi verso una regolamentazione giuridica dei partiti".

(02 marzo 2010)

"Così uccidono la tv pubblica-Berlusconi comanda su tutto"


"La par condicio è un pretesto, la questione è più grande, c'è un attacco senza precedenti ai poteri di controllo

La trasmissione di Vespa è vecchia e in affanno.

Nessuno lo dice perché è la terza camera dello Stato"

di GOFFREDO DE MARCHIS

"Berlusconi lo ha capito da tempo: ormai c'è un rapporto diretto tra opinione pubblica e leader. Ma i cittadini cambiano idea, danno il consenso e lo tolgono. Per questo ha bisogno di mettere alla telecamera una calza senza smagliature, di costruire un racconto della realtà che non intacchi l'immagine del capo. Non sono ammesse trasmissioni che pongono interrogativi, sollevano dubbi, spiegano che l'inceneritore di Napoli non funziona o che all'Aquila c'è qualche problema". Stavolta la battaglia di Michele Santoro non è solitaria. Il conduttore di Annozero ha deciso di combatterla con gli altri: con la Fnsi, il sindacato, Floris, Gianluigi Paragone, persino con Vespa che pure gli dà la colpa di aver creato il clima che oggi porta alla cancellazione di quattro programmi Rai.

Che differenze ci sono, Santoro, tra questo momento e l'editto di Sofia?

"Che la Rai oggi, come soggetto editoriale, è più debole di prima. Che è un'azienda che sta morendo. E non l'ho detto io, l'ha detto il presidente Garimberti. Che gli spazi di autonomia di tutta la televisione sono ancora più stretti perché ai partiti non è rimasto niente dell'eredità della Prima repubblica: ideologia e cultura. Sono gruppi di potere e basta".

Ma è l'azienda ad aver deciso la chiusura dei vostri programmi. Il regolamento della Vigilanza non era così drastico.

"Certo, l'azienda, il direttore generale... Mentre eravamo tutti agitati per il regolamento uscito dalla commissione, lui stava in vacanza. È chiaro: non aveva bisogno di essere qui. La decisione era già stata presa e non a Viale Mazzini".

Lei dice che i partiti vogliono far valere la legge del più forte. È solo questo il punto?

"La par condicio è un pretesto, come le elezioni regionali. La questione è più grande. Da un po' assistiamo a un attacco senza precedenti ai poteri di controllo: la magistratura, l'informazione, la burocrazia, come nel caso della Protezione civile. Cercano una militarizzazione della società. Di questo disegno Berlusconi è il principale architetto. Ma non agisce da solo".

In che senso?

"I partiti della sinistra si oppongono alla cancellazione dei programmi perché si devono opporre, per inerzia. Ma sono ancora in attesa di assistere alla loro svolta liberale. La verità è che c'è ancora molto comunismo in quella parte politica. Anche loro vogliono governare le cose dall'alto. Tentano di assomigliare a Berlusconi, quello è il modello, mentre il vero modello dovrebbe essere la democrazia. Capisco che ai partiti piaccia l'ordine, ma cultura e informazione, per loro natura, sono disordinate".

Andrete in onda lo stesso?

"Condurrò la battaglia insieme con i colleghi e con la Fnsi. Poi faremo una puntata di Annozero il 25 marzo, alla vigilia delle elezioni. Non so dove, né come. In piazza, su Internet, ma la faremo".

Cosa teme Berlusconi dai vostri programmi?

"È più facile togliere il consenso a un leader che a un partito. Dunque l'immagine che Berlusconi si è costruito non va in alcun modo intaccata".

Meglio il filtro dei telegiornali. Del Tg1.

"Il percorso narrativo dei tg è molto prevedibile. Non ci sono grandi differenze tra di loro. La forza del telegiornale non sta in come racconta una notizia, ma nel dettare l'agenda della realtà a una grande massa di persone".

Oggi con Vespa siete sulla stessa barca. Ma il conduttore di Porta a porta la accusa in sostanza di aver indotto la politica a questo black out.

"Annozero esprime un pezzo di opinione pubblica che Berlusconi non vorrebbe che fosse rappresentato. A noi però ci guardano a sinistra e a destra. Basta leggere i giornali di quella parte che dedicano 20 pagine ogni settimana a me e alla trasmissione. Certo, se tutti fossero simili a Vespa forse il problema della cancellazione non si sarebbe posto. Ma la differenza tra me e lui è che io farei le barricate per difendere il suo diritto di esprimersi, lui non restituirebbe il favore. È la cosa più sgradevole. Poi, va aggiunto uno sprazzo di verità. La trasmissione di Vespa è vecchia e in affanno. Nessuno lo dice perché è la terza camera dello Stato. Ma i dati d'ascolto parlano chiaro. Penso ci sia un collegamento tra le sue accuse ad Annozero e i numeri dell'Auditel".

(02 marzo 2010)

"Atto di guerra, mi vietano di governare"


Berlusconi prevede il boicottaggio della legge

di LIANA MILELLA

"Ma questi provocano" (i giudici). "Vogliono la guerra". "Cercano di non farci governare". "Per certo è una sfida in vista del definitivo sì alla nostra legge sul legittimo impedimento". "E noi gli solleviamo un bel ricorso alla Consulta". Alfano non si tiene per difendere il premier. Parla come lui parlerebbe, e come poi in effetti parla. Un ministro incurante delle raccomandazioni di Giorgio Napolitano, indifferente alla sua funzione istituzionale, quella di Guardasigilli. In lui prevale la dedizione al "suo" Cavaliere. Quando comincia il consiglio dei ministri, sono le 11 e 50 minuti, il "fattaccio" di Mediaset è accaduto da meno di un'ora. Impossibile non parlarne subito. Berlusconi ha l'aria soddisfatta di chi in fondo ha incassato un assist, lo dice prima di cominciare a presiedere, "ma sì, dai, oggi mi hanno fatto un regalo, chi può credere che una riunione come questa, dedicata giusto alla corruzione, non sia un valido legittimo impedimento?".

Potrebbe parlare per primo, polemizzare coi giudici, ma aspetta che sia Angelino Alfano a dare il là. Il ministro è deciso: "Quello che è avvenuto oggi a Milano ha veramente dell'incredibile. Gli avvocati avevano spiegato fin troppo bene ai giudici che tu dovevi partecipare a un importante riunione del consiglio dei ministri che non si era potuta tenere venerdì scorso per la chiusura delle liste. E che hanno fatto? Non hanno voluto riconoscere a questo impegno istituzionale il rango di un legittimo impedimento. È inaudito".

È soddisfatto il capo del governo. Ascolta dire proprio quello che lui pensa. Alfano prosegue: "A questo punto non resta che seguire la via di un ricorso alla Consulta per salvaguardare non tanto la persona di Berlusconi quanto l'istituzione". Il premier approva. Un giro di tavolo gli conferma che tutti sono d'accordo, forse solo Bossi preferisce prendere tempo. Gli altri riflettono sul fatto che tra dieci giorni, quando il legittimo impedimento sarà legge (va in aula al Senato per l'ultima lettura il 9 marzo), se fossero sotto processo, potrebbero trovarsi in questa situazione.

È la teoria della provocazione, del segnale preventivo dei giudici. Su questo medita Berlusconi. "Ci mandano a dire che, anche se approviamo la legge, comunque dovranno essere loro ad applicare il legittimo impedimento. E potranno, ogni volta, dire sì o no". Lo scontro con le toghe si ripete, identico, da 15 anni. Lo ricorda il Cavaliere: "È sempre la stessa storia, mi attaccano dal '94, aggressioni mirate contro di me. Ma stavolta hanno passato il segno, perché così mi impediscono anche di governare".

Passa in rassegna gli episodi più recenti che, a suo dire, dimostrano il suo assunto: gli interventi sulle liste di Milano e di Roma, il tentativo di bloccarle, le inchieste sulla corruzione che scattano giusto adesso sotto elezioni, l'ultimo segnale di Milano. Più volte, quasi ossessivamente, ripete: "Ma come si fa a non considerare questo consiglio dei ministri un valido legittimo impedimento?". Posta la domanda retorica, prosegue con la requisitoria contro i magistrati che "talebani" erano stati definiti appena tre giorni fa, e "talebani" restano. Anche se il Csm si appresta a proteggerli. "Continuano a mettermi sotto processo, ma io continuo sempre a uscirne pulito". Incassa la solidarietà dei ministri, uno dopo l'altro. Nessuno si dissocia.

I magistrati e il Colle. È l'ultimo capitolo della sua reazione. Napolitano lo ha richiamato all'ordine appena sabato. Ha chiesto rispetto reciproco delle istituzioni. Lui adesso può dire: "E che rispetto è stato quello di oggi? Un tribunale può negare che il presidente dei consiglio abbia diritto di convocare i suoi ministri quando l'emergenza lo richiede?". Si dà la risposta che vuole, anche se nella mente gli serpeggia un sospetto. Che anche stavolta la prossima legge sul legittimo impedimento non sia quell'invenzione perfetta che lui aveva chiesto e che i suoi Alfano e Ghedini vorrebbero vendergli, non sia la definitiva bacchetta magica per metterlo al riparo dai processi, che lui sia ancora nudo nelle mani dei giudici. E con questa preoccupazione autorizza a ricorrere il più presto possibile alla Consulta.

(02 marzo 2010)

Una promessa da mantenere


Ieri ci hanno promesso che la corruzione verrà colpita senza esitazione e che i parlamentari condannati non potranno essere candidati. Una promessa è una promessa e anche se i nostri politici non sono famosi per mantenerle, stavolta vogliamo crederci. Nel comunicato stampa di palazzo Chigi c’è una frase chiara: le iniziative contenute nel disegno di legge contro la corruzione «rispondono alla domanda di trasparenza e controllo proveniente dai cittadini».

Pare di capire che senza gli scandali a ripetizione di queste settimane che hanno indignato l’opinione pubblica e riesumato il fantasma di Tangentopoli non si sarebbe fatto nulla. La credibilità del sistema politico non è mai stata così bassa dalla fine della cosiddetta prima repubblica. E l’unica cosa che può forse evitarle di precipitare definitivamente sotto i piedi è una legge che mostri in modo inequivocabile la volontà di rialzare il livello morale.

Per questo la promessa merita attenzione. Ma l’istinto di sopravvivenza dei politici riuscirà a fare il miracolo? Purtroppo la strada è ancora molto lunga. Come è lunga quella dei disegni di legge che al pari di questo devono superare nell’identico testo l’esame della Camera e del Senato. Dove i parlamentari nei guai con la giustizia non mancano, e questo non è un presupposto ideale per immaginare un percorso in discesa. Ma soprattutto dove è passato il concetto che si possano pacificamente aggirare tutte le regole di ineleggibilità e incompatibilità semplicemente interpretando le leggi. E questo è un problema forse ancora più difficile da risolvere.

Roberto Calderoli avrà dunque il suo da fare per convincere molti colleghi a votare l’emendamento che equipara le regole per le candidature a Camera e Senato a quelle previste per gli amministratori locali. Qualcuno, è vero, avrebbe voluto misure ancora più drastiche. Come l’ineleggibilità perpetua per i corrotti. «Era troppo», ha ammesso il ministro della Semplificazione.

Si tratta comunque di paletti molto più rigidi rispetto a quelli (praticamente inesistenti) che finora devono superare gli onorevoli, visto che vietano l’elezione ai condannati in via definitiva per una serie di gravi reati, quali sono quelli contro la pubblica amministrazione. Ma che nemmeno ora, proprio mentre la politica italiana è alle prese con uno dei passaggi più difficili dalle inchieste di Mani pulite, hanno potuto evitare il solito brutto spettacolo.

Basta dare un’occhiata alle liste per le elezioni regionali chiuse poche ore prima che il Consiglio dei ministri approvasse il disegno di legge.

Dalla Campania, dove la capolista del Pdl Mara Carfagna, ministro delle Pari opportunità, si è battuta con impegno («applicheremo il codice etico in maniera diffusa»), arriva purtroppo una lezione assai istruttiva. Lì si è presentato, questa volta con il centrodestra, un consigliere regionale ex centrosinistra condannato in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa già sospeso dall’incarico a maggio per decreto della presidenza del Consiglio. La sua candidatura è stata addirittura sconfessata dal possibile futuro governatore del suo schieramento, Stefano Caldoro, che ha pubblicamente dichiarato: «Non voglio i suoi voti».

Ma Roberto Conte ha avuto ugualmente il posto in lista. E il vicepresidente del Consiglio regionale Salvatore Ronghi, dell’Mpa, per protesta non si è candidato.

Sempre in Campania sono stati poi riproposti in lista due esponenti del centrodestra e uno del centrosinistra «avvisati» con l’ipotesi che abbiano riscosso indebiti rimborsi chilometrici dal Consiglio regionale.

Per non parlare della polemica innescata dalla presidente del Consiglio, Sandra Lonardo, moglie di Clemente Mastella. Destinataria di un «divieto di dimora» nell’ambito di un’inchiesta per cui è indagata, si è comunque ripresentata capolista dell’Udeur a Napoli e Benevento. Farà la campagna elettorale da Roma, e siccome non gli va giù se l’è presa con il candidato governatore della sinistra Vincenzo De Luca: «Lui può fare la sua campagna elettorale come se nulla fosse, nonostante abbia due procedimenti giudiziari in corso e io invece sono costretta all’esilio dalla mia terra». Che spettacolo! D’accordo che in base alle regole attuali l’ineleggibilità alla Regione scatta solo in caso di condanna definitiva. Ma la domanda finale resta: tutti segnali coerenti con le promesse?

Sergio Rizzo

02 marzo 2010

SPECIALITA' REGIONALI


AD PERSONAM

TUTTI DENTRO: ECCO LE LISTE SPORCHE DEL PDL CAMPANO E DEI SUOI ALLEATI


La squadra di Caldoro è formata da imputati e condannati

di Vincenzo Iurillo

Condannati per voto di scambio con la camorra, turbativa elettorale, peculato. Imputati per omicidio colposo, omissione d’atti d’ufficio, associazione per delinquere, corruzione, concussione, abuso d’ufficio. Indagati per falso e truffa. Salvati da “santa prescrizione”, la protettrice dei politici. Ecco le “liste pulite” del Pdl e dei partiti alleati in Campania. Ecco la squadra che sostiene la candidatura di Stefano Caldoro, incensurato (almeno lui), ma accompagnato nella corsa a Governatore da uno stuolo di inquisiti. Con buona pace del codice etico chiesto da Silvio Berlusconi che si era tanto raccomandato con il coordinatore regionale Pdl Nicola Cosentino, nelle ore delle sue dimissioni (poi rientrate): “Nicola, mi raccomando, c’è la mia faccia sulle liste”. Ma il codice è stato stracciato dai giochi dei capicorrente romani: ognuno aveva i suoi indagati da proteggere, alla fine è prevalsa la linea del tutti dentro.

Ed ecco un elenco (incompleto) dei casi giudiziari, a cominciare dal più fresco, Alberico Gambino. Condannato in primo grado per peculato per l’uso improprio della carta di credito del Comune di Pagani, quindi sospeso dalla carica di sindaco, gli era stata assicurata la candidatura nella lista Pdl di Salerno solo in caso di assoluzione in secondo grado. La sentenza di Appello è stata pronunciata l’altro ieri. Condanna confermata. Ma Gambino è stato comunque candidato.

Posto in lista pure per Fernando Zara, sotto inchiesta per reati contro la pubblica amministrazione: quando era sindaco di Battipaglia inaugurò Piazza “17 marzo del 1997”. Intitolata al giorno del suo arresto, per accuse dalle quali è uscito in seguito assolto, dopo una condanna per corruzione in primo grado. Per dare spazio a loro, il Pdl ha escluso l’uscente Pasquale Marrazzo. Incensurato, poverino.

A Napoli il candidato Pdl Pietro Diodato è in campagna da settimane in coppia con il ministro-candidato Mara Carfagna. É indagato per truffa e falso nell’ambito di un’inchiesta sui rimborsi chilometrici dei consiglieri regionali gonfiati attraverso residenze ritenute fittizie. E in queste ore è emersa una vecchia storia: una condanna definitiva a un anno e sei mesi (pena e sanzioni accessorie sospese) per turbativa di manifestazione elettorale. Si tratta dei tafferugli del 13 maggio 2001, primo turno delle comunali di Napoli. In diversi seggi vennero rovesciate le urne e strappate le schede, gli episodi più gravi a Pianura (zona di origine di Diodato) e Montecalvario.

Spazio nel Pdl anche per Luciano Passariello, presidente uscente della commissione Anticamorra, pure lui indagato per i rimborsi chilometrici.

E per il sindaco uscente di Sorrento Marco Fiorentino, imputato di omicidio colposo e omissione d’atti d’ufficio nel processo per la tragedia del 1° maggio 2007, due donne morte per il crollo di una gru davanti al Municipio. Mentre dal processo alla Tangentopoli sorrentina Fiorentino è uscito indenne con la prescrizione delle accuse di corruzione.

Se esci dal recinto Pdl per guardare nelle forze alleate, scopri di peggio. Alleanza di Popolo, partitino locale collegato a Caldoro, candida Roberto Conte, sospeso dal Governo dalla carica di consigliere regionale perché condannato in primo grado per concorso esterno in associazione camorristica. Voto di scambio col clan Misso, la motivazione della pena di due anni e otto mesi (c’è appello).

L’Udeur invece rilancia la presidente del consiglio uscente Sandra Mastella, sottoposta al divieto di dimora in Campania per l’inchiesta su nomine e clientele nell’Arpac, già sotto processo per tentata concussione nell’ambito del primo filone delle indagini, con una ulteriore richiesta di rinvio a giudizio per associazione a delinquere, abuso d’ufficio, falso e peculato.

Con lei in lista Pietro Mastranzo, rinviato a giudizio per corruzione per le vicende urbanistiche di Napoli Est, e Ugo De Flaviis, ex assessore regionale, imputato per l’alluvione di Nocera Inferiore dell’ottobre 2007.

Ad Avellino la lista riformista di Caldoro candida Pasqualino Giuditta, cognato di Mastella, imputato nell’Arpac-gate per abuso d’ufficio per vicende da ex militante e parlamentare Udeur.

E il Pd? Al plurimputato candidato Governatore Vincenzo De Luca, affianca, tra gli altri, l’ex assessore regionale alla Formazione Corrado Gabriele, in Rifondazione fino a poche settimane or sono: è sotto processo per presunte molestie sessuali alle figliastre. Le udienze riprenderanno nei prossimi giorni. A porte chiuse.

“DOPO LE REGIONALI FAREMO I CONTI NEL PARTITO”


di Sara Nicoli

“Di Girolamo si è rivelato un prestanome dell’Ndrangheta ed è giusto che sia eliminato dalla politica, ma il problema adesso non è questo”. Fabio Granata, senatore Pdl in prima linea in commissione Antimafia, va dritto al cuore del problema: “Non può essere, nel modo più assoluto, che il primo problema dell’Italia appaia essere quello dei magistrati; in questo Paese il problema principale è la mafia”

Lo dica lei a Berlusconi, vediamo se si convince?

“Io credo che lui sia molto influenzato dalla sua cerchia più ristretta che gli rappresenta una realtà diversa e lui fa male a fidarsi di questi che gli dicono che i magistrati sono tutti contro di lui”

Lei e Fini e anche altri invece..

“La pensiamo in modo opposto …”

Un partito sempre più spaccato in due questo Pdl

“La divisione dentro il partito fa riferimento a sensibilità diverse su molte questioni, come è emerso sulla bioetica o su altri temi sensibili, ma in un grande partito su questi temi si può ammettere che ci sia disaccordo. Però non ci possono essere sensibilità diverse su questioni fondamentali come i rapporti tra mafia e politica, la legalità, il rapporto tra i pesi istituzionali … insomma i 40 che si sono astenuti alla Camera sul ddl Bongiorno Napoli che vietava la propaganda elettorale agli inquisiti e che in pratica faceva venire meno una delle ragioni sociali della mafia, non possono passare come se nulla fosse accaduto … hanno dato delle giustificazioni paradossali, tipo il non voler lasciare le liste elettorali in mano ai giudici…”

Dopo le regionali ci sarà un chiarimento. Si sfascia tutto, addio Pdl?

“Dopo le regionali molti nodi verranno al pettine. Dire oggi che il partito è ancora diviso tra gli ex An e quelli ex Forza Italia non è vero perché molte carte nel frattempo si sono mischiate. Fini è deciso ad andare avanti, anche perché non si può continuare a vivere con l’ossessione giudiziaria di Berlusconi come priorità del Paese. Il legittimo impedimento, una volta approvato definitivamente, servirà senza dubbio alla salvaguardia giudiziaria del premier, ma è escluso che, soprattutto dopo la sentenza Mills, si possa pensare di accelerare sul processo breve. Su quello bisognerà discutere perché non si può certo scardinare il sistema della giustizia solo perché è una priorità di Berlusconi”.

Berlusconi su questo non vorrà sentire ragioni …

“A quel punto la decisione sarà politica. Io, lo dico sinceramente, auspico che questo non avvenga, ma se dovesse succedere non si rifarà Alleanza Nazionale, si farà qualcos’altro, si individueranno strade diverse. Io credo nel bipolarismo, ma se non funziona, allora bisogna rivedere il progetto”.

È perché ha ormai capito che il partito non c’è più se Berlusconi non ha mai pronunciato la parola Pdl aprendo la campagna elettorale?

“Questo non lo so, ma è ormai evidente a tutti che ci sono problemi forti da risolvere. Non si può non essere d’accordo su principi fondamentali come la lotta alla mafia e la legalità. Non ci possono essere sensibilità diverse su temi come questi. Dire che Di Girolamo l’hanno portato quelli di An è fuorviante, perché il problema non è Di Girolamo e chi l’ha portato, ma il sistema mafioso e come fare la lotta a questo sistema. A noi della commissione antimafia non sorprende, alla luce di quello che verifichiamo sul territorio, che sia proprio la mafia la prima emergenza del Paese. Maroni sta facendo delle cose importanti, ma poi non si può mostrare un’altra con delle proposte come la Valentino Russo al Senato (il ddl anti pentiti, ndr) che è pericolosissima. Se non troveremo la sintesi nel partito su problemi come questi, temo che non resterà che trovare altre strade. Quindi si vedrà”.

UNA VITTIMA PARTICOLARE