mercoledì 31 agosto 2011

Veltroni firma il referendum e il Pd si scopre più diviso


FABIO MARTINI

Se non fosse per le telecamere, in piazza del Pantheon né turisti né romani farebbero caso all’appartato banchetto sul quale alle sei della sera si china Walter Veltroni per depositare la sua firma sulla richiesta di referendum abrogativo della legge elettorale detta «Porcellum». Dice l’ex segretario del Pd: «Questo referendum può essere un potente strumento di pressione» per realizzare in Parlamento una riforma elettorale di impianto maggioritario. E la vicenda Penati? «Gravissima, gravissima», ripete due volte l’ex leader democratico. Il superlativo su Penati e soprattutto la riconversione di Veltroni al referendum (che aveva sposato ma poi abbandonato) sono segnali del progressivo deteriorarsi dello stato di salute del Pd.

In pochi giorni si sono contestualmente lesionati due degli architravi della politica del partito: la politica delle alleanze verso i centristi - già messa in crisi dalla «fuga» di Casini verso il centro-destra - riceve ora un ulteriore colpo dalla corsa di mezzo Pd verso il referendum pro-maggioritario promosso da Arturo Parisi; contestualmente l’allargarsi dell’inchiesta di Monza sul «sistema Sesto» (messa a fuoco del rapporto «nazionale» con le coop rosse e gli approfondimenti sulla Milano-Serravalle) contribuiscono ad offuscare l’immagine complessiva del Pd, del suo gruppo dirigente, della sua leadership. Ma ieri è stata la giornata della svolta sul fronte del referendum, per effetto di una pioggia di adesioni eccellenti nel Pd. E anche fuori: ieri hanno firmato Carlo De Benedetti e la moglie Silvia, nei prossimi giorni potrebbe aderire Luca Cordero di Montezemolo.

Il referendum anti-Porcellum, grazie al consueto taglia e cuci, potrebbe ripristinare il «Mattarellum», sistema elettorale al 75% maggioritario e perciò altamente sgradito all’Udc di Casini, che contava sull’appoggio di Bersani e D’Alema per tornare ad un sistema proporzionale. Ieri a Bologna ha firmato Romano Prodi: «Firmo contro una legge iniqua, ma non ritorno alla politica» e «se i partiti facessero loro una riforma elettorale, sarei l’uomo più felice del mondo». Già quattro giorni fa, con le prime indiscrezioni sulla sua adesione, Prodi (che ci tiene a restare il padre simbolico del maggioritario in Italia), ha prodotto un effetto-valanga, rivitalizzando un referendum che sembrava finito in un binario morto. «Inventato» da Arturo Parisi, l’anti-Porcellum ai primi di luglio era stato appoggiato da Veltroni, Castagnetti, Bindi, oltreché da Di Pietro e Vendola. Ma non appena Bersani aveva lanciato la «scomunica» con una motivazione originale («I partiti non promuovono mai referendum»), Veltroni si era ritirato, facendo smontare il comitato che aveva già iniziato a lavorare ed incardinato sul veltroniano Achille Passoni, l’ex dirigente Cgil artefice dei famosi 3 milioni al Circo Massimo.

Per tutto il mese di agosto la suggestione del referendum era stata tenuta in vita unicamente dalla tenacia, dall’autotassazione personale e dalla rete di contatti informali, tenuti da Parisi, un network venuto alla luce solo a fine mese e che nei prossimi giorni potrebbe produrre ulteriori adesioni «eccellenti», capaci di trainare al quasi impossibile risultato delle 500.000 firme entro il 30 settembre. Intanto fioccano le adesioni della base Pd: ieri sera, alla festa di Modena, mentre Bersani annunciava che lui non firmerà, ai banchetti in due ore sono state raccolte 1500 firme. Dopo gli annunci nei giorni scorsi dei battistrada Piero Fassino e Vannino Chiti («coraggiosi», li definisce Parisi), dopo il sindaco di Bologna Virginio Merola, anche il governatore della Toscana Enrico Rossi fa sapere di essere pronto a firmare.

E i nemici del referendum cominciano a vedere il rischio dell’effettovalanga. Con Massimo D’Alema ancora in silenzio, parla il suo braccio destro Matteo Orfini, secondo il quale è «disdicevole» che dopo aver concordato su un progetto di riforma elettorale, nel Pd «alcuni facciano finta» di niente, puntando a resuscitare una legge come il Mattarellum che «teneva le coalizioni con lo sputo» ed «è strano che Prodi non l’abbia capito». Ai dalemiani sta a cuore la prospettiva di un’alleanza con l’Udc e infatti Rocco Buttiglione dice: «Se il Pd sposa il Mattarellum, rinuncia ad ogni alleanza con noi». Una linea di resistenza di cui si fa portavoce il segretario del Pd Bersani, secondo il quale il referendum resta «l’extrema ratio». Sorride Parisi: «Quando scatta l’ extrema ratio? Il 30 settembre?», cioè la data oltre la quale non si possono più raccogliere firme.

"Battisti resta una lesione profonda"


JACOPO IACOBONI

Giorgio Napolitano torna a far sentire la sua voce sul caso di Cesare Battisti, il terrorista dei Proletari armati per il comunismo latitante prima in Francia e oggi in Brasile, dopo aver subito condanne in tre gradi di giudizio per omicidio e banda armata. A maggio il capo dello stato aveva definito «incomprensibile» lo stop del Tribunale Supremo del Brasile all’estradizione del terrorista in Italia, peraltro già negata dal governo Lula: «Una decisione aveva detto il presidente - che lede sia gli accordi sottoscritti in materia tra Italia e Brasile, sia le ragioni della lotta al terrorismo». Oggi ripete quelle parole, aggiungendovi un tassello cruciale per sgombrare i tanti equivoci sul terrorismo italiano cui molto ha contribuito la gauche caviar francese, ma non solo: «L’Italia condusse quella lotta nella piena osservanza delle regole di uno stato di diritto».

Il capo dello stato ha colto uno spunto informale - un ringraziamento per lettera all’ex giudice istruttore di Milano Giuliano Turone, che gli aveva spedito il suo libro «Il caso Battisti» appena uscito per Garzanti - per tornare su una vicenda che molto lo tocca, e periodicamente torna ad affacciarsi sui giornali italiani, con accenti tra il grottesco e l’impudico. Solo in questa fine di agosto, per dire, Battisti, fattosi riprendere sulle spiagge di Rio in pose pensose, ha concesso due lunghe interviste, prima a Rede Globo, poi a uno dei settimanali brasiliani più diffusi, «Istoé», nelle quali si avventura in affermazioni a ruota libera, tipo «non ho nulla di cui pentirmi», «gli autori di quegli omicidi sono stati arrestati e torturati dallo stato italiano», «mi piacciono le donne brasiliane» e, dulcis in fundo, «se non interferisce con la sua agenda, mi piacerebbe poter ringraziare il presidente Lula». Dev’essere parso allora più che opportuno, al capo dello stato, ricordare anche a Rio come viene vissuta quella vicenda dagli italiani. Come qualcosa di «profondamente lesivo», appunto. Una ferita aperta.

Spiega Napolitano nella lettera: «Sono ancora convinto che non siamo riusciti, istituzioni, politica, cultura ed espressioni civili - a far comprendere cosa abbia significato per noi la vicenda del terrorismo e quale forza straordinaria sia servita per batterlo». Una forza che, tiene a specificare, servì «per la difesa dell’ordinamento costituzionale dell’Italia», che avvenne senza mai rinunciare ai principi di uno stato di diritto.

Altro che Italia alla cilena, come vorrebbe la retorica degli intellettuali alla
Fred Vargas e Philippe Sollers, che i magazine brasiliani si compiacciono ora di rilanciare. Battisti subì processi. Ebbe regolare difesa. Sparò materialmente - è accertato. Poi divenne scrittore, si travestì da esiliato, e s’infilò nelle maglie protettive - ma anche quelle, malintese - della dottrina Mitterrand.

Santoro, Stella (La7): “Ho pensato fossero più importanti i soldi e non la libertà”


L'amministratore delegato di Telecom Italia media racconta dal palco della festa del Pd a Firenze alcuni particolari inediti della trattativa con Santoro. "Da manager ho pensato che le parti più importanti della negoziazione fossero: i soldi e il contratto, ho sottovalutato la libertà autoriale". E aggiunge: "Ci siamo irrigiditi su quel punto. Abbiamo sbagliato entrambi"

I cantanti dicono: “E’ il tono che fa la canzone”. E a vederlo in video il discorso di Giovanni Stella, temuto amministratore delegato di Telecom Italia media, perde parecchio, se non tutta, della carica livorosa verso Michele Santoro che nei giorni scorsi è stata “tradotta” in un’intervista su Il Giornale di casa Berlusconi. E anche i fatti sulla trattativa tra il conduttore di Annozero e i vertici de La7 sembrano leggermente diversi rispetto a quanto raccontato fino ad ora dal manager di Telecom. “Il discorso con Santoro è cominciato poco prima di lasciare la Rai, su sua iniziativa”, dice Stella dal palco della festa del Pd a Firenze (ospite anche Enrico Mentana) “abbiamo discusso del contratto, del prodotto un simil Annozero si doveva fare e devo dire che Santoro mi aveva posto dei problemi di esagerata, a mio avviso, libertà autoriale”.

Poi rivela alcuni particolari della trattativa. “Io come manager sono abituato a considerare il fatto che le parti durante una negoziazione, buttano nel mucchio delle cose per il solo piacere di toglierle quando le cose più importanti si sono chiuse. E io – aggiunge – forse perché non sono un uomo di spettacolo, ho pensato che le cose più importanti fossero: i soldi, il prodotto, la durata del contratto. E – continua – ho sottovalutato questa esagerata forma di libertà autoriale”.

Er canaro, così è soprannominato Stella, si addolcisce al ricordo dei colloqui con l’anchorman ex Rai. “Da un punto di vista umano e professionale – afferma – il dialogo con Santoro è stato arricchente”. E ancora: “Abbiamo risolto tutto, a mano mano con molta pazienza, punto per punto. Santoro, nonostante appaia in modo diverso, è un uomo: molto saggio, prudente, avveduto”.

Il dirigente sciorina tutto (o quasi). “Santoro aveva accettato anche il sistema premiante, quello – spiega – che fa dividere i rischi tra lavoratore imprenditore, quel sistema che ha arricchito Enrico Mentana, più share fai, più guadagni. aveva accettato per me il passo più difficile, quando siamo arrivati alla ‘libertà autoriale’ e lui ha continuato a richiedermi in modo molto forte: ‘Caro Stella, io sono un professionista molto serio, voglio il diritto di scegliere: ospiti, scaletta, servizi…fino all’ultimo secondo prima della messa in onda’, io lì ho risposto: ‘Non sono disponibile a darti queste libertà’”. “Per questo motivo qua e devo dire che era più difficile dire di no che dire di sì. Lo giuro”. “Sembra quasi incredibile, ma è per questa ragione che il matrimonio Santoro e La7 non si è fatto. Ed era veramente ad un passo – puntualizza – e quel passo non siamo stati in grado di farlo, per colpa di tutti e due. Perché – precisa – ci siamo irrigiditi su una posizione da cui non abbiamo trovato una soluzione”. Infine: “Margini per riprendere la trattativa? Sono esigui o quasi nulli”.

Asta frequenze digitali, aperte le buste 2,3 miliardi dalle prime offerte


Parte bene la gara per l'assegnazione alle compagnie telefoniche dell'etere liberato dalla tv digitale. Peccato però che lo Stato non incasserà un euro dalla "competizione gemella" destinata alle emittenti televisive. Il governo assegnerà gratis le frequenze. Anche a Mediaset

Se c’era bisogno della prova del nove per dimostrare che la vendita delle frequenze digitali sia una cura da cavallo per le disastrate finanze dello Stato, oggi è arrivata la conferma. Il ministero dello Sviluppo economico ha infatti aperto le buste con le offerte dei quattro operatori di telefonia mobile (Telecom Italia, Vodafone, H3G e Wind) pronti a darsi battaglia per conquistare quella porzione di etere liberata dal passaggio della televisione dalla tecnologia analogica a quella digitale. Con una gradita sorpresa: l’ammontare della cifra iniziale è di 2,3 miliardi di euro. Una somma destinata a crescere dato che il giorno dopo partirà l’asta vera e propria e le compagnie in gara potranno effettuare rilanci per accaparrarsi le ambite frequenze. Ad asta conclusa, la previsione che ha avanzato il ministro Paolo Romani è di 3,1 miliardi di euro. Soldi che dovranno essere iscritti al bilancio dello Stato entro fine settembre in modo da scongiurare altri tagli a ministeri e spesa pubblica da parte del Tesoro così come previsto nel Patto di stabilità.

Se i danari delle compagnie di tlc sono più che graditi alle casse dello Stato, così non è per quelli delle televisioni. Come ha scritto il fattoquotidiano.it, per assegnare le sei nuove super-frequenze digitali (i multiplex, in grado di trasportare fino a sei segnali televisivi cadauno, generati anch’essi dalla digitalizzazione dell’etere), governo e Agcom hanno optato per un beauty contest al posto di una normale asta competitiva.
Ovvero saranno regalate alle Tv senza nessun corrispettivo in cambio.

“Il buon inizio dell’asta per le compagnie telefoniche è un precedente che rafforza la nostra battaglia”, dice Vincenzo Vita, senatore del Partito democratico, firmatario, assieme al collega Luigi Zanda, di un emendamento alla manovra economica che chiede all’Authority per le comunicazioni di ripristinare un’asta competitiva anche per i multiplex. “Se facessimo così, potremmo racimolare più di un miliardo di euro andando ad alleggerire le misure della Finanziaria ‘lacrime e sangue’ che gravano sui ceti più deboli”, sostiene Vita.

La posizione del Pd è supportata anche dall’Italia dei valori che ha firmato l’emendamento Vita-Zanda e anche dal Terzo polo che, con Italo Bocchino, vicepresidente di Fli, attacca: “Regaliamo le frequenze televisive per motivi comprensibilissimi, perché sappiamo bene a chi devono essere regalate”. Alle televisioni come Mediaset, che entro il 6 settembre dovranno presentare le proprie proposte per aggiudicarsi il diritto di trasmettere su quelle bande per i prossimi 20 anni.

Tornando alla “gara gemella”, quella a cui hanno partecipato gli operatori telefonici, all’asta sono andati i lotti che corrono sugli 800 Megahertz, i più pregiati in assoluto, assieme ai 1800, 2400 e 2600 Mhz. Per quanto riguarda la “banda 800” (quella che ospitava i canali dal 61 al 69 della tv analogica), sono arrivate offerte che ammontano a 1,73 miliardi di euro da tutte e quattro le compagnie in corsa. Sui 1800 si conta solo un’offerta di Telecom Italia da 155 milioni, per i 2000 Mhz non ci sono offerte, mentre per quella 2600, utile per lo sfruttamento al meglio di quella 800, si contano varie offerte di H3G, Telecom e Wind da circa 30 milioni ciascuna.

Ma resta un’incognita che riguarda proprio la banda più pregiata. Per il momento gli 800 Mhz sono occupati dalle televisioni locali “in movimento” verso la tecnologia digitale. Il ministero del Tesoro aveva promesso 240 milioni di euro per lasciare quelle frequenze, troppo pochi per gli editori che ne vogliono almeno il doppio.

Quello che è certo, almeno per il momento, è che il governo non farà nemmeno un euro dalla gara che riguarda Rai, Mediaset e tutte quelle emittenti che hanno interesse ad accrescere la loro offerta accaparrandosi almeno uno dei sei multiplex offerti mediante beauty contest.

“E’ dal 2009 che lottiamo per mettere all’asta anche le frequenze della Tv digitale terrestre”, attacca Vita che ricorda un famoso precedente: quando il governo Amato nel 2001 riuscì a racimolare la bellezza di 26.750 miliardi di lire (quasi 14 miliardi di euro) vendendo, sempre alle tlc, la banda per sviluppare i servizi Umts. Ora, con questa nuova asta, i precedenti sono due. Chissà se il governo continuerà per la sua strada, o se al contrario si convincerà che a pagare i costi della crisi, oltre ai cittadini, possono essere anche le televisioni. Comprese quelle del presidente del consiglio.

“IL PD È COME IL PSI DI CRAXI”


“In quanto a onestà la sinistra è la stessa cosa della destra”

di Silvia Truzzi

Due squilli e il ricevitore si alza. Poi non fai nemmeno in tempo a concludere una domanda – sulla questione morale a sinistra – che la risposta è questa: “Ma è la solita storia della corruzione politica: tutti i partiti, in tutte le epoche, quando amministrano hanno bisogno di soldi e li rubano. Nulla di nuovo sotto il sole”. Dall’altra parte, l’accento cuneese di Giorgio Bocca, scrittore e firma di Repubblica e dell’Espresso. Che, con il tono mite di un neo 91enne, aggiunge il seguente siluro: “Soprattutto nulla di nuovo rispetto a Craxi”.

Vede analogie tra il Pd e i tempi d’oro del Psi piglia-tutto?

Macché analogie. Vedo un’assoluta identità.

Perché?

Craxi diceva: i mariuoli ci sono ma i soldi servono ai partiti. L’unica cosa che si capisce da questa vicenda è che la sinistra è la stessa cosa della destra, quanto a onestà.

Ce lo spieghi meglio.

C’è poco da spiegare: rubano tutti. Tutti i politici hanno lo stesso interesse: avere il potere e fare soldi. La via è comune.

Nella sua similitudine tra Pd e Psi non torna solo la lungimiranza. Il partito di Craxi fu annientato dagli scandali. Il Pd vuol fare la stessa fine? Non è vero che la storia insegna?

Historia magistra? Mah. Guardi, le dico questo: alla fine della Guerra io e altri partigiani pensavamo che il Partito socialista avrebbe cambiato il modo di fare politica in Italia. Nel giro di pochi anni tutte le persone per bene e oneste sono state cacciate da quel partito. Dove sono rimasti solo i furbi e i ladri. Vuol farmi dire che la politica è cambiata? Non lo penso.

Non voglio farle dire nulla: le chiedo come può la dirigenza del Pd essere così miope.

Non c’è nessun disegno politico, questa è la cosa grave. C’è l’istinto, in chi fa politica, di usare i mezzi più facili.

Quali sono?

Mettere le mani sul denaro e corrompere. Non mi pare si tratti di altro.

Tangentopoli non è servita.

Vista dal punto di vista di uno storico no. Andiamo ancora più indietro. Che ha fatto Giulio Cesare quando aveva consumato il suo patrimonio? S’è fatto mandare in Spagna, dove ha rubato talmente tanto che è tornato a Roma ricchissimo. Ha armato un esercito e si è impadronito del potere. Le dinamiche sono abbastanza chiare.

Bersani dovrebbe fare un passo indietro, considerando i suoi rapporti stretti con Penati?

Altro che far passi indietro. Dovrebbe fare un tuffo nel mare.

Ci sono stati tempi in cui la politica era diversa?

Forse solo nelle grandi emergenze, durante le guerre, si sono visti politici onesti e disposti anche a farsi fucilare per la libertà. Ma quando la politica diventa amministrazione scade, di solito, a un livello bassissimo. Non conosco oggi un politico che sia stimabile come persona privata. Un uomo come me, che a vent’anni comandava una divisione partigiana, aveva tutte le opportunità di impegnarsi in politica. Ma ho capito immediatamente che era un rischio da non correre. E non me ne sono pentito . Mai.

Così non c’è scampo.

Come si fa a sperare? Io non vedo segni di cambiamento.

Non dappertutto è così. Nella maggior parte dei Paesi a regime democratico l’etica pubblica è un valore.

Dove si sono stabilite – almeno in minima parte – le regole del gioco, il codice viene rispettato. Noi le avevamo stabilite, ma le abbiamo anche mandate all’aria. Dopo la guerra partigiana e la Liberazione dell’Italia, l’onestà è stata, per quasi mezzo secolo, un valore condiviso. Allora i partiti rubavano, ma lo facevano con cautela e vergognandosene quando venivano scoperti. Ora si ruba senza nemmeno vergogna.

È una questione statistica. Essere indagati o imputati, per i politici, fa quasi curriculum...

Sì, è un metodo. Un sistema: lo diceva oggi (ieri, ndr) nel suo articolo sul Fatto Nando Dalla Chiesa, una persona che stimo, come del resto stimavo molto suo padre. Però anche lui non scrive a chiare lettere: lì c’è gente che ruba. Con i nomi e i cognomi.

Siamo ancora nella fase delle indagini preliminari. Diventa un reato fare certe affermazioni prima dei processi.

Sì, ma mi ha stupito il tono di Dalla Chiesa, troppo leggero. Oggi è impossibile dire a un politico che ha rubato “hai rubato”. Ma allora cos’è questo giro di affari, soldi, tangenti?

Bersani, all’alba della vicenda Penati, minacciò querele a destra e a manca.

È vero, infatti mi sono ben guardato dallo scrivere articoli sull’argomento . Le querele volano e i giornali nemmeno ti sostengono. Un tempo mi sarei lanciato nella discussione, stavolta non l’ho fatto anche con un senso di paura.

Al di là dell’opportunità, secondo lei dire “faremo una class action contro i giornalisti” è un discorso politico?

La classe politica rivendica il diritto di far paura alla stampa.

Più che politica è arroganza.

I potenti dicono: state zitti perché comandiamo noi.

Non sono comportamenti molto diversi da quelli dei partiti di governo.

Berlusconi è più moderno, ha capito che con il denaro si risolve tutto. La sua calma si legge così: io li compro e tanti saluti. Gli altri, semplicemente, non hanno abbastanza soldi. E hanno delle preoccupazioni d’immagine. Ma come fa Penati a difendersi?

I democratici si sentono – e si professano – molto diversi dal centrodestra.

Certo che si dicono diversi. Lo fanno perché agli occhi della pubblica opinione non vogliono apparire uguali agli altri. Uguali ai ladri.

Vede pericoli?

L’unico pericolo è che questa intera classe dirigente, per non andare in galera, faccia un golpe.

Un loro azzeramento no?

Proveranno a tirare avanti, come han fatto fino a ora. Chi ha i soldi se la cava. Cesare è ricordato come uno dei più grandi uomini politici della romanità ed era uno che confessava candidamente di aver rubato. Però potrebbe arrivare anche un moto d’ira popolare che li manda tutti a casa. Mi trovo di fronte a un’umanità incomprensibile. Un politico che ruba, sa di essere al di fuori dell’etica. Eppure lo fa. Io veramente non li capisco.

Crede che la prudenza dei vertici del partito sulla questione Penati vanificherà il successo delle amministrative e dei referendum?

Mi pare che ci sia un fraintendimento su questo nuovo interessamento alla politica. Lo scambiamo per un cambiamento morale. Ma è più che altro una moda.

Ha compiuto 91 anni tre giorni fa...

... quindi posso dire tutto, anche le sciocchezze?

No, le chiedevo cosa direbbe a un ragazzo italiano di vent’anni.

Gli direi: “Non rubare”. Si vive meglio da onesti. L’onestà è l’unica riserva per sopportare questa vita terrena, che è piena di insidie e porcherie.

Evangelico.

Certo. Sono sempre più cattolico.

DE MAGISTRIS: “ALL’IDV FACCIO PAURA PERCHÉ SONO MEGLIO DI LORO”



“Ho portato mezzo milione di voti, neanche una scheda telefonica”

a cura di Paola Zanca

La toga se l’è tolta ormai da due anni per indossare i panni del politico. E adesso è arrivato il momento di levarsi anche qualche sassolino dalle scarpe. Così, Luigi De Magistris (pm scomodo a Catanzaro, poi europarlamentare, ora neo-sindaco di Napoli) sceglie il re delle interviste, Claudio Sabelli Fioretti, per raccontare l’Italia vista da lui. Un affresco “di lotta e di governo” dove i nemici hanno un nome e cognome (da Silvio Berlusconi a Clemente Mastella) e gli amici che non lo sono più, pure (Beppe Grillo). Dalla “grande coppia” che ha formato con Di Pietro passando per il “carisma” che sa di esercitare, fino alle “ambizioni” nel cassetto. Come quella di diventare ministro e, perché no, anche qualcosa di più.

L’addio alla magistratura

“AVEVO un curriculum ottimo. La mia strada era spianata, nella magistratura. Ero straordinariamente stimato. Se non mi fossi intestardito (...) avrei avuto delle soddisfazioni enormi”.

“IL CSM è un organo politico, va dietro al consenso. Io ero un elemento spurio in Calabria. Lavorare sulle mie denunce, che loro sapevano essere vere, significava dare torto a tutto un bacino elettorale di cordate di magistrati. Ogni volta che andavo al Csm, io incassavo una solidarietà impressionante da tutti tranne che dai consiglieri. L’autista, il commesso, il funzionario, il dirigente erano con me, i consiglieri no”.

L’ingresso in politica

“DAVANTI a me c’era un bivio: o dimostravo che mi ero arreso, che avrei fatto d’ora in poi il giudice buono buono, oppure, essendo io un personaggio che indubbiamente ha una forte carica di passione e di entusiasmo civile, potevo continuare a praticare questi ideali in una forma diversa: la politica”.

“IL FATTO di piacere alle donne è una cosa che sta là. Accade. Non è un elemento dirimente o condizionante la mia attività politica. Non lo sfrutto e non lo utilizzo, e probabilmente sbaglio. In questo momento sarebbe molto utile sottolineare certi aspetti e dare importanza all’estetica. Che piaccio, oggettivamente, lo constato”.

Il “nemico” Grillo

“BEPPE a un certo punto ha deciso di entrare anche lui nella competizione politica (...). E così adesso mi vede come il suo principale competitore e mi attacca (...). Beppe ha un po’ sclerato (...). Io mi ero legato affettivamente a Beppe Grillo, ma la politica mette a rischio anche le amicizie (...) Io cerco di avere un’impronta costruttiva. Lui no”.

“GRILLO alla fine lo accettano perché è un comico. E poi si pone nell’ottica di antisistema, usa delle modalità che non impensieriscono i poteri forti”.

Di Pietro e il partito

“OGGI l’Italia dei Valori è rappresentata da me e da Antonio Di Pietro. Prima c’era solo lui. Quindi da questo punto di vista Tonino ha fatto una grande operazione, non solo elettorale. Ha innalzato la qualità della classe dirigente del suo partito”.

“IO REGGO meglio la provocazione. Sono abituato a combattere da solo. Antonio anticipa l’avversario. Alza il tono della voce, cerca di evitare che l’altro parli. Io invece voglio sempre tentare di ragionare”.

“SE FOSSI stato al posto di Di Pietro, il giorno dopo la vittoria alle europee, avrei proposto a me la carica di vice suo. Sarebbe stata una mossa intelligente”

“A VOLTE sceglie persone impresentabili o modeste, che nulla hanno in comune con l’Idv (...) Bastava andare dal fruttivendolo o dal giornalaio per sapere chi era De Gregorio. L’Italia dei Valori è a un bivio: può veramente diventare un grande partito ma deve evitare questi errori”.

“UN GRANDE partito non dovrebbe avere nessun nome sul simbolo (...) Di Pietro prima lo toglie e meglio è. (...) Sembra quasi che pensi che senza di lui il partito non esiste”.

I colonnelli dell’Idv

“CI SONO persone che hanno avvertito come troppo forte l’asse tra me e Di Pietro. Vorrei evitare di personalizzare, ma credo che la resistenza maggiore sia quella di Donadi, di Messina, di Rota. Sono i colonnelli del partito. Quelli che temono che un domani io ne diventi il presidente. Che, in caso di un governo della sinistra, io possa diventare ministro”.

Io, Vattimo e Sonia Alfano

È UN PO’ brutto vedere che nell’Idv siamo considerati inaffidabili come se fossimo degli ospiti. Vorrei ricordare che io ho portato mezzo milione di voti. Ho portato il partito dal 4 all’8 per cento. Ho portato quattro milioni di euro in rimborsi elettorali, senza che il partito mi abbia dato nemmeno una scheda telefonica prepagata”.

Bersani e il Pd

“SE DECIDE di fare la grande ammucchiata, l’armata Brancaleone, Bersani si prende una responsabilità politica enorme, e i meriti saranno suoi, ma se va male si rende protagonista dell’ennesimo fallimento del Partito democratico”.

“IL FATTO che guardi ancora a Fli e Udc mi fa pensare che operi ancora con le logiche della PrimaRepubblica e che quindi sia anche Bersani un uomo della Prima Repubblica”.

“D’ALEMA e Veltroni hanno più volte salvato Berlusconi. D’Alema con la Bicamerale l’ha addirittura legittimato. Lo stesso Veltroni fu definito il Veltrusconi. Non c’è dubbio che una parte della dirigenza Pd l’abbia sostenuto. Alcuni dirigenti del Pd hanno fatto carriera politica grazie a Berlusconi”.

Vendola e le primarie

“VENDOLA da solo non va da nessuna parte. Politicamente si sta vendendo molto bene come ‘nuovo’, ma non è nuovo per niente. E poi viene da una stagione controversa nella giunta regionale con implicazioni giudiziarie”.

“SE SI FANNO le primarie di coalizione tra Vendola e Bersani vince Vendola. Però poi Vendola, se non fa un’operazione politica matura e intelligente, non vince contro un candidato di centrodestra”.

Il “compagno” Fini

“FINI ha votato tutte le leggi vergogna, ne è stato uno degli artefici (...). Fini è un protagonista negativo di questa stagione politica (...). Quando Berlusconi era forte, Fini stava con lui. È inutile che oggi faccia credere che se ne stacca perché Berlusconi è cambiato. Berlusconi è sempre lo stesso. Adesso è in caduta libera ed è più semplice mollarlo”.

Vieni avanti cretese


di Marco Travaglio

È sempre bello quando parla Scajola, l’uomo che vive a sua insaputa.

Il guaio è che, siccome a sua insaputa parla pure, lo lasciano parlare troppo poco. Gli avvocati difensori lo seguono come ombre, anche di notte, per evitare che si faccia del male. L’ultima volta che parlò a braccio, nel 2002, diede del “rompicoglioni” a Marco Biagi appena assassinato dalle Bierre. Da allora si decise che avrebbe aperto bocca soltanto per leggere brevi comunicati concordati con i suoi legali. Come quello diramato l’altroieri, durante le vacanze a Creta, quando s’è diffusa la voce che la Procura di Roma, con un annetto e mezzo di ritardo, s’era finalmente decisa a indagarlo per finanziamento illecito.

Una cosina da niente: 900mila euro pagati per il noto “mezzanino” da 250 metri quadri con vista Colosseo da Anemone tramite l’architetto Zampolini con 80 assegni circolari, tutti da 12.500 per non insospettire l’antiriciclaggio (furbo, lui).

“Sono sereno... si è trattato di un’azione di riciclaggio consumata alle mie spalle”, e fin qui tutto ok: chi non sarebbe sereno, avendo trovato un benefattore che, senza chiedere nulla in cambio, per consumare un’azione di riciclaggio alle sue spalle gli allunga 900mila euro per comprargli una casa da un milione e mezzo e, già che c’è, gli regala pure un trasformatore da 96 euro e un frullatore da 100?

“... non sono mai stato interrogato...”: e buon per lui, altrimenti gli davano l’ergastolo.

“... e attendo che i magistrati romani portino a termine il loro lavoro, nella convinzione che verrà certamente chiarita la mia estraneità ai fatti”. E qui cominciano i problemi con la logica: perché può darsi che alla fine si scopra che Scajola non ha commesso reati (o più probabilmente che venga prescritto, vista la fulminea rapidità con cui la Procura di Roma si occupa di lui), ma è altamente improbabile che risulti “estraneo ai fatti”, visto che Anemone quei soldi glieli ha sborsati, Zampolini glieli ha portati e, al momento della vendita dell’appartamento a Scajola, le proprietarie li hanno incassati. A meno che, si capisce, la strategia difensiva di Scajola non punti alla totale infermità mentale, nel qual caso può succedere di tutto. Prima però s’imporrebbe una perizia psichiatrica. Che avrebbe buone speranze di successo, viste le cose che l’uomo che vive a sua insaputa è riuscito a dire negli ultimi mesi.

Cominciò, alle prime notizie sullo scandalo, col dipingersi come “vittima di una campagna mediatica”. Poi la celebre conferenza stampa senza domande (c’era il rischio di risposte) in cui lesse il celeberrimo comunicato concordato con i suoi legali, davvero degni di lui: “Un ministro non può sospettare di abitare un’abitazione pagata in parte da altri”. Nel settore della stampa estera c’erano colleghi che picchiavano sull’auricolare sperando in un errore di traduzione dell’interprete. Purtroppo era tutto testuale. Così come le dichiarazioni successive: “Ora devo scoprire se qualcuno ha pagato la mia casa a mia insaputa, nel qual caso annullerò l’atto”. Una voce pietosa gli spiegò che le precedenti proprietarie non avevano alcun motivo per riprendersi la casa indietro, visto che gliel’avevano venduta così bene. Allora lui si rassegnò e annunciò: “Vendo la casa e la differenza fra quel che ho pagato io e quel che han pagato altri a mia insaputa la do in beneficenza, so già a chi”. Ora però si scopre che continua a viverci lui, ma a sua insaputa: “È vero – ammette – ne sono uscito quando mi sono dimesso, ma poi ci sono tornato. Ma solo a dormire”. Ecco, sapendo che per un terzo l’ha pagata lui e per due terzi Anemone, ha deciso di trascorrervi solo 8 ore su 24 (quelle notturne) e saltellandovi su un piede solo. Ma sul citofono del mezzanino ci sono ancora le iniziali “C.S.”. Cioè, par di capire, Claudio Scajola. A meno che non si tratti di un ben più drammatico acronimo: Chi Sono?

IL SEGRETO DEI SUOI OCCHI

Benjamín Esposito è un assistente del Pubblico Ministero in pensione. Dopo una vita passata a rincorrere assassini decide di dedicarsi completamente alla stesura di un romanzo. Per farlo ripensa al vecchio caso Morales degli anni Settanta, archiviato dalla polizia negli scaffali polverosi dello stato, ma per lui rimasto sospeso in un tessuto di pensieri senza possibilità di scioglimento. La morte della ragazza, stuprata e uccisa brutalmente da un conoscente che rimarrà impunito, lascia nello sconforto Ricardo Morales, il novello marito, apparentemente tranquillo ma in fondo assetato di vendetta. Nel percorso all’indietro di Esposito, si inserisce anche l’amore per Irene, segretaria del Pubblico Ministero, sentimento nato e negato, mai vissuto.
Intrappolare Il segreto dei suoi occhi in un solo genere ben codificato sarebbe un’operazione semplicistica e fuorviante. Il film di Juan José Campanella è un thriller dalle implicazioni legali, ma è anche un’opera sentimentale sull’amore impossibile, oltre che una storia politica di denuncia morale. La complessità del racconto, tesa alla dimostrazione dell’impotenza dell’uomo di fronte alla morte, non soffoca però le emozioni ma le incanala in un ingranaggio di sequenze che svela, attraverso i dettagli, la profondità delle trepidazioni dell’anima.
L’assassinio di una giovane sposina innocente apre ferite laceranti a chi rimane in vita. E finisce per trasformarsi in un’ossessione non solo per il marito rimasto vedovo, ma anche per Esposito, in qualche modo anch’esso vedovo di un amore sfiorato ma non posseduto. Ritmato dalla presenza di fotografie rivelatrici (Eros e Thanatos negli occhi di chi è ritratto), l’andamento narrativo stempera la gravità del tema della morte, inserendo momenti di leggerezza di grande raffinatezza stilistica, dettati dall’ironia.
Gli avvenimenti si concatenano l’uno con l’altro, scorrono lungo la via del tempo, mettendo a fuoco un particolare momento storico (la dittatura militarista argentina tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta) ma, nell’operazione, si inserisce anche la volontà di rappresentare una storia piccola, tenuta in piedi da pochi personaggi, per riflettere sul comportamento umano universale.
Questo equilibrio tra privato e pubblico è la forza del film, un contenitore di emozioni che rimane nascosto dentro le mura di stanze buie e palazzi squadrati (le scene importanti sono girate in luoghi chiusi, ad esclusione del piano sequenza allo stadio), ambientazioni simboliche - prigioni più che case ospitali – che racchiudono l’ansia del vivere, in attesa di essere raccontata. Anche attraverso la scrittura di un libro.

martedì 30 agosto 2011

Truffato chi ha riscattato la laurea. E la naja non conta più


GLI ANNI NON LAVORATI NON VALGONO PIÙ PER L’ANZIANITÀ. SCOPPIA LA RIVOLTA DEI MEDICI, A RIPOSO ANCHE CON UN DECENNIO DI RITARDO

di Marco Palombi

Non si sa se è colpa delle trame dell’odiato “nano veneziano” o dello stato confusionale dovuto alla caduta, ma è un fatto che Umberto Bossi e la Lega ieri sono usciti dal villone di Arcore dopo aver messo la loro firma proprio sotto quel sostanziale aumento dell’età pensionabile che avevano escluso in lungo e in largo durante i loro coloriti comizi agostani.

Nell’oscuro documento finale, infatti, si legge che il governo manterrà “l’attuale regime previdenziale già previsto per coloro che abbiano maturato quarant’anni di contributi con esclusione dei periodi relativi al percorso di laurea e al servizio militare, che rimangono comunque utili ai fini del calcolo della pensione”.

Cioè? All’ingrosso significa che tutti i lavoratori (maschi) della Repubblica si ritroveranno un anno in più di lavoro da fare prima della pensione: i mesi di servizio militare o civile infatti non contano più ai fini dell’età della pensione, anche se contribuiranno al calcolo dell’assegno.

Stesso discorso per la platea più piccola, ma non irrilevante, di coloro che hanno pagato conti assai salati per “riscattare” gli anni passati all’università: qui la correzione ammonterebbe a quattro anni, ma “oscilla tra i 10 e i 12 anni per i medici - denuncia la Cgil – perché si deve tener conto degli anni di specializzazione”. Niente paura, spiegano fonti di maggioranza, si andrà in pensione “contando gli anni effettivi di lavoro”. In sostanza, si tratta di un nuovo – ma più subdolo – scalone previdenziale, che peraltro si va ad aggiungere a quell’anno e più che i pensionandi pagano già al sistema delle cosiddette “finestre”.

Non si tratta, ovviamente, di una riforma del sistema pensionistico, ma di un provvedimento deciso per finanziare il ritocco cosmetico della manovra portato a termine ieri a Villa San Martino: a parte i ddl costituzionali sui costi della politica, che non valgono niente in termini di risparmi, le novità stanno nel fatto che è stato abolito il contributo di solidarietà (gettito previsto: 700 milioni l’anno prossimo, 1,5 miliardi nel successivo biennio) e che si riducono di due miliardi i tagli alle autonomie locali. Il governo, insomma, da qui al 2013 deve trovare da qualche altra parte cinque miliardi e mezzo. Questo blocco delle pensioni anche per chi ha già 40 anni di contributi serve a “mantenere invariati i saldi”, assicura Calderoli, anche con il concorso di provvedimenti meno pesanti come un taglio dei “privilegi” fiscali delle cooperative e alcune norme anti-elusione di dubbia efficacia. “Non vedo come questi conti possano tornare”, diceva Pierluigi Bersani in serata. In realtà non è ancora chiaro come sarà congegnato l’emendamento, ma nell’opposizione c’è chi ipotizza che in sostanza il governo Berlusconi voglia così arrivare - surrettiziamente - alla cosiddetta “quota 100” (65 anni + 35 di contributi oppure 64 + 36 eccetera) entro il 2015. Come che sia, la platea interessata è vasta: secondo un calcolo a spanne sui dati 2010, che era servito ai cosiddetti “frondisti” del PdL per le loro proposte di modifica, i lavoratori penalizzati dovrebbero essere almeno 120 mila nel prossimo triennio. In questo modo, fino al 2015, si dovrebbero risparmiare tre miliardi, che diventerebbero – a regime, cioè dal 2016 – altri due l’anno all’incirca. Ma sono tutti calcoli da verificare.

Il patto della prostata



di Marco Travaglio

Eh no, questa ad Angelino Jolie non gliela dovevano fare.

Ma come: prima illudono quel gran genio di Alfano di essere qualcuno, di contare qualcosa, di essere per davvero il segretario del Pdl. Lo mandano avanti a rifare la manovra finanziaria dettata da Merkel, Sarkozy e Trichet e copiata da Tremonti. E lui, poveretto, ci crede. E ci prende gusto.

Si compra una scrivania con tanto di poltroncina, prende ripetizioni di alta finanza, prenota in edicola le dispense del Piccolo Economista, si fa fotografare con sorrisone da Bugs Bunny, occhi pallati, fronte inutilmente spaziosa e corposi dossier sotto il braccio (pieni di fogli bianchi formato A4, s’intende).

Organizza vertici, riunisce capigruppo e ministri, tiene conferenze, lancia moniti, manda lettere ai giornali.

La stampa al seguito si beve tutto e per due settimane spara titoli encomiastici sull’astro nascente, l’erede al trono. “L’esame di maturità di Alfano”, “Alfano fa il Letta per domare Bossi” (Libero). “Alfano alla Chiesa: le agevolazioni restano”, “Manovra, Alfano tratta su previdenza e Iva” (Corriere della sera). “Alfano vede i dissidenti”, “Alfano media tra le correnti” (La Stampa). “L’ambasciatore Alfano spiega la manovra nel covo dei lumbard”, “L’avventura di Angelino alla kermesse leghista scortato da Maroni e Calderoli” (Il Giornale).

Poi, appena Jolie azzarda la prima ideuzza – toccare le pensioni – Bossi lo stende con una pernacchia: “Alfano è un bravo ragazzo, ma prrrr!”. Lui però mica si dà per vinto. E i giornali dietro: Alfano che surclassa Tremonti, Alfano che mette nel sacco Bossi, Alfano che ricompatta il Pdl, Alfano di qua, Alfano di là. Ancora ieri zio Tibia Sallusti incensava il noto gigante del pensiero: oltre alla fondamentale “impuntatura del premier” contro le tasse, è grazie al “buon lavoro di Alfano con Maroni e di Gianni Letta con Tremonti (di fatto commissariato)” che avremo le famose “riforme strutturali”. Tremonti? Finito: “Incapace di gestire situazioni complesse: serviva un ministro e nel momento decisivo è emerso il commercialista. Da commissario di governo, Tremonti si trova commissariato… Le trattative vere passano attraverso Alfano e Maroni (con Gianni Letta sempre molto vigile)”. Risultato: “sì all’Iva al 21%” e “via libera alla legge che abolirà tutte le province e dimezzerà i parlamentari”. Parola di Olindo.

Poi, purtroppo per lui ma soprattutto per Alfano il mediatore, l’ambasciatore e il domatore, dal vertice del Pdl esce tutt’altro. Mentre B., Bossi e Tremonti parlano (nel secondo caso, si fa per dire) e siglano il patto della prostata in uno sferragliare di dentiere, pròtesi, flebo, fasce prostatiche, pannoloni e cinti erniari, il giovine Alfano viene parcheggiato in camera da letto, nel girello, a giocare ai soldatini e alle figurine col Trota. E quando lo richiamano per il gelato, è sparito tutto. Niente contributo di solidarietà, niente aumento dell’Iva, niente patrimoniale, niente lotta all’evasione e soprattutto niente tagli alla casta. Nemmeno i tagliettini del decreto prima versione che, tra Province e piccoli Comuni – annunciò trionfante il Cainano – “farà sparire 50mila poltrone”. Tutto rinviato a una bella legge costituzionale che richiede la doppia lettura alla Camera e al Senato, cioè un paio d’anni, cioè mai.

Naturalmente i mercati, che già sghignazzavano all’idea di una manovra Alfano e affilavano le fauci per una nuova scorpacciata sui nostri titoli di Stato, si fideranno ciecamente del formidabile patto della prostata. E così frau Merkel e i monsieurs Sarkò e Trichet, che un mese fa ci avevano dato l’ultimatum commissariando il governo B.

A questo punto l’Europa, per costringerci a diventare un Paese serio, non ha che una strada. Usare i cacciabombardieri presenti nelle nostre basi per la guerra di Libia e puntarli un po’ più a Nord, verso l’Italia.

Per favore, invadeteci.

lunedì 29 agosto 2011

ECCESSO DI SICUREZZA?

I mercati non sono stupidi


LUCA RICOLFI

I nostri politici pensano che i mercati siano stupidi? E che i cittadini siano completamente rassegnati a subire qualsiasi vessazione?

Direi proprio di sì. Nelle scorse settimane, scrivendo su questo giornale, ho avuto parole piuttosto dure sulle due manovre messe a punto dal ministro Giulio Tremonti, quella di luglio e la manovra bis di agosto.

Come la maggior parte degli studiosi, le ritenevo inique, insufficienti, sbilanciate dal lato delle entrate, moderatamente recessive, carenti di misure strutturali, del tutto disattente alle esigenze della crescita.

E purtroppo la mia previsione che i mercati non si sarebbero lasciati ingannare si è rivelata fondata: né la prima manovra, né quella aggiuntiva, sembrano aver convinto gli investitori della serietà delle intenzioni dell’Italia.

Ora, tuttavia, mettendo in fila le proposte alternative dei critici della manovra, proposte che vengono sia dalle opposizioni sia dall’interno della maggioranza (in particolare dalla Lega), non posso che riconoscere: uditi i critici, era meno peggio il menu confezionato da Tremonti.

Le contro-proposte, o contro-manovre, sono infatti largamente peggiorative. Quanto a quella del Partito democratico, è difficile non condividere il severo giudizio espresso nei giorni scorsi da Tito Boeri, sulle colonne di «Repubblica»: le misure proposte dal Pd sono ancora meno incisive di quelle di Tremonti, e inoltre hanno il grave difetto di spostare il baricentro della manovra ancor più dal lato delle entrate.

Quanto alle contro-proposte del soggetto politico più agguerrito, la Lega, la loro logica è fin troppo chiara. Qui i capisaldi sono tre.

Primo, impedire la distruzione di poltrone riservate ai politici locali: a ciò serve la rinuncia a sopprimere i Comuni sotto i 1000 abitanti, ma soprattutto la sostituzione della misura (semplice e immediatamente attuabile) della riduzione del numero di province, con la misura (complicatissima, e indefinitamente rinviabile) della loro soppressione totale mediante disegno di legge costituzionale.

Secondo, impedire che i tagli alle risorse degli Enti locali costringano gli amministratori a spendere meno. È questo l’obiettivo principale cui sono volte proposte come l’aumento dell’Iva e la «patrimoniale contro gli evasori». Una proposta contro natura, se si pensa che la retorica della Lega è sempre stata: riduciamo gli sprechi, dando meno risorse agli amministratori inefficienti (per lo più concentrati al Sud, ma non solo).

Terzo, lasciare intatto il nostro sistema pensionistico, tuttora ricco di privilegi (a partire da quello delle pensioni di anzianità), pur di non perdere consensi fra i propri elettori: una quota molto elevata dei pensionati è concentrata al Nord.

Questo è il tipo di nobili istanze su cui i politici si azzanneranno in Parlamento nei prossimi giorni e settimane. A nessuna forza politica pare venire in mente che, se l’Italia vuole uscire dalla crisi deve tassativamente tornare a crescere e che, se non cresce, è perché mancano le condizioni strutturali che promuovono l’attività economica: non solo le riforme a costo zero, ma una pressione fiscale sui produttori accettabile, molti meno adempimenti per lavoratori autonomi e imprese, una giustizia civile rapida, una burocrazia meno ubiqua ed opprimente. D’altronde la spudoratezza con cui le forze politiche eludono il problema della crescita ha la sua base nella immaturità dei cittadini-contribuenti. L’unico tema che sembra davvero appassionare i cittadini è chi dovrà pagare di più: il Nord o il Sud, i pensionati o i lavoratori, i dipendenti o gli autonomi, i ricchi o i poveri, gli evasori o gli onesti. Mentre il punto centrale per il futuro di tutti noi è un altro: non tanto se le misure saranno giuste, ma se saranno efficaci. Ed è su questo, solo su questo, che - temo - ci giudicheranno i mercati.

domenica 28 agosto 2011

La missione impossibile di costruire l'Europa


EUGENIO SCALFARI

Potrà salvarsi l'Europa? Potrà trovare una sua vocazione, una sua missione da compiere e avere la forza per realizzarla? Molte voci si sono cimentate nei giorni scorsi con questo problema che è capitale per tanti aspetti politici, economici e soprattutto esistenziali. Alcune di quelle voci credono che questa "mission impossible" sia possibile, altre temono di no, temono d'una partita persa in partenza e che l'Europa sia ormai un corpo inerte, ripiegato sui suoi egoismi, sulle sue piccole patrie che la condannano all'irrilevanza.

Viene in mente quello che fu il destino delle città greche ai tempi di Alessandro il Grande. Atene, Sparta, Tebe, Corinto erano state grandi, avevano costellato di colonie le coste del Mediterraneo, avevano sconfitto i persiani di Ciro e di Serse ma poi si erano dilaniate in feroci guerre tra loro. Quando Alessandro concepì il suo sogno d'un impero che arrivasse fino al Caspio e all'Indo, cercò di riportare la Grecia all'antico splendore guidandola e associandola alla sua visione, ma non riuscì, le città greche rifiutarono la sua proposta e non riuscirono a scuotersi dalla loro irrilevanza politica. Alessandro partì senza di loro alla conquista delle "terre di mezzo".

Dalla sua impresa nacque l'ellenismo che fu il tramite prezioso tra la cultura greca e quella romana. L'ellenismo contribuì fortemente alla nascita della civiltà europea, ma la Grecia non è più uscita dalla sua irrilevanza. Sarà questo il destino dell'Europa di oggi?

Il nostro continente è ancora molto ricco e popolato, possiede una cultura affinata durante i secoli, ha elaborato valori di tolleranza, di libertà, di eguaglianza e non ha smarrito il gusto dell'innovazione. Sembra però avere smarrito il desiderio e senza il desiderio le missioni impossibili restano tali.

* * *

Tra le voci autorevoli che si sono poste in questi giorni il tema dell'Europa, ce ne sono state due di particolare rilievo: quella di Giorgio Napolitano nel suo recente discorso al meeting di Rimini di Comunione e Liberazione e quella di Romano Prodi in alcuni articoli e proposte sull'assetto delle istituzioni dell'Unione.

Napolitano ha battuto molto sul tasto del desiderio. Ne cito qui il passaggio più rilevante: "È certamente vero che nel determinare il benessere delle persone gli aspetti quantitativi (a cominciare dal reddito e dalla speranza di vita) contano, ma insieme ad essi contano anche gli stati soggettivi e gli aspetti qualitativi della condizione umana. È a tutto ciò che bisogna pensare quando ci si chiede se le giovani generazioni potranno, in Italia e in Europa, progredire rispetto alla generazione dei padri. La risposta è che esse debbono progredire nella loro complessiva condizione umana. Ecco qualcosa per cui avrebbe senso che si riaccendesse il "motore del desiderio"".

Nella sua conclusione Napolitano ha esortato i giovani ai quali si rivolgeva: "Non fatevi condizionare da quel che si è sedimentato in meno di due decenni: chiusure, arroccamenti, faziosità, obiettivi di potere, personalismi dilaganti. Apritevi all'incontro con interlocutori rappresentativi di altre e diverse radici culturali. Portate, nel tempo dell'incertezza, il vostro anelito di certezza".

La platea lo ha lungamente applaudito, ma mi domando se quei giovani avessero ben compreso il senso delle sue parole. La loro certezza è il dato che più caratterizza Comunione e Liberazione ma è uno stato d'animo identitario, deriva dallo "stare insieme". Stare insieme in una comunità che non sembra disposta ad aprirsi all'incontro con "portatori di altre e diverse radici culturali" né ad opporsi a "chiusure, obiettivi di potere, personalismi dilaganti".

Sarebbe importante che le esortazioni di Napolitano fossero realmente condivise e il "motore del desiderio" si riaccendesse, in Italia e in Europa. Ma che cos'è esattamente il "motore del desiderio"? Ecco un punto che merita attenzione e approfondimento.

* * *

La nostra - scrisse Hegel nella sua "Fenomenologia dello spirito" - è una specie desiderante. Desidera di desiderare cioè desidera di trascendersi, di superarsi. Non di superare gli altri, ma di superare se stessi. Questo è il lascito che ci ha consegnato la modernità: superare noi stessi, non aggrapparsi alla sicurezza identitaria.
Purtroppo in Italia e in Europa lo spirito oggi prevalente è invece quello di aggrapparsi alle proprie identità. La Germania ne è l'espressione più evidente ma non la sola. Le istituzioni europee non riescono a compiere quel superamento di se stesse indispensabile per la nascita d'una grande potenza che sia in grado di coniugare un vero governo dell'Unione con un Parlamento democratico eletto direttamente dai popoli europei.

Romano Prodi ha proposto una soluzione apparentemente tecnica, ma piena di contenuti politici: l'emissione di eurobond garantiti dalle riserve auree degli Stati membri e dalle loro partecipazioni azionarie, per raccogliere fino a 3.000 milioni di euro sui mercati internazionali assorbendo una parte dei debiti sovrani e finanziando investimenti di dimensioni europee. Al di là delle tecniche finanziarie l'obiettivo è dare consistenza economica ai poteri del Parlamento e di un governo democratico dell'Unione.

Ricordate come nacque la "governance" degli Stati Uniti? All'inizio era una confederazione di Stati sovrani, con poteri federali molto ristretti. Ma quello fu un seme che fruttificò. Era nato da una guerra di indipendenza. Poi fu necessaria una guerra di secessione. E poi ebbe inizio una lunga lotta per l'affermazione dei diritti eguali per tutti. Così, passo dopo passo, il governo federale acquistò poteri sempre più estesi e rese possibile l'assorbimento dell'immigrazione. La prima potenza democratica del mondo è nata infatti dal "melting" d'una quantità di minoranze anglosassoni, irlandesi, italiane, africane, messicane, portoricane, ebree, russe, cinesi.
Così è nata la nazione americana e questa è l'America, vitale perché sempre in cerca d'una nuova frontiera, d'un sogno da realizzare, d'una missione da adempiere.

L'Europa ha svolto ben prima dell'America analoghe missioni, ma non come potenza continentale. Furono le singole nazioni a creare i loro imperi, ma in perenne guerra tra loro: Spagna, Francia, Portogallo, Olanda, Inghilterra, Austria, Germania. Imperi, guerre, interessi e anche valori.

Tornano in mente ancora una volta le città greche, il loro grande destino e poi la loro finale irrilevanza. Avevano almeno una lingua comune. Noi non abbiamo neppure quella e non è certo una piccola differenza.

E tuttavia il salto in avanti è possibile. Paradossalmente la crisi economica attuale può esserne l'occasione. La guerra e la pace in Libia può esserne l'occasione. Le rivoluzioni giovanili nella fascia mediterranea possono esserne l'occasione.

Dobbiamo abbattere il muro che ancora esiste tra il Nord e il Sud del continente dopo il crollo di quello tra l'Est e l'Ovest. Dobbiamo fare dell'euro una grande moneta mondiale, sorretta da interessi ma anche dai valori di libertà, eguaglianza, democrazia. Dobbiamo insomma riaccendere il "motore del desiderio".

Post scriptum. Nel Partito democratico alcuni dirigenti (ma non il segretario Bersani) vedono con sfavore lo sciopero generale proclamato dalla Cgil contro il decreto-manovra in discussione in Parlamento. Non è il momento, dicono, esortando la Cgil a ripensarci. È incomprensibile la ragione di tali critiche. La Cgil è un sindacato. Come tale non gli spetta, né ha l'intenzione, di proporre una contro-manovra. Nel decreto sono tuttavia presenti alcuni articoli, proposti dal ministro del Lavoro Maurizio Sacconi, che mettono in discussione diritti dei lavoratori considerati irrinunciabili dalla Cgil. Lo sciopero è il solo strumento del quale un sindacato dispone e legittimamente ha deciso di usarlo. Proporre una contro-manovra è compito dei partiti d'opposizione, scioperare in difesa di diritti lesi è compito del sindacato e delle sue autonome deliberazioni. E questo è tutto.

(28 agosto 2011)

De Magistris, i primi 100 giorni "Rifiuti, la mia prima vittoria"


DARIO DEL PORTO

«La rivoluzione è iniziata quando la gente ha cominciato a stringersi intorno al mio progetto di cambiamento. Da allora non si è più fermata. I napoletani ci credono». Palazzo San Giacomo, l’una del pomeriggio. La scrivania del sindaco de Magistris è piena di appunti e documenti. Il 9 settembre, la giunta taglierà il traguardo dei 100 giorni. Dunque è già tempo di primi bilanci. L’agenda è proiettata sulle prossime scadenze: il piano per la raccolta differenziata, la riforma della macchina comunale. Ma anche il rilancio della cultura e il varo di un’intesa ad ampio respiro con il presidente del Napoli Aurelio De Laurentiis.

Sindaco de Magistris, qual è l’immagine più forte di questi primi tre mesi di governo?
«Le strade liberate dai rifiuti. Ci siamo subito scontrati con l’emergenza e in tempi record siamo riusciti a risolverla definitivamente. È un risultato che forse è stato un po’ sottovalutato. Ma non era affatto scontato».

Non è presto però per parlare di soluzione definitiva?
«Abbiamo ereditato Napoli con 2500 tonnellate di rifiuti a terra. Se alla vigilia mi avessero detto che in meno di due mesi avremmo stipulato contratti con due città straniere e avviato rapporti stabili e fattivi con il governo nazionale in materia di ambiente forse non ci avrei creduto. Adesso si parte a settembre con il piano per la raccolta differenziata e con le navi dirette all’estero».

In campagna elettorale aveva parlato di differenziata al 70 per cento. Alla prova dei fatti questo traguardo non va rivisto?
«Sono certo che raggiungeremo tutti gli obiettivi prefissati. Naturalmente i tempi sono condizionati anche dalle risorse a disposizione. La giunta Iervolino ci ha lasciati senza un centesimo in cassa. Ma mi sento di confermare il cronoprogramma che abbiamo indicato».

I rifiuti sono spariti, ma Napoli è ancora degradata persino in alcuni luoghi simbolici come la Villa Comunale e la basilica di Santa Chiara.
«Ho trascorso in città tutto il mese di agosto e devo dire che a me è sembrata bellissima. Ma non mi nascondo, ogni indicazione critica è ben accetta. Affronteremo tutti i problemi, i giardini, le aiuole, le strade. Speriamo solo che il lavoro svolto venga messo in evidenza, senza dimenticare che siamo senza soldi e che alcune questioni dipendono anche da altre istituzioni».

Ad esempio quali?
«Penso alla sicurezza. Come sindaco sono pronto ad assumere le mie responsabilità, la polizia municipale sarà sempre più visibile e presente nelle strade. Però non è certo il sindaco il responsabile della sicurezza pubblica. Noi facciamo la nostra parte, mi aspetto il massimo di attenzione da parte di tutti».

Secondo lei Napoli è una città sicura?
«Ha i problemi di tutte le grandi capitali, basta vedere cosa sta accadendo a Roma dove il numero degli omicidi consumati dall’inizio dell’anno supera quello di Napoli».

La riforma delle società partecipate è il settore dove sta incontrando le maggiori resistenze?
«Ogni giorno e su tutto incontriamo resistenze, a cominciare dai rifiuti. Non c’è dubbio che la riforma della macchina comunale e delle partecipate vada a sconvolgere assetti consolidati addirittura prima dei due mandati della giunta Iervolino. Parliamo di situazioni che durano da quasi vent’anni».

Qualche testa però sarà tagliata.
«Ma non ci stiamo muovendo con lo spirito dello spoil system né con la cesoia Abbiamo due obiettivi: rendere efficienti i servizi e risparmiare. È evidente che alcune aziende non hanno fornito un servizio all’altezza delle aspettative ed è altrettanto evidente che si sono registrati troppi sprechi. Detto questo, chi ha ben operato ed è in sintonia con la linea del sindaco e della giunta sarà confermato».

Lei ha più volte insistito sul tasto dei soldi che mancano. Già batte cassa?
«Il problema delle risorse è reale. Ma se è vero che siamo senza soldi, è vero pure che il Comune di Napoli può disporre di un tesoretto: i suoi ventimila dipendenti. Dobbiamo valorizzare al massimo il personale che abbiamo avviando una nuova stagione di relazioni sindacali».

Su quali basi?
«La stagione degli incentivi a pioggia si deve chiudere. Preferisco il criterio della premialità attraverso accordi che prevedano incentivi collegati ai risultati: il quartiere più pulito, il parco più funzionale e così via. In Aspromonte il presidente del parco era allarmato per i roghi: appena lanciò un piano che prevedeva più soldi dove c’erano meno incendi le fiamme non si videro più. Ecco, il modello a cui ci ispiriamo è questo».

Napoli tornerà ad investire sulla cultura?
«Voglio rilanciare il ruolo internazionale della città. Una delle strade sono i grandi eventi come il Forum delle culture e gli altri appuntamenti già in cantiere. Dal primo gennaio sarò presidente del teatro San Carlo e la mia non sarà una presidenza notarile perché il Massimo è la perla di Napoli e dovrà essere valorizzata. Ho incontrato poche ore fa il maestro Roberto De Simone, stiamo lavorando sul Mercadante, il San Ferdinando e sul Pan. Inoltre, voglio che la città sia festosamente invasa dagli artisti di strada e stiamo preparando un’ordinanza ad hoc su questo».

I rapporti con il calcio Napoli e Aurelio De Laurentiis come sono?
«Sul piano personale molto buoni. Forse ci vedremo domenica per mettere insieme in cantiere una strategia complessiva per aiutare la città a decollare attraverso i suoi simboli, come possono essere il sindaco e la squadra del cuore. Detto questo, con gli uffici competenti e l’assessore ci sono colloqui su una serie di questioni come lo stadio».

Quali errori pensa di aver commesso in questi primi 100 giorni?
«Da quando sono stato eletto lavoro sedici ore al giorno. Ho preso tantissime decisioni, molte in fretta. E certamente avrò sbagliato qualche volta. Ma sono tutti errori figli del grande lavoro quotidiano».

Il successo elettorale resta per lei l’emozione più forte di questi tre mesi?
«Se parliamo di sensazioni, allora la più coinvolgente è quella di essere il sindaco della mia città. Questa è la linfa che mi scorre ogni mattina nelle vene».

(27 agosto 2011)

Avvenire contro radicali e massoni


MARCO POLITI

Finalmente risplende la verità. Ici. 8 per mille, esenzioni lecite o illecite? La spiegazione è semplice. Contro la Chiesa è in atto un complotto, anzi l’aggressione di un serpente a due teste. L’una è radicale, l’altra è massonica. Così tutto è chiaro e i fedeli cattolici, fra i quali pure abbondano interrogativi in proposito, stiano tranquilli. I nemici della Chiesa cercano un “bersaglio da additare all’odio popolare”.

Esplosa la discussione sull’evasione fiscale degli enti ecclesiastici e i sovvenzionamenti statali alla Chiesa, l’Avvenire perde le staffe. Un fondo del direttore attacca radicali e giornalisti, colpevoli di “spacciare leggende nere e cifrati anatemi contro la Chiesa” e denuncia un fantomatico “ordine di attacco… dev’essere detto che la salvezza dell’Italia in crisi sta nel colpire la Chiesa”. Una pagina interna evoca il “mobbing mediatico”.
Questi nemici aizzati dai radicali sono spietati. Vogliono (secondo l’editoriale di Avvenire) fulminare di tasse “mense dei poveri, case di accoglienza, oratori, ostelli, scuole, musei”.

L’arcidiavolo è il segretario radicale Staderini, la metà della “campagna anti-Chiesa”. Ma è troppo poco. C’è un’altra metà occulta. Voilà. Gustavo Raffi, Gran Maestro del Goi, la “più antica e numerosa comunione della massoneria italiana”.
Dan Brown si dia da fare. È già pronta la trama di un film. Staderini suggerisce all’Avvenire come altri demoni complottatori: “Gatto Silvestro, Gargamella, Lupo Ezechiele e la Regina di Biancaneve”.

Per restare con i piedi per terra conviene ricordare pacatamente all’Avvenire che sul Fatto Quotidiano è stata posta sin dall’inizio una domanda fondamentale, che circola nelle teste di tanti cittadini credenti e diversamente credenti. La Chiesa è disponibile o no – di fronte al rischio di crack dell’Italia – a rinunciare volontariamente a una parte delle sovvenzioni statali derivanti dall’8 per mille, visto che tagli pesanti sono imposti a settori vitali come sanità, istruzione, enti locali? È una domanda non acrimoniosa, che nulla disconosce dell’impegno della Chiesa per i più deboli.

Il fondo di Avvenire non dà risposta. È un mutismo ostinato. Silenzio continua a esserci sulla stortura del doppio conteggio dell’8 per mille, che utilizza anche le “quote” del sessanta per cento di contribuenti che non vogliono dare soldi alle confessioni religiose o a iniziative umanitarie dello Stato, lasciando al bilancio statale la loro quota di Irpef. Silenzio sulla possibilità, prevista dalla legge istitutiva, di ricalcolare insieme (Stato e Chiesa) il gettito per l’istituzione ecclesiastica. Silenzio sull’obbligo imposto a Stato ed enti locali di pagare due volte la missione dei sacerdoti: una volta con l’8 per mille e un’altra volta ancora con convenzioni per stipendiare il clero in ospedali, case di cura e carceri. Silenzio sull’urgenza di eliminare le zone grigie di elusione fiscale per attività commerciali. Silenzio sulla necessità che le diocesi presentino un bilancio pubblico dei propri beni mobili e immobili come avviene in altri paesi europei.

Il vicepresidente del Senato Emma Bonino dichiara che gli atti della commissione parlamentare, incaricata di supervisionare la revisione triennale del gettito dell’8 per mille, sono coperti dal segreto. Mente il vicepresidente del Senato? E se non mente, Avvenire concorda sull’urgenza di rendere pubblici i dati?

È facile agitare il vessillo della demonizzazione, più difficile – in Italia almeno – discutere di soldi e di tasse oggettivamente, senza le categorie di amico o nemico. La posizione dei diavoli radicali è che l’Ici si debba pagare per ogni attività commerciale. Escluse quelle di culto e cura delle anime, formazione del clero, scopi missionari, catechesi, educazione cristiana, assistenza, beneficenza, educazione. Si fatica a vedere in questa formulazione un odio per la Chiesa. Sul giornale dei vescovi un onesto parroco romano scrive di pagare le tasse su un appartamento donato alla parrocchia. Basterebbe un cenno dei vescovi per aprire un’indagine in ogni diocesi.

L’Avvenire di ieri ci regala però una perla, da non perdere. L’Opera romana pellegrinaggi – ci informa – “ha sede in Vaticano” e “paga le tasse dovute alla sua attività in territorio italiano”. Delizie del linguaggio monsignorile. L’Opera romana pellegrinaggi è un efficiente e imponente operatore di turismo religioso. Il suo bilancio è sconosciuto. I suoi introiti ancora di più. Ora è ribadito che ha sede in un paradiso fiscale non previsto dal concordato. È “romana” in tutto per tutto, ma basta un saltino e sparisce oltreconfine. “È bella la domenica”, dicono a Genova.

Il Fatto Quotidiano, 28 agosto 2011