martedì 28 settembre 2010

L’insulto di Bossi e Berlusconi pretende la resa di Fini


Dopo gli industriali anche la Chiesa dice basta Lodo Alfano, ecco le pressioni subite dalla Consulta

di Antonio Padellaro

Nella sua infinita volgarità Umberto Bossi ha almeno il merito di mostrarsi per quello che è: un caporione che si è fatto nominare ministro per meglio annettersi un pezzo d’Italia, nello sfascio generale e in un tripudio di pernacchie.

Che poi i vari Alemanno non amino essere chiamati “porci” si può capire.

Bisognava pensarci prima: dov’era il sindaco di Roma quando il presidente del Consiglio sottometteva il governo della nazione ai voleri dell’alleato padano? Dalla somma ingiuria, alla somma ipocrisia.

Parliamo della cosiddetta tregua tra il premier e il presidente della Camera che tanto appassiona i cultori del politichese di Palazzo. La storia è nota: dopo una convivenza durata un quindicennio i due, adesso, se ne dicono di tutti i colori. L’attenzione spasmodica sulla famosa casa di Montecarlo ha messo un po’ in ombra alcuni passaggi del videomessaggio di Gianfranco Fini che vale la pena rileggere. A proposito di paradisi fiscali: “E sia ben chiaro, personalmente non ho né denaro, né barche, né ville intestate a società off-shore, a differenza di altri che hanno usato e usano queste società per meglio tutelare i loro patrimoni familiari o aziendali e per pagare meno tasse”.

Indovinate di chi parla? E poi, a proposito dell’intrigo monegasco: “Un affare privato è diventato un affare di Stato per la ossessiva campagna politico-mediatica di delegittimazione della mia persona che si è avvalsa di illazioni, di insinuazioni, calunnie propalate da giornali di centrodestra e alimentate da personaggi torbidi e squalificati”.

Che Berlusconi sia inferocito dopo aver letto giudizi del genere, non meraviglia. Ed è naturale che Fini abbia tutte le ragioni per vendicarsi dopo un simile trattamento. Ma allora che razza d’intesa si può trovare in Parlamento tra due nemici che puntano all’eliminazione l’uno dell’altro? Con il Paese che va in malora, di un’altra farsa non si sentiva il bisogno.

Pd, Partito Desaparecido


di Marco Travaglio

Il 3 agosto Il Fatto apriva con il titolo “C’è vita nel Pd?”. Due settimane dopo, rientrati con comodo dalle ferie, i dirigenti del “principale partito di opposizione” annunciavano sfracelli per la ripresa. Il segretario Bersani parlò di “una campagna porta a porta, la più grande mobilitazione che un partito abbia mai promosso”, per “raggiungere il più alto numero di italiani casa per casa e lanciare la nostra proposta di governo”.

Siamo al 28 settembre e nulla di tutto questo è avvenuto, né se ne intravede la benché minima avvisaglia. A meno che la più grande mobilitazione che un partito abbia mai promosso non sia l’ennesima batracomiomachia fra dalemiani e veltroniani, su un copione che si ripete da una quarantina d’anni fin dai tempi della Fgci. Nel qual caso sì, le avvisaglie si vedono, purtroppo.

Veltroni ha inviato una lettera al Corriere, Bersani ha inviato una lettera a Repubblica, allora anche Veltroni ha inviato una lettera a Repubblica, poi ciascuno ha presentato la sua mozione e raccolto le sue firme. Così tutti hanno capito che, nel momento della crisi più drammatica mai vista nel centrodestra, il Pd ha deciso di rispondere con una bella rissa, anche se nessuno ha ancora capito bene su che cosa stia litigando (a parte gli onanismi sul “papa straniero”).

Intanto il Pd è entrato nella giunta siciliana Lombardo IV, sostenendo un governatore indagato per mafia: lo stesso che tre anni fa la capogruppo Pd al Senato Anna Finocchiaro, candidata contro di lui, definì “temibilissimo perché ha costruito un sistema di potere clientelare spaventoso che ha riportato la Sicilia al Medioevo”.

A Milano, come candidato sindaco, il Pd ha scelto l’archistar Stefano Boeri, stretto collaboratore di Salvatore Ligresti e artefice di opere faraoniche alla Maddalena targate Protezione civile e a prezzi raddoppiati per il celebre G8 fantasma.

Un sondaggio di Mannheimer dimostra che il 30% degli elettori del Pd vuole l’alleanza con Di Pietro e il 28% anche con la sinistra radicale, ma i vertici del partito continuano a inseguire l’Udc di Casini, o quel che ne resta dopo la fuga verso B. dell’azionista di maggioranza, Totò Cuffaro.

La mozione di sfiducia al premier, più volte ventilata, risulta non pervenuta. Così come le regole per le primarie in caso di elezioni, anche perché i sondaggi danno in testa Vendola (capo di un partito che alle ultime elezioni non raggiunse nemmeno il 4%) su Bersani (capo di un partito che due anni fa prese il 27% e ora naviga intorno al 24). Ma nessuno si domanda il perché: se gli elettori non gradiscono l’attuale gruppo dirigente, è colpa degli elettori, non del gruppo dirigente.

L’idea di lanciare un candidato nuovo, possibilmente vivente e contemporaneo, è scartata a priori. Il meglio che si riesce a immaginare è Sergio Chiamparino (62 anni, in politica da 40), da dieci anni sindaco di Torino, il comune più indebitato d’Italia e la città più inquinata d’Europa dopo Plovdiv in Bulgaria (ma non si esclude di candidare direttamente il sindaco di Plovdiv).

Occasioni d’oro per la “grande mobilitazione” ne fioccano al ritmo di una dozzina al giorno: dal massacro politico-mediatico di Fini allo scandaloso voto salva-Cosentino, dallo scandalo quotidiano della Rai al fallimento del miracolo della monnezza in Campania.

Ma su Fini il Pd balbetta. Su Cosentino non può che balbettare, avendo votato nello stesso modo per salvare D’Alema e Latorre dalle intercettazioni Unipol-Bnl. Sulla Rai non sa che dire, anche perché la parola “conflitto d’interessi” suona fessa in bocca a chi per tre volte poteva risolverlo e per tre volte non ci pensò neppure. E su Napoli il Pd ribalbetta, non avendo rimosso per tempo i corresponsabili dello sfascio, da Bassolino alla Jervolino. Occorrerebbe un leader che, negli ultimi 15 anni di suicidio del centrosinistra, non c’era e dunque possa riprendere in mano quelle questioni cruciali senza sentirsi rinfacciare il passato.

Ma forse, se c’è, questo Mister X fa la seconda elementare.

Eternit, il pm Guariniello “spiato”quattro anni prima dell’inchiesta


STEFANO CASELLI

Non è vero che i vertici della multinazionale svizzera si disinteressassero degli stabilimenti italiani. Anzi, li gestivano direttamente e ben sapevano che la questione morti da amianto, prima o poi, sarebbe scoppiata: per anni si sono attrezzati per parare il colpo, al punto di incaricare un’agenzia milanese per mettere a punto le strategie di comunicazione più adatte, senza trascurare un attento “monitoraggio” di Raffaele Guariniello.

È quanto emerge in questi giorni a Torino, alla ripresa del processo Eternit, che vede il miliardario svizzero Stephan Schmidheiny imputato di “disastro doloso permanente” per i morti causati dalle microfibre di amianto, oltre tremila decessi in tutta Italia, più di duemila nella sola Casale Monferrato: “Ma qui – dichiara sconsolato Bruno Pesce, ex sindacalista, storico animatore dell’associazione familiare vittime dell’amianto – si continua a morire, almeno uno alla settimana. Asbestosi, mesotelioma, tumore polmonare. È una strage”.


Gestione svizzera fin dal 1972
Il processo (iniziato nel l’aprile 2009 con oltre seimila parti civili) non è il primo in materia, ma i precedenti (tutti per omicidio colposo) si erano sempre rivolti a “pesci piccoli” dell’amministrazione di Eternit Italia. Il pool del procuratore aggiunto Raffaele Guariniello, questa volta, è andato oltre, chiamando in causa direttamente i vertici della multinazionale (oltre a Schmidheiny, il barone belga Louis De Marchienne). La proprietà si è sempre dichiarata estranea all’amministrazione degli stabilimenti italiani (Casale Monferrato, Bagnoli, Cavagnolo e Rubiera), ma la realtà che sembra emergere dal dibattimento è assai diversa. Secondo la relazione del commercialista Paolo Rivella, consulente dell’accusa, l’affidamento della gestione di Eternit Italia al gruppo svizzero risalirebbe – documenti alla mano – fin al 1972: “Dalle perizie – dichiara Pesce – emergono con chiarezza i ripetuti interventi di Schmidheiny in Italia. Nonostante la crisi del 1978, è evidente l’intenzione di continuare a investire sull’amianto; e in effetti, tra il 1980 e il 1983, si raggiunge il massimo storico del fatturato. Eppure, che l’amianto fosse un killer era cosa ben nota e se l’Eternit avesse chiuso prima del 1986 (data del fallimento dello stabilimento di Casale, ndr) ci saremmo risparmiati qualche centinaio di morti…”.
“Stephan Schmidheiny sapeva di essere il padrone degli stabilimenti italiani – dichiara in udienza Raffaele Guariniello – e ha fatto di tutto per nasconderlo”.

Neutralizzare la “grana”
Ma c’è di più: non solo gli imputati si sarebbero occupati direttamente della gestione delle fabbriche killer (pur conoscendo i rischi per la salute), ma – anche dopo il 1986 – avrebbero continuato ad interessarsi della vicenda preparandosi attivamente a neutralizzare la “grana” morti d’amianto: “Abbiamo scoperto – spiega il perito Rivella – che Schmidheiny, tra il 2001 e il 2005, pagò un milione di euro all’agenzia MLeS Bellodi di Milano per organizzare una rete di informatori in grado di manovrare l’informazione sull’amianto. L’agenzia proponeva le strategie, suggerendo agli svizzeri di tenere un basso profilo”. Particolare attenzione, poi, era rivolta all’obiettivo di tenere il principale imputato fuori dai possibili processi: “Sts (Schmidheiny, ndr) – si legge in una nota spedita nel 2000 dalla Svizzera a Milano – non deve comparire mai, per nessuna ragione”. L’inchiesta prenderà il via soltanto nel 2004: “Schmidheiny aveva capito prima quello che io, purtroppo, ho inteso con anni di ritardo” è il commento di Raffaele Guariniello.

E proprio il procuratore aggiunto di Torino era particolarmente “attenzionato” dal sistema di intelligence della multinazionale: “informazioni riservatissime”, è stato detto in aula, contenute in dossier in cui si dava notizia di pubblicazioni su MicroMega e partecipazioni del magistrato a convegni “riconducibili ad associazioni ambientaliste”.
E lo “spionaggio” andava ben oltre Guariniello: “Abbiamo scoperto – ricorda Bruno Pesce – che una giornalista che ha frequentato le nostre iniziative per 16 anni era stipendiata da Bellodi, partecipava attivamente, faceva un sacco di domande, scriveva articoli sulla stampa locale. Io la consideravo una persona un po’ petulante, invece…”. Secondo la difesa degli imputati, che contesta l’ingerenza dei periti in materia riservata al pubblico ministero, i dossier non conterrebbero altro che “informazioni di dominio pubblico”. Dalla prossima udienza la parola passa a loro.

P3: Il gip scarcera Martino. Restano dentro Flavio Carboni e Pasquale Lombardi


L'imprenditore napoletano torna a casa grazie alle rivelazioni sul ruolo della Loggia P3 e conferma: "Cesare è Berlusconi"

Torna a casa l’imprenditore napoletano Arcangelo Martino, finito in carcere l’8 luglio scorso insieme al faccendiere Flavio Carboni e al giudice-geometra Pasquale Lombardi con l’accusa di associazione per delinquere finalizzata alla violazione della legge Anselmi sulle societa’ segrete nell’ambito dell’inchiesta sulla cosiddetta P3. Il gip Giovanni De Donato ha concesso gli arresti domiciliari a Martino, accogliendo un’istanza dei suoi difensori, gli avvocati Simon Pietro Ciotti e Giuseppe De Angelis.

La Procura avrebbe voluto che l’indagato tornasse libero. Lo stesso giudice, qualche settimana fa, ignorando un analogo via libera dei pm, aveva negato la scarcerazione di Martino. Nel corso dell’interrogatorio del 18 agosto scorso Martino aveva fornito preziose indicazioni al procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e al sostituto Rodolfo Sabelli sul suo ruolo e quello degli altri nell’ambito della P3 durante un lungo interrogatorio in carcere, in particolare sulle manovre in Cassazione per favorire la Mondadori, e sulle pressioni verso alcuni membri della Consulta per approvare il Lodo Alfano. Martino avrebbe fornito chiarimenti su alcune intercettazioni e sulla rete di contatti su cui la presunta loggia segreta poteva contare. Ai magistrati Martino avrebbe, inoltre, ribadito che Cesare era il nome in codice utilizzato nelle telefonato per indicare il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.
La versione di Martino era stata poi confermata di recente nel corso di un altro interrogatorio con gli inquirenti.

Nel corso dell’interrogatorio l’imprenditore napoletano avrebbe confermato quanto dettoDegli arrestati dell’8 luglio scorso, restano dietro le sbarre l’imprenditore Flavio Carboni e Pasquale Lombardi.

La zona grigia della mafia milanese


GAETANO PECORARO

Luciano Lampugnani, del foro di Milano, secondo l'accusa aiutava i boss nella gestione del racket agli imprenditori. Chi si opponeva al clan doveva andare nel suo studio

Riciclaggio aggravato, tentata estorsione, produzione di documenti falsi. Tutto per favorire il racket della ‘ndrangheta. E Non solo. Ecco di cosa si occupava Luciano Lampugnani, avvocato del foro di Milano, 54 anni. Chi si opponeva ai clan Valle doveva andare a trovare lui, l’avvocato. Nelle 216 pagine dell’ordinanza di custodia cautelare firmata dal Gip Giuseppe Gennari, emerge la figura di “un professionista con una spregiudicatezza non comune e un’abitualità di frequentazione con ambienti criminali di elevato livello”. Il legale già nel 2004 aveva patteggiato una pena per usura. Allo stesso tempo, “un personaggio capace di trattare con esponenti della politica locale”. Come Davide Valia (non indagato), assessore del comune di Pero, presente nelle intercettazioni. Il politico, secndo i pm della Dda milanese, avrebbe favorito affari delle famiglie calabresi. Affari che però alla fine non sono andati in porto.

Tutto ha inizio il primo luglio scorso. Dopo un’indagine durata due anni, coordinata dal pm Ilda Boccassini, la squadra mobile di Milano arresta 15 presunti affiliati del clan Valle, legato alla cosca De Stefano. Il capobastone Francesco Valle, uomo di ‘ndrangheta emigrato al nord a metà degli anni Settanta, viene preso nel suo fortino dell’hinterland milanese, controllato 24 ore su 24 da decine di telecamere a vista. Villa Angelina, invece, ospitava il ristorante La Masseria di Cisliano, luogo di ritrovo per buona parte degli affiliati delle cosche lombarde. Si tratta di un’enorme tenuta con leoni, cavalli alati e persino la copia del cristo redentore di Rio de Janeiro, rigorosamente in marmo bianco.

Gli ultimi arresti adesso aprono un nuovo scenario nelle indagini sul clan Valle. Tra le 12 persone coinvolte nell’inchiesta di ieri, spicca la figura dell’ avvocato al servizio della ‘ndrangheta. Nel capo di imputazione si legge che Lampugnani “mediante minacce compiva atti idonei diretti in modo non equivoco per costringere B. A. (moglie di S.D.) a vendere una villa di sua proprietà (e con usufrutto a favore dei genitori) sita in Soverato Contrada Cuturella al fine di estinguere i debiti usurari che aveva contratto nei confronti”, degli uomini del clan. Annotano ancora i magistrati: “In tal modo tentava di cagionare danno a B. A. con profitto proprio e degli appartenenti al sodalizio criminoso. Non riusciva nell’intento per cause indipendenti dalla propria volontà, cioè per la ferma opposizione dei familiari della vittima”. Le minacce sarebbero consistite nel prospettare all’usurata che “sarebbe potuto accadere qualcosa di brutto al marito nel caso di mancata vendita della casa”. Il legale, secondo l’accusa, “preparava e faceva sottoscrivere a D. S. una falsa dichiarazione diretta a dare una parvenza di causale lecita all’emissione di un assegno a favore di Antonio Spagnuolo costituente profitto dell’usura, ostacolava l’identificazione della provenienza dal delitto”. Di qui l’accusa di riciclaggio.

Dalle intercettazioni emerge anche il ruolo di tramite che Lampugnani avrebbe svolto tra gli uomini del clan Valle e Davide Valia, assessore al comune di Pero. Il 18 e 19 dicembre 2008 “sull’utenza in uso a Fortunato Valle sono state registrate una serie di conversazioni dalle quali si evince come Davide Valia abbia utilizzato le sue conoscenze con amministratori locali del Comune di Spotorno per cercare di aiutare i Valle e i Mandelli ad intraprendere un affare, verosimilmente relativo al campo immobiliare, da avviare in quel comune”. Lo stesso politico locale è oggetto di un’altra conversazione tra l’avvocato e Angela Valle, figlia del boss Francesco Valle e moglie di Antonio Spagnuolo, intercettata l’11 maggio 2009. Il legale contatta Valle per fissare un appuntamento e riferisce di avere incontrato di persona l’assessore.

A incastrare Lampugnani è stata una cartella rossa trovata dalla squadra mobile nel corso della perquisizione nello studio. All’interno della carpetta c’erano copie di assegni delle vittime di usura e l’atto di compravendita della casa della Arcidiacono. “La prova documentale” del servizio svolto per le cosche, secondo il gip Gennari.

SUD ITALIA DAL 1861

Interventi immediati, o “si rischia una carneficina sociale, non solo in Italia”


LORENZO GALEAZZI

Le posizioni divergono, ma su una cosa Aldo Bonomi e Tito Boeri sono concordi: i costi sociali del risanamento saranno enormi, non solo nel nostro paese

Un bagno di sangue. Non ha dubbi il professore Aldo Bonomi, sociologo e consulente del Cnel, che commenta i rumors sui contenuti della riforma del Patto di stabilità europeo. Secondo il Financial Times, a quei paesi che non riusciranno a portare il rapporto fra debito e Prodotto interno lordo al di sotto del 60% nei prossimi tre anni, saranno applicate delle sanzioni pesantissime. Dai tagli agli aiuti pubblici a quelli all’agricoltura alla sospensione del diritto di voto nel consiglio dei ministri europei. Una manovra anticrisi che secondo Bonomi arriva fuori tempo massimo. “La crisi è del 2008 e oggi siamo alla fine del 2010. In mezzo c’è stata la Grecia”. Secondo il sociologo, l’Unione europea, dove è prevalsa la linea rigorista di Commissione, Germania, Olanda e Gran Bretagna, sconta la mancanza di una posizione unitaria. “Ed è quindi ovvio che sia Berlino a dettare le regole del gioco”. La politica economica comune, secondo il professore, manca di una visione unitaria, che tenga assieme i “tanti capitalismi” presenti nei sistemi degli stati membri. “L’Europa dovrebbe avviare un grande dibattito in grado di trovare la sintesi fra i tanti modelli presenti in Eurolandia”.

Se passasse la linea del presidente della Commissione Manuel Barroso, del commissario agli affari monetari Holli Rehn e del ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble, per l’Italia sarebbero guai. I paesi con il rapporto deficit / Pil superiore al 60% saranno costretti ogni anno a tagliare il proprio debito di un ventesimo per i prossimi 3 anni. Per il nostro paese, che con il 116% detiene uno dei peggiori quozienti d’Europa, significherebbe tagliare ogni anno otto punti percentuali sul disavanzo. Tradotto in numeri sui tratterebbe di trovare 130 miliardi di euro in tre anni. Altrimenti le sanzioni di Bruxelles saranno pesantissime. Secondo Bonomi, i costi sociali di questa operazione saranno devastanti, soprattutto in un momento come questo “in cui gli effetti della crisi sono particolarmente gravi”. Ma il sociologo è convinto che mercoledì prossimo a Bruxelles le cose non andranno esattamente come annunciato, “sarebbe una carneficina sociale, non solo per l’Italia”. Una posizione condivisa anche da Tito Boeri, economista e professore all’Università Bocconi di Milano, che sostiene che la crisi economica abbia reso le economie di molti paesi membri più simili alla nostra.

In attesa di sapere se in sede europea a prevalere sarà l’impostazione rigorista, quello che appare certo è che la linea del ministro dell’economia italiano Giulio Tremonti di includere anche il debito privato nell’indice di sostenibilità di ogni stato, è stata accantonata. A tale riguardo Bonomi sostiene che l’Europa ha fatto male, perché, secondo lui, è sbagliato mantenere come unico indicatore il debito pubblico: “Conta sapere anche quanto sono indebitate le famiglie, le imprese e le banche di ogni singolo paese”. Al contrario Boeri è convinto che il termometro giusto per misurare lo stato di salute dell’economia di un paese sia proprio il debito pubblico.

Per il professore della Bocconi, l’Italia dovrebbe provare a uscire dalla crisi dandosi degli obiettivi di crescita più ambiziosi rispetto ai tempi di quando ne è stata colpita. “Non è vero che una politica di contenimento e riduzione del debito debba essere necessariamente recessiva. E’ vero il contrario”. Secondo Boeri se il sistema Italia dovrà veramente recuperare 130 miliardi di euro in tre anni, il governo, se ha a cuore il destino economico del Paese e vuole evitare la carneficina sociale, deve fare immediatamente tre cose: “Nominare un sostituto alla guida della Consob, pensare a un rimpiazzo a Berlusconi come ministro dello Sviluppo economico e soprattutto incentivare il commercio estero”. Solo così, secondo l’economista, si potrà dare lo slancio necessario al sistema paese, “in grado anche di sostenere una politica di rientro del deficit”.

Ue, conti pubblici. Berlino detta la linea dura. E per l’Italia sono guai


MATTEO CAVALLITO

Il ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schäuble difende il giro di vite e propone sanzioni severe per i trasgressori. Con un debito pari al 116% del Pil, l’Italia rischia di farsi sommergere da multe e penalizzazioni

Ristrutturazione dei conti e severe sanzioni pronte ad abbattersi implacabilmente sui trasgressori. I dettagli delle proposte sul nuovo Patto di Stabilità europeo saranno resi noti soltanto mercoledì ma per le nazioni più indebitate del Continente, Italia in primis, l’allarme è già scattato, ed è un allarme che sembra presagire lacrime e sangue e in Finanziaria.

In attesa di presentare in via ufficiale il proprio progetto il commissario Ue Barroso e il numero uno agli affari monetari dell’Unione Holli Rehn avrebbero già incassato un sostegno importantissimo: quello della Germania. A rivelarlo il Financial Times, citando una lettera inviata dal ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schäuble ai 26 colleghi europei. Una missiva, quella di Berlino, che conterrebbe proposte serissime pensate con un solo obiettivo: sistemare i conti dell’Unione prima che sia troppo tardi.

Al centro della questione, ovviamente, c’è la drastica dieta dimagrante da imporre al disavanzo pubblico. I Paesi caratterizzati da un rapporto debito/Pil superiore al 60% dovranno infatti tagliare l’eccesso del proprio debito di almeno un ventesimo all’anno se vorranno evitare di incorrere nelle sanzioni di Bruxelles. Per una Paese come la Francia, che secondo le previsioni dovrebbe chiudere il 2010 con debito pari all’83% del prodotto nazionale si tratterebbe di tagliare 4 punti percentuali all’anno per i prossimi tre anni. Per l’Italia, che con il suo 116% detiene il peggior quoziente d’Europa, sarebbe necessario tagliarne ben otto. Per un totale di circa 130 miliardi. Proprio Italia e Francia, manco a dirlo, rappresentano oggi i leader indiscussi della linea “morbida” di chi si oppone al piano tedesco e, in particolare, al principio delle sanzioni automatiche pronte a scattare senza appello di fronte al mancato raggiungimento degli obiettivi.

Il progetto tedesco, sostenuto anche da Olanda e Gran Bretagna, sembra rimarcare in modo inequivocabile ciò che per molti analisti è già una verità consolidata: in Europa non c’è più tempo da perdere. La crisi greca, i guai di Spagna, Irlanda e Portogallo, e il generale deterioramento dei conti pubblici prodotto dagli interventi di soccorso al sistema finanziario rischiano di scavare una voragine incolmabile nei bilanci degli Stati membri. Alla fine del 2009, il Fondo Monetario Internazionale aveva lanciato l’allarme sull’evoluzione del rapporto debito/Pil nelle economie più avanzate. Secondo le previsioni del Fmi, il valore del quoziente tedesco dovrebbe passare dal 78,7 all’89,3% entro il 2013, quello inglese dal 68,7 al 98,3, quello francese dall’83 al 96,3. Lo stato dei conti italiani, infine, sarebbe pronto ad andare fuori controllo facendo segnare ancora una volta un poco invidiabile primato: 128,5%. In assenza di drastiche manovre, insomma, la situazione sarebbe destinata ad esplodere.

Le sanzioni

In questo quadro, sembrano molto rigide anche le ‘punizioni’ per chi trasgredirà i limiti. Multe milionarie per chi non riuscirà a ridurre sufficientemente il proprio debito, tagli ai fondi per lo sviluppo e ai sussidi agricoli, sospensione del diritto di voto nel Consiglio dei ministri dell’Unione per quegli Stati membri incapaci di adeguarsi alle direttive. Le ipotesi lanciate da Schäuble identificano una linea strategica ancor più radicale del previsto. Già da qualche giorno, infatti, si era parlato apertamente di requisiti contabili più stringenti rispetto al passato ma le proposte tedesche sulle sanzioni rischiano ora di cogliere di sorpresa anche coloro che ultimamente si erano preparati al peggio.

In attesa di sapere se la linea tedesca saprà prevalere, il contenuto generale del piano Barroso-Rehn ha già inflitto una chiara sconfitta alle velleità espresse nel recente passato dal governo italiano. In estate, Giulio Tremonti aveva espresso soddisfazione per la decisione dell’Ue di includere il debito netto dei privati nel suo indice di sostenibilità sovrana. Una scelta che penalizzava nazioni come la Gran Bretagna caratterizzate da più elevati livelli di indebitamento presso famiglie, banche e imprese. Il nuovo Patto di Stabilità, al contrario, rilancia prepotentemente il peso del rapporto tra debito pubblico e prodotto nazionale. Un vero e proprio tallone d’Achille per l’Italia che, nella classifica mondiale per valore del quoziente, è superata da appena cinque Paesi.

lunedì 27 settembre 2010

AGGIORNAMENTI


IL SONNO AL POTERE

di Silvia Truzzi

Sergio Marchionne ha recentemente illuminato il pubblico sui motivi che legittimano la sua retribuzione di 435 volte superiore a un operaio Fiat: lavora 18 ore al giorno, vive tra un aereo e l’altro, non è mai a casa, fuma ottanta sigarette al giorno (sarà per questo che negli ultimi anni ha comprato più azioni di Philip morris che di Fiat?). E, naturalmente, dorme due ore a notte.

Ci sarebbero molte riflessioni da fare a proposito di sperequazioni ed esasperazione delle disuguaglianze all’interno di un’azienda. Ma prendiamo un solo aspetto, assai di moda: dormire poco per produrre molto. È uno degli slogan preferiti del premier che ama fare proclami sul segreto delle sue notti. Un paio d’anni fa fu invitato alla festa del nipote (!) di un amico costruttore, in una discoteca milanese. Per i ventenni presenti diverse massime da segnare sul taccuino: “Fondate aziende, non lavorate per altri, abbiate coraggio di scommettere su voi stessi”. E poi la ricetta del successo: “Se dormo tre ore, poi ho ancora energia per fare l'amore per altre tre” (per i particolari, cfr Patrizia D’Addario). Uscì dal locale alle sei, annunciando, non senza una certa soddisfazione, che un’ora dopo si sarebbe messo a lavorare.

Supereroi? Qualche dubbio sorge. L’equazione assenza di sonno-successo è un veleno pericoloso.

D’accordo, non c’è una regola. Dicono i medici che gli insonni sani esistono: gente che dorme tre-quattro ore e se la cava alla grande. Si citano sempre Napoleone e Winston Churchill: beati loro. Il guaio è quando sei un “dormitore normale” ma non puoi riposare perché sottrai tempo al resto. Quale resto? Il lavoro, in primis.

Le tecnologie che ci avrebbero dovuto aiutare, sostenere, salvare sono spesso una grande fregatura. Perché se ti arriva una mail sul blackberry a mezzanotte non solo chi l’ha spedita si aspetta che tu risponda, ma anche tu schiacci “rispondi” e ti metti a scrivere.

Dove nasce il riflesso condizionato che annulla la distinzione tra tempo privato e tempo professionale? Dall’ansia di arrivare, (di)mostrarsi competitivi, non perdere terreno. E poi c’è il capitolo famiglia: chi dice di dormire come un bimbo, di solito di bimbi non ne ha. Però questo sonno sottratto a beneficio di bebè affamati o ammalati almeno è tempo ben speso, anche se l’amore non cancella la fatica. Siccome le ore restano 24 e sarebbe auspicabile non eliminare gli affetti primari dalla vita, si può cominciare a combattere il “lavorare sempre, lavorare dappertutto”.

È una battaglia che deve diventare collettiva, altrimenti non avrà effetti. Però ci sono contromisure che si possono attivare anche singolarmente.

Spegnere il cellulare, o non rispondere alle telefonate di lavoro fuori dall’ufficio (almeno non di notte). Ricordarsi che la vita interiore va curata: libri, film, amici, amori, genitori, fratelli sono necessari. Come il sonno, durante il quale il cervello smette di ricevere dall’esterno centomila input all’ora, gira a velocità che evitano il frontale e finalmente fa ciò che vuole. Per esempio, sogna. Ma forse è un’attività trascurabile per i manager con il maglioncino: l’inconscio è inutile.

s.truzzi@ilfattoquotidiano.it

Italia: notizie dai confini


di Furio Colombo

La frase è questa: “Lo so che poi tocca a me. Non è che mi faccio illusioni. Dico solo che qui siamo soli. Io vado avanti. Faccio il mio lavoro ma lo so che ogni giorno può succedere. Qui è così”. Voce di uomo, appena un po’ stanca, ma senza costernazione e senza lamento. È una mattina di settembre (mercoledì 22) , è un programma giornalistico quotidiano della radio di stato italiana (“Tutta la città ne parla”, Radio Tre 3, ore 10, conduce Giorgio Zanchini). La voce appena un poco stanca l’ho ascoltata dal luogo in cui una donna, Teresa Bonocore, era stata assassinata due giorni prima per aver denunciato e fatto condannare l’uomo che ha stuprato la sua bambina (e un’altra bambina) di otto anni. Colpevole o no, qui come nella vita politica della capitale, non importa il delitto, ma chi ti fiancheggia e chi ti protegge. E così Teresa Bonocore è stata uccisa da due ragazzi ventenni dietro compenso di cinquemila euro e la promessa di un posto di lavoro. Pochi giorni prima era stato ucciso il sindaco di Pollica (periferia di Salerno), Angelo Vassallo. Era solo, nove di sera, tornava a casa. La voce appena un po’ stanca che riflette su questi delitti con il giornalista Zanchini è di Vincenzo Cuomo, sindaco di Portici, il borgo napoletano di Teresa Bonocore. Il sindaco parla alla radio di Stato della sua possibile uccisione, oggi, in Italia. E per quanto la trasmissione che diffonde quella voce sia unica per precisione e coraggio, non c’è, né sul momento né dopo, alcuna reazione o conseguenza o emozione o commento. Non so: un vescovo, un sociologo, la firma di un giornale, i cittadini.

Il caso Cosentino

C’È PERÒ una coincidenza. Quella stessa mattina la Camera dei deputati ha dovuto votare se permettere ai giudici di utilizzare le intercettazioni di un politico di rilievo, l’ex sottosegretario Nicola Cosentino, tuttora coordinatore del partito di governo (PDL) per la Campania, ovvero della regione di Pollica, di Portici, del sindaco ucciso e di quello che parla della sua possibile uccisione. E' la regione di Teresa Bonocore e del ben difeso stupratore di bambini, che però – si capisce – nella vita ha ben altri impegni. C’è esagerazione in queste righe? No, direi che c’è una triste pedanteria. Perché quelle intercettazioni richieste come prova processuale riguardavano l’accusa e l' arresto di un deputato potente per gravi reati di camorra. Non violavano il divieto di intercettare deputati perché le intercettazioni discusse riguardavano altre persone, e la presenza del deputato, allora al Governo (e il legame intimo con la malavita che le conversazioni registrate hanno dimostrato) è stata un importante imprevisto investigativo. Ma nessuno si preoccupi per eventuali offese ai diritti di personaggi eletti. Nonostante il peso e l’evidenza delle accuse e il legame di diretta responsabilità politica di Cosentino nei territori della morte di cui aveva parlato la mattina di quel giorno il programma di Radio Tre dal titolo esemplare “Tutta la città ne parla”, la libera decisione dei deputati della Repubblica italiana è stata la seguente: 308 voti a sostegno di Nicola Cosentino, per impedire ai giudici di usare le intercettazioni che provano lo stretto legame del notabile politico con la camorra, 265 a sostegno dei giudici. Voto segreto che lascia capire che non tutti coloro che avevano annunciato di votare secondo la legge (che accusa Cosentino) lo hanno fatto. Evidentemente – voto segreto o no – qualcuno si è sentito a rischio. Chi ha verificato i tabulati suggerisce che persino dall’opposizione qualcuno si è messo al riparo dal rischio Berlusconi-Cosentino-camorra che, ammettiamolo, nell’Italia di oggi non è poca cosa. Però qualcosa deve essersi incrinato nel filo di lunga armonia fra camorra e Governo. Tornano all’improvviso i cumuli di immondizia che bloccano Napoli. Ciascuna di queste storie spiega l’altra. I telegiornali mostrano le strade di Napoli come negli ultimi giorni di Prodi. Barricate di immondizia, popolazioni in rivolta nelle strade, camion di rifiuti incendiati, tumulti di donne contro i battaglioni di polizia in tenuta da sommossa, cronache concitate che non raccontano né l’inizio, né l’esito di ciò che sta accadendo. Si direbbe che il dio della camorra non è stato placato dai delitti, perché il sangue è il suo business (il sindaco di Portici, mentre parlava a RadioTre, ha elencato senza enfasi i nomi di altri sindaci uccisi, non la storia di anni, ma la cronaca di giorni). Il dio della camorra, che aveva realizzato il celebre miracolo (attenzione, è arrivato Berlusconi, oggi l’immondizia c’è, domani è sparita, strade pulite e cassonetti in ordine, mai vista una cosa simile?) adesso non si fida. Infatti il padrone di Cosentino appare rimpicciolito, spaventato dai suoi ribelli, troppa gente infida che lo sta abbandonando. Se c’è un patto, come farà – con tutta la buona volontà – a mantenere quel patto? La camorra non è un alleato politico che compensa questo con quello. È un socio d’affari. Se non vede dividendi, va a prenderseli. Per prenderseli entra in azione. Come fai a continuare a fidarti di un capo di Governo così piccolo, così debole, così distratto dalle vendette private? Ecco dunque che è guerra. Colpisce la sequenza dei fatti e la coincidenza dei tempi. Forse molti di noi, nell’euforia di avere notato l'inizio della caduta di Berlusconi, avevano prestato un’angosciata attenzione al furibondo vandalismo istituzionale che sta segnando quella caduta (distruggere dal bunker la terza carica dello Stato come modo di destabilizzare anche gli aspetti ordinari e quotidiani della vita pubblica e renderla impossibile). Ma non avevano previsto le conseguenze del frantumarsi di un patto fra illegalità e malavita, che controlla indisturbata un terzo dell’Italia, nonostante il tarlo di giudici ostinati, di sindaci che conoscono il proprio destino e lo possono anche raccontare a un Paese inerte, di poliziotti senza mezzi, persino senza benzina, che non hanno mai smesso di fare il proprio lavoro impossibile.

I precari del crimine

ECCOCI dunque al momento in cui la Repubblica Italiana fa il suo incontro, accanto al cadavere di Teresa Bonocore, con Enrico Perillo, di professione camorrista, che dal carcere è in grado di uccidere chi lo ha denunciato per lo stupro di una bambina e ci accorgiamo che – in questa scena– lo stupro è un dettaglio, l’uccisione è un lavoro quotidiano, (Roberto Saviano) gli esecutori di quel lavoro sono precari del crimine, che sparano a prezzi stracciati con la promessa di un posto, mentre sullo sfondo si accendono i fuochi di montagne di immondizia che rischiarano la torbida scena e danno un senso alla vita che stiamo vivendo e a quella che sta per venire. Ah, se avessimo un partito o uno schieramento politico per ritrovarci insieme a parlare di queste cose, a domandarci (ma per rispondere chiaro, subito): “Che cosa fare adesso? Che cosa fare dopo?”.

Adro, sindaco introvabile. Il Sole delle Alpi resta lì




I SIMBOLI DELLA LEGA MARCHIANO ANCORA LA SCUOLA “GIANFRANCO MIGLIO”. L’UCOII SCRIVE A NAPOLITANO CONTRO IL MENÙ PADANO

di Elisabetta Reguitti

Oscar Danilo Lancini sindaco di Adro. Chi l’ha visto? Sabato mattina, giorno di mercato, nel paese della Franciacorta rimbalzato agli onori della cronaca per la gestione padronale della cosa pubblica da parte del primo cittadino. Tutti si aspettavano il banchetto della Lega nella piccola piazza, come annunciato dal sindaco che ha invitato i suoi cittadini a ritirare la pubblicazione realizzata in occasione della nuova scuola pubblica “federalista”, marchiata Lega. Niente di tutto ciò. Niente di niente.

UN’AUTO dei carabinieri gira attorno al polo scolastico dove è stata riaperta la sottoscrizione delle quote della mensa scolastica che partirà ufficialmente domani mattina. Già, quella stessa mensa di cui si era tanto parlato solo cinque mesi fa. Gestita allora da un’associazione di genitori, affidata alle mani di un gruppo di mamme, fan del sindaco oggi. Le stesse che si presentarono ad Annozero per urlare il loro disaccordo per il gesto del benefattore che aveva deciso di saldare le quote dei morosi.

Mamme: le stesse che stanno raccogliendo le firme per mantenere i fatidici Sole delle Alpi appiccicati sui banchi, sul tetto, sulle finestre, sugli zerbini e pure sui cestini della raccolta differenziata nel polo scolastico intitolato a Gianfranco Miglio.

Mamme: ultima spiaggia per il sindaco, un uomo in fuga dalla sua stessa coalizione ma pure sempre vincitore fino a che tutti quei 700 Sole delle Alpi rimarranno al loro posto. È testardo il sindaco, non sembra sentire ragioni tanto meno i messaggi politici del coordinatore provinciale Pdl Beccalossi: “Quei simboli vanno tolti”, e del consigliere regionale Massimo Buscemi: “Marchiare con dei simboli politici una scuola pubblica, ma anche fosse privata, non è concepibile”. Orecchie da mercante pure rispetto all’invito alla rimozione fatto dal ministro all’Istruzione.

BOCCHE CUCITE (e nessun atto pubblico) dal ministro, “compagno” di partito di Lancini, Roberto Maroni tanto più dal prefetto (che non c’è) dal vicario (che si nega e non parla).

Nel frattempo Federconsumatori ha annunciato un esposto alla Prefettura affinchè ad Adro sia “ristabilita la legalità” qualcuno poi pensa ad un sit-in sotto il palazzo del governo e poi anche al Quirinale.

Ma torniamo al silenzio del sindaco. Sotto il porticato del municipio ci sono un paio di agenti della Digos. Leggono la convocazione del consiglio straordinario fissata per domani sera per affrontare le questioni della cessione di due edifici (le precedenti scuole) come parziale controvalore della costruzione della nuova. Ma non doveva essere a costo zero ? Non proprio, visto che la nuova scuola è rientrata in un’operazione immobiliare per cui, alla fine dei conti, verrà pure acceso un mutuo che rimarrà sul groppone di cittadini.

Gli uffici comunali sono in un bel palazzo antico intorno al prato, con panchine e cestini marchiati, pure quelli con il simbolo del Carroccio. “Il sindaco non si è ancora visto ma provi a chiedere alla collega”. Sulla porta l’indicazione di un altro orgoglio di Lancini: il servizio Caaf (gratuito) Lega. Bussiamo e risponde una signora: “L’avevo immaginato che foste di un giornale. Siete in tanti a cercare il sindaco in questi giorni”, gongolando per l’interesse e la ribalta mediatica.

LA MENSA riapre lunedì: anno nuovo, gestione nuova e affidata al sindaco. Nella lettera spedita alle famiglie c’è scritto: “Il mancato acquisto anticipato dei buoni comporta la sospensione della fruizione del servizio. I genitori degli alunni sospesi dal servizio pasto hanno l’obbligo di ritirare dalla scuola i minori durante la pausa mensa e di riaccompagnare i minori alla scuola in tempo utile per l’inizio delle lezioni pomeridiane”. E l’annuncio fatto del menù padano? Nella bozza della convenzione è specificata la scelta di alimenti della tradizione locale.

Che significa? Non si sa, perché l’alternativa alimentare potrà essere richiesta solo se motivata da una prescrizione medica. Nel frattempo però l’Ucoii (l’Unione delle comunità islamiche) ha inviato al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano una lettera : “Si tratta di una provocazione odiosa in quanto discrimina i futuri cittadini italiani, bambini e bambine musulmane che a decine di migliaia stanno crescendo in questo nostro Paese”. Ma il problema della mensa è anche un altro: chi non ha i soldi per pagare in anticipo? Un gruppo di persone di Adro ha aperto una raccolta fondi perché sabato erano già otto le famiglie che non avevano ancora versato la quota. Quasi trecento euro destinati a crescere, anche perché l’anno scolastico è lungo.

E LANCINI? L’uomo solo al comando? Tace e fugge. I bene informati assicurano, però, come non gli siano sfuggiti gli articoli che lo riguardano pubblicati oltre che da Famiglia Cristiana, Avvenire, anche dal settimanale Panorama.

Sul caso Adro-Lancini e la scuola “federalista”, Gian Antonio Stella ha chiuso la sua rubrica “Cavalli di Razza” (su Sette del Corsera) con una pillola di saggezza di Gianfranco Miglio: “Siamo vicini al crack. Sarà inevitabile. E finalmente qualcosa accadrà. Sarà un bel giorno il dì che le piazze si solleveranno e gli italiani circoleranno con gli schioppi oleati. Magari spareranno a me, magari anche a lei. Ma sarà un periodo splendido”.

CAIMANO OFFSHORE




Fini ha ragione: grazie ai conti nei paradisi fiscali B. ha pagato mazzette ed evaso il fisco

di Antonella Mascali

La falsa campagna moralizzatrice dei “berluscones” contro le società off shore, per colpire Gianfranco Fini, non poteva che provocare una facile risposta del presidente della Camera, dopo la rottura con il cavaliere: “Sia ben chiaro: personalmente non ho né denaro, né barche, né ville intestate a società off shore, a differenza di altri che hanno usato, e usano, queste società per meglio tutelare i loro patrimoni familiari o aziendali e per pagare meno tasse”. Sottinteso, naturalmente, il nome di Silvio Berlusconi, il re dei fondi neri all'estero. Lo hanno accertato sentenze definitive. Come quella per il corrotto e prescritto avvocato David Mills, il mago delle off shore del premier. O la sentenza del processi All Iberian 2, che ha accertato una colossale evasione fiscale, 1500 miliardi di lire, ma non ha potuto decretare la condanna di Berlusconi. Come? Grazie a una delle sue leggi, quella sulla depenalizzazione del falso in bilancio, “ il fatto non costituisce più reato”.

Ville, barche e soldi

FINI ha parlato anche di ville e barche. Si riferiva ad almeno sei ville che il suo ex alleato possiede tra Antigua e le Bermuda, intestate a off shore. Berlusconi è proprietario anche di una barca di 48 metri, valore all'incirca 13 milioni di euro. È intestata alla società Morning Glory Yachting Limited, neanche a dirlo, con sede alle Bermuda.

Il salto verso i fondi neri, il Cavaliere l’ha compiuto a metà anni ’90 servendosi di Mills, soprannominato l'architetto delle off shore. Le società occulte all'estero hanno permesso a Berlusconi di accantonare centinaia di miliardi di lire, di evadere il fisco, di pagare mazzette, come i 21 miliardi a Bettino Craxi, di eludere la legge Mammì, che all’epoca impediva a un editore di avere più di 3 televisioni. Il cavaliere, invece, era anche l’azionista di maggioranza, segreto, di Tele più. La sentenza di primo grado del processo Fininvest-Gdf del ’96 ha stabilito che alcuni militari delle fiamme gialle si sono fatti corrompere proprio per non indagare sulle off shore del biscione. In appello e in Cassazione le prove per condannare il premier non sono state ritenute sufficienti. In secondo grado ha contribuito alla sua salvezza, la falsa testimonianza di Mills del novembre ’97. Sappiamo adesso che per quella, come per un’altra deposizione reticente, al processo AllIberian,gennaio’98,illegale ha avuto 600 mila dollari. E per queste dichiarazioni taroccate in suo favore, Berlusconi è ancora sotto processo. Sospeso, come gli altri procedimenti, grazie ai vari scudi. Ai giudici milanesi di All Iberian, Mills ha nascosto tra l’altro anche i reali beneficiari di “Century One” ed “Universal one”, le due off shore nell'isola di Guarnsey, intestate a Marina e Piersilvio Berlusconi, per decisione del padre. Un fatto che scopriranno nel 2004 i pm Fabio De Pasquale e Alfredo Robledo. Mentre i difensori di Berlusconi fino ad allora avevano ripetuto che erano“società del tutto estranee a Fininvest e Mediaset”.

I falsi in bilancio

I FALSI in bilancio, conseguenza del vizietto delle off shore, hanno portato a un altro processo: quello per la compravendita dei diritti tv di Mediaset. Ma grazie a un’altra delle leggi ad personam, la ex Cirielli, che ha accorciato la prescrizione, sono state azzerate la frode fiscale per 120 miliardi di lire e l’appropriazione indebita per 276 milioni di dollari, fino al 1999. Restano in piedi quelle fino al 2003. C'è poi una costola di questa indagine, denominata “Mediatrade-Rti”, in fase di udienza preliminare, bloccata sempre per il legittimo impedimento. Berlusconi è accusato di appropriazione indebita e frode fiscale. Mentre il figlio Piersilvio e il presidente di Mediaset Fedele Confalonieri di frode fiscale, fino al settembre 2009. Secondo la procura di Milano, Mediaset avrebbe nuovamente falsificato i bilanci e gonfiato i costi per l’acquisto di diritti tv da major americane. I soldi, 100 milioni di dollari, sarebbero transitati su banche estere e, in gran parte, confluiti su conti riconducili a Berlusconi e ad alcuni suoi manager. A Silvio Berlusconi, sono contestate operazioni tra il 2002 e il 2005. Anni, come per l'inchiesta madre, in cui era sempre presidente del Consiglio.

“FERMIAMO IL MASSACRO”







L’autodifesa di Fini passa da un video: mi dimetto se la casa è di Tulliani, stop a chi alimenta tutto questo. E ripartiamo


di Eduardo Di Blasi

“Con le insinuazioni, con le calunnie, con i dossier, con la politica ridotta ad una lotta senza esclusione di colpi per eliminare l’avversario si distrugge la democrazia. Si mette a repentaglio il futuro della libertà. Chi ha irresponsabilmente alimentato questo gioco al massacro si fermi, fermiamoci tutti prima che sia troppo tardi. Fermiamoci pensando al futuro del Paese. Riprendiamo il confronto: duro, come è giusto che sia, ma civile e corretto”. Il Presidente della Camera Gianfranco Fini prova a tornare a parlare di politica. Da Youtube, alle sette di sera, in coda ad una lunga giustificazione su chi sia il proprietario della società off shore padrona dell’ormai famosa casa di Rue Princesse Charlotte a Montecarlo, il co-fondatore messo alla porta dal Pdl alla fine dello scorso luglio, prova ad usare l’unico strumento che ha: la politica. Mette avanti la sua storia, i 27 anni in parlamento senza l’ombra di un avviso di garanzia, il suo non possedere ville, case o barche intestate a società off shore (e chi vuole capire, capisca).


La difesa di un ingenuo


MA È SULLA questione tutta immobiliare che l’autodifesa non ha la forza necessaria per convincere: “Come ho già avuto modo di chiarire, solo dopo la vendita ho saputo che in quella casa viveva il signor Giancarlo Tulliani. Il fatto mi ha provocato un’arrabbiatura colossale, anche se egli mi ha detto che pagava un regolare contratto d’affitto e che aveva sostenuto le spese di ristrutturazione”, afferma. La difesa di chi non è al corrente dei fatti è sempre difficile da sostenere: “Certo - aggiunge Fini - anche io mi chiedo, e ne ho pieno diritto visto il putiferio che mi è stato scatenato addosso, chi è il vero proprietario della casa di Montecarlo? È Giancarlo Tulliani, come tanti pensano? Non lo so. Gliel’ho chiesto con insistenza: egli ha sempre negato con forza, pubblicamente e in privato. Restano i dubbi? Certamente, anche a me”. E allora come se ne esce se neanche il principale oggetto della campagna di stampa è convinto di quello che afferma? “Se dovesse emergere con certezza che Tulliani è il proprietario e che la mia buona fede è stata tradita, non esiterei a lasciare la Presidenza della Camera. Non per personali responsabilità - che non ci sono - bensì perchè la mia etica pubblica me lo imporrebbe”. È l’unica carta che può giocare a questo punto della partita. Èd è una carta certo più debole di quella lanciata alle telecamere del tg di Mentana, una ventina di giorni fa, quando disse: “È una vicenda che quando sarà chiara farà ridere. Io non ho nulla da temere e nulla da nascondere”. Certo, ribadisce, non è questione che coinvolge “l’amministrazione della cosa pubblica”.


Spioni di casa nostra


COSA È CAMBIATO, a parte un’agitarsi di carte, di intrighi o di dossier? Nulla, sembrerebbe. Perché il teatrino che è stato messo in piedi per annunciare la “prova regina”, messo in fila dal Presidente della Camera alla categoria “campagna di illazioni, insinuazioni, calunnie propalate da giornali di centro-destra e alimentate da personaggi torbidi e squalificati” (non ai servizi segreti che difende, assieme ai loro responsabili, Gianni Letta e Gianni De Gennaro), sembra realmente un “giallo di terz’ordine”. Siti “dominicani” che pubblicano “la lettera di un Ministro di Santa Lucia, diffusa da un giornalista ecuadoregno, rilanciata in Italia da un sito di gossip a seguito delle improbabili segnalazioni di attenti lettori”. Attacca “faccendieri professionisti, a spasso nel Centro America da settimane (a proposito, chi paga le spese?) per trovare la prova regina della mia presunta colpa”, o al ministro di un Paese che vive con le società offshore che si preoccupa di informare il proprio governo della compravendita di un appartamento di cinquanta metri quadri a Montecarlo.


Perchè su questo, sui giornali usati come un “manganello” per distruggere l’avversario politico, che Fini può combattere la sua battaglia chiedendo che la politica esca da questo crepuscolo. Proprio per questo esordisce alle sette di sera: “Da qualche tempo lo spettacolo offerto dalla politica è semplicemente deprimente”. Non è un caso che l’audiomessaggio che ieri il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha rilanciato attraverso il sito internet dei “Promotori della Libertà”, iniziasse da una simile considerazione: “In questi giorni l’immagine che dà di sè la politica è un vero disastro, è molto peggio del teatrino di sempre, del teatrino delle chiacchiere, degli insulti, delle falsità...”. È anche per questo che Fini può rilanciare il proprio profilo di responsabilità: “Gli italiani - conclude - si attendono che la legislatura continui per affrontare i problemi e rendere migliore la loro vita. Mi auguro che tutti, a partire dal Presidente del Consiglio, siano dello stesso avviso. Se così non sarà gli italiani sapranno giudicare. E per quel che mi riguarda ho certamente la coscienza a posto”. Nonostante i dossier, i faccendieri, le società off shore, le calunnie, i giornali, il tentativo di distruggere l’avversario, il metodo Boffo e le minacce, la legislatura può anche continuare. Gianfranco Fini non sembra volersi prendere la responsabilità di staccare la spina.

FINI: SE HO TORTO VADO VIA MA B. QUANDO PAGA IL CONTO?


Il presidente della Camera pronto a dimettersi “se la casa è di Tulliani”. Ma il vero scandalo è un premier impunito che distrugge i suoi avversari

di Paolo Flores d’Arcais

Gianfranco Fini ha passato di nuovo il cerino della crisi a Berlusconi, ma lo ha fatto con un discorso che stabilisce alcuni punti definitivi.

Primo: sulla casa di Montecarlo ha chiarito con accenti di sincerità, arrivando a garantire le dimissioni (cui non sarebbe tenuto) se venisse fuori con certezza che il proprietario è suo cognato e che la sua colpa (di Fini) è solo quella di avergli creduto. Una scelta di moralità che da oggi potrà pretendere da qualsiasi altro dirigente di centro-destra (luogo di malaffare dove circolano montagne di crimini penali, compresi crimini mafiosi, non leggerezze familiari).

Secondo: lo scontro è sulla questione della legalità, della legge eguale per tutti, dell’autonomia della magistratura, principi che Berlusconi non riesce neppure a capire.

Terzo: qualcuno ha montato un “affaire” utilizzando faccendieri di ogni risma, investendo denari evidentemente ingenti, arrivando a far muovere ministri di Stati sovrani (benché più “off-shore” ed equivoci di qualsiasi “Stato libero di Bananas”), piegando la libertà di stampa – in tre o quattro paesi! - a scopi abietti. Insomma, mettendo a repentaglio la democrazia stessa.

Quarto:E a questo punto Fini ha passato di nuovo il cerino a Berlusconi.

Non ha voluto pronunciare la frase e il nome che di tutte le parole precedenti erano il logico corollario. Non ha voluto dichiarare che il mandante di questo aggressione alla Costituzione e alle libertà democratiche è Berlusconi, e che i giorni che si aprono, e che al massimo potranno durare pochi mesi, e che si concluderanno con le elezioni, vedranno per l’Italia una scelta senza possibilità di mediazioni, “a somma zero”: o Berlusconi uscirà ignominiosamente di scena, travolto dalla rivolta morale degli italiani, o inizierà la sua dittatura “senza prigionieri”, sulle macerie di una Costituzione assassinata e di un paese degradato a livelli premoderni sotto ogni aspetto: sociale, culturale, istituzionale, economico.

Gianfranco Fini tutto questo lo sa perfettamente. Lo ha fatto intuire in filigrana nei primi sette minuti del suo discorso, ma negli ultimi due ha voluto fingere che Berlusconi possa desistere dal suo progetto di regime totalitario-proprietario, e dalla sua natura di Caimano. Se prima di parlare avesse riletto l’antica favola della rana e dello scorpione avrebbe concluso diversamente.

Speriamo che una conclusione comprensibile solo “tatticamente” non si riveli tragica per la democrazia.

Impar condicio


di Marco Travaglio

In attesa di vedere le conseguenze politiche dell’affaire Tulliani-Montecarlo, possiamo già trarre un primo bilancio di quelle mediatiche: B. ha già battuto Fini per kappaò alla prima ripresa.

Da due mesi, nel paese in cui il premier è sotto inchiesta a Firenze per le stragi del 1993, in cui a Palermo si indaga su accuse di mafia al presidente del Senato, più altre quisquilie tipo i casi Dell’Utri, Cosentino, Verdini, Brancher, Bertolaso e P3, non si parla che di un alloggetto a Montecarlo venduto da An a una società offshore e abitato dal cognato del presidente della Camera, che non è indagato per nulla (e nemmeno il cognato).

L’altro effetto del presunto scandalo è evidenziare la differenza tra un giornale (come per esempio il nostro) e gli house organ di casa B. Il Fatto, con tutti i suoi limiti, non ha nulla da dimostrare a prescindere: accerta come stanno le cose e le racconta. Il Giornale, Libero, Panorama e le loro proiezioni tv invece devono dimostrare che Fini è un ladro. E non da sempre: dal 28 luglio, quando B. annunciò ai suoi l’espulsione dei finiani dal Pdl. Si dirà: con tutti i ladri che popolano il governo, il Pdl e la politica italiana, se anche si provasse che Fini è un ladro, ne dovremmo dedurre che ce n’è uno in più.

Ma questi signori non seguono le regole della logica e nemmeno dell’aritmetica. Per noi 1 ladro + 1 ladro = 2 ladri. Per loro, 1 ladro + 1 ladro = zero ladri.

Se Fini ruba, vuol dire che B. è onesto. Per questo non potrà mai esserci alcuna par condicio, alcun “contraddittorio” tra un giornalista normale e uno berlusconiano. Per giocare una partita, bisogna essere d’accordo sulle regole fondamentali. E non è questo il caso.

Giovedì il nostro Marco Lillo, bruciando sul tempo i portentosi segugi berlusconiani sguinzagliati nei paradisi fiscali, magari al seguito di qualche barbafinta, riesce a parlare col ministro della Giustizia di St. Lucia. Quello gli dice che la discussa lettera indirizzata al suo premier, in cui si afferma che la società Timara che affitta la casa a Tulliani appartiene allo stesso Tulliani, l’ha scritta lui. Vuol dire che è “vera”? Sì, nel senso che è autentica, non apocrifa. Ma non nel senso che quanto vi afferma sia la verità: lo sarà solo quando mr. Francis produrrà uno straccio di carta che colleghi Tulliani alla Timara. Nel frattempo un avvocato ed ex senatore leghista, Renato Ellero, afferma che la casa monegasca è di un suo facoltoso cliente. La sua frase è autentica nel senso che l’ha pronunciata lui, ma per considerarla veritiera attendiamo le prove documentali.

Abbiamo dunque un sostanziale pareggio tra Fini e i suoi accusatori? No di certo. Se anche la Timara fosse di Tulliani, non sarebbe comunque la prova che Fini ha mentito: il cognato avrebbe benissimo potuto nascondergli la reale proprietà della Timara. E poi non spetta a Fini dimostrare che Timara non è di suo cognato; l’onere della prova tocca, in uno Stato di diritto, agli accusatori. Del resto, se uno afferma falsamente che una società offshore è di Tizio, come fa Tizio a dimostrare che non è sua? Gli house organ di B. ironizzano sul Fatto Quotidiano che, avendo l’intervista-scoop al ministro, mette in dubbio la sua parola. Ci mancherebbe altro: il compito di un giornale non è quello di mettere un microfono in bocca a questo o quello, ma verificare l’attendibilità di quel che dice. E, al momento, mr. Francis non appare granchè credibile. Perché il governo di un paradiso fiscale che campa sulla riservatezza assoluta fa uscire il nome del presunto titolare di un’offshore, con una condotta che nel suo paese è addirittura reato? Perché il ministro annuncia al Fatto che parlerà “la prossima settimana” e poi ne improvvisa una l’indomani, poche ore dopo che Annozero ha messo in dubbio l’attendibilità della lettera? E’ per caso telecomandato da un italianissimo puparo?

Comprendiamo che, per gli house organ, distinguere fra l’autenticità e la veridicità di un documento è impresa titanica, ma non ci possiamo fare nulla. C’è chi fa il giornalista e chi fa un altro mestiere.