martedì 5 ottobre 2010

Chiamate le guardie


di Marco Travaglio

In certi bar di periferia c’è sempre un vecchietto che entra a una cert’ora e comincia a molestare i clienti millantando imprese amatorie immaginarie, infastidendo la cassiera con approcci sconci, raccontando barzellette che non fanno ridere intervallate ogni tanto da un bestemmione. A quel punto il titolare lo prende con le buone: “Senti, fenomeno, o te ne vai oppure chiamo le guardie”. Le quali, sottopostolo alla prova del palloncino e constatato che è ancora sobrio, lo avviano nel più vicino centro di igiene mentale per il Tso, il trattamento sanitario obbligatorio.

Ecco, all’Italia manca un titolare che prenda l’iniziativa e faccia visitare il presidente del Consiglio da uno bravo: più che una commissione parlamentare, infatti, ci vorrebbe un consulto di psichiatri per esaminare le sue ultime parole ed escandescenze.

L’altro giorno è uscito da Palazzo Grazioli e ha incontrato un gruppetto di fans. All’improvviso, ne ha apostrofato uno: “Tu sei un giudice? No, sui giudici voglio dirvi una cosa perché abbiate la consapevolezza di quello che succede…”. Figurarsi la sorpresa del malcapitato. Ormai il pover’ometto vede giudici dappertutto, appena esce di casa. E, avendo mangiato pesante e dormito anche peggio, consegna al primo che passa di lì i suoi incubi più recenti: “Visto che il processo Mills sta arrivando alla prescrizione, il pm De Pasquale s’è inventato la seguente storia: il reato di corruzione c’è quando il corruttore dà i soldi al corrotto”. Capìta la bizzarria di questo pm? S’è fatto l’idea che la corruzione scatti quando il corruttore paga la mazzetta al corrotto.

Pare addirittura che sia convinto, nella sua mente malata, che la rapina scatti quando uno entra in banca a mano armata e si fa aprire il caveau dal cassiere; e che lo scippo si configuri quando il ladro strappa la borsetta alla signora. Di questo passo, chissà dove andremo a finire. Ma “la cosa tragica” è che nel processo Mills “tre diversi collegi – primo, secondo grado, cioè l’appello e terzo, la Cassazione – hanno asseverato la tesi” del pm, “dimostrando che c’è un accordo fra i giudici di sinistra per sovvertire il risultato delle elezioni ed eliminare colui che è stato eletto dagli elettori”.

Il poveretto ce l’ha con le sentenze a carico di Mills, ritenuto colpevole di corruzione giudiziaria in tutti e tre i gradi di giudizio, anche se in Cassazione la condanna a 4 anni e mezzo di primo e secondo grado è caduta in prescrizione. Dunque la prova del complotto sta nel fatto che una sentenza viene confermata in tutti e tre i gradi di giudizio. Se ne desume che: se uno viene condannato in tribunale e poi assolto in appello, o condannato in appello e assolto in Cassazione, c’era un complotto dei pm ai suoi danni; se viceversa i giudici lo ritengono tutti colpevole, c’è un complotto ai suoi danni lo stesso.

Ora, nelle carceri italiane ci sono oltre 45 mila detenuti (su 69 mila) che scontano una pena definitiva. E tutti hanno avuto la condanna confermata in tribunale, appello e Cassazione: dunque – secondo il teorema B. – sono tutte vittime innocenti di “un accordo fra i giudici di sinistra per sovvertire il risultato delle elezioni”. Ergo vanno liberati tutti con tante scuse.

L’illustre infermo dà il meglio di sé a proposito del “famigerato” pm Fabio De Pasquale che, guarda caso, è il pm dei suoi tre processi congelati dal legittimo impedimento (Mediaset, Mediatrade e Mills). Sarebbe lui il colpevole del suicidio di Gabriele Cagliari, il presidente craxiano dell’Eni che prendeva mazzette a tutto spiano. Naturalmente, come hanno già appurato gl’ispettori ministeriali, il ministro Conso, il Pg della Cassazione, i pm e i giudici di Brescia, non è vero niente: Cagliari si tolse la vita per la vergogna di quel che aveva fatto.

Ma il vecchietto, giù di memoria, insiste. Si è persino convinto che alla Consulta si annidino ben “11 giudici di sinistra” su 15 (in realtà quelli nominati dal centrosinistra sono due, gli altri sono di destra o apartitici e su ben 6 garantiva la P3).

Chi può, per pietà, chiami le guardie. O almeno l’ambulanza.

sabato 2 ottobre 2010

Corruzione, la grande beffa



di Paolo Biondani

Ufficialmente oggi in Italia ci sono meno di cento imputati per mazzette, contro i duemila di 15 anni fa. Tutti diventati onesti? Macchè, è l'effetto delle leggi che hanno cancellato i reati. Ed ecco i dati veri

(30 settembre 2010)

Febbraio 1992: Mario Chiesa, politico socialista di livello comunale, viene arrestato a Milano mentre intasca una tangente di 7 milioni di lire. In carcere confessa. Fa arrestare otto imprenditori da lui favoriti. Che vuotano il sacco. Comincia Mani Pulite. Febbraio 2010. Milko Pennisi, politico berlusconiano di livello comunale, finisce in manette sotto Palazzo Marino mentre incassa una mazzetta di 5 mila euro. In banca è pieno di liquido. I pm interrogano una decina di imprenditori da lui favoriti. Nessuno parla. E Pennisi patteggia ammettendo quell'unica bustarella.

Secondo flash. Il gruppo Eni, che fu travolto da Mani Pulite, è di nuovo sotto inchiesta per presunte maxi-tangenti versate in Nigeria per gas e petrolio. Negli Usa il colosso italiano patteggia, versando 365 milioni di dollari. In Italia rischia al massimo una multa da mezzo milione: manca solo il timbro finale della Cassazione.

La corruzione ha vinto. Nel 2008 in tutta Italia sono diventate esecutive solo 255 condanne per mazzette, come rivelano i dati ottenuti da "L'espresso": un bilancio da paese normale, quasi immune dal malaffare. Invece, diciotto anni dopo Tangentopoli, l'Italia continua a restare in coda a tutte le nazioni civili nelle classifiche sulla legalità: Transparency, l'organizzazione internazionale che misura la "corruzione percepita", ci colloca al 63esimo posto nel mondo, allo stesso livello dell'Arabia Saudita. Ci battono, e di molto, tutti gli Stati occidentali (scandinavi, europei e anglosassoni), ma anche paesi africani come il Botswana e paradisi offshore come Hong Kong o l'ormai celebre isola di Saint Lucia. Le inchieste di Mani Pulite sembravano aver abbattuto il sistema delle tangenti: tra il '92 e il '93 solo a Milano si aprivano in media cinque indagini al giorno per corruzione. Ora, però, una serie di dati raccolti per la prima volta da "L'Espresso" documentano che il periodo di massiccia emersione degli scandali, con imprenditori e politici in coda per confessare, è durato in realtà poco più di un anno. Già dal '94 le inchieste e le denunce si sono ridotte a meno di un quarto. Che Tangentopoli non fosse un'invenzione dei magistrati, lo provano i risultati (parziali) dei primi dieci anni di processi del pool milanese: 1.408 condannati per concussione, corruzione, finanziamento illecito dei partiti e falso in bilancio. Ma da allora in poi, come mostrano i dati finora inediti, il numero degli indagati e dei condannati si è sempre più assottigliato. Un calo continuo, che si è accentuato in tre anni chiave (1997, 2002, 2005), in coincidenza con le più criticate leggi che hanno cambiato il codice penale e le regole dei processi. Oggi nel nostro Paese la lotta all'illegalità è ai minimi storici: sempre meno denunce, sempre meno condanne. L'effetto finale è una gigantesca bolla d'impunità. Che gonfia i costi dell'Azienda Italia, complicando l'uscita dalla crisi. E preoccupa le autorità internazionali, al punto da farci rischiare sanzioni dall'Ocse. Mentre il problema più grave, secondo gli esperti, è che una corruzione così pervasiva e vincente favorisce anche l'assalto mafioso all'economia.

Condanne dimezzate
L'ex pm Piercamillo Davigo e la professoressa Grazia Mannozzi, nel libro "La corruzione in Italia", avevano analizzato i reati commessi dal 1983 al 2002, scoprendo che solo il due per cento dei colpevoli ha scontato in carcere la condanna definitiva. Negli ultimi anni, come certificano i dati dell'Istat raccolti da "L'espresso", l'area della punibilità si è ancora più ristretta. Nel 2008 in Italia sono stati condannati con verdetto definitivo solo 77 accusati di concussione (tangenti estorte da politici o funzionari pubblici), contro i 158 del 2001. Negli stessi otto anni si sono dimezzati anche i condannati per corruzione, scesi da 354 a 178.

Nel periodo d'oro di Mani Pulite ('93-97) in Italia si contavano 1500-2000 condanne definitive all'anno. Ora a Milano gli uffici statistici della procura ne hanno contate appena 23 nel 2009 e solo 14 tra gennaio e settembre 2010. Politici e imprenditori sono diventati più onesti o è solo diventato più facile ottenere l'impunità? A suffragare l'ipotesi peggiore è il dato sull'"istigazione alla corruzione", che fotografa i rari casi in cui politici o burocrati rifiutano la bustarella offerta da un privato. Per questo reato-termometro, le condanne definitive restano costanti: 121 colpevoli nel 2001, altrettanti nel 2008.

Salvati dalla legge
Le statistiche offrono altri indicatori cruciali. Le condanne definitive per tutti i reati di Tangentopoli sono calate drasticamente subito dopo tre riforme che furono ribattezzate "leggi-vergogna" da una parte dell'opposizione. Il primo crollo è l'effetto del cosiddetto "giusto processo", varato tra il '97 e il '99 da destra e sinistra (dopo che la Consulta l'aveva dichiarato incostituzionale), che ha tolto ogni valore alle confessioni non ripetute in aula. Tra centinaia di beneficiati, spicca l'imprenditore romano Francesco Gaetano Caltagirone: inquisito per corruzione nel maxi-progetto immobiliare Portello-Fieramilano, ha conquistato l'assoluzione piena quando l'ex tesoriere dc Gianstefano Frigerio, diventato parlamentare di Forza Italia, ha scelto di non accusarlo più, trasformando in carta straccia le sue precedenti ammissioni.

Le condanne esecutive per tangenti diventano ancora più rare dopo il maggio 2002, quando passa la legge berlusconiana sul falso in bilancio, e dopo il dicembre 2005, quando la "ex Cirielli" dimezza i termini di prescrizione (già prima favorevolissimi agli indagati italiani, come denunciavano l'Ocse e il Consiglio d'Europa). Poi, nel 2006, l'indulto bipartisan ha cancellato tre anni di carcere anche ai pochi condannati per le corruzioni più gravi, come l'ex ministro Cesare Previti: sei anni di reclusione rimasta soltanto teorica.

Fondi neri
Le più importanti inchieste di Mani pulite nascevano dalla scoperta di colossali falsi in bilancio: la famosa maxi-tangente Enimont, in gran parte versata al pentapartito (ma con una mazzetta anche per la Lega di Bossi), fu svelata dalle indagini sui fondi neri dell'Eni e della Montedison di Gardini. Ora questa strada è chiusa. Nel 2001 l'Istat aveva registrato 419 condanne definitive per falso in bilancio. Nel 2008 sono scese a 69, di cui ben 57 sanzionate come semplici contravvenzioni.

All'apertura dell'anno giudiziario 2010, il vice-procuratore generale di Milano, Laura Bertolè Viale, ha bollato di "irragionevolezza" la nuova legge: "In tutto il distretto di corte d'appello sono pendenti solo cinque processi per falsi in bilancio. Sarebbe bello pensare a un'improvvisa esplosione di correttezza delle società, ma l'aumento esponenziale dei fallimenti mi fa scartare questa affascinante ipotesi. Di fatto è venuta meno la funzione del falso in bilancio come reato-ostacolo, idoneo a prevenire la corruzione e la bancarotta".

Mafia e politica
Dopo Sicilia, Campania e Calabria, i capitali sporchi delle cosche stanno riversandosi al Nord. La maxi-inchiesta dei pm milanesi Boccassini, Dolci e Storari, che ha svelato la cupola della 'ndrangheta, ha fatto scoprire anche favoritismi politici e amministrativi alle imprese controllate dalla mafia. Le intercettazioni svelano che i boss, già infiltrati nell'Alta velocità ferroviaria, erano pronti a mettere le mani perfino sui lavori preparatori dell'Expo 2015: dalle strade all'edilizia. Ora le procure di Milano e Monza indagano su decine di appalti e subappalti truccati. Ai tempi di Mani pulite sarebbe scattata l'accusa-base di abuso d'ufficio, che però è stata di fatto abolita con la bicamerale del '97: da allora favorire un privato con soldi pubblici, di per sé, non è più reato. Quindi i pm antimafia sono costretti a dimostrare che politici e funzionari erano consapevoli di arricchire i boss oppure che hanno intascato tangenti. Le inchieste dunque continuano, ma anche qui sono caduti i reati-barriera. Che sia proprio questa impunità una delle cause del contagio mafioso? Grazia Mannozzi, docente di diritto penale, risponde mentre si prepara a un convegno in Finlandia, dove i politici sono preoccupatissimi di aver perso una sola posizione nella classifica di Transparency: "Mafia e corruzione, all'origine, sono industrie autonome. È però verosimile che, in presenza di una corruzione capillare e diffusa, la catena della pubblica amministrazione presenti anelli deboli tali da favorire l'ingresso della criminalità organizzata: come emerge pure in Lombardia. Inoltre, dove è più massiccia la sua presenza, la criminalità finisce col gestire anche il mercato della corruzione, degli appalti pubblici e del voto di scambio. Il metodo mafioso fa sì che lo scambio corruttivo diventi a tenuta stagna: il convergente interesse al silenzio di corrotto e corruttore è rafforzato dall'intimidazione e dall'omertà".

Libera cricca
Trattati internazionali come la Convenzione Ocse firmata dall'Italia nel '97, imporrebbero al nostro Parlamento di prevedere nuove forme di corruzione. In molti Paesi, ad esempio, è reato la "retribuzione illecita" (o "traffico d'influenza"): politici e burocrati sono condannabili per il solo fatto di aver preso soldi o accettato regali da un privato. In Italia invece i giudici devono dimostrare anche quale atto specifico è stato comprato con le mazzette. Proprio con questa motivazione, l'ex giudice romano Renato Squillante è stato assolto dalla Cassazione, che pure ha considerato provato il fatto che incassava soldi dagli avvocati di Berlusconi su un conto estero. Nel caso dell'ex ministro Claudio Scajola, è certo che un costruttore della cosiddetta cricca ha versato 600 mila euro in nero per comprargli una casa a Roma, ma resta dubbio se questa in Italia sia corruzione. L'ex ministro-lampo Aldo Brancher, dopo due prescrizioni per Tangentopoli, è stato appena condannato perché nel 2004-2005 intascava denaro dal banchiere Gianpiero Fiorani. Corruzione? No: i magistrati hanno potuto accusarlo solo di "ricettazione". E per vincere il processo hanno dovuto dimostrare non solo che prendeva soldi mentre era parlamentare, ma soprattutto che era "consapevole di ricevere denaro sottratto alla banca". "Il Fatto quotidiano" ha proposto una legge per riempire questi e altri vuoti ratificando le convenzioni internazionali, ma il governo ha altre priorità: meno intercettazioni (con la legge bavaglio), più prescrizioni ("processo breve").

Corruzione internazionale
Tangenti pagate da multinazionali a politici, burocrati o dittatori stranieri: è l'unico campo in cui l'Italia è all'avanguardia, collocandosi al terzo posto nel mondo per quantità di condanne (punite 18 società con 21 manager). Nicola Bonucci, direttore degli affari legali dell'Ocse, precisa però che questo positivo giudizio internazionale "riguarda l'azione della magistratura italiana, non la legislazione che continua a presentare numerosi aspetti di criticità". Ma anche quest'unico successo italiano ora è minato. Le imprese inquisite per corruzione internazionale, infatti, temono soprattutto le misure interdittive previste dalla legge 231: dal blocco dei contratti pubblici fino al commissariamento. L'avvocato dell'Eni, Angelo Giarda, ha scoperto però che la legge 231 si è "dimenticata" di applicare le misure interdittive proprio alla corruzione internazionale: "A Milano il gip e il tribunale del riesame ci hanno già dato ragione: ora attendiamo la conferma definitiva della Cassazione". Il caso riguarda le tangenti pagate dal gruppo Eni per aggiudicarsi contratti miliardari in Nigeria (e già ammesse negli Usa). L'Ocse sta seguendo con grande allarme l'udienza in Cassazione. E tra i pm di Milano gira una battuta amara: "Se salta anche la corruzione internazionale, ci mandano i caschi blu". Ma anche il guardasigilli Angelino Alfano sembra pronto a riformare la legge 231: uno scudo in Italia non si nega a nessuno, tantomeno alle società di capitali.

ha collaborato Giovanna Trinchella


Ma nell'agenda manca l'Italia


di MASSIMO GIANNINI

DATEMI il Lodo, e vi solleverò il mondo. Sarebbe il "titolo" migliore, per la due giorni parlamentare che è valsa al presidente del Consiglio la "fiducia avvelenata" con la quale dovrebbe governare fino al termine della legislatura. E a sentire le sue parole di ieri al Senato, sembra davvero che Silvio Berlusconi abbia in mano i destini dell'universo. Forse non ce ne siamo accorti. Ma ha salvato lui le banche americane dal disastro, convincendo Obama a varare il più grande piano di aiuti della storia americana (mentre tutti sanno che il Tarp nasce alla Casa Bianca dalla testa di Lawrence Summers).

Ha salvato lui la Russia, convincendo l'amico Putin a non attaccare la "nemica" Georgia (mentre tutti sanno che a Tbilisi nessuno conosce il Cavaliere). Ha salvato lui il mondo, convincendo Obama a firmare con Putin il trattato sulla riduzione degli arsenali atomici "prima del G8 dell'Aquila" (mentre tutti sanno che a firmare Start 2 è stato Medvedev il 7 aprile di quest'anno, cioè nove mesi dopo il vertice dei Grandi in Abruzzo). L'ultimo stadio del berlusconismo ci precipita dunque in una surreale "terza dimensione". Tra la meta-storia e la meta-politica. Tra la propaganda velleitaria del salto nel cerchio di fuoco staraciano, e la comicità involontaria del "Grande Dittatore" chapliniano.

Se in questo "tempo sospeso" il premier si fosse occupato anche dell'Italia, magari adesso staremmo tutti un po' meglio. E invece, a dispetto della tonitruante campagna mediatica di regime, stiamo molto peggio. Peggio nei tassi di crescita, che come si è finalmente accorta anche la leader della Confindustria Marcegaglia ci inchiodano stabilmente agli ultimi posti dell'Eurozona. Peggio nei salari, che come denuncia il segretario della Cgil Epifani ci fotografano storicamente agli ultimi posti dell'area Ocse. In questa lenta accelerazione del declino, l'unica certezza della fase è la strutturale latitanza del governo. L'ultimo provvedimento qualificante varato dall'esecutivo risale al 28 maggio scorso: la manovra economica da 25 miliardi. Da allora, a Palazzo Chigi e in Consiglio dei ministri, più nulla. Il governo è "sede vacante", come dimostra la vicenda di due istituzioni che aspettano da troppo tempo di tornare alla piena funzionalità gestionale e amministrativa.

Oggi ricorrono i 95 giorni di assenza del presidente della Consob. Da quando ha lasciato il suo incarico Lamberto Cardia, il 28 giugno scorso, il principale organo di vigilanza sul mercato finanziario e sulla Borsa è senza "testa". È vero che in questi tre mesi i tre commissari che provvisoriamente lo governano (Vittorio Conti, Luca Enriques e Michele Pezzinga) stanno facendo un lavoro egregio e infinitamente migliore di quello che la stessa Commissione ha svolto nei sette anni di gestione Cardia. Questo è un miracolo che ci conforta, ma che non può durare. In Piazza Affari accadono fatti di un qualche rilievo, tra le società quotate sta avvenendo di tutto, dal ribaltone su Unicredit ai movimenti su Premafin. Come si può accettare che l'unica poltrona che interessa alla maggioranza sia quella del quarto commissario (anche quello mancante), sulla quale si allungano ancora una volta i tentacoli della Lega di Bossi, attraverso la candidatura tutt'altro che eccelsa di Carlo Maria Pinardi? Come si può immaginare che un'autorità amministrativa così importante per il controllo dei mercati possa operare a "scartamento ridotto"? Si parla da settimane della probabile nomina dell'attuale viceministro dell'Economia, Giuseppe Vegas. Forse non è la migliore delle scelte possibili, vista la provenienza del candidato da un impegno governativo e da un partito politico (è stato senatore di Forza Italia). Ma potrebbe essere comunque accettabile. Cosa si aspetta a formalizzarla?

Ma oggi si "celebrano" soprattutto i 150 giorni di interim del presidente del Consiglio alla guida del dicastero dello Sviluppo Economico. Da cinque mesi esatti, la quinta potenza economica d'Europa non ha un ministro che si occupa stabilmente e strutturalmente della gestione dei fondi alle imprese. Dei 170 tavoli di crisi aziendali sparse per la penisola. Delle vertenze Fiat di Melfi e Pomigliano. Dei dissesti dell'Eutelia e degli esuberi Telecom. Dei disastri della Glaxo e della chimica in Sardegna. Una "vacatio" inconcepibile, in qualunque altra democrazia industriale, e invece "normale" nell'autocrazia berlusconiana. In compenso, il premier-ministro, in quanto competente "ad interim" anche sulla materia delle telecomunicazioni e del sistema radiotelevisivo, si occupa della distribuzione delle frequenze tv nel "triangolo delle Bermude" Rai-Mediaset-Sky, e del rinnovo del contratto di servizio con la stessa Rai. Un conflitto di interesse intollerabile, in qualunque altra democrazia occidentale, e invece "normale" nell'anomalia berlusconiana.

Da cinque mesi il premier prende in giro gli italiani, le parti sociali e le istituzioni. Al presidente della Repubblica aveva promesso la nomina del successore di Claudio Scajola "la prossima settimana": era il 28 giugno scorso, e da allora sono passati invano altri tre mesi. Non pago di aver snobbato irresponsabilmente l'invito di Giorgio Napolitano, Berlusconi ha bissato la presa in giro il 3 settembre. "La prossima settimana sottoporrò al capo dello Stato il nome di un nuovo ministro per lo Sviluppo Economico", ha scritto in un comunicato ufficiale. Quasi quattro settimane dopo, non c'è traccia del nuovo ministro. Il Quirinale aspetta. Gli industriali aspettano. I sindacati aspettano. Per "intrattenerli" ancora un po', l'altroieri alla Camera, nel suo discorso sulla fiducia il presidente del Consiglio si è lanciato in un'autodifesa appassionata non solo della sua missione di risolutore dei problemi planetari, ma anche del suo lavoro di ministro pro-tempore: "Allo Sviluppo Economico non c'è alcun vuoto di potere: ho lavorato ininterrottamente anche nel mese di agosto, esaminando i dossier di decine di crisi aziendali, intervenendo per la soluzione e firmando più di 300 decisioni per il ministero".

I risultati pratici di questo "lavoro ininterrotto" non si sono visti. L'unica cosa di cui non dubitiamo è che il premier abbia effettivamente esaminato "decine di dossier". Ma con tutta evidenza devono aver riguardato "altro", considerato ciò che nel frattempo ha sfornato la macchina del fango nella battaglia contro Gianfranco Fini. La Consob, il ministero per lo Sviluppo, l'economia italiana: tutto può aspettare. Il presidente del Consiglio ha ben altri impegni. Non possiamo pretendere che trovi anche il tempo per governare l'Italia.
m.giannini@repubblica.it

(01 ottobre 2010)

Fini: "Fedeli solo al programma"


Le cose dette dal premier nel video pubblicato da Repubblica.it non gli sono piaciute. E lo fa capire in modo esplicito. Per Gianfranco Fini la riforma della giustizia non deve "penalizzare la magistratura". "Non vuol dire - ha detto il presidente della Camera - che tutti i magistrati sono eccellenti servitori dello Stato. Ce ne sono alcuni che, come in altre categorie, hanno dei difetti. Ma non si può e non si deve in alcun modo pensare di dar vita a una riforma della giustizia che parta dal principio che si deve punire o penalizzare la magistratura italiana".

Poi un monito al premier sulle prospettive dell'esecutivo e della maggioranza. "Siamo fedeli al patto sottoscritto con gli elettori quando abbiamo vinto le elezioni con il Pdl - dice in un intervento telefonico a un convegno della sua area in corso a Salerno, alla presenza del capogruppo di Fli alla Camera Italo Bocchino -. A condizione però che il programma venga scritto e declinato in tutte le sue parti e non venga invece dimenticato o tradito in alcune di esse". E, comunque, "nei prossimi mesi gli italiani verificheranno se la politica è fatta di personalismi, polemiche, dossier che avvelenano il vivere civile o risponderà alle esigenze degli elettori".

Manifesta invece molto ottimismo il premier Silvio Berlusconi, che nel suo intervento telefonico alla festa del Pdl 'Viva l'Italia', promossa dalla deputata Nunzia Di Girolamo, afferma: "Sono ottimista, sicuro che le divisioni saranno superate dalla volontà di tutti e dalla lealtà al voto che ci hanno dato gli italiani e andremo avanti con una forte maggioranza".

Fini e Fli: "Grande voglia di rinnovare". Nel suo intervento telefonico l'ex leader di An sottolinea anche l'importanza e il ruolo di Fli: "Abbiamo una grande voglia di rinnovare la politica e dopo gli ultimi vent'anni bisogna resistere alle difficoltà ed affermare le nostre idee". Perché nella sfida lanciata con la nascita di Futuro e Libertà, "ce la faremo, non ho dubbi". Poi, sottolinea il presidente della Camera, "chi aderisce al movimento finiano ha messo in chiaro di fare politica non certo per interessi di parte o addirittura di carattere personale. E' la più bella garanzia che possiamo offrire alla gente. Io sono convinto che con l'entusiasmo, con la pulizia delle idee, con la onestà dei comportamenti, con la coerenza delle azioni, in tempi brevi avremo ancora maggiori soddisfazioni".

Secondo Fini il centrodestra è "fin troppo attento alle esigenze e alle richieste di un partito, la Lega" e "in molte circostanze sembra dimenticare che buona parte del suo consenso arriva dal sud, dal meridione". "Stando agli impegni presi dal presidente Berlusconi nel discorso programmatico alle camere", continua Fini, il meridione "deve tornare a essere al centro dell'agenda politica. Ma occorre aspettare che alle buone intenzioni seguano fatti concreti e stanziamenti". A giudizio del fondatore di Futuro e Libertà "è sacrosanto ricordare che servono le infrastrutture per il sud", ma non va dimenticato che "in questi mesi i fondi Fas sono stati considerati un salvadanaio a cui attingere per far fronte alle tante emergenze che l'Italia di volta in volta doveva affrontare". Fli, garantisce Fini, sarà "in prima linea per garantire il riscatto del sud, per garantire che i giovani abbiano finalmente la possibilità di esprimere le loro capacità. Credo sia una emergenza drammatica la disoccupazione, specie nel meridione".

Parole commentate con durezza dal ministro delle Infrastrutture ed ex An Altero Matteoli: "Dalle dichiarazioni di Fini che ho letto oggi, a mio parere ci sono due atteggiamenti diversi, dentro e fuori dall'area parlamentare. Questi distinguo - ha detto Matteoli - non ci possono essere. O si sta nel governo o non ci si sta. Berlusconi non ha la pazienza di farsi logorare e noi non possiamo chiedergli di averla. Se c'è un atteggiamento serio si va avanti, altrimenti c'è chi si fa carico di far cadere tutto e bloccare tutto per la campagna elettorale. E questo l'italia non se lo può permettere".

Berlusconi: "Fli non dimentichi gli impegni". Il premier richiama i finiani agli impegni assunti con gli elettori: "Noi rispettiamo le scelte di quelli che se ne sono andati ma chiediamo loro di non dimenticare che sono stati eletti con il Pdl e sotto l'insegna 'Berlusconi presidente'. E' un impegno che hanno preso con gli elettori e che sono certo non dimenticheranno e si impegneranno per realizzare il programma. Se si comporteranno così andremo avanti".

Nessuno spiraglio invece con l'opposizione: "Se l'opposizione vuole continuare a comportarsi in modo aggressivo e insultante, diremo: peggio per loro", dice il premier. "Vorrà dire che confermano che non diventeranno mai una forza di sinistra democratica e continuando così non saranno mai seria alternativa di governo. Anche nei giorni scorsi in Parlamento hanno solo sfogato la loro rabbia". Berlusconi si dice ampiamente fiducioso per i "numeri larghi" con i quali ha ottenuto la fiducia in Parlamento.

Farefuturo all'attacco. Su Ffwebmagazine, periodico online della fondazione, il direttore Filippo Rossi si rivolge a chi sogna una destra "diversa". "Una destra - spiega Rossi - centrale e democratica, costituzionale e istituzionale. Garbata, perché no. E anche tradizionale. E morale". "Battete un colpo per evitare che, ancora una volta, questa destra normale e maggioritaria, questa destra senza paure, si debba vergognare di una classe dirigente che agisce 'in nome e per conto' senza averne nessuna legittimità", scrive. E quindi, conclude il direttore, "battete un colpo adesso, per evitare che ancora una volta questa destra profonda debba scegliere tra due alternative: quella di starsene a casa per impotenza o quella di essere schiacciata a sinistra per la disperazione".

CAUSTICA


Cosa serve davvero alla giustizia


CARLO FEDERICO GROSSO

La giustizia costituisce sicuramente, oggi, una priorità. Nove milioni di processi pendenti sono davvero, come ha detto Berlusconi in Parlamento, «un macigno» che «dovremmo, tutti, voler rimuovere». In questa prospettiva era inevitabile che il tema dell’efficienza della giustizia comparisse fra i cinque punti del programma di governo.

Berlusconi, sempre in Parlamento, ha tracciato la sua linea: riforma costituzionale che consenta di ristabilire fra i poteri dello Stato un giusto equilibrio (equilibrio a suo dire turbato da un uso politico della giustizia da parte di alcuni magistrati); riforma costituzionale che assicuri parità fra difesa ed accusa nel processo penale attraverso la separazione delle carriere e la spaccatura in due del Csm; legge ordinaria che garantisca l’accelerazione dei processi; piano straordinario per lo smaltimento delle cause civili pendenti; piano carceri che consenta di ridurre il sovraffollamento. Ed ancora: attuazione della delega per la semplificazione dei riti del processo civile, aumento delle risorse per la giustizia. Davvero, tuttavia, si tratta di un progetto funzionale, destinato a garantire l’obiettivo di una giustizia penale e civile finalmente efficiente? Dimentichiamoci, per un istante, che obiettivo primario di questo governo in materia di giustizia sembra essere stato, fino ad ora, assicurare l’impunità al presidente del Consiglio attraverso un’elaborata rete di leggi personali. Dimentichiamoci, anche se è difficile, gli attacchi pronunciati ripetutamente dallo stesso presidente contro la magistratura «politicizzata» che, a suo dire, tramerebbe nell’ombra per rovesciarlo (attacchi ripetuti pesantemente ieri sera, al rientro dalle sue fatiche parlamentari, davanti ad un gruppo di seguaci plaudenti). E domandiamoci se gli interventi prospettati ufficialmente in Parlamento siano davvero idonei a tranquillizzare sul conseguimento del dichiarato obiettivo di efficienza.

La mia risposta è assolutamente negativa.
Come tecnico del diritto, lette le parole pronunciate dal presidente del Consiglio, mi sono domandato quante, e quali, delle iniziative menzionate prevedano rimedi in grado di superare concretamente questa, o quella, specifica causa di ritardo senza danneggiare l’ordinata gestione dei processi. Pressoché nessuna.

Consideriamo due dei principali interventi prospettati: l’approvazione di una legge che consenta l’accelerazione dei processi, un piano straordinario per lo smaltimento delle cause civili pendenti. Sul primo versante, una legge con quale contenuto? Se si trattasse di una rivisitazione del c.d. «processo breve», che è sempre in cima all’agenda berlusconiana nonostante il veto dei finiani, l’obiezione sarebbe infatti radicale: imponendo, pena la loro estinzione, tempi rapidi precostituiti ai processi penali senza che siano state previamente assicurate le condizioni per una loro altrettanto rapida celebrazione, il risultato sarebbe l’ecatombe dei processi e pertanto la denegata giustizia generalizzata. Dalle parole del presidente non si ricava, d’altronde, l’indicazione di nessun altro progetto.

Che cosa significa, d’altro canto, «piano straordinario per lo smaltimento delle cause civili»? Significa trasferire per intero l’ammontare dei processi dalla competenza del giudice togato alla rete di una giustizia «privatizzata» allo scopo di consentire soluzioni rapide perché sbrigative? E con quali garanzie per le parti? Ancora una volta i finiani, giustamente preoccupati, hanno ammonito: «Siamo d’accordo a smaltire le cause civili pendenti, ma non saremo mai d’accordo con una legge che tolga la possibilità, anche ad un solo cittadino, di avere la giustizia che attende dal suo giudice civile». E senza l’appoggio dei finiani, come si è capito, la maggioranza non andrà lontano.

E’ giusto, d’altra parte, prevedere l’aumento delle risorse destinate alla giustizia ed ipotizzare la realizzazione di un piano carceri volto a ridurre il sovraffollamento. Peccato che il presidente del Consiglio non abbia indicato a quanto potrebbero ammontare i nuovi investimenti ed abbia dovuto ammettere che il piano carceri già in via di realizzazione non abbia, fino ad ora, assicurato grandi risultati.

Rimangono, per altro verso, le annotazioni a mio avviso più inquietanti: da un lato, la dichiarata necessità di riaffermare la supremazia della politica sulla magistratura; dall’altro, la separazione delle carriere dei magistrati e lo sdoppiamento del Consiglio Superiore. Questi temi non hanno ovviamente nulla a che vedere con la dichiarata necessità di recuperare efficienza alla macchina giudiziaria.

Con il primo si tende a ripristinare il sistema delle immunità dei politici, reso necessario, si sostiene, da un asserito uso politico della giustizia da parte dell’ordine giudiziario. La posta in gioco è, comunque, sempre la stessa: come garantire al presidente del Consiglio, pur con i paletti imposti dai finiani, di sfuggire all’epilogo naturale dei processi nei quali è coinvolto.

Con il secondo, a parole, si tende a realizzare il principio costituzionale della parità fra accusa e difesa nel processo. Sullo sfondo si profila, peraltro, ancora una volta, l’obiettivo d’indebolire le procure della Repubblica, degradando i pubblici ministeri ad avvocati dell’accusa e privandoli della gestione delle indagini, affidata, come si prevede, ad una polizia giudiziaria che raccoglie prove, decide quali indagini coltivare, con quanta rapidità, con quali mezzi.

Perché, allora, agganciarli al tema dell’efficienza, considerato assolutamente prioritario? E, più in generale, quanto davvero sta a cuore, a Berlusconi ed alla sua maggioranza, l’asserita priorità di una giustizia efficiente, e quanto, piuttosto, prioritario è l’obiettivo di coprire, proteggere, tutelare, garantire, difendere dall’esercizio dell’attività giudiziaria? E fino a che punto Fini, ed i finiani, sapranno avventurarsi lungo la strada del distacco per assicurare al Paese, come dicono, legalità e Stato di diritto?



UNA MISTERIOSA SPARATORIA


Belpietro ancora scosso. Verifiche sul racconto del caposcorta, già coinvolto in un presunto attentato contro D’Ambrosio

di Davide Vecchi

“Sto bene, sono tranquillo. Certo, da ieri lo sono un po’ meno”. Il direttore di Libero, Maurizio Belpietro, ha così rassicurato quanti lo hanno chiamato per esprimergli solidarietà dopo l’agguato subìto giovedì sera. Quando, rientrato a casa poco dopo le 22, il caposcorta, che lo ha accompagnato sul pianerottolo al quinto piano di un elegante stabile in centro a Milano, ha scoperto un uomo armato ad attenderlo sulle scale. La cronaca racconta di un conflitto a fuoco. Tre colpi andati a vuoto esplosi dal caposcorta e la fuga dell’aggressore.

UN UOMO robusto, alto 1,80, di carnagione chiara, vestito con pantaloni della tuta e una camicia militare simile a quella in uso alla guardia di finanza. Questo l’identikit diffuso ieri dalla Questura di Milano. L’inchiesta è stata affidata ai pm Ferdinando Pomarici e Grazia Pradella. Al momento è stato aperto un fascicolo a carico di ignoti, per tentato omicidio ai danni dell’agente della scorta, A. N., che della vicenda è anche l’unico testimone. Lui ha fornito la ricostruzione dei fatti, che ora gli inquirenti stanno cercando di verificare per risalire all’aggressore. Il poliziotto, 45 anni, ha raccontato di aver atteso che Belpietro chiudesse il portone di casa, prima di andarsene; di essersi acceso una sigaretta e, per questo, aver imboccato le scale invece di prendere l’ascensore, per lasciare il palazzo. Scesi i primi gradini, l’agente ha raccontato di essersi trovato di fronte un uomo a volto scoperto che gli puntava la pistola contro. Ha fatto un balzo indietro e sentito la pistola dell’aggressore (una semiautomatica Beretta del tipo in uso alle forze dell’ordine) che si inceppava. Ha tentato di seguirlo ed esploso tre colpi di pistola che sono finiti sul corrimano, sul battiscopa e contro una vetrata. L’uomo è comunque riuscito a fuggire e a dileguarsi, scavalcando dal cortile interno in un giardino del condominio confinante. Questa la ricostruzione fornita dall’agente di Polizia su cui gli inquirenti stanno lavorando. E gli interrogativi aperti sono molti. Ieri, sin dal mattino, lo stabile, seppur piantonato da una pattuglia, era di facile accesso. Lungo le scale, solo al terzo piano era evidente la vetrata colpita da un proiettile e, dietro, un segno su un portone. Nessun altro rilievo è stato fatto dagli inquirenti né sul battiscopa (che è di marmo), né sui corrimano, di ferro e ricoperti con un pannello di legno alto e largo pochi centimetri. Difficile da verificare anche la via di fuga dell’aggressore. Il palazzo non ha una videosorveglianza esterna, né l’hanno quelli limitrofi. Mentre il giardino su cui sarebbe entrato l’uomo per scappare ha, contro il muro di cinta, una siepe larga oltre mezzo metro che stamani il portiere ha trovato intatta. “Ho anche cercato la pistola – racconta – pensando che scappando avrebbe potuto lasciarla cadere qui, ma non ho trovato nulla. Né impronte, né una foglia spezzata”. Scavalcata la siepe, comunque, l’uomo sarebbe uscito su via Borgonuovo. Qui ci sono le telecamere di due condomini, quelle di un residence e quelle della banca Intesa San Paolo che ha una filiale e alcuni uffici. Video che gli inquirenti hanno acquisito fin dal mattino e stanno ora vagliando. A quanto si apprende, al momento non è stato rintracciato alcun elemento rilevante.

DA ESCLUDERE che l'aggressore sia uscito dal portone principale del condominio dove vive Belpietro, perché lì c'era l'altro uomo della scorta che attendeva in auto il collega. Le indagini, spiega il questore, Vincenzo Indolfi, sono ancora a 360 gradi. Al vaglio degli inquirenti anche l'ipotesi di una rapina in un appartamento dello stabile, ponendo così dei dubbi anche sull’obiettivo. Manca, inoltre, una rivendicazione che possa avvalorare la matrice politica. Da ambienti giudiziari si è appreso che A. N. è lo stesso agente che, sempre come scorta, sventò un presunto attentato a Gerardo D'Ambrosio nell'aprile 1995. Vide un uomo, fuori dalla casa dell'allora procuratore aggiunto e coordinatore del pool di Mani pulite, armeggiare con uno strumento che sembrava un fucile. L’agente della scorta si insospettì e l’uomo, vistosi scoperto, si dileguò. Le indagini non hanno mai chiarito del tutto quell'episodio ma A. N. venne promosso ad assistente capo, ottenendo il trasferimento alla squadra mobile per qualche anno. Dopodiché ha chiesto di essere reintegrato alla sezione scorte. Il giudice D’Ambrosio, oggi senatore del Pd, lo ricorda come “uno che prendeva il suo lavoro molto sul serio. Mi sembrò strano quell’attentato, in una terribile giornata di pioggia. Sinceramente non ci ho mai creduto molto”. Intanto a Belpietro è stata raddoppiata la scorta, che già aveva dal 2003. E ieri sono arrivati messaggi di solidarietà dalla Fnsi, dall'ordine dei giornalisti, da tutte le sigle sindacali della stampa e dai colleghi dei quotidiani e periodici italiani. Solidarietà a Belpietro, “che ha vissuto un’esperienza drammatica” anche dal direttore Antonio Padellaro. “Speriamo che si capisca chi era questo signore e perché stava lì. Belpietro ha ragione, dal momento che era armato, non era lì per offrirgli un mazzo di fiori. C’è qualcosa di oscuro e preoccupante che deve essere chiarito. Il problema è quello dei mandanti: speriamo che magistratura e polizia possano chiarire al più presto se c’è un mandante o si è trattato del gesto di uno squilibrato, che sarebbe meno grave”.

Lodo Lega, la banda armata non è più reato


di Marco Travaglio

Dopo tante leggi ad personam/s per Silvio B., eccone una per i fedelissimi di Umberto B., in nome della par condicio. La norma è ben nascosta in un decreto omnibus che entra in vigore fra pochi giorni, il 9 ottobre: il Dl 15.3.2010 n. 66 pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale l’8 maggio col titolo “Codice dell’Ordinamento Militare”. Il decreto comprende la bellezza di 1085 norme e, fra queste, la numero 297, che abolisce il “Dl 14.2.1948 n. 43”: quello che puniva col carcere da 1 a 10 anni “chiunque promuove, costituisce, organizza o dirige associazioni di carattere militare, le quali perseguono, anche indirettamente, scopi politici” e si organizzano per compiere “azioni di violenza o minaccia”. Il trucco c’è e si vede: un provvedimento che abroga una miriade di vecchie norme inutili viene usato per camuffare la depenalizzazione di un reato gravissimo e, purtroppo, attualissimo.

Chissà se il capo dello Stato, che ha regolarmente firmato anche questo decreto, se n’è accorto.

L’idea si deve, oltreché al ministro della Difesa Ignazio La Russa, anche al titolare della Semplificazione normativa, il leghista Roberto Calderoli.

Che cos’è venuto in mente a questi signori, fra l’altro nel pieno dei nuovi allarmi su un possibile ritorno del terrorismo, di depenalizzare le bande militari e paramilitari di stampo politico? Forse l’esistenza di un processo in corso da 14 anni a Verona a carico di politici e attivisti della Lega Nord sparsi fra il Piemonte, la Liguria, la Lombardia e il Veneto, accusati di aver organizzato nel 1996 una formazione paramilitare denominata “Guardia Nazionale Padana”, con tanto di divisa: le celebri Camicie Verdi, i guardiani della secessione.Processo che fino a qualche mese fa vedeva imputati anche Bossi, Maroni, Borghezio, Speroni e altri cinque alti dirigenti che erano parlamentari all’epoca dei fatti, fra i quali naturalmente Calderoli.

In origine, i capi di imputazione formulati dal procuratore Guido Papalia sulla scorta di indagini della Digos e di copiose intercettazioni telefoniche, in cui molti protagonisti parlavano di fucili e armi varie, erano tre: attentato alla Costituzione, attentato all’unità e all’integrità dello Stato, costituzione di una struttura paramilitare fuorilegge.

Ma i primi due, con un’altra “legge ad Legam”, furono di fatto depenalizzati (restano soltanto in caso di effettivo uso della violenza) nel 2005 dal centrodestra ai tempi del secondo governo Berlusconi.

Restava in piedi il terzo, quello cancellato dal decreto La Russa-Calderoli.

I leader leghisti rinviati a giudizio si erano già salvati dal processo grazie al solito voto impunitario del Parlamento, che li aveva dichiarati “insindacabili”, come se costituire una banda paramilitare rientrasse fra i reati di opinione degli eletti dal popolo. Papalia ricorse alla Corte costituzionale con due conflitti di attribuzioni fra poteri dello Stato contro la Camera, ma non riuscì a ottenere ragione.

Restavano imputate 36 persone, fra le quali Giampaolo Gobbo, segretario della Liga Veneta e sindaco di Treviso e il deputato Matteo Bragantini. Ma ieri, nella prima udienza del processo al Tribunale di Verona, si è alzata l’avvocatessa Patrizia Esposito segnalando ai giudici che anche il reato superstite sta per evaporare: basta aspettare il 9 ottobre e tutti gli imputati dovranno essere assolti per legge.

Stupore generale: nessuno se n’era accorto. Al Tribunale non è rimasto che prenderne atto e rinviare il dibattimento al 19 novembre, in attesa dell’entrata in vigore del decreto. Dopodiché il processo riposerà in pace per sempre.

Le camicie verdi e i loro mandanti possono dormire sonni tranquilli.

Il Partito dell’Amore, sempre pronto a denunciare il “clima di odio che può degenerare in violenza”, ha depenalizzato la banda armata.

Per l’“associazione a delinquere dei magistrati” denunciata da B., invece, si procederà quanto prima alla fucilazione.

venerdì 1 ottobre 2010

CAIMANO CHE ANNASPA



Al Senato attacca e insulta, chiede le dimissioni di Fini. Poi scarica Feltri e Belpietro

di Sara Nicoli

Urla. Strepita. Arringa l’aula. Il Caimano è tornato. Altra storia rispetto alla giornata di martedì alla Camera dove i toni dorotei erano i benvenuti. A Palazzo Madama ha però una doppia faccia: incontra le senatrici del Pdl e scarica Belpietro e Feltri: “Non rincorriamo queste voci sulla casa di Montecarlo – ha detto Berlusconi – io non gli ho mai dato peso e non interessa neanche agli italiani. Non è con queste armi che dobbiamo polemizzare con Fini: la verità è che la situazione ci è sfuggita di mano. E poi in Italia la politica la fanno i giornali e anche i giornali che fanno riferimento al Pdl hanno sbagliato, hanno esagerato…”. Ci tiene di più a ribadire il concetto essenziale: “Il problema è un altro: ed è la permanenza di Fini sullo scranno più alto della Camera. Chi si spinge addirittura a fondare un partito non può fare il presidente sarebbe logico che si dimettesse ora...”. Chi c’era a quel colloquio giura che le parole del premier non erano affatto venate di rancore. Neppure quando una delle astanti ha accusato Fini di connivenza con la magistratura contro il premier. E lui, Silvio, si sarebbe limitato ad annuire.

Il secondo voto di fiducia

PASSO indietro. Al voto al Senato: il Cavaliere nel secondo round per la fiducia, incassa 174 voti a favore e 129 contrari, con una maggioranza richiesta di 152 su 303 senatori presenti. In teoria tutto tranquillo. In teoria. In realtà punta i cannoni diritti sull’opposizione, in puro stile pre elettorale. Perché i finiani, lui lo sa, saranno “fedeli”. E lo ha anche detto chiaro: “Tutti – ha sottolineato – svolgeranno con lo spirito costruttivo e leale di sempre il loro mandato parlamentare". Tradotto: i finiani ci servono sulla giustizia, meglio trattarli con i guanti bianchi. Toni concilianti in mattinata, ma poi nella replica torna il Caimano di sempre. Sistemate le questioni di maggioranza, Berlusconi si rivolge verso i banchi presieduti da Anna Finocchiaro e passa in rassegna le truppe nemiche: "Servirebbe un'opposizione responsabile – ecco il primo cicchetto – capace di confrontarsi civilmente e andare oltre gli slogan". Impossibile, però, finché "non si distingueranno dal giustizialismo". Perché sono gli uomini della sinistra che, secondo il premier, non vanno. Qualche esempio? Su Napoli: "Il problema dei rifiuti è definitivamente risolto, quello che non funziona è la raccolta", e la colpa ha un solo responsabile, "il sindaco Pd Rosa Russo Iervolino". Sulla scuola: una"bugia" i tagli, anzi è stata "degradata" dalla sinistra che "l'ha trasformata in un ammortizzatore sociale". Quindi, il punto che ormai è un nervo scoperto al pari della giustizia, la politica estera, stuzzicata dal Pd Luigi Zanda. Partenza con Gheddafi: "Nessun inginocchiamento – ha nuovamente mentito – ma grazie a questo signore una Libia che non ci voleva dare gas ci darà gas per i prossimi 40 anni". E sempre "grazie a questo signore" – ovvero lui medesimo, il Cavaliere – si sono riavvicinate Usa e Russia: "Domandi al presidente Putin e a Sarkozy - ha puntato il dito proprio contro Zanda - come è andata la vicenda in cui c'erano i carri armati russi a 15 chilometri da Tbilisi...". E sempre dopo che "questo signore andò negli Stati Uniti, alla fine arrivarono settecento miliardi di dollari perché le banche americane non fallissero". Comunque, “per l’Italia si apre ora una grande stagione di riforme”, parole che hanno fatto davvero pensare che abbia ragione da vendere il capogruppo dipietrista Felice Belisario quando, durante la replica, ha bollato questo tazebao di fandonie come l’unico modo, per il premier, di “andare avanti per la soluzione dei suoi problemi giudiziari”; sarebbe stato meglio prendere atto che “ormai lei è sul viale del tramonto”.

Mentre in aula, infatti, si consumava il teatrino berlusconiano, con tanto di plateale sonnellino del premier interrotto da uno strattone di Sandro Bondi per scuotere il “caro leader” da un “leggero assopimento”, fuori fremevano le trattative sul fronte del lodo Alfano costituzionale e della leggina sul legittimo impedimento bis per bloccare il verdetto della Corte a gennaio. Maestro di cerimonie proprio il ministro Bondi che ha riunito, al tavolo di un ristorante del Senato, il capogruppo finiano Viespoli, il vicecapogruppo Pdl Quagliariello e Carlo Vizzini, presidente della commissione Affari costituzionali. Gli uomini del presidente della Camera potrebbero appoggiare la risoluzione sulla giustizia a patto che le Camere non si sciolgano prima della fine di dicembre perché a gennaio, sostengono alcuni finiani di stretta osservanza, partirà il nuovo partito. E per allora la poltrona di Fini potrebbe essere già libera.

BRUNETTA NON VA DAI GIUDICI PER LA SUA CASA NEL PARCO


di Ferruccio Sansa

Renato Brunetta doveva presentarsi in Procura alla Spezia. I magistrati volevano sentirlo come persona informata sui fatti (non indagato). La Procura e il ministro avevano concordato una data, un sabato. Il ministro, però, alla fine ha comunicato di non potersi recare alla Spezia “per sopraggiunti impegni a Roma”.

Insomma, ci vorrà tempo perché i pm possano sentire la versione di Brunetta sul rustico di Riomaggiore diventato oggetto di un’inchiesta per falso e abusi edilizi.

Gli indagati, secondo fonti a loro vicine, sono due. Alexio Azzaro, geometra consulente del Comune di Riomaggiore arrestato nell’ambito dell’inchiesta sulla “Cricca” ligure, avrebbe seguito le fasi della vendita e i lavori di restauro del rustico. Per lui l’accusa sarebbe di falso. Stefano P., l’artigiano che ha venduto l’immobile a Brunetta, invece, sarebbe indagato per gli abusi legati al restauro.

Molti elementi dell’operazione, però, sono ancora da chiarire. Proprio per questo la Procura voleva assumere “sommarie informazioni” dal ministro. Sarà per un’altra volta, anche se i maligni ricordano la vicenda della casa di Claudio Scajola. Anche l’ex ministro, non indagato, giurò di essere disposto a chiarire tutto ai magistrati, salvo poi evitare di presentarsi.

AMBIENTI VICINI a Brunetta respingono il paragone: “Il ministro si è subito dichiarato disponibile a fornire qualsiasi chiarimento utile alle indagini”. Ma la deposizione già fissata? “Brunetta aveva concordato una data, ma è sopraggiunto un impegno a Roma. È intenzione del ministro andare dai pm prima possibile. Non ci sono misteri”.

Nel frattempo, però, il quadro è cambiato: Franco Bonanini, l’ex presidente del Parco delle Cinque Terre (si è dimesso), è stato arrestato, così come Alexio Azzaro. Insieme hanno seguito passo passo l’acquisto del rustico “incriminato”. Bonanini era presente alla firma dell’atto.

I filoni d’inchiesta sono due. Tanto per cominciare, secondo i pm, “l’attività degli indagati potrebbe ricondursi al tentativo di ingraziarsi il ministro e acquisire un debito di riconoscenza”. Non ci sono elementi per ritenere che Brunetta fosse a conoscenza delle manovre che gli arrestati stavano compiendo per fargli acquistare il rustico. La prima ipotesi è questa: finanziamenti pubblici ottenuti da Comune e Parco per un progetto sarebbero dovuti finire al venditore del rustico (non indagato in questo filone d’inchiesta). In pratica, sostiene l’accusa, si voleva pagare una parte del prezzo del rustico con soldi pubblici.

I pm nell’ordinanza riportano un colloquio in cui gli arrestati sembrano accordarsi sulla versione da dare ai magistrati circa il pagamento: “Azzaro – annotano i magistrati – racconta di aver detto a Stefano P. di dire la verità circa i soldi, ma di non dire come ha avuto i 5.000 euro. Si desume che i 5.000 euro destinati al venditore saranno pagati dall’Ente Parco o dalla Cooperativa Sentieri e Terrazze, in uno dei soliti giri di fatture”.

ECCO L’INTERCETTAZIONE: Azzaro: “Cioè come sua madre... cioè non è che li puoi catechizzare più di tanto...cioè tra l'altro io dico la verità... ma se mi chiamano quando sei lì davanti... cambia un po’ tutto... cambia per me... cambia per te... figurati per lui (Stefano P., ndr) - … lui deve dire la verità punto e basta... l'unica cosa che deve dire... gli ho detto non parlare di quei famosi 5.000 euro...”. Bonanini: “Te li devo dare sì”. Azzaro: “Brunetta non c'entra niente con i 5.000 euro... quindi lui può dire la verità... a me mi ha dato due anni fa 5.000 euro di caparra... quello che era e gli altri 35... facciamo che siano 40 (40.000 euro, il prezzo del rustico, ndr) no... lui non deve dire altro”.

Ma il punto su cui Brunetta dovrà fornire spiegazioni è soprattutto un altro (Il Fatto in proposito ha cercato di contattare il ministro): perché Stefano P. ha presentato domanda per il restauro quando già aveva deciso di vendere la casa al ministro? Si tratta proprio di quei lavori – di fatto la ricostruzione totale del rustico – che sono costati a Stefano P. l’accusa di abusi edilizi.

E qui ecco un altro passaggio delle intercettazioni. Azzaro: “Perchè poi... per far andar avanti i lavori ha firmato lui tutto il progetto... perché... per motivi x... lui può dire... l'atto va un po’... cioè... è stato fatto due anni dopo... ma per motivi che lui non sa... e non gliene frega niente...”. Bonanini: “E poi l’importante che non dica che si è affidato a te”. Ma il ruolo di Bonanini e Azzaro nella vendita e nel progetto del rustico di Brunetta è stato confermato al Fatto da persone vicine al venditore.

Caro Gianfranco, sei incompatibile


di Marco Travaglio

Ecco la rubrica di Marco Travaglio andata in onda ieri sera ad Annozero.

Siamo entrati in possesso del finale del discorso alla Camera che ieri, all’ultimo momento, Berlusconi ha deciso di non pronunciare. “... E poi, caro Gianfranco, anzi ‘caro’ un corno, consentimi di dirti che hai sbagliato tutto. Ma come, vuoi diventare il leader di una destra normale, più normale ancora della mia, e non hai nemmeno una villa o una società off-shore? Vivi a casa della Tulliani e pretendi di fare concorrenza a me, che ho due ville in Brianza, una sul lago di Como, una a Paraggi, due in Sardegna più quelle dei miei cinque figli, una a Roma e sei ai Caraibi tra Antigua e Bermuda intestate a off-shore! Ora, per dire, ho pure affittato un castello fuori Roma. La villa di Arcore l’abbiamo presa per un pezzo di pane dalla marchesina Annamaria Casati Stampa, che aveva appena perso i genitori in una strage terribile e, siccome è fortunata, aveva pure Previti come protutore. Villa Certosa in Sardegna me l’ha passata Flavio Carboni, quello della P2 e della P3. Tu potevi almeno farti un alloggetto a Montecarlo, prelevandolo direttamente dal tuo partito e invece chi se lo prende? Tuo cognato. E quando si sparge la voce che potrebbe essere tuo, tu corri a smentire! Ma dovevi confermare tutto anche se non era vero, cribbio! Possibile che in 15 anni non sono riuscito a insegnarti proprio niente? Ma dove mi hai veramente deluso è sulle off-shore. Per farti un favore, ne attribuisce una a tuo cognato il ministro della Giustizia di Saint Lucia, che ha fatto di più per me in tre giorni che Angelino Alfano in tre anni. E tu che fai? Smentisci pure lui. Ma allora dillo che vuoi proprio sembrare un barbone! Poi hai peggiorato la situazione con quella cucina da 4.500 euro, roba da profughi rom. Invece guarda me. Negli anni ‘80 me ne sono fatte fabbricare a vagonate, di off-shore, dall’amico Mills. Nel 2001, alla vigilia delle elezioni, la società di revisione Kpmg consegna un rapporto alla Procura di Milano e dice che la Fininvest ne ha addirittura 64. Non tre o quattro: 64 off-shore e non di mio cognato, tutte mie! Su tre livelli.

Il primo ne comprende 29: 21 alle Isole Vergini, 5 nel Jersey, 2 alle Bahamas, una a Guernsey. Compresa la famosa All Iberian. Poi c’è il secondo livello: altre 13 off-shore, controllate da quelle del primo. Infine il terzo livello: altre 22. Tutte controllate da dirigenti del mio gruppo, ma con bilanci invisibili, che in sette anni hanno movimentato 3.500 miliardi di lire e – secondo la Kpmg – ne hanno stornati dai bilanci Fininvest almeno 884. In tutto i giudici mi hanno contestato 1.550 miliardi di fondi neri per pagare Craxi e altri politici, il giudice del caso Mondadori e altri magistrati, la Standa, Telecinco, Previti e i prestanome di Tele+ per aggirare la Mammì. Quando la cosa uscì, l’Ecomunist scrisse che ero “unfit”, inadatto a governare l’Italia. Ma chi lo legge l’Ecomunist? Tanto i telegiornali della Rai della sinistra non dissero una parola. Allora dovetti spiegarlo io, all’Unione Industriali di Roma, come stavano le cose: “Le società estere sono cose assolutamente legittime che in un certo momento si facevano perché si doveva trovare un modo in Europa per pagare tasse più convenienti”. Esempio, se uno compra dei film in America, ne acquisisce i diritti e poi li vende in Germania, Francia, Spagna, se passa attraverso società italiane paga le tasse più alte in Europa, se invece lo fa attraverso una società collocata in Lussemburgo paga meno tasse. Se invece questa operazione la fa con una società terza, a cui presta anche i soldi, scrivendolo nel bilancio, e poi questa società fa l’acquisto, è una cosa assolutamente legale. Anzi, se un dirigente non la fa, l’azienda fa bene a dubitare di lui”. Queste cose le ho dette proprio io, mica un altro. Io che solo due anni prima avevo negato tutto: “Di questa All Iberian non conosco neppure l’esistenza, sfido chiunque a dimostrare il contrario, giuro sui miei figli”. E quattro anni prima avevo dichiarato: “Ma vi pare che col mio senso estetico chiamavo una mia società con quel nome?”. Quando poi le toghe rosse mi hanno smentito, i soliti moralisti hanno pensato: stavolta questo perde le elezioni. Invece non ci crederai, ma le ho stravinte. Anzi ci crederai perché eravamo alleati.

Sai com’è andata a finire? Il processo All Iberian l’ho mandato in fumo depenalizzando il falso in bilancio: “Il fatto non è più previsto dalla legge come reato”; quello dei 1.550 miliardi l’ho mandato in prescrizione, sempre per legge. Tiè. Ora ne ho altri due, Mediaset e Mediatrade, dove mi contestano altre centinaia di milioni di fondi neri su conti in Svizzera, alle Bahamas e pure a Montecarlo. Ah, dimenticavo: ho anche uno yacht di 48 metri che vale 13 milioni, intestato pure quello a un’off-shore alle Bermuda, la Morning Glory Yachting Limited. Solo che a me nessuno dice nulla, mentre a te i miei giornali ti massacrano per quell’alloggetto a Monacò. Così impari a non avere giornali né tv. Per questo non potrai mai diventare un leader: non hai off-shore e quando te ne affibbiano una, neghi. Ma ammetti, no? Poi si fa un bel lodo Fini e si sistema tutto. Non ricordi quel che disse qualche anno fa Giuliano Ferrara a Micro-Mega? “Per fare politica bisogna essere ricattabili, dunque pronti a fare fronte comune con gli altri”. Ma tu niente, sei proprio un caso disperato. Per questo ti ho espulso dal Pdl: per “incompatibilità”. E per questo ti devi dimettere da presidente della Camera: Gianfranco, rassegnati, sei in-com-pa-ti-bi-le!”.

Marco Travaglio



Ritorno al passato


CARLO TECCE

Mai buttare via copioni usati. E così nel giorno di Annozero, quasi a calcare le tecniche svelate dall’inchiesta di Trani, Michele Santoro riceve una lettera di Mauro Masi: il direttore generale contesta al giornalista il prologo di giovedì scorso, le metafore, le battute, le frasi. Il dipendente non rispetta – osserva Masi – vari obblighi di lavoro: l’obiettivo è la sospensione, ora tocca ai difensori replicare.

Aspettando i cinque giorni canonici, previsti dal procedimento disciplinare, il conduttore ha risposto in diretta nel suo tradizionale prologo: “Le mie ragioni sono di chi s’è comportato sempre con professionalità”. E a Garimberti: “Abbiamo bisogno di autonomia”. L’offensiva è di massa, per snervare, accerchiare, come dice Santoro “mobbizzare”. Un colpo da viale Mazzini e un colpo dal Pdl: in ordine di firma, Sandro Bondi, Ignazio La Russa e Denis Verdini, i tre coordinatori del partito, scrivono all’Autorità per le garanzie nelle Comunicazioni – e per conoscenza al presidente Paolo Garimberti e alla Vigilanza – per denunciare la Rai: la prima puntata di Annozero ha violato il contratto di servizio, siate veloci e punite: e Santoro con la formula Tg zero racconta i precedenti con l’Agcom in chiave Trani.

L’esposto indica la data del 29 settembre 2010, ma la strategia è antica, praticata sin dalle stagioni di Raggio verde: imbeccata da politici o personaggi di comodo, la Commissione per i servizi (o il Consiglio) dell’Agcom cestina il documento o apre un’istruttoria. E l’istruttoria ha un doppio valore: economico, vuol dire milioni di euro; simbolico, tiene sotto scacco una trasmissione. Chi siede in Commissione? Antonio Martusciello, ex dirigente di Publitalia, fondatore di Forza Italia, sottosegretario nei governi Berlusconi. Insomma, una persona di fiducia. Il sostituto ideale di Giancarlo Innocenzi, dimissionario per le telefonate di Trani proprio con il presidente del Consiglio. Avevano un piano: bloccare Annozero giocando di sponda con l’Agcom, l’unico ente di controllo che può sanzionare viale Mazzini (senza concedere a Santoro il diritto di difesa).

Piani vecchi, regole nuove: la circolare del direttore generale, già ribattezzata “codice Masi”, aiuta la destra a ispirarsi per sommergere l’Agcom di esposti. Il terzetto Bondi, Verdini e La Russa segue il modello Masi: contraddittorio immediato; un opinionista dice bianco, un secondo opinionista dice nero; par condicio fuori stagione, stessi tempi e stessi posti per ospiti di partitoni o nanetti (definizione di Giovanni Sartori). I coordinatori del Pdl hanno riempito una delle sette pagine con Annozero minuto per minuto: “Una semplice analisi dei tempi fa cogliere con precisione quanto sia stato fazioso il taglio che il conduttore ha dato al programma”.

Ecco la moviola, peraltro abolita in Rai per le partite di calcio: “11.15 sino a 15.21 Bertazzoni compie interviste di fronte Montecitorio sul voto in merito all’autorizzazione per le intercettazioni di Nicola Cosentino”. E poi onore al Giornale di famiglia: “Corrado Formigli con argomenti a dir poco faziosi ha messo in dubbio l’indipendenza dell’analisi giornalistica”. Come dire insieme l’opposto: noi attacchiamo i giornalisti, voi elogiate il Giornale di Berlusconi. Altro che bicchieri-programmi uguali, il Pdl vuole le tribune elettorali: ammucchiata di partiti da destra a sinistra estremi compresi, un pensierino ciascuno e nessuna notizia. La par condicio ordinata da Masi con un po’ di anticipo compare nel testo dei coordinatori: “Mancava in studio un rappresentante del Popolo delle libertà. Questa è una lesione del principio di contraddittorio e della par condicio”.

E ancora: “Pertanto, se si considerano le presenze dell’onorevole Di Pietro e di Travaglio, risulta evidente come non vi fosse nemmeno un’apparenza di par condicio”. Coincidenza sospetta: Masi e il Pdl invocano la par condicio senza la campagna elettorale e, ignorando la legge, dimenticano che la competenza in materia è della Commissione di Vigilanza. Di più: la stessa Agcom ha precisato che i cronometri della par condicio valgono zero nei programmi d’informazione. Ma al Pdl interessa solo multare la Rai per colpire Santoro di carambola: “Annozero appare censurabile per la completa assenza di contraddittorio. E si segnala che alcuni passaggi hanno indiscussa natura diffamatoria e quindi la Rai rischia procedimenti civili per il risarcimento danni”.