mercoledì 31 dicembre 2008

AUGURI DI BUON ANNO 2009

DA LUIGI MORSELLO

A VOI TUTTI CARI AMICI LETTORI I MIEI PIU' CORDIALI AUGURI DI

BUON ANNO 2009


Consigli per un guardaroba (doppio)

IL CORRIERE DELLA SERA

Lettera aperta al ministro Frattini: «Chieda in prestito a Chantal un po' di cipria per smorzare l'abbronzatura»


Caro ministro,

perché un bel signore dall'aria avvenente ed elegante come lei, con un perfetto phisique du role per fare il ministro degli Esteri si ostina a danneggiare la sua immagine? So che le ferie sono un diritto. Anche per un rappresentante del governo. Anche quando nel mondo scoppiano guerre e crisi terribili. Va bene. Ma dato che la diplomazia mondiale non riesce a rispettare i suoi tempi di vacanza, le vorrei dare qualche consiglio per attrezzarsi alle emergenze. Non è difficile, basta saper fare le valigie. Prendiamo il caso della Georgia. Durante la crisi con la Russia, in un momento così delicato e difficile per i ministri degli Esteri di tutti i Paesi del mondo, lei si è fatto sorprendere in mutande da bagno alle Maldive. Non si è immediatamente infilato dei pantaloni ed è corso con il primo aereo alla Farnesina perché l'Italia potesse dire la sua, ma si è limitato a cambiare costume da bagno e, fra una nuotata e l'altra, ha lavorato, pare, in conference call.

L'evento imponeva di scegliere dalla valigia un completo giacca-pantaloni non troppo estivo e non troppo chiaro, abbinarlo con camicia e cravatta, mettersi alle spalle una bella carta geografica con Russia e Georgia in evidenza e, in piedi accanto alla carta, spiegare scenari e mosse diplomatiche dell'Italia. Veniamo a Gaza. Dal suo chalet di montagna intutato, sponsorizzato, abbronzato e dichiaratamente in vacanza lei si è limitato a fare un commento per i telespettatori. Le vacanze natalizie, si sa, sono sacre. Ma bastavano solo due minuti per togliere la tuta con marchio, indossare camicia, cardigan scuro e allontanarsi dalle travi di legno della baita, farsi prestare una bella scrivania e piazzarci sopra un mappamondo. E, magari, chiedere anche in prestito a Chantal, la sua compagna, un po' di cipria per smorzare l'abbronzatura. Troppo sole fa male, non è elegante e non trasmette sicurezza a meno che uno non faccia il ministro del Turismo. Lei che ha il phisique du role che tanti suoi colleghi di governo le invidiano, nel 2009 non ci deluda. Visto che ha la responsabilità degli Esteri abbia sempre pronta una faccia da estero-dramma, dato che parla di cose importanti e drammatiche quando parte
porti sempre dietro due guardaroba, uno per le vacanze e uno per lavoro.

Quando comunica agli italiani esibisca quello professionale, si faccia vedere consapevole anche nel vestire delle parole che sta dicendo. Basta poco, in fondo. La prossima crisi, forse della Cecenia, potrebbe sorprenderla mentre è a cavallo in Mongolia. Nessun problema, l'importante è metter via in fretta pantaloni da cavallerizzo, frustino e cavallo. E prendere dalla valigia una camicia, un golf di colore non sgargiante, lei è tipo da cravatta, se ne porti sempre dietro una. A noi il ministro degli Esteri piace anche con la giacca. E poi, dato che viviamo nel tempo dell'immagine, pensi anche alla scenografia: una carta geografica, un mappamondo, un quadro. In modo che lei non compaia sempre inquadrato con un mare turchese o con vette bianche di neve. Caro ministro, dopodomani è un altro anno. Non ci deluda.

Lina Sotis
31 dicembre 2008

I miei aguri per il 2009

ANTONIO DI PIETRO
31 Dicembre 2008

Il 2008 è stato un anno di grandi cambiamenti. Obama è diventato presidente degli Stati Uniti, la crisi economica ha costretto il mondo a ripensare al suo modello di sviluppo, i cambiamenti climatici hanno subito un’accelerazione impensabile e preoccupante.
Il 2009 sarà un anno difficile, il crollo della finanza si ripercuoterà nell’economia reale.
Nell’occupazione, nel quotidiano dei cittadini, dalla possibilità di continuare a pagare il mutuo dell’abitazione a mantenere i propri figli agli studi, fino alla pura sopravvivenza. Il numero di italiani sotto la soglia di povertà sta aumentando insieme agli sfratti e ai licenziamenti. Il 2009 è preoccupante anche per la capacità dello Stato di far fronte ai suoi impegni e ciò vale anche per molte amministrazioni locali.
Il 2009 può però essere un anno di svolta, del recupero del senso di solidarietà nazionale e di un progetto per il futuro per l’Italia. Oppure, ci può attendere un lento declino industriale, sociale e politico in perfetta continuità con il presente. Il 2009 può essere un anno in cui le parole legge, giustizia, uguaglianza vengano rivalutate insieme alla questione morale, che altro non è che la prevalenza degli onesti nella società.
O la conferma dell’attuale presenza di centinaia di condannati e inquisiti in Parlamento e il continuo tentativo di Berlusconi e dei suoi seguaci e accoliti, anche nelle file dell’opposizione, di sottrarsi in ogni modo alla legge. Il 2009 sarà, nel bene o nel male, un anno di svolta. Si metteranno le basi per una dittatura morbida, apripista del dilagare della corruzione e dello sfascio economico, due fattori che potrebbero intaccare la stessa unità nazionale, o invece, si ripartirà per
una nuova fase della Repubblica.
So che molte famiglie passeranno le feste senza un lavoro e con l’angoscia per il domani. Queste persone ascoltano i proclami carnevaleschi di Berlusconi che invita a spendere per rilanciare l’economia e si sentono prese in giro. Tra di loro vi sono i 12.000 licenziati dell’Alitalia, i 9.000 della Telecom Italia e decine di migliaia di lavoratori di piccole e medie aziende.
All’appello del nuovo anno mancano 1300 persone, cadute sul lavoro, una vergogna insostenibile per un Paese civile. Soprattutto ai loro familiari e ai disoccupati va il mio augurio di Buon Anno e insieme la promessa che io e l’Italia dei Valori faremo tutto il possibile per restituire agli italiani la dignità del lavoro e l’orgoglio di vivere in uno Stato in cui prevalgano onestà e competenza.
Buon 2009 da Antonio Di Pietro.

Lacrime ceppaloniche

MARCO TRAVAGLIO
Zorro
l'Unità
31 dicembre 2008

Il Madonno di Ceppaloni prosegue le sue quotidiane lacrimazioni con un'imbarazzante intervista a Repubblica, in cui dà dell'"ipocrita politico e morale" al figlio di Di Pietro perché "non molla la poltrona", mentre "io mi sono dimesso da ministro". Mastella sorvola sul fatto che lui era indagato a Catanzaro per truffa e finanziamento illecito e a S. Maria Capua Vetere per concussione, mentre Cristiano Di Pietro non è indagato nemmeno per divieto di sosta; e che non si dimise perché indagato (lo era da ottobre 2007, se ne andò a gennaio 2008), ma perché Berlusconi gli aveva fatto ponti d'oro se avesse rovesciato Prodi. Lasciò una poltrona per arraffarne di più, poi per fortuna fu a sua volta buggerato da Al Tappone. L'inchiesta per estorsione è tuttora in corso a Napoli, dov'è indagata pure la signora Sandra. Quando scattò il blitz i Mastella's, diversamente dai Di Pietro, furono difesi a edicole unificate: Stampa, Corriere e Messaggero uscirono con lo stesso titolo, "Così fan tutti". Come se l'accusa fosse qualche innocua raccomandazione. In realtà - ha confermato la Cassazione - la first lady ceppalonica deve rispondere "in concorso con il marito Clemente... di aver tentato di costringere Luigi Annunziata, dg dell'ospedale S. Sebastiano di Caserta, a sottostare alle indicazioni del partito", minacciando di cacciarlo se non avesse nominato primari targati Udeur, anziché gente capace. "Quello è un uomo morto", strillava la nobildonna, che non risulta aver mai lasciato il partito (peraltro estinto) né la poltrona. Che sia anche lei, Dio non voglia, un'ipocrita politica e morale?

Vento forte tra Salerno e Catanzaro/3

CARLO VULPIO
30 DICEMBRE 2008

Il Sud è strapieno di case di cura. Forse è per questo che sono pochi gli ospedali pubblici che non fanno schifo. Per esempio, a Belvedere Marittimo (Cosenza), novemila abitanti, di case di cura ve ne sono ben tre. E una di esse è la “casa di cura Cascini”, di cui abbiamo già detto.

Altre case di cura (convezionate, naturalmente) che rivestono un certo interesse per il vento che s’è alzato tra Salerno e Catanzaro sono quelle che operano nelle fiorenti province di Caserta, Napoli, Avellino e Benevento, dove partecipano in maniera rilevante alla proprietà di una società editoriale, la “Edizioni del Roma Spa”, che edita il quotidiano napoletano “Roma”.<P>
Il giornale, fondato nel 1862, è legato al nome dell’armatore monarchico Achille Lauro, con il quale sul finire degli anni Cinquanta conobbe il suo momento migliore. Poi, la rovina. Da cui inutilmente cercò di sottrarlo Giuseppe Tatarella, uno degli artefici della trasfigurazione del Msi in An, che nel 1996 ne tentò il rilancio.

Oggi il “Roma”, come quotidiano, praticamente non lo legge più nessuno. Ma nella società che lo edita c’è mezza Alleanza nazionale.

Vi troviamo Ettore Bucciero, il senatore più prolifico di interrogazioni parlamentari contro il pm Luigi de Magistris, e l’ex viceministro delle Infrastrutture, Ugo Martinat, con il quale lavorava Giovan Battista Papello, consigliere d’amministrazione dell’Anas in quota An, indagato in Poseidone. Poi ci sono Ignazio La Russa, attuale ministro della Difesa, e Gianfranco Anedda, ex parlamentare e fino a poco tempo fa presidente della prima commissione del Csm, in quota An. E infine il giornalista napoletano (del “Roma”) Italo Bocchino, deputato dal ’96, per il quale la procura di Napoli ha chiesto l’arresto a causa del suo coinvolgimento nella “Tangentopoli napoletana”. Bocchino è anche molto legato ad Amedeo Laboccetta, un altro deputato napoletano (Pdl).

Laboccetta, quando era capogruppo missino nel consiglio comunale di Napoli, venne arrestato con l’accusa di avere intascato mazzette per i lavori della Linea tranviaria rapida. Grande amico di un altro indagato eccellente in Toghe Lucane, Nicola Buccico, ex senatore di An, ex membro del Csm e attualmente sindaco di Matera, Laboccetta si è rifatto vivo con ardore per sostenere la “rivolta” dei magistrati indagati di Catanzaro contro la procura di Salerno che li indaga.

In tre mosse, Laboccetta ha fatto vedere chi è. Per prima cosa, ha definito “eversiva” la deposizione di de Magistris davanti ai giudici salernitani. Poi, ha invocato l’intervento dei presidenti di Camera e Senato, Gianfranco Fini e Renato Schifani (che in effetti erano le uniche alte cariche dello Stato a non essere ancora intervenute). Infine, ha cercato di buttarla in gossip da quattro soldi, insinuando addirittura una sorta di sexgate tra de Magistris e la pm Gabriella Nuzzi. Roba da trivio. Ma ignorata dai media, dal Parlamento e dalla solita Anm, che in un altro Paese per una cosa del genere avrebbero spellato vivo uno come Laboccetta.

Gianfranco Anedda ha fatto anche di meglio. Sembra incredibile, ma pur non facendone più parte, Anedda ha partecipato alla seduta della prima commissione del Csm in cui sono stati auditi i magistrati di Salerno e ha anche rivolto loro domande. Ora, poiché Anedda risulta coinvolto sia nell’inchiesta Toghe Lucane (che il pm de Magistris è riuscito a chiudere ad agosto scorso), sia nell’inchiesta condotta dalla procura di Salerno, è curioso che finora nessuno abbia sollevato nei suoi confronti una questione di conflitto di interessi o abbia ipotizzato un qualche abuso d’ufficio. Mentre sembra che le attenzioni, dalla richiesta degli atti alle audizioni, siano tutte per i sette (diconsi sette: Luigi Apicella, Antonio Centore, Fabrizio Gambardella, Gabriella Nuzzi, Roberto Penna, Vincenzo Senatore e Dionigio Verasani) magistrati di Salerno che conducono l’indagine sul più grande scandalo giudiziario dell’Italia repubblicana.

Ma non è mica finita qui. Il capitolo, diciamo così, finale, quello riguardante il ruolo svolto in questa storia da autorevoli membri del Csm è ancora più incredibile.

Per dirne una, chi lo avrebbe mai immaginato che un indagato eccellente (in Toghe Lucane) come il procuratore generale di Potenza, Vincenzo Tufano, oltre che grande amico di Nicola Buccico e di Arcibaldo Miller (capo degli ispettori sguinzagliati da Clemente Mastella su de Magistris e ora, ovviamente, tra i candidati più accreditati per il posto di procuratore capo di Perugia), avesse rapporti così stretti con alcuni membri del Csm da intrattenere con loro una confidenziale e intensa corrispondenza epistolare?
Con Giuseppe Maria Berruti, per esempio, presidente della seconda commissione del Csm, Tufano era così vicino, ma così vicino, da chiedergli di intervenire proprio sulla vicenda che gli stava più a cuore: Toghe Lucane.

Che poi Berruti facesse parte del collegio che ha pronunciato la sentenza di condanna nei confronti di de Magistris non è un’insinuazione, ma puro sberleffo del destino.

(3. continua)

Una strada per salvarci dai debiti

LA STAMPA
31/12/2008
PAOLO CIRINO POMICINO


La gara tra ottimisti e catastrofisti non ci appassiona perché senza volerlo il discorso sulla crisi economica italiana viene fuorviato. Una crisi finanziaria internazionale ha innescato una crisi dell’economia reale che interessa tutti i Paesi, anche quelli emergenti che ci avevano abituati a tassi di crescita annuali tra l’8% e il 10%. È il mondo in crisi. La gente ha meno soldi per consumare, le imprese producono sempre meno, gli Stati hanno meno soldi per le opere pubbliche e sono oppressi da richieste di più forti ammortizzatori sociali. Questo stato di cose è figlio d’una cultura scellerata che ha confuso l’economia di mercato con una grande prateria dove si può cacciare di tutto e senza alcuna regola. Con grande ritardo i governi ne hanno preso atto e tentano di porvi rimedio con interventi per dimensioni e qualità senza precedenti secondo la naturale scaletta che vede in fila il sistema del credito, quello delle imprese, le opere pubbliche, le famiglie.

L’Italia ha chiara la scaletta degl’interventi ma si è fermata a interventi piccoli ancorché utilissimi. La social card di 40 euro mensili, l’estensione a molti lavoratori, precari compresi, degli ammortizzatori sociali, bonus una tantum per famiglie bisognose e tante altre piccole misure, sono un insieme di provvedimenti che danno sollievo alle fasce più deboli ma non sono quella manovra anticiclica che la situazione richiederebbe. Negli ambienti dell’economia si dice che il macigno del debito pubblico ce lo impedisce. Bisogna smettere con l’alibi del debito del passato perché governi di colore diverso hanno avuto ben 17 anni (un’era geologica in politica) per ridurlo e invece è cresciuto rispetto al 1991. Se un Paese non cresce aumenta il proprio disavanzo annuale e il debito. In questi 17 anni la guida dell’economia italiana è stata posta sempre nelle mani di tecnici e professori e l’Italia è scesa all’ultimo posto in Europa per debito accumulato e per tasso di crescita. Se aspettando la ripresa internazionale riuscissimo a ottenere almeno uno dei due obiettivi, quello del risanamento dei conti pubblici, noi apprezzeremmo convinti l’inazione di Tremonti. Purtroppo accade il contrario. Non investiamo perché abbiamo il debito pubblico, l’economia va in recessione in maniera ancora più grave (per il 2009 rischiamo di raggiungere il meno 2), le entrate tributarie crollano più delle spese tagliate, il disavanzo aumenta e con esso il debito.

Come si vede recessione e disavanzo vanno di pari passo. Nel 2008 in ogni trimestre è sceso il Pil e aumentato il disavanzo che si attesterà intorno al 3% a fine anno (nel 2007 era 1,9%) e nel 2009 sarà al 3,5%. Chiunque abbia sale in zucca, dovrebbe scegliere una strada diversa, quella d’incominciare a crescere investendo in quella scaletta prima descritta (sistema creditizio, imprese, opere pubbliche, famiglie) per invertire il ciclo e avviare così anche il risanamento della finanza pubblica. Giustamente Tremonti non vuole ulteriormente indebitarsi ma una strada ce l’ha e non può non conoscerla. Vendiamo alla Cassa depositi e prestiti, che ha cento miliardi di liquidità, e ad enti previdenziali privati (notai, commercianti, medici, giornalisti) immobili utilizzati dallo Stato per almeno 15 miliardi di euro offrendo rendimenti di mercato (tra 5,5% e 6%). Immettiamo questi 15 miliardi, che non aumentano il debito pubblico, nell’economia reale secondo un saggio equilibrio tra imprese, famiglie, opere pubbliche e vedrete come l’Italia ricomincerà a crescere con un circuito sempre più virtuoso capace di raggiungere quanto prima il pareggio di bilancio. Diversamente aspetteremo attoniti il Godot della ripresa internazionale e quando essa arriverà non saremo in condizioni che di prendere solo un pezzetto di coda perché in 15 anni il Paese non ha saputo affrontare quei nodi strutturali che ancora lo strozzano e che l’hanno sempre più relegato tra gli ultimi in Europa. L’Italia ha ancora benzina da utilizzare come lo scarso indebitamento delle famiglie e un buon risparmio nazionale. Restare fermi è da suicidi a meno che non si voglia drammatizzare fino all’estremo una situazione già difficile per un’operazione politica di unità nazionale che non riuscirebbe e che sarebbe pertanto rovinosa.

p.cirino_pomicino@tiscali.it

Non è Tonino il "tallone" del Pd

LA STAMPA
31/12/2008
STEFANO PASSIGLI

Anche se la recente direzione del Pd ha respinto l’invito di Follini a rompere con l’IdV è innegabile che la secca sconfitta in Abruzzo abbia dato nuovo vigore a quanti giudicano una scelta sbagliata l’alleanza con Di Pietro. Ora, che l’IdV ne stia erodendo il consenso elettorale è indubbio, ma che il rimedio per il Pd stia nella rottura con Di Pietro piuttosto che in un serio esame delle ragioni per cui l’IdV cresce e il Pd cala è altamente opinabile.

Il Pd cala non per la presenza dell’IdV, che anzi consente di mantenere nell’ambito di un’opposizione riformista voti destinati all’astensione (Abruzzo docet), o che tornerebbero ad indirizzarsi (almeno nelle elezioni europee, grazie all’assenza di sbarramenti) verso quei partiti della sinistra radicale esclusi dal Parlamento dalla legge Calderoli. Il Pd cala per quattro ragioni: in primo luogo, perché il partito non ha saputo ancora darsi una precisa identità, come ben mostrano le divisioni al suo interno sulle questioni bioetiche (numerosi sono i parlamentari e aspiranti sindaci che non hanno votato al referendum abrogativo della legge sulla fecondazione assistita promosso dal partito), sulle politiche istituzionali e in particolare sulla legge elettorale, e i sempre più frequenti casi di dissenso in materia di riforma della giustizia, e persino di politiche scolastiche o di welfare. A ciò si aggiunga il progressivo venir meno - a tratti quasi un’epurazione - d’una delle grandi componenti storiche del riformismo europeo: quella del riformismo laico e liberal-democratico che tanta presenza ha ancora nell’università, nell’informazione, nelle professioni, nell’imprenditoria, con il conseguente indebolirsi del Pd proprio nella società civile e il suo tornare a chiudersi in un’autoreferenzialità di ceto politico ex Ds ed ex Margherita.

Una seconda ragione sta nel carattere della vita interna del partito: a gruppi parlamentari che il Porcellum elettorale ha voluto nominati e non eletti dai cittadini, né scelti da iscritti ancora non esistenti, si uniscono in un mix devastante organi nazionali largamente cooptati, e organi locali espressione di ponderate alchimie tra i partiti d’origine. Il risultato è una vita democratica asfittica e l’accentuarsi di quel carattere di leaderismo personalistico che si avvia a essere comune a tutti i partiti italiani, con la conseguenza, laddove le leadership non siano consolidate, di forti tensioni tra i gruppi al vertice del partito e una diffusa conflittualità a tutti i livelli, ragione non ultima della crescente disaffezione del suo elettorato.

La terza e maggior ragione della caduta di consenso nei confronti del Pd sta nell’emergere di una questione morale che anche se limitata a poche ben specifiche situazioni ha un forte impatto proprio per le aspettative di intransigente moralità che i partiti eredi del vecchio Pci hanno sempre ispirato al proprio elettorato.

Infine, e non ultima causa, alcuni irrisolti nodi politici, dalla collocazione europea del partito alla strategia delle alleanze: posto che i risultati elettorali hanno reso evidente che la «vocazione maggioritaria» non poteva intendersi come aspirazione all’autosufficienza, il nodo della politica delle alleanze diviene prioritario.

In questo contesto affermare che l’alleanza con l’IdV permette a Berlusconi di delegittimare tutta l’opposizione indebolendo il Pd, o che essa fa pagare al Pd un prezzo elettorale, rischia non solo di non cogliere le vere cause delle difficoltà del partito, ma di accrescerle. Il successo di Di Pietro è la conseguenza e non l’origine delle difficoltà del Pd: i dati di sondaggio suggeriscono che una rottura con Di Pietro, specie se unita a posizioni che autorizzassero rinnovati dubbi sulle capacità di opposizione del Pd, ne accelererebbe fortemente il declino elettorale. È solo all'interno di un cartello di opposizioni, e solo recuperando la sua iniziale e pluralistica vocazione a rappresentare tutte le tradizioni del riformismo italiano (e non solo quelle della sinistra post-maxista e del cattolicesimo democratico) che il Pd potrà ritrovare la funzione di innovazione politica che si era prioritariamente assegnata.

L'alberello del buon teppista

LA STAMPA
31/12/2008
LUCIA ANNUNZIATA


Di questa storia che sto per raccontarvi sono testimone diretta. Implicata, anzi. A causa di un paio di spintoni nel fianco.

Immaginate come luogo una delle nostre molte località di montagna. In questo caso sono le discese di Mont'Elmo, alta Val Pusteria al confine con l'Austria, posto quieto di famiglie. Non ci sono qui mondanità ed esibizioni, ma, come si dice, anche qui arrivano i tempi moderni, anche qui, secondo quel birignao della modernità che vuole sempre che tutto sia peggio di prima, le vacanze non sono più quelle di una volta. Le piste soprattutto. Affollate di ragazzini, di pirati delle discese, di dilettanti allo sbaraglio. Quella montagna che una volta era il momento della intimità è diventata solo un altro momento della folla corsa con cui misuriamo la nostra vita su e contro quella degli altri.

Non è difficile, per pura deformazione professionale, ripassarsi in mente tutti questi pensieri mentre, in fila davanti all'autobus che ci riporta dal fondo delle piste nei vari paesini, ci sorbiamo ognuno la regolare dose di spinte per salire. Sci che si ficcano nei polpacci, gomiti che allargano gli spazi di passaggio, qualche ginocchiata ben diretta sono il pane quotidiano di chi vuole frequentare il servizio pubblico che raccorda le varie piste. Specie mentre fa buio il 24 dicembre, e tutti corrono a prepararsi.

Nella calca di ragazzetti dal gomito facile si distingue uno, con una fiammante tuta rossa, casco e scarponi ancora allacciati, che si fa largo con la sua decina d'anni a colpi di spintoni, brandendo alto un piccolo abete. Prende la rincorsa fra tutti, riesce grazie alla foga a salire per secondo e mentre tutti lo riempiono di improperi, conquista il posto su cui aveva messo gli occhi: la prima fila, dove si infila, mettendo al sicuro, tra sé e il finestrino, l'abetino - un alberello spezzato a mano alla radice, con poche file di rami radi, storto alla cima, così brutto che l'occupazione di un posto intero per salvaguardarlo appare una vera provocazione a chi è rimasto in piedi. Teppisti moderni.

Alle dieci di sera, al suono delle campane, l'intera San Candido è chiamata alla messa nella austera chiesa medievale che segna il centro della cittadina. Le pareti spesse, il campanile quadrato, e il cimitero che lo circonda danno a questo centro uno speciale silenzio in cui si entra con la massima concentrazione.

Ogni volta che si apre, la massiccia porta lascia passare il suono del coro in tedesco che ci accompagnerà fino a mezzanotte, e un fascio di luce. La luce illumina la neve e le tombe che in tante file, guardate da semplici croci di ferro, girano intorno alle mura della chiesa. E' il cimitero di questa comunità fin dal medioevo, dove i defunti di oggi si distinguono solo per i lumini accesi dai più antichi ormai senza nome.

Due file più in là dell'entrata, su una di queste semplici tombe qualcuno ha deposto un alberello. Così brutto che non è possibile che ce ne siano due uguali.

Mi avvicino, ed effettivamente non potrebbero mai essercene due di abeti così. E' lo stesso, basso, con i suoi radi rami, storto alla cima che ho visto in mano al teppistello in bus poche ore prima. E' ora davanti a questa croce, messo su con un po' di foga, formando una piccola montagnola di neve per fermarlo. Mi avvicino ancora. L'albero adorna una croce su cui, in un ovale di ferro, c'è la foto di una vecchia signora, con i capelli raccolti in una crocchia. Ha un lungo nome in italiano e in tedesco, e una data di morte: 2005. Ma per suo nipote è ancora Natale con lei.

Non so se sono più commossa o più pentita delle mie generalizzazioni sui ragazzini.

"Carlo mi diceva: amo te, non mia moglie"

IL CORRIERE DELLA SERA

«Ho deciso: metto un punto fermo a questa storia e torno a casa, in Romania. Dopo quattro anni è arrivato il momento di dire la verità. Non chiedo nulla, come ho sempre fatto, del resto. Sento che lui non percorrerà i 1.800 chilometri che ci separano. Non verrà a riprendermi». Marina Cretu, fino al 17 dicembre scorso fidanzata di Carlo Ancelotti, esce dall’ombra e dal silenzio in cui ha vissuto a lungo al fianco dell’allenatore del Milan.

Signorina Cretu, perché ha chiesto di parlare con Novella?
«Perché il legame con Carlo forse è finito. Ed è giunto il tempo di dire che non mi sono mai fatta pubblicità approfittando del suo cognome, che non sono una sfasciafamiglie, che non sono la solita rumena che va in Italia a caccia di un uomo ricco e potente. Come hanno scritto i giornali rumeni dopo l’intervista a Carlo pubblicata da Novella».

Perché usa la parola “forse”? Suona quasi un ricatto sentimentale...
«Uso la parola “forse”, per addolcire il mio dolore: sono innamorata di Carlo, anche se ho detto basta. Torno a casa per pensare a come rimettere insieme la mia vita e anche, per rassicurare mia madre Viorica, disperata per i risvolti delle mie vicende sentimentali. Parto da zero, anzi no, da me».

Quando e come ha conosciuto Carlo Ancelotti?
«A Modena, il 4 ottobre 2004. Allora, lavoravo al Modena Calcio come hostess durante gli eventi della squadra».

Vi siete messi subito insieme?
«Più che metterci insieme ci siamo scambiati lunghe telefonate per un anno. Io ero appena uscita da una convivenza con un altro uomo, lui era molto deluso dalla sua storia matrimoniale».

E dopo quell’anno come sono andate le cose?
«Ho lasciato tutto per venire a Milano. E quando dico tutto, parlo di lavoro. Nessuno mi ha mai mantenuta. A Modena collaboravo a Tele Radio Città: ero la valletta di Gialli di notte, un talk show. I primi tempi muta come un pesce, sapevo poco l’italiano, poi sono andata a scuola e ho iniziato a muovere i primi passi: leggere le pagelle in trasmissione, presentare gli ospiti. Ho anche fatto qualche spot pubblicitario. Di sera due volte la settimana in discoteca, con una piccola collaborazione come ragazza immagine».

Dunque, lei nel 2006 sbarca a Milano...
«
Sì, ho comprato una casa a Rho per stare vicina a Carlo».

Di che vive?
«Del mio. Grazie ai miei risparmi e a un’eredità ricevuta da una nonna, con una parte della quale avevo anche iniziato una piccola attività immobiliare in Romania, congelata per seguire Carlo».

So che lei però ha fatto un provino a Milan Channel. Ancelotti lo zampino deve avercelo messo...
«Non nego di avere ottenuto quel provino, ma deve essere andato male: non ho mai più sentito nessuno. Se vuole dire che Carlo mi ha dato da vivere o che mi abbia facilitato la strada, si sbaglia. L’unica “raccomandazione” è stata per una collaborazione con l’uffico stampa del Milan che è durata pochi mesi, perché il 3 maggio 2008 Carlo è venuto a vivere a casa mia e mi ha chiesto di lasciare l’incarico, per non mescolare vita privata e professionale. Ma ho continuato a essere sempre al suo fianco alle feste, alle cene. Il 15 dicembre ero seduta al suo tavolo per il party natalizio del Milan, mi ha sempre presentato, ai calciatori e alle loro mogli, come la sua fidanzata. A Capodanno sarei dovuta andare a Dubai con lui e la squadra».

Carlo ha convissuto con lei sino a qualche giorno fa?
«Le sue cose sono ancora a casa mia, ma da metà settembre ne è uscito. Da allora ha abitato un po’ a Milanello e un po’ da suo figlio. Oggi penso che avere scelto di vivere insieme sia stato un errore: Carlo avrebbe dovuto starsene in un posto suo, io dovevo essere paziente. Ma lui mi ha detto “Vengo da te, a rifarmi la vita”. Gli ho creduto».

Perché avete interrotto la convivenza?
«
Perché una sera ho scoperto che mi diceva delle bugie».

Che bugie?
«Quella sera mi aveva detto che sarebbe andato a cena con i figli, ma quando è tornato nel nostro appartamento era turbato. Ho intuito che c’era qualche cosa sotto, ho forzato la mano e lui ha confessato di essere uscito con la moglie».

E lei gli ha fatto una scenata di gelosia...
«Sì sono gelosa, ma soprattutto non sopporto chi mi mente. Con Carlo c’era l’impegno a dirsi tutto, con sincerità... Ma ho bisogno di fare un passo indietro».

Lo faccia.
«Quella sera non è stata che l’ultima goccia. C’erano dei precedenti, dopo le vacanze estive che abbiamo trascorso in viaggio, lui è andato negli Stati Uniti con i figli. Ne è tornato diverso, tesissimo. A dirla tutta, la convivenza sin lì non era stata rosea: Carlo era sempre triste, nonostante i miei sforzi, ma mi ha sempre rassicurato. Dopo il viaggio negli Usa però mi sono accorta di continui messaggini, telefonate... tutti con sua moglie».

Scusi, ma 25 anni di matrimonio non si cancellano.
«Certo, la penso anch’io così. Ma ero convinta che Carlo non mentisse quando ammetteva con me che un matrimonio finito è preferibile a un matrimonio finto. Del resto sapevo due cose: lui era andato via da casa sua e stava procedendo con la separazione, ho parlato anch’io di questo con il suo avvocato».

E invece?
«Ho scoperto che lui non aveva parlato di me e dei nostri progetti alla moglie».

Come l’ha scoperto?
«Facendo un errore, il 3 settembre scorso le ho telefonato. E mi sono presentata come la fidanzata di Carlo».

Per sentirsi dire?
«Che ignorava la mia esistenza e che di separazione non si parlava. Lei aspettatava il ritorno di Carlo a casa».

E lei come ha risposto?
«Chiedendo spiegazioni a lui. Che non sono arrivate. Carlo mi ha rimproverato quella telefonata, è uscito di casa. Ci siamo rivisti dopo una settimana per riprendere daccapo, come fidanzati».

Accade a volte di ritrovarsi tra due fuochi. Forse il signor Ancelotti è innamorato di entrambe...
«Credo di sapere di Carlo una sola cosa: che ama me, me l’ho ha detto mille volte. Non credo agli amori a mezzo servizio, non ci crede lui. E allora vorrei mi dicesse in faccia perché, se il suo cuore gli parla di me, lui non lo segue».

Perché è così sicura che Ancelotti non seguirà il suo cuore?
«Da una cosa piccola, ma per me significativa. Sua moglie, durante una recente telefonata mi ha detto di avergli dato un ultimatum: rientrare a casa il 23 dicembre, in occasione delle festività natalizie per trascorrerle insieme sotto il tetto coniugale. Ho chiesto a Carlo di limitarsi a far le feste con i figli in casa del padre, ma di non vivere con lei così tanti giorni. Lui mi ha risposto “Non posso non farlo”. Credo si senta in colpa».

Di che cosa?
«Di non avere coraggio, di avermi lasciata da sola di fronte alla scelte per il futuro. Ma Carlo è così ed è la cosa che mi ha sempre fatto molto male».

Così come?
«È un uomo dolcissimo, affettuoso, ma quando si tratta di sentimenti, i suoi, non prende partito, non decide. Preferisce soffocarli pur di stare quieto. Quieto dentro un matrimonio finito, non certo per colpa mia e di Carlo, e anche finto».

C’entra qualcosa la moglie?
«Non voglio parlare di sua moglie».

Cosa gli ha detto quando l’ha lasciato?
«Che mettevo le mani sul fuoco che non sarebbe venuto a prendermi».

E Ancelotti cosa le ha risposto?
«
Di non metterle sul fuoco. Comunque rispetto le sue decisioni e so che sarà felice. Anche senza di me. Lui è protetto...».

Da chi?
«Da un piccolo angelo, lassù che rimpiange di non essere su questa terra insieme a noi due. Non mi faccia dire altro».

Rossana Lacala
30 dicembre 2008

Vendola: Rifondazione? Casa di spettri

IL CORRIERE DELLA SERA

ROMA - «Se dobbiamo parlare di ciò che sta accadendo a Liberazione, va bene. Ma di quel signore, di quel presunto guru, di quel...».

Massimo Fagioli, lo psicoterapeuta che definì Sigmund Freud «un autentico cretino» e che di lei, presidente, ha invece detto...
«L'ho letta l'intervista che ha rilasciato al Corriere... ma che linguaggio usa questo signore? Quella frase, su di me, che ora nemmeno ricordo più... perché l'ho subito rimossa e...».

Fagioli dice che lei è libero di andare a letto anche con un termosifone, ma di non poter essere, al tempo stesso, gay, cattolico praticante e comunista.
«Siamo alla sublimazione della volgarità, o no?».
(Nichi Vendola è nato a Terlizzi, vicino a Bari, 50 anni fa ed è una persona colta, sensibile, un affabulatore straordinario, un omosessuale dichiarato, che porta l'orecchino con disinvoltura e dice che gli sarebbe piaciuto avere un figlio, o almeno fare il maestro d'asilo: il fatto è che dopo essersi laureato in Lettere con una tesi su Pier Paolo Pasolini, fece il cameriere, poi il venditore di libri per l'Einaudi, quindi entrò nel Pci e, quando Occhetto gli cambiò nome, pianse e seguì Fausto Bertinotti. Che l'ha fatto diventare deputato di Rifondazione, e poi Presidente della Regione Puglia. Da reggente del regno che fu di Federico II, Vendola avrebbe voluto succedere allo stesso «lider maximo » e a Franco Giordano: ma al congresso di Chianciano, a sorpresa, la sua compagnia fu sbaragliata dalle truppe di Paolo Ferrero).

Continuiamo da Ferrero?
«No, mi faccia prima dire un'altra cosa su questo Massimo Fagioli, che io, per altro, non conosco...».

No?
«Personalmente, mai incontrato. Mi sono sempre rifiutato».

Ma davvero?
«Perché tanto stupore?».

Perché non è un mistero che Fagioli, negli ultimi anni, abbia spesso ispirato Fausto Bertinotti: la sua più importante svolta politica, la sfida del percorso non violento, è stata un'elaborazione fagiolina. E siccome lei di Bertinotti è grande amico...
«Quello della sua amicizia con Fagioli è un argomento che non ho mai affrontato con Fausto».

Non le sembra un'amicizia sorprendente?
«Mah... è probabile che il vero pensiero di questo guru violento sia sempre stato nascosto da ragionamenti sofisticati, in cui non si vedeva il fondo, che è melmoso, pruriginoso...».

Prosegua.
«Finge di ispirare un percorso di non violenza e poi taglia a fette gli altri. La verità, temo, è che su un lettino, a farsi psicanalizzare, dovrebbe finirci lui... È un uomo pieno di ossessioni, di pregiudizi... è un omofobico, un anticattolico, un anziano che detesta i giovani, i loro sogni e chi questi sogni li racconta».

Dice che Piero Sansonetti, il direttore di Liberazione, è un bimbo fermo al '68.
«Ecco, appunto. Perché insultare? I temi di fondo, nel dibattito sul futuro di Liberazione, dovrebbero essere altri, o no?».

Li elenchi.
«La libertà d'informazione, e l'autonomia di una redazione. Punto. Fine. Nient'altro».

Lei è molto amico di Sansonetti, che però è accusato da Ferrero di...
«Senta: io non sono lo sponsor di Sansonetti. Nell'ultimo anno, con Sansonetti avrò parlato al telefono non più di cinque volte...».

Non ci credo.
«Giuro».

Mah.
«No, davvero: qui dev'esser chiaro che Sansonetti non è il direttore del giornale della mia corrente. Sansonetti è il direttore di un quotidiano che in questi anni è sempre stato al centro del dibattito politico, e che ha scatenato polemiche, suscitato riflessioni, provocato, raccontato, denunciato. Di questo dobbiamo parlare: Liberazione è stato un laboratorio che ha funzionato oppure no?».

Ferrero pensa di no.
«Beh, certo: immagino che Ferrero voglia un giornale in linea, di linea».

Più semplicemente, Ferrero vuole un giornale di partito. Che metta in prima pagina il pensiero del segretario.
«Cioè, per capirci: Ferrero vuole un giornale fatto come si sarebbe fatto nell'altro millennio...».

Intanto il Cda è stato costretto alle dimissioni. I giorni di Sansonetti sembrano contati.
«Si assumeranno la responsabilità di tutto».

Ritanna Armeni, che di Liberazione era anche consigliere di amministrazione, ha scritto sul Riformista un commento dal titolo: «Rifondazione è morta».
«Quella di Rifondazione è un'agonia lenta e dolorosa... cominciata, direi, alla vigilia del congresso».

Che lei, Vendola, ha perso. Questa vicenda di Liberazione può accelerare un processo di scissione?
«Sa, un partito che considera esagerato riflettere sui diritti dei trans e preferirebbe interrogarsi sulle ragioni del crollo del Muro di Berlino, come dire? non è già più un partito, ma una casa piena di spettri».

Fabrizio Roncone
31 dicembre 2008

I 150 ragazzini di Lampedusa: chiusi nel centro da settimane

IL CORRIERE DELLA SERA

LAMPEDUSA — «Non si può sequestrargli il pallone?» chiede la donna che spazza il cortile. «No — risponde il direttore — perché?». «Perché continua ad arrivarmi in testa». E proprio in quel momento, un ragazzino che corre palla al piede per il centro di accoglienza quasi travolge un poliziotto.

Dall'altra parte dello spiazzo ci sono una quindicina di materassi per terra. Un gruppo di giovanissimi egiziani domenica scorsa ha passato la notte lì, all'aperto. «Fanno una sorta di sciopero del sonno perché l'attesa per andare in casa-famiglia è lunga» spiega il direttore del centro, Federico Miragliotta. Ha 30 anni e con una squadra di coetanei governa la struttura di accoglienza più complicata d'Italia. In questi giorni di emergenza ha lavorato anche in cucina, alla macchina sigillatrice, confezionando piatti di pastasciutta. Insomma ci mette passione, ma per il problema dei «minori non accompagnati» chiusi qui dentro non può fare molto: le case-famiglia siciliane, le sole in cui i ragazzi che sbarcano a Lampedusa possono essere ospitati, sono piene. Anzi, sovraffollate. Ce ne sono 25, per legge dovrebbero tenere non più di 10 giovani ma spesso ne accolgono 50. Trovare posti è difficile e alcuni minori aspettano da settimane.

Ieri si è riusciti a farne partire 43. Secondo Save the Children, che lavora all'interno del centro lampedusano e da tempo chiede che il sistema di accoglienza dei minori si allarghi a tutta Italia, sull'isola ne restano 153. Vivono assieme a un centinaio di donne nell'area più vicina al cancello d'ingresso, che in teoria dovrebbe contenere 70 persone. Mangiano all'aria aperta, seduti qua e là, o dentro una tenda di plastica dove è finito chi non entrava nei container. La mensa è piccola e da tempo è adibita a «laboratorio di confezione pasti». Lo chef Stefano Signorino, 29 anni, ha lavorato a Londra e in Grecia, in alberghi e ristoranti. Ora fa da mangiare per gli immigrati: tra il 26 e il 29 dicembre ha sfornato una media di 6 mila piatti al giorno. Vive circondato da bancali colmi di latte di ceci e fagioli, torri alte tre metri fatte di casse piene di frutta. Annuncia: «Stasera uova». E indica dieci cartoni da 360 uova l'uno. La cella-frigo è un camion che in passato trasportava surgelati. «Il motore non va quasi più — dice — ma il frigo sì, e a noi serve anche da fermo».

In questo posto a metà tra un piccolo paese e un campo profughi, è bastato che per un giorno, domenica scorsa, il camion della nettezza urbana non passasse per veder spuntare cumuli di rifiuti. Del resto, la popolazione del centro per lunghi periodi dell'anno non scende sotto le 1.000 persone: costrette a vivere a contatto di gomito e a dividere 80 bagni e 90 docce. Ci sono panni stesi sulle ringhiere, gente affacciata ai ballatoi, e c'è un numero impressionante di ragazzi. In media hanno 16 o 17 anni, ma alcuni sono più piccoli. «Vederli fa venire l'angoscia» dice un funzionario del Viminale. Poi cita papa Ratzinger. «Qui si impara a lavorare con umiltà, come servi nella vigna del Signore. Pensando che l'"altro" è una persona. E queste, per la maggior parte, sono brave persone». I numeri della Questura di Agrigento dicono che, su circa 31 mila arrivi nel 2008, a Lampedusa la polizia ha arrestato (o fermato) 322 persone; 138 sono presunti scafisti. I richiedenti asilo — quelli veri, che ne hanno diritto, non chi «ci prova» — sono molti di più: nel 2007 una persona su 3 fra quelle sbarcate qui ha fatto domanda, e 1 su 5 ha ricevuto protezione dallo Stato.
L'Italia vista da Lampedusa sembra un Paese sottosopra: non è un fatto geografico, è che le contraddizioni su questa isoletta acquistano evidenza. Quaggiù, in uno scenario da Far West mediterraneo, uomini in divisa si fanno onore uscendo con qualunque mare per salvare vite umane. Le vite di persone che poi, spesso, sono trattate come «un problema».

Il centro di accoglienza, che per anni è stato indicato come una vergogna d'Italia, è incasinato ma è cambiato in meglio. La nuova sede è più gestibile e (soprattutto se gli ospiti non sono 1.600) si fa di tutto per ricevere dignitosamente uomini e donne che poi magari verranno espulsi, non se ne andranno, diventeranno «clandestini», e forse un giorno «riemergeranno» a Brescia, in Toscana, o a Treviso, con un lavoro normale. Per ora stanno ammassati a centinaia dietro le grate che delimitano la zona destinata agli adulti maschi. La polizia li sposta a gruppi. Una colonna parte per il trasferimento verso i Cie e incrocia le schiere dei migranti in entrata, i nuovi venuti. Quindici di loro, dopo la visita medica, restano in infermeria: prima che si mescolino con gli altri ospiti, i dottori devono liberarli dalle piattole. Ogni persona che mette piede qui dentro passa dalle mani di Carlo o Giuseppe, i due medici, entrambi specialisti in anestesia. Li affiancano due infermieri, che fanno turni di 7 giorni consecutivi «h-24», e un team dell'Istituto nazionale per la promozione della salute dei migranti e la lotta alle malattie della povertà: c'è una dermatologa, una psicologa. Si chiama Daria e i ragazzi la corteggiano con una canzone: «Mia mia tabiba navsia», vuol dire «la psicologa è bella».

I migranti le hanno raccontato centinaia di storie. Alcune hanno il lieto fine: «Un nigeriano sbarcato qui chiese se mesi prima era passata una donna incinta; sua moglie. La polizia l'ha rintracciata in una casa per giovani madri di Pescara e lui ha potuto conoscere sua figlia». Oppure Tatù, «il parrucchiere trans tunisino, scappato dall'Africa con le due ragazze che nel suo salone facevano shampoo e tinte. L'Italia gli ha dato asilo e Tatù qui al centro suggeriva alle sue colleghe di presentarsi come una coppia di lesbiche per non essere respinte». Altre sono storie drammatiche: c'è chi in Libia ha visto i trafficanti di uomini picchiare o uccidere un compagno di viaggio. E chi racconta di naufragi mai entrati nelle statistiche: «Trecento sono morti in questi giorni» dice Hammami. È tunisino, nel 2002 ha sposato una ragazza di Padova e in Veneto lavorava fino all'estate scorsa quando, per una leggerezza sulla durata del permesso di soggiorno nel corso di un viaggio al suo Paese, è ridiventato clandestino. Sta appoggiato a un container sul quale è appeso un disegno: una barca circondata dai delfini, con sopra un elicottero e dentro i migranti bambini.

Mario Porqueddu
31 dicembre 2008

Berlusconi: «Non è Di Pietro che pilota le inchieste sul Pd»

IL CORRIERE DELLA SERA

MILANO - Di Pietro dietro le inchieste sul Pd? Una «sciocchezza assoluta». Silvio Berlusconi, in una intervista al Giornale, è categorico. «Non sono un esperto di complotto - dice il premier - so però che in Italia ci sono duemila pm fuori da ogni controllo». Per questo «affermare che ora sono pilotati da Di Pietro mi sembra una sciocchezza assoluta». Il Cavaliere ribadisce la sua posizione «garantista con tutti, specialmente nei confronti dei nostri avversari politici». Quindi non entra nel merito «di accuse che attendono tre gradi di giudizio». Però «è certo: la sinistra pensava di essere 'diversa', di avere una sorta di monopolio dell'etica. Non è mai stato vero nel passato, non è vero adesso».

PENSIONI - Berlusconi affronta poi alcuni dei principali temi politici ed economici. Sulla parificazione dell'età pensionabile delle donne dice: «Si potrà fare in modo graduale e volontario. Non è praticabile l'ipotesi di lasciare senza esecuzione la sentenza della Corte di giustizia europea». Berlusconi esclude comunque interventi più generali sulle pensioni. «Già in campagna elettorale avevamo escluso di intervenire di nuovo sulle pensioni - dice il premier - anche se c'era un buon motivo per farlo. Il Governo Prodi, per tenersi buoni i sindacati, aveva infatti manomesso la nostra riforma per eliminare il cosiddetto 'scalone', con un costo di 10 miliardi di euro per il bilancio pubblico. Si tratta di un onere ingente, del tutto ingiustificato se si pensa che serve per mandare in pensione chi ha appena 58 anni ed ha davanti a sé una aspettativa di vita di almeno altri 20 anni».

TASSE - Sulla pressione fiscale: «Sono certo - spiega il premier - che entro la fine della legislatura la rivoluzionaria innovazione della finanziaria per tre anni, inattaccabile dalle lobbies parlamentari, darà i suoi frutti e ci consentirà di far scendere la pressione fiscale». Per farlo, però, oltre a «ridurre drasticamente il costo della macchina statale» bisogna intervenire anche sull'evasione fiscale. «il fenomeno è diffuso al di là di ogni immaginazione», spiega il premier, raccontando che anche a lui hanno tentato di vendere senza fattura una pianta rara per il suo parco botanico in Sardegna. «Se si arriva a questo punto di sfrontatezza, quando c'è di mezzo il presidente del Consiglio, significa che questa prassi è ritenuta addirittura normale». Ma il «federalismo fiscale ci darà grande aiuto per sconfiggere questo malcostume, perché i Comuni saranno coinvolti nell'accertamento dei redditi dichiarati».

31 dicembre 2008

«Alitalia-Air France, c'è l'accordo»

IL CORRIERE DELLA SERA

MILANO - Accordo raggiunto tra la nuova Alitalia di Roberto Colaninno e Air France-Klm per l’ingresso dei francesi nella compagine azionaria della nuova compagnia aerea come partner internazionale. Lo sostiene "Mf", sottolineando che «ormai la firma è poco più di un dettaglio e arriverà tra l’8 e il 12 gennaio», perché l'intesa «è stata raggiunta nella lunga conference call di martedì 23 dicembre tra Colaninno e Sabelli da una parte e Jean-Cyril Spinetta e Pierre-Henri Gourgeon dall'altra, con l’assistenza degli avvocati dello studio Erede, Bonelli e Pappalardo».

AL 25% - «Un lungo confronto - aggiunge il quotidiano finanziario - che ha permesso di stendere l’ossatura del contratto che porterà Air France-Klm al 25% del capitale della nuova Alitalia, con un esborso complessivo di 310 milioni (270 milioni di costo delle azioni più un premio di altri 40 milioni)».

«FAVORITO» - Nessuna conferma ufficiale all'indiscrezione, anche se fonti di Cai (che nel frattempo ha cambiato nome in Alialia) ammettono che il vettore franco olandese tra i candidati potenziali è quello favorito. Da Air France arriva un secco «no comment».


31 dicembre 2008

Cai cambia nome, ora è Alitalia

IL CORRIERE DELLA SERA

MILANO - L'assemblea di Cai ha deliberato la modifica della denominazione sociale: dal 13 gennaio la società si chiamerà semplicemente Alitalia e non Nuova Alitalia. «Abbiamo cambiato ragione sociale», ha detto il vice presidente Salvatore Mancuso (fondo Equinox). Sul partner estero, Mancuso ha spiegato che «si sta lavorando, a breve verrà fatta la scelta». Gaetano Miccichè, responsabile della divisione corporate di Intesa SanPaolo, sui tempi del partner estero aveva detto che «siamo vicini alla scelta». Mancuso, sull’ingresso di nuovi soci nella compagine azionaria, ha risposto: «Solo un socio strategico». Quanto al problema dei prezzi dei voli sollevato dall'Antitrust: «Non devo rispondere io a Catricalà».

INCONTRO CON SINDACATI - Nel pomeriggio i vertici di Cai-Alitalia si troveranno con i sindacati per discutere i criteri di assunzione applicati dalla nuova compagnia, in particolare per il personale di terra ma non di quello delle pulizie (rinviato al 2 gennaio, Cai ha deciso di esternalizzare il servizio). Sul tavolo anche le questioni di piloti e assistenti di volo, affrontate già lunedì.

FANTOZZI: «COMPAGNIA MORTA DI GRANDEUR» - Alitalia «è morta di grandeur. Nella mia relazione dico chiaramente che l'azienda ha sperperato: ci sono cinque procuratori della Repubblica al lavoro nei nostri uffici e la Corte dei conti che indaga». Lo ha detto il commissario straordinario, Augusto Fantozzi, in un'intervista al settimanale Espresso mercoledì in edicola. «Alitalia è morta di grandeur, non per il mio taglio dei voli, bensì perché si è voluta mantenere una struttura troppo ampia rispetto alle sue possibilità di produrre reddito». Secondo Fantozzi «Alitalia pagava tutto il triplo. Per esempio mandava tre auto per prendere l'equipaggio. Anche il carburante era pagato troppo». Per Fantozzi «i piloti hanno fatto un grande errore. La disponibilità a riconoscere la loro professionalità c'era, ma loro hanno preferito la guerra per il potere in azienda, lo scontro per comandare piuttosto che convincere della loro indispensabilità. L'Anpac ha frantumato se stessa».

30 dicembre 2008

Proponimento per il nuovo anno

ITALIA DEI VALORI
PANCHO PARDI
31 Dicembre 2008


Berlusconi vanta un consenso plebiscitario intorno al 70 %. Non importa che sia vero. Basta che la gente ci creda. Basta che l’opposizione sia rassegnata. Così ciò che in qualsiasi democrazia sarebbe stato impossibile in Italia diventa fatale.

Berlusconi non fa mistero di puntare al Quirinale. Meglio se con una Costituzione sfigurata in senso presidenzialista. Ma, anche a Costituzione invariata, gli piace lo stesso immaginare qualche suo protetto al vertice del potere politico e sé stesso assurto al vertice dello Stato.

Comincia un anno in cui il titolare dell’anomalia italiana si rappresenta in trionfo e schernisce un’opposizione che nel suo partito maggiore è avvilita dagli insuccessi e incrinata nella sua solidità. Questo è il momento di stabilire con la massima fermezza che non consideriamo inevitabile ciò che Berlusconi desidera a coronamento della sua resistibile ascesa. Se molti cittadini cominciano a pensare che non si può fare più niente, ci resta ancora la possibilità di dire. Cominciamo a dire che è impossibile che Berlusconi diventi presidente della repubblica.

Diciamo: un monopolista dei mezzi di comunicazione non può occupare il vertice dello Stato.
Ripetiamo: un soggetto ineleggibile e soprattutto incompatibile con l’esercizio del potere politico non può salire alla massima carica della Repubblica.
Affermiamo: l’uomo di parte non può svolgere il massimo ruolo al di sopra delle parti.

Siamo privi dei principali mezzi di comunicazione perché li ha tutti lui, ma usiamo i pochi e poveri mezzi che ci rimangono. Affidiamo il nostro messaggio alla rete. Scriviamolo dappertutto. Sulla carta e sul vetro, sulla plastica, sul cemento e l’asfalto.

Scriviamo e telefoniamo a tutti quelli che conosciamo. Persuadiamo i nostri amici a condividere l’esperienza. Allarghiamo la partecipazione. Non fermiamoci mai.
Ci resta solo la voce. Usiamola. Voci vicine e lontane possono unirsi. Possono diventare valanga: Berlusconi non può diventare presidente della repubblica.

Da parte mia, e dell'Italia dei Valori, auguro a tutti un buon 2009.

martedì 30 dicembre 2008

Cerchiamo le carte del Cavaliere

PINO CORRIAS
30 dicembre 2008

L’altro giorno il Cavaliere, sul sofà di Palazzo Grazioli, davanti a un gruppo di cronisti: “Se escono certe mie telefonate vado via dall’Italia”.
Sembrava una minaccia. Ma è assai più bello, in questo finale di Repubblica, considerarla l’allegro inizio di una gara. Da svolgersi lungo i rettilinei del prossimo (e spaventevole) anno 2009 già carico di molti cattivi auspici, ma adesso anche di una via d’uscita. Tutti i cronisti sono invitati a partecipare. E i giornali locali. E le scuole di giornalismo. Le radio, le tv, i pubblicisti e addirittura Ernesto Galli Della Loggia, il più intransigente, quando ci si mette.
Tutti, indistintamente, a scovare le carte della intercettazioni telefoniche. Verificare le carte. Pubblicare le carte. E secondariamente anche il viva voce che ha spesso l’efficacia di una pochade ad alta intensità narrativa. Scovare, verificare, pubblicare. Come farebbero gli organi di informazione dell’angloamericana libertà di stampa e in Francia, in Spagna, in Germania, in Danimarca, eccetera. Persino nella guerreggiante Israele, dove il primo ministro Ehud Olmert si è dimesso (a settembre) perché coinvolto in una minuscola inchiesta per corruzione, astenendosi da spedire missili contro la magistratura che indagava e contro la stampa che pubblicava. O lacrimare scuse nei panni della vittima. E senza che dai bunker si scatenasse quel fuoco che va insanguinando il Natale di Gaza, e il nostro.
Se escono certe carte se ne va, dice il Cavaliere. Cerchiamole. Anche se poi, una volta scovate, verificate e pubblicate, lui stesso giurerà che per il bene nostro e dei suoi cinque figli, e con suo immenso sacrificio, e per quella cospicua Italia che lo ama e amandolo lo vota, resterà per tutto l’anno a venire, domeniche comprese.

Il parlamento prigioniero

LA STAMPA
30/12/2008
MARCELLO PERA

La dichiarazione del presidente del Consiglio a favore del presidenzialismo è stata forse estemporanea, ma nessuno che avesse seguito con attenzione l’evolversi del nostro sistema politico e costituzionale negli ultimi anni dovrebbe stupirsene. In sostanza Berlusconi ha detto: «Io ho trasformato l’Italia in una repubblica presidenziale».

Epoi: «Io ho il consenso del popolo, e perciò io mi candido con elezione diretta alla presidenza della Repubblica. Perché non dovrei dare forma di diritto a ciò che già esiste, in gran parte per merito mio, in punto di fatto?».

Chi si stupisce non è stato attento a ciò che è accaduto. È in corso da tempo una crisi degenerativa che ha cambiato il nostro sistema, ne ha eroso la natura democratica, lo ha lasciato in sospeso, e ora lo espone persino ad avventure. Il federalismo, che darà un colpo d’accetta al bilancio statale e di martello all’unità d’Italia, sarà l’ultimo episodio.

Di questa degenerazione, i protagonisti e i cittadini percepiscono perlopiù i segni esteriori e li fraintendono, alla maniera di coloro che non capiscono che, guardando il dito, non si vede la luna. I parlamentari di maggioranza lamentano la loro riduzione a macchinette schiacciabottoni, il cui unico contributo intellettuale consiste nel ricordarsi che il bottone verde è il secondo da sinistra e quello rosso il primo da destra. I parlamentari di opposizione lamentano la loro trasformazione in spettatori di votazioni dall’esito scontato. Gli uni e gli altri lamentano che non possono emendare neppure una virgola dei decreti del governo, peraltro gli unici provvedimenti che sono portati in Aula, essendo da tempo scomparsa l’iniziativa parlamentare delle leggi. I presidenti delle assemblee lamentano che il governo non dia spazio al dibattito e li costringa, con i decreti, i voti di fiducia, i tempi contingentati, a fare da passacarte della sua volontà. I cittadini lamentano la distanza della politica e se la prendono con la «casta».

Ma tutto questo è colore, e comunque effetto, non causa. Le principali ragioni profonde della degenerazione consistono in due sequestri. Il primo è il sequestro della rappresentanza parlamentare. Esportata dalla Toscana, la legge elettorale su liste bloccate ha avuto due effetti immediati: il parlamentare eletto, dopo una campagna elettorale cui ha assistito da spettatore televisivo senza muovere un dito se non per fare zapping, ha perduto qualunque interesse al suo territorio di riferimento, e il cittadino elettore non ha più avuto suoi rappresentanti. Non solo costui non ha messo il naso nella loro elezione, non li ha mai visti né conosciuti, e non sa dove incontrarli. Così i gruppi parlamentari sono diventati solo la corte del leader del partito, da lui scelta in base all’affidamento personale verso sé medesimo, non a quello politico verso gli elettori. Chi oggi si lamenta della tanta piaggeria e cortigianeria che vede in giro dovrebbe anche riflettere che la legge toscana piace a tutti i capi partito, tanto che cercano di estenderla anche alle elezioni europee.

L’altro sequestro è quello, conseguente, del Parlamento. Quando, col sistema toscano, il capo del partito diventa presidente del Consiglio, il Parlamento, composto di sola gente al seguito, si trasforma in una sua propaggine esterna. E se per caso questa non risulta maneggevole e arrendevole come egli vorrebbe, ecco nascere la richiesta di riforme. Non ci è forse toccato di sentir dire che in Parlamento basterebbero una trentina di persone, oppure che si potrebbe votare solo nelle commissioni, oppure che potrebbero votare solo i capigruppo? Forse sono scherzi, ma hanno l’aria di essere freudiani. Dopotutto, a che serve il Parlamento se fa tutto il governo? E se deve fare tutto il governo, e per esso il suo capo, a che servono tante procedure?

Il sequestro del Parlamento da parte del governo ha anche altre cause. Quando il governo sigla un accordo con i sindacati, il Parlamento è chiamato solo a mettere il timbro. Quando il governo fa un’intesa con le Regioni, il Parlamento può solo ratificare. Quando il governo se la vede direttamente addirittura con alcuni pochi sindaci, il Parlamento appone la firma. E così via, con le associazioni, le categorie, i gruppi organizzati, eccetera. Per non parlare delle nomine negli enti o delle autorità.

Si obietterà che al Parlamento, anche sotto sequestro, resta pur sempre il potere di far cadere il governo. Ma non è vero. Quella minaccia è un’arma senza la punta: perché se cade il governo si rivota e i capibastone (qualifica che i capibastone danno a chi li disturba) eleggono un altro capo che ripeterà le orme del predecessore.

Solo che, di questo passo, sequestro dopo sequestro, il sistema degenera. Se poi si aggiunge la circostanza tragica che oggi in questo sistema non c’è neppure l’opposizione politica, per malattia grave sua propria e perché neanch’essa capisce le cause vere della crisi italiana, anzi le coltiva al pari della maggioranza, allora si deve concludere che, sempre di questo passo, degenera anche la democrazia. Già adesso siamo alle folle - «oceaniche» si sarebbe detto una volta - sotto i gazebo e sotto le tende delle primarie. Approfittando delle lunghe file, anziché spingere il poveretto che sta davanti, sarebbe il caso di soffermarsi a riflettere. Non certo sulla perduta «centralità del Parlamento», per metterci una toppa, come toppe sarebbero il presidenzialismo, il Senato federale, o un nuovo Csm, ma su una questione più importante e di sistema: la nostra Costituzione è ancora un patto che lega gli italiani? È ancora uno strumento efficiente e adeguato?

C’è stato un tempo in cui, soprattutto nel centrodestra, queste domande erano all’ordine del giorno. E ce ne fu un altro in cui un presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, considerato matto perché dava il meglio di sé quando faceva il matto, le pose all’attenzione di tutti. Oggi è scena muta. Ed è un grave errore. C’è solo da sperare che non si trasformi in una tragedia, il giorno in cui la crisi costituzionale e politica si dovesse combinare con una economica e sociale.

Dal carcere alla "Casa di custodia"

LA STAMPA
30/12/2008
DIEGO NOVELLI*

L’intervista con l’avvocato Niccolò Ghedini sulla Stampa di ieri («Carceri meno dure in attesa di giudizio») mi induce a ricordare che negli Anni 80 un gruppo di operatori sociali del Comune di Torino con volontari della San Vincenzo, operanti nella casa circondariale, presentarono uno studio che consentiva in 6-7 mesi di alleggerire di circa 300 unità la popolazione delle carceri torinesi. Una commissione insediata dal Comune, formata da architetti, sociologi, giuristi e operatori sociali metteva a punto un progetto esecutivo sia per la parte edilizia, sia per le modifiche riguardanti i codici, con dettagliato esame dei costi di realizzazione e di gestione. Si trattava di realizzare in città dieci Case di custodia (una per circoscrizione) con 30-40 posti letto. La scelta degli edifici riguardava case pubbliche e private da ristrutturare o già costruite ma ancora sfitte o invendute. Con poche modifiche interne si realizzavano camere (due-tre letti) e servizi collettivi (mensa, palestra, sala di svago, servizi igienici, cucina).

Le misure di sicurezza erano minori che in un normale carcere, con una drastica riduzione dei costi. Anche per il personale di servizio (o di custodia) il numero veniva ridottissimo rispetto all’attuale rapporto agenti-detenuti, utilizzando cooperative del volontariato. Nel progetto, elaborato da avvocati e magistrati, venivano individuati i «clienti» di queste nuove «Case di custodia per detenuti a rischio attenuato»: in attesa di giudizio per reati minori o a fine pena, con comportamenti durante la detenzione rassicuranti secondo i giudici di sorveglianza. In questo modo si eliminava la piaga della promiscuità, che vede un cittadino incappato in un guaio giudiziario di lieve entità stipato in una cella di mafiosi o d’incalliti criminali. Questo progetto venne dal Comune presentato al ministero della Giustizia, raccogliendo il consenso entusiastico dei ministri Martinazzoli e Vassalli, e il sostegno del direttore degli Istituti di prevenzione e pena dell’epoca, Niccolò Amato.

Scaduta l’amministrazione comunale di sinistra non se ne fece più niente. Parecchi anni dopo, durante una visita a Torino, a seguito di un incendio nel nuovo carcere delle Vallette sovraffollato (morirono alcune donne), il ministro della Giustizia Biondi si dichiarò d’accordo per rispolverare quel progetto, impegno che ribadì alla Camera. L’ultima volta che ho sentito parlare della proposta delle «Case di custodia per reati a rischio attenuato» in termini positivi fu tre anni fa durante un convegno a Roma, che trattava delle condizioni disumane delle carceri italiane. Era presente il sottosegretario alla Giustizia Manconi del governo Prodi. Poi tutto tacque.

Salta fuori Alfano con la proposta della «messa in prova», che eviterebbe il carcere per reati che prevedono una pena sino a 4 anni. Il professor Grosso ne ha scritto su La Stampa invitando il ministro (bloccato da Lega e An) a soprassedere. Alfano in più parla di revisione della legge Gozzini perché troppo «premiale» per i detenuti. Non sa che grazie alla Gozzini non ci sono più state rivolte nelle carceri negli ultimi 20 anni. Questa legge ha un effetto deterrente sulla popolazione carceraria perché in casi di disordini saltano i permessi e le licenze. Le carceri non possono essere considerate terra di nessuno, avulsa dalla città. Anche i sindaci, che hanno avuto un’ora di celebrità con bizzarre misure di sicurezza concesse dal ministro Maroni, non possono dimenticare che dietro i muraglioni delle carceri vivono delle persone, che se anche hanno sbagliato, non possono essere considerate peggio degli animali. La cultura di rinchiudere chi sgarra e di buttar via la chiave non appartiene a una società civile.

* già sindaco di Torino

Il risveglio della Germania


LA STAMPA
30/12/2008
VITTORIO EMANUELE PARSI

E’un diritto legittimo di Israele proteggere la propria popolazione civile ed il proprio territorio» e la responsabilità dell’attacco israeliano a Gaza è «chiaramente ed esclusivamente» di Hamas, che ha unilateralmente «rotto gli accordi per il cessate-il-fuoco» e dato avvio a un «continuo lancio di razzi in territorio israeliano». Per il momento in cui arrivano, a 48 ore dall’inizio del durissimo esercizio di autodifesa messo in atto dal governo di Gerusalemme, le dichiarazioni attribuite alla cancelliera Angela Merkel dal suo portavoce sono politicamente molto pesanti.

Sono pesanti anche per l'appoggio oggettivo che forniscono a Mubarak e Abu Mazen. Ma sono ancora più significative perché, nel ribadire il pieno sostegno tedesco a Israele, rompono le modalità felpate con cui tradizionalmente la diplomazia tedesca era usa muoversi nella regione. Sembra quasi che, dopo un lungo periodo di sonno, la Cancelliera abbia deciso di scegliere un momento e un tema cruciali per sancire il ritorno della Germania sulla scena della grande politica estera. Fino ad ora, infatti, Merkel si era distinta in politica estera per una visione piuttosto angusta. Certo, sui temi della crisi economica la Germania aveva svolto il suo tradizionale ruolo di mastino del rigore. E però, anche in quel campo, la Cancelliera era sembrata soprattutto muoversi come capo del governo tedesco più che come possibile leader dell'Unione.

Paradossalmente, dopo essere stata tra i principali protagonisti e beneficiari della trasformazione del sistema internazionale post Guerra fredda, era come se la Germania si fosse progressivamente appartata dalla grande politica internazionale, interpretandola sempre più in chiave quasi esclusivamente strumentale rispetto alle vicende di politica interna. In fondo, le stesse modalità plateali della «grande frattura» consumata da Schroeder nei confronti di Bush in occasione della guerra in Iraq, che pure aveva segnato una crisi acuta nei rapporti tra Berlino e Washington, erano sembrate dettate principalmente da motivi di politica domestica. Fu proprio grazie al clamore con cui rivestì la propria polemica nei confronti dell'amministrazione americana, infatti, che Schroeder riuscì inaspettatamente a vincere elezioni in cui era dato per spacciato.

Ora, al crepuscolo di un semestre di presidenza francese tanto attivista quanto alla fine, purtroppo, poco concludente (si pensi alle modalità suicide con cui Parigi ha gestito il lancio di un'iniziativa pur cruciale e strategica come l'Unione Euro-Mediterranea), la Germania sembra volersi candidare a riassumere quel ruolo guida, senza il quale la politica estera dell'intera Unione resterebbe un mero esercizio retorico. Il fatto è stato immediatamente colto in Francia, e non proprio benevolmente, si direbbe. In sole 48 ore, alle dichiarazioni più critiche verso Israele rilasciate dal presidente Sarkozy hanno fatto seguito quelle attribuite alla Cancelliera e la convocazione d'urgenza da parte dell'Eliseo di un vertice sulla crisi di Gaza, proprio nell'ultimo giorno prima che Praga rilevi Parigi.

Difficile immaginare che Angela Merkel non avesse messo in conto la possibile irritazione di Sarkozy, sia pur non prevedendone la subitanea contromossa. Si direbbe però che Merkel stia guardando più lontano, oltre Atlantico piuttosto che sulle rive della Senna, e abbia deciso di «supplire» temporaneamente, almeno in termini di impegno politico, a quella che è stata giustamente definita la «latitanza di Washington», destinata a durare fino all'insediamento della nuova amministrazione. Il segnale mandato a Obama e al suo segretario di Stato Hillary Clinton, sembra indicare che l'Europa è pronta ad assumersi maggiori responsabilità e a giocare un ruolo più importante in Medio Oriente: spazzando innanzitutto il campo da quelle differenze di sfumature che spesso si sono prestate a qualche ambiguità, a cominciare da quelle riguardanti il sostegno convinto ad Abu Mazen e il rifiuto di considerare Hamas un interlocutore possibile fino a quando non si dimostrerà responsabile e rispettoso del diritto di Israele ad esistere. Com'è noto la Germania fa anche parte di quel «terzetto» europeo incaricato di cercare di stabilire le pre-condizioni per un dialogo diretto tra Usa e Iran sulla questione del programma nucleare iraniano. Una Germania meno «cerchiobottista» a Gaza potrebbe, contemporaneamente, trovare più ascolto a Gerusalemme e a Washington nel tentare fino all'ultimo di scongiurare pericolose opzioni militari e chiarire a Teheran che giocare la carta di una possibile spaccatura occidentale potrebbe rivelarsi una tragica illusione.

Genova, clochard trovato morto

LA STAMPA
30 DICEMBRE 2008

GENOVA. Il cadavere di un barbone, morto probabilmente di freddo durante la notte, è stato ritrovato stamani sotto il grande portico all’ingresso del teatro Carlo Felice, nel cuore di Genova. L’uomo, di circa 40 anni, era privo di documenti. Sul posto sono intervenuti, oltre ai soccorritori del 118, vigili urbani, carabinieri ed il medico legale Aurelio Strizzoli, che dovrà accertare età e causa del decesso. L’allarme al 118 è stato dato alle 10 da un altro senza tetto che dormiva sotto il portico del teatro assieme alla vittima. Quando ha provato a scuotere il compagno per svegliarlo, si è reso conto che era morto.

La polizia municipale, che ha il compito di pattugliare le zone frequentate dai barboni quando le temperature sono particolarmente rigide, ha spiegato di non aver notato l’uomo nella ronda notturna di ieri. I compagni di strada chiamavano Babu la vittima. Dicono che era straniero, forse dello Srilanka e aveva circa 42 anni. Raccontano che aveva abbandonato una comunità di un prete genovese e viveva per strada dall’estate scorsa. «Ci corichiamo dietro la colonna uno addosso all’altro per ripararci dal freddo - dice Felipe - i carabinieri chiamati da quelli del Carlo Felice ci hanno preso le coperte per farci andare via».

All’ingresso del grande portico del teatro Carlo Felice si è radunata una folla di curiosi. Qualche momento di tensione quando i senza tetto hanno visto i cronisti. Hanno lanciato Insulti e qualcuno ha tentato di aggredire fotografi e cameramen. Poi la salma dell’uomo è stata caricata sul furgone della polizia mortuaria e il gruppo di poveri emarginati ha applaudito commosso.

Leggi italiane troppe e illogiche

LA REPUBBLICA

il Vaticano non le recepirà più."Spesso le norme contrastano con principi non rinunziabili da parte della Chiesa"


CITTA' DEL VATICANO - Le leggi italiane sono troppe, mutevoli e spesso contraddittorie tra loro, per non parlare di quelle norme che di fatto contrastano con la morale cristiana. Questo duro giudizio, formulato dall'Osservatore romano, è una delle motivazioni che hanno portato il Vaticano a modificare il meccanismo che quasi automaticamente recepiva nel piccolo Stato le leggi italiane.

Il quotidiano della Santa sede commenta l'entrata in vigore il prossimo primo gennaio della nuova legge sulle fonti del diritto approvata lo scorso primo ottobre dal Papa, in sostituzione della legge, fino a oggi vigente, del 7 giugno 1929. Si tratta, scrive il giornale, di "un evento importante per l'ordinamento giuridico dello Stato della Città del Vaticano".

Tra i cambiamenti, precisa il giornale, cambia il meccanismo che portava a recepire nel piccolo Stato le leggi italiane, come conseguenza del fatto che "in non poche occasioni i 'Romani pontefici' hanno riconosciuto la maggioranza o quasi totalità dei sudditi vaticani come cittadini italiani". "Mentre nella legge precedente - spiega la nota - operava una sorta di recezione automatica che si presumeva come regola, solo eccezionalmente rifiutata per motivi di radicale incompatibilità con leggi fondamentali dell'Ordinamento canonico o dei trattati bilaterali, nella nuova disciplina si introduce la necessità di un previo recepimento da parte della competente autorità vaticana. Tale norma è vigente anche nei casi nei quali potrebbe presumersi una recezione ope legis".

Per l'Osservatore, "più di un motivo sembra giustificare quest'ulteriore cautela nella recezione della legislazione italiana, rispettata nella sua propria sovranità, ma chiamata nello stesso tempo a rispettare e a confrontarsi con quella vaticana". "Ne indichiamo - si afferma nella nota - solo tre: in primo luogo il numero davvero esorbitante di norme nell'Ordinamento italiano, non tutte certamente da applicare in ambito vaticano; anche l'instabilità della legislazione civile per lo più molto mutevole e come tale poco compatibile con l'auspicabile ideale tomista di una lex rationis ordinatio, che, come tutte le operazioni dell'intelletto, cerca di per sé l'immutabilità dei concetti e dei valori; e infine un contrasto, con troppa frequenza evidente, di tali leggi con principi non rinunziabili da parte della Chiesa".