domenica 30 novembre 2008

Il professor Brunetta tra Craxi, Berlusconi e i fannulloni

FUORI REGISTRO
Giuseppe Aragno
29-11-2008


Discutendo di scienza, politica e morale, professor Brunetta, Auguste Comte ebbe a sostenere che "nessuna proprietà può essere creata e trasmessa da una sola persona, senza una indispensabile cooperazione pubblica specifica e generale ad un tempo", sicché "il suo esercizio non deve mai essere puramente individuale". Comte, che non era né un anarchico insurrezionalista, né un rivoluzionario bolscevico, ricordava ai benpensanti borghesi che, in casi estremi, è consuetudine universale che una comunità di individui ridotti spalle al muro autorizzi se stessa a impossessarsi della proprietà e la confischi. Un capitalismo sano non si schiererebbe con la tracotante malafede dei sostenitori della logica del profitto e aprirebbe un dialogo coi giovani che insitono: "noi la crisi non la paghiamo".


Per carità, ministro, non balzi dalla comoda poltrona trovata dio sa come in un Parlamento di "nominati" che nessun cittadino ha potuto votare. Vedrebbe crollare in anticipo il castello di carte su cui poggia la sua malcerta popolarità e indurrebbe il grande pensatore positivista a ricordarle che, nel clima di sfascio morale della classe dirigente di cui lei fa parte, la solidarietà con la Gelmini e la campagna contro i funzionari pubblici sono un nonsenso politico e una scelta indecente per un uomo di cultura.


Lei dovrebbe saperlo, professore: quando all'economista fa difetto la sottigliezza critica che viene dalla filosofia, l'insieme delle nozioni non si leva a sistema di pensiero, il respiro etico diventa corto e l'elaborazione scade a livello di propaganda o si riduce a sterile polemica, là dove occorrerebbe volare alto e tornare alle regole morali che sono alla base d'una funzione sociale.


Non stupisca, professore. "In ogni stato normale dell'umanità - ebbe a scrivere Comte - qualsiasi cittadino costituisce realmente un funzionario pubblico, le cui attribuzioni determinano nello stesso tempo gli obblighi e le pretese". Lei, ministro professore, con la sua anemica tesi sul fannullonismo, fa una gran confusione. Là dove ci sono obblighi contrattuali, lei si fa strabico e accampa pretese e, quando le si contesta una pretesa, lei farfuglia di lavoratori e fannulloni. Torni a studiare, dia retta, ministro professore; le avranno fatto male gli amici di gioventù.


E' vero - e so che tiene a dirlo - nel secolo scorso, Craxi imperante e Tangentopoli incombente, dal 1983 al 1987, lei s'è installato come reponsabile di tutte le strategie per l'occupazione e la politica dei redditi al Ministero del Lavoro. Ce l'aveva voluta Gianni De Michelis - questo, lo so, preferirebbe tacerlo - un "avanzo di balera" per dirla con Biagi, protagonista del tragico naufragio della vicenda socialista. Se la memoria le fa difetto, i dati sono questi: 35 procedimenti giudiziari, due condanne per corruzione, tre anni di reclusione dopo patteggiamento e pena sospesa per condizionale.


L'avesse avuta come alunno, Comte le avrebbe spiegato che qui non si tratta di marcare un delirante confine tra la destra degli stakanovisti e la sinistra dei fannulloni. Ciò che apre o chiude la finestra sul futuro, professore, è la maniera in cui si esercita il potere e, lei lo sa bene, se questo è un Paese di fannulloni, il principio regolatore del fenomeno riposa nella moralità della classe dirigente, sicché, come suo antico esponente, come ministro di un governo guidato per l'ennesima volta dall'intellighentia berlusconiana, lei, Brunetta, è evidentemente il principe dei fannulloni. Senza remissione di peccato.


Dovrebbe saperlo, ministro professore, Comte gliel'ha insegnato: "regolando la funzione, si reagisce indirettamente sul possesso". Regoli se stesso, quindi, e faccia uso di quel che ha appreso in quella università in cui ha rivestito ruoli di vertice e sulla quale oggi spara con discutibile coerenza. Premi la libertà, se pensa di premiare il merito e, se ne ha la tempra morale, faccia suo e dei suoi camerati sedicenti deputati il dovere di stare alle regole. Un professore colto e un ministro lungimirante non oserebbero assoggettare "le funzioni pubbliche a prescrizioni tiranniche [...], che tenderebbero a degradare profondamente il carattere umano, distruggendo la spontaneità e la responsabilità", senza far conto anzitutto su se stessi e sui propri colleghi.


Lei non può fingere d'ignorarlo, professor ministro: il male dello spirito pubblico ha riposato sinora nella sua gestione politica. Il male, quindi, vuole la logica, è stato innanzitutto lei. Dia ascolto a Comte, se non intende dar conto alla coscienza: "il valore d'un sistema politico non può consistere essenzialmente che nella sua esatta armonia con lo stato sociale corrispondente". Non si lasci accecare dalla luce che abbaglia chi la sorte destina alla rovina e non menta a se stesso. Non basterà a ingannare la storia. Lei rappresenta un ordine politico lontano mille miglia da ciò che la stragrande maggioranza del Paese si attende dal governo. Istruzioni snaturate, diritto di voto limitato, leggi contro la libertà di stampa, contro l'istruzione statale, contro la solidarietà tra le parti sociali, contro l'equilibrio tra le funzioni economiche, contro l'autonomia della Magistratura: questo, professor ministro, è ciò che ci è venuto sinora da lei e dalla sua parte politica.


Bettino Craxi, il peggiore dei socialisti e, a quanto pare, suo maestro ideale, discutendo della Palestina, dell'Olp e di Arafat in un Parlamento di deputati ancora eletti dal popolo, il 6 novembre dell'ormai lontano 1985, levatosi a parlare, volle dire una verità in cui credeva profondamente. "Quando Giuseppe Mazzini - sostenne impavido tra mormorii e interruzioni - nella sua solitudine, nel suo esilio, si macerava nell'ideale dell'Italia unita ed era nella disperazione di come affrontare il potere, lui, un uomo così nobile, così religioso, così idealista, concepiva, disegnava e prospettava gli assassinii politici. Questa è la verità della storia e contestare a un movimento che voglia liberare il proprio paese da un'occupazione straniera la legittimità del ricorso alle armi, significa andare contro le leggi della storia [2]".


Noi, fannulloni di sinistra, professore, saremmo indotti a credere che lei - oggi stakanovista in un governo di destra, all'epoca collaboratore di "fannulloni in un governo di centrosinistra - condividesse le parole del suo capo. E tuttavia, vedendola a braccetto di Berlusconi e Bossi, ci possiamo fare a meni di domandarci come faccia a stare in un governo di filosionisti e di secessionisti e le vorremmo chiedere: quand'è che mentiva, professore, quand'era un "fannullone di sinistra" con Craxi, oppure oggi che si ammazza di lavoro per Berlusconi?


Quale che sia la sua risposta, ministro professore, è evidente: noi siamo nemici inconciliabili. Al di là della risibile teoria sul fannullonismo", della quale renderà conto alla storia, per ragioni di opportunità personale lei s'è schierato tra le fila dei Cota e dei Calderoli, che danno l'assalto alla fortezza della civiltà in una guerra scellerata tra la forza e la ragione. I nuovi barbari, direbbe Salvemini. "Una grande civiltà - quella del mondo romano - crollò nel terzo secolo; e non è certo che la nostra civiltà non abbia a soccombere di fronte all'assalto dei nuovi barbari. Io [...] dico che né la vittoria della ragione, né quella della forza sono sicure. L'esito dipenderà dall'ostinazione dei combattenti e da eventi imprevedibili, su cui la volontà umana non ha alcun controllo. Ma non è necessario credere nella vittoria, per iniziare la lotta e proseguirla [3]".


L'hanno capito i suoi studenti, professore, mentre lei fa ancora molta fatica. E, tuttavia, lo sente, lo percepisce e ne è terrorizzato: i giovani non si fermeranno.

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1] Questa e le precedenti citazioni sono in Comte, Dizionario delle idee. Scienza, politica, morale, a cura di Stefannia Mariani, Editori Riuniti, Roma, 1999, pp. 76-78.
2] Atti Parlamentari, Intervento di Bettino Craxi, Presidente del Consiglio, tornata del 6 novembre 1985.
3] Gaetano SalveminI, Il culto della violenza, "The Nation", 28-8-1937.

Abolizione delle Province: nuovo fronte per Berlusconi

LA STAMPA
30/11/2008


«Abbiamo deciso di chiedere a Berlusconi di fare uno sforzo difficile ma necessario: vista la crisi economica, deve eliminare il carrozzone delle Province italiane». Fa discutere l'appello rivolto al premier del quotidiano Libero che nell'edizione di oggi chiede ai suoi lettori di firmare un coupon o sottoscrivere l'iniziativa sul sito internet. Dopo le promesse in campagna elettorale si apre un nuovo fronte per il governo.

Il vicedirettore Gianluigi Paragone spiega il senso della campagna del quotidiano diretto da Vittorio Feltri: «Basta giri di parole: il governo deve abolire le Province - è l'invito di Paragone - . Ogni anno ci costano la bellezza di 16 miliardi e mezzo. Durante la campagna elettorale sembrava che le Province fossero destinate alla mannaia; erano tutti d’accordo ad abrogarle. Tutti eccetto la Lega, una forza che del territorio si sente sentinella. Capiamo le ragioni del Senatur. Tuttavia non possiamo desistere dall’appello. Berlusconi deve avviare un processo di progressivo smantellamento». La ricetta di Paragone è semplice: «Vada da Bossi e gli dica: caro Umberto, io mi impegno per accelerare i tempi del federalismo e tu non ti metti di traverso, tanto il federalismo può tranquillamente prescindere dalle Province».

Ma Berlusconi ha di fronte un doppio ostacolo, perchè, prima di abolire le Province esistenti, dovrà cominciare a bloccare i processi di costituzione di quelle potenziali: 25 secondo il conteggio fatto da Libero. E poi c'è Umberto Bossi che alza le barricate. Il ministro per le Riforme è tornato ieri a difendere il ruolo delle province definendole «assolutamente utili» perchè «costituiscono l’identità e non si può vivere senza l’identità». Alla domanda su come pensa di convincere gli elettori di centrodestra, anche dopo il lancio della campagna del quotidiano Libero per l’abolizione delle province, il Senatùr replica: «Basta che io parli con Berlusconi e un accordo lo troviamo». Intanto Feltri canta vittoria sostendendo di aver già raccolto centinaia di firme da parte dei cittadini.

Un'apertura alla battaglia sulle Province arriva dall'opposizione. Mentre il Pd, almeno per ora, tace scendono in campo Di Pietro e Casini con due lettere pubblicate oggi su Libero. Il leader dell'Italia dei Valori apre parlando di sfida «importante che l’Italia dei Valori condivide». «Questi enti per i cittadini sono ormai solo centri di spesa, moltiplicatori di posti. Il partito dell’Italia dei Valori aderisce all'appello e - annuncia Di Pietro - si farà promotore di una proposta di legge» per «testare le reali intenzioni dell'esecutivo». Sulla stessa linea anche il leader dell'Udc Casini che si dice pronto ad una collaborazione parlamentare con la maggioranza anche se «il governo sembra essersi dimenticato della promesse». «Sottoscriviamo in piano l'iniziativa - continua Casini - e vogliamo farcene promotori nelle aule parlamentari». Insomma, la parola passa al governo, Bossi permettendo.

Caso Sky, il governo: tolto privilegio

LA STAMPA
30/11/2008


Infuria la polemica sul decreto anti-crisi che aumenta dal 10 al 20% le aliquote sugli abbonamenti alla tv a pagamento. Una «tassa» che rappresenta «un favore a Mediaset», accusano l'ad di Sky Mockridge. E se la maggioranza pare voler tirare dritto, l'opposizione protesta rispolverando il «conflitto di interesse» di Berlusconi.

Il governo fa quadrato in difesa del provvedimento. Spiega La Russa: «Anch’io sono abbonato a Sky ma non bisogna dimenticare che quando nacque la pay tv noi demmo uno sconto che gli altri non avevano. Oggi è stata riportata a livello degli altri, è cioè stato tolto un privilegio». Per il ministro della Difesa, infatti, «in tempi di crisi i privilegi vanno tolti a tutti». Più cauto il il ministro del Welfare Maurizio Sacconi: «Se sarà mantenuto l’aumento dell’Iva per Sky dal 10% al 20% come previsto dal pacchetto anti-crisi lo deciderà il Parlamento che è chiamato a trasformare in legge il decreto».

L'opposizione va all'attacco. «C’è poco da fare. Il conflitto di interessi è destinato a caratterizzare di nuovo il corso di questa legislatura. La scelta, di fatto, di penalizzare Sky attraverso una norma inserita nel decreto anticrisi è la conferma che quando si toccano gli interessi nel campo televisivo scende come un macigno nella politica italiana l’eterno conflitto di interessi che accompagna da sempre la destra berlusconiana», afferma il deputato del Pd Giorgio Merlo, vice Presidente Commissione Vigilanza Rai che parla di un «malcostume politico che aleggia attorno al caso Villari» che «conferma platealmente» il conflitto d’interessi dovuto al fatto che il presidente del Consiglio è proprietario di televisioni.

Insorge anche Di Pietro che parla di «norma scandalosa». «Berlusconi, come al solito, invece di lavorare per gli interessi dei cittadini, pensa a tutelare i propri affari», accusa il leader dell’Italia dei Valori. Sulla stessa linea Giuseppe Giulietti, portavoce di Articolo21: «Il governo tratti Sky come ha trattato Rete4. Quando si è portatori insani del virus del conflitto d’interessi non si può invocare la clemenza della corte. Può persino rispondere alla verità che il governo presieduto dal proprietario di Mediaset non volesse colpire alle spalle uno dei pochissimi concorrenti sopravvissuti, ma la decisione assunta è sbagliata nel metodo e nella sostanza. Il governo ha un solo modo per manifestare pacatezza e moderazione ed è quello di riservare a Sky (e non solo a Sky) , la stessa amorevole attenzione che, proprio all’inizio di questa legislatura dedicò alla proprietà del medesimo presidente convenzionando un bel decreto per illuminare Rete4 e per spegnere Europa7».

Perché crollano le scuole

LA STAMPA
30/11/2008
CARLO FEDERICO GROSSO


Un terzo delle scuole non è in regola con le prescrizioni sulla sicurezza stabilite dalla legge n. 626. Per metterle a norma sono necessari 10 miliardi di euro, forse 13. Lo ha dichiarato il sottosegretario Bertolaso in Parlamento.

È emerso altresì che dall’anno in cui è entrata in vigore la 626, le istituzioni competenti in materia di sicurezza nelle scuole ogni anno hanno prorogato la vecchia disciplina. La ragione: non ci sono i denari necessari per metterle in regola. Ciò significa che dal 1994 le norme che sono state giudicate indispensabili per la prevenzione possono essere «legalmente» infrante nei luoghi dove operano quotidianamente bambini e ragazzi. Un Paese da Terzo Mondo.

Ora, dopo che è accaduto un grave disastro, dopo che presidi allarmati denunciano pubblicamente le carenze e minacciano di chiudere le loro scuole, le risorse necessarie saranno reperite? Bertolaso ha detto: 10 miliardi costituiscono un miraggio, si può, forse, pensare di reperirne 4 indispensabili per intervenire quantomeno nelle zone a rischio sismico. Non è il massimo, ma quantomeno si cominci subito con i primi interventi e si programmino quelli successivi.

Quanto tempo sarà tuttavia necessario anche soltanto per individuare i casi urgenti, approvare i progetti, reperire i denari, realizzare le priorità? E quanto per rendere sicuro l’intero universo edilizio? Conoscendo la durata degli appalti pubblici, non oso pensarlo. Intanto, le situazioni d’insicurezza riscontrate continueranno a pesare sul capo di alunni ed insegnanti. E le corrispondenti situazioni di responsabilità, su chi peseranno?

Anche quest’ultimo non è problema di poco conto. Quando si palesa una condizione di pericolo, e non è possibile eliminarla con tempestività perché mancano le risorse o sono necessari tempi tecnici per l’esecuzione dei lavori, si pone, sempre, un problema di possibile responsabilità giuridica. O si chiude la scuola, si blocca la sala operatoria insicura, si chiude la fabbrica o, se si ritiene che il costo umano o sociale del blocco sia troppo elevato, si prosegue nelle normali attività cercando, attraverso opportune cautele, di ridurre al minimo i rischi. Qual è, peraltro, il «rischio minimo consentito», al di là del quale s’impone comunque la chiusura, e se non si chiude si risponde degli incidenti che dovessero verificarsi?

Stabilirlo è sempre difficile. In ogni caso, se si verifica un disastro, sarà il giudice a valutare dopo i fatti, a bocce ferme, secondo i suoi criteri. Chi si è trovato nella necessità di decidere, in un senso o nell’altro, rischierà comunque un processo, qualunque sia stata la sua scelta. In caso di prosecuzione dell’attività, per il disastro colposo che si sia verificato; in caso di blocco, per interruzione di un pubblico servizio, ove le ragioni della chiusura non dovessero risultare giustificate. Una situazione sommamente ingiusta.

Il presidente dell’associazione presidi, intervistato da La Stampa, ha descritto in questo modo la situazione. Ogni anno ognuno di noi è tenuto a presentare una mappa dei rischi ed a formulare le richieste di manutenzione. Ogni anno, sindaci e presidenti di Provincia, disponendo di budget insufficienti, sono peraltro costretti a scegliere gli interventi più urgenti. Noi - ha concluso - abbiamo di conseguenza imparato a convivere «con situazioni di rischio relativo», in quanto «una rigidità eccessiva nell’applicazione delle norme sulla sicurezza comporterebbe la chiusura di molte scuole». Ma se hanno fatto tutto il possibile per fronteggiare la situazione, se si sono dannati l’anima per trovare fondi e risorse, perché dovrebbero rischiare quantomeno onore e denaro affrontando un processo penale per omissione di intervento?

E poi, quali sono, davvero, gli interventi doverosi se, come si è visto, attraverso il sistema delle proroghe si è addirittura legalizzata, nel mondo scolastico, l’infrazione di ciò che si ritiene comunemente indispensabile per assicurare la sicurezza?

Le responsabilità sono ben altre. Sono le responsabilità degli autori di eventuali negligenze clamorose (presidi, assessori, funzionari, quant’altri avrebbero dovuto intervenire o sono intervenuti male), di errori nell’esecuzione dei lavori, d’inerzie senza giustificazione; o di chi, dovendo usare i denari pubblici con scienza e coscienza, ha compiuto frodi, truffe, malversazioni, ruberie.

Che dire, d’altronde, di coloro che, investiti a livello nazionale di responsabilità di governo, non hanno predisposto strumenti, risorse, mezzi, programmi, consentendo che il patrimonio edilizio degradasse e diventasse, sovente, un pericolo per chi vi lavora? In questi giorni si mormora che in Friuli il 51% degli edifici sarebbe privo di agibilità, in Lombardia addirittura il 70%. C’è un’evidente responsabilità politica. Ma non si potrebbe intravedere, pure, qualche profilo di responsabilità giuridica?

Il rischio è, tuttavia, ancora un altro. Quando scoppia uno scandalo la gente discute, dileggia, recrimina, denuncia. Passata la buriana cala, di solito, il silenzio. Quando la questione sicurezza nelle scuole scomparirà dalle pagine dei giornali, temo che scomparirà anche il problema, e presidi, assessori, responsabili tecnici torneranno a dover fare i loro difficili conti quotidiani con le risorse insufficienti e la mancanza di programmazione nazionale. Fino al prossimo disastro, al prossimo funerale.

Se dell'Utri sta con Obama

GIORGIO BOCCA
L'ESPRESSO


Il modello Berlusconi ha fatto scuola: Fini e Alemanno antifascisti, Calderoli apre all'Onda. È la politica stile commesso viaggiatore . Di un liberale moderato che si era messo a fare l'interventista e il nazionalista, Mussolini, che non era privo di humour, disse: "Questa è concorrenza sleale".

La destra italiana la pratica senza esitazione e ritegno. In testa gli ex missini di Alleanza nazionale: tutti in pellegrinaggio a Gerusalemme, allo Yad Vashem, il sacrario dell'Olocausto, e appena tornati tutti comprensivi e solidali con gli studenti di sinistra che scioperano contro la Gelmini. L'esempio viene dall'alto, dal presidente del Consiglio e aspirante alla presidenza della Repubblica Berlusconi. Si ricorda di lui, quando era impresario edile, che compariva all'ufficio vendite per fare tutte le parti: del venditore come del tecnico, dell'impresario come del consulente, del cliente soddisfatto come di quello in cerca di spiegazioni. Alla vigilia delle elezioni americane abbiamo saputo che era per Obama e non per McCain. Come i suoi fedelissimi Bondi e Dell'Utri. Restando amico di Putin e sodale di Gheddafi a cui, incredibile ma vero, pare abbia promesso aiuto in caso di attacco americano. E il ministro Frattini, uomo di garbo e di mondo, ha subito dichiarato che "tra Silvio e Obama ci sono molte affinità".

Siamo alla politica da commesso viaggiatore, da mercante in fiera pronto a tutto pur di vendere i nostri callifughi, sicuri che in piazza ci sarà sempre uno pronto a comprare le medicine miracolose, le lozioni per la rinascita dei capelli.

È difficile capire se l'italiano comune segua Silvio nelle sue evoluzioni perché crede davvero che sia il re Mida che trasforma in oro tutto quello che tocca o perché il piacere di servire il più forte è sempre un gran piacere. Fatto sta che il modo o la moda attuale di far politica, questo populismo generalizzato e moltiplicato dalla mentalità pubblicitaria dominante, sono praticati da tutti, senza distinzioni di partito o d'ideologia. La democrazia è pur sempre una parola magica, un marchio di buon governo? Il sindaco neofascista di Roma Alemanno e il presidente della Camera Fini sono oggi i più rapidi, pronti, sicuri testimoni della democrazia, più democratici dei giudici della corte costituzionale, più antifascisti del presidente dell'Anpi. Gli studenti manifestano nelle piazze? Il leghista Calderoli, quello che un tempo non amava 'i culattoni' e detestava 'i maomettani' della sinistra, trova parole di comprensione e di apertura.

La lezione del Silvio 'incantatore di serpenti' è diventata luogo comune, precetto virtuoso da copiare. Se vuoi vendere la tua merce, buona o cattiva che sia, devi piacere all'uditorio, alla platea, pensare all'ovvio e non al complicato, all'uomo comune e non all'eccezione. La voga che hanno le trasmissioni sul tempo, che ripetono i discorsi rituali sulla pioggia e sul freddo dall'inglese da caricatura, l'inglese che esce con ombrello e galoche anche se splende il sole, confermano che anche noi siamo maturi per i conformismi dominanti. Politici come Silvio sono prontissimi a farne uso, incuranti del vero e anche del verosimile. L'importante è avere i soldi ed essere a capo dello Stato, che il liberismo denigra e combatte, ma che resta il padrone del 60 per cento della spesa pubblica, del giro di miliardi.

Il politico Mussolini non era uno sprovveduto quanto a conoscenza dei difetti degli italiani. Ma neppure lui avrebbe potuto prevedere che i suoi eredi avrebbero cavalcato anche i modelli della democrazia e dell'antifascismo.
(28 novembre 2008)

Nessuno tocchi Baffino

MARCO TRAVAGLIO
L'ESPRESSO


La gravità politica del rapporto malato che Nicola Latorre e il suo capo Massimo D'Alema intrattenevano con la finanza più spregiudicata è sotto gli occhi di tutti dal luglio 2007

Per liberarsi di Nicola Latorre, il Pd non aveva bisogno del pizzino a Bocchino. Né delle teorie di Cesare Lombroso, che pure in molti casi aiutano. Bastava leggere le sue telefonate con Giovanni Consorte e addirittura con Stefano Ricucci, furbetto dalle tortuose fortune, durante l'assalto a Bnl e al 'Corriere della Sera'. L'eventuale rilevanza penale di quelle conversazioni la stabiliranno i giudici di Milano, se e quando il Senato si deciderà ad autorizzarne l'uso per l'ipotesi di concorso nell'aggiotaggio contestato a Consorte.

Ma la gravità politica del rapporto malato che Latorre e il suo capo D'Alema intrattenevano con la finanza più spregiudicata è sotto gli occhi di tutti dal luglio 2007, quando le telefonate trasmesse al Senato dal gip Clementina Forleo divennero di pubblico dominio. "Stefano!", esclamava Latorre con l'immobiliarista di Zagarolo alleato con l'Unipol. E Ricucci: "Eccolo! Il compagno Ricucci all'appello!... Questa mattina a Consorte gliel'ho detto: datemi una tessera (dei Ds, ndr) perché io non gliela faccio più, eh!". Latorre: "Ormai sei diventato un pericoloso sovversivo. rosso oltretutto".

Il compagno Ricucci non fece in tempo a ricevere la tessera Ds, anche perché fu arrestato e i Ds confluirono nel Pd. Il Pd fra l'altro fu affidato dai fassiniani e dai dalemiani, scottati dalle intercettazioni, all'odiatissimo Veltroni. Segno evidente che si resero conto essi stessi dello scandalo suscitato nella base dalla loro sconcertante condotta. Ora pare tutto dimenticato, tant'è che i dalemiani si apprestano a riprendersi il Pd. Come se nulla fosse accaduto. Eppure nell'estate 2005 Consorte confidava a Latorre, D'Alema e Fassino le sue furberie nel rastrellare il pacchetto di controllo Bnl tramite prestanomi, per aggirare la legge Draghi ed evitare l'Opa. Consorte a Latorre: "È una cosa che voglio parlare con te e con Massimo a parte... Queste quote le devono comperare terzi". Latorre: "E certo, non le potete prendere voi". Consorte: "Esatto, le banche, le cooperative... Ho un problema di gara contro il tempo, perché sto convincendo questi qui, ma ognuno di loro ha un problema". Latorre: "Deve fare una telefonata Massimo all'ingegnere (Caltagirone, altro azionista Bnl, ndr)?". Consorte: "È meglio che Massimo fa una telefonata". E Massimo, cioè D'Alema, aveva pure parlato con Vito Bonsignore, eurodeputato Udc e socio Bnl, perché desse una mano a Unipol. Ma, rivelò Baffino a Consorte, "Bonsignore voleva altre cose, diciamo... a latere su un tavolo politico. Io ho regolato da parte mia".

La Procura di Milano ha chiesto di poter usare i nastri anche contro D'Alema. Ma il 18 novembre l'Europarlamento, debitamente imbeccato dalla Commissione giuridica presieduta dal forzista Gargani, ha risposto picche (543 no, 43 sì, 90 astenuti). Tutti gli italiani presenti - Pd, Pdl, Lega e sinistra, a parte Pannella e Cappato - hanno salvato D'Alema. Compreso Bonsignore. Sempre "a latere, su un tavolo politico".
(
28 novembre 2008)

Chi non consuma è un disfattista

MICHELE SERRA
L'ESPRESSO

Il governo diffonderà in ogni casa un opuscolo di rieducazione del consumatore. Per indurlo a spendere di nuovo Perché il consumatore non consuma più? Con tutto il bendidio disponibile? Il governo ha individuato nella scadente qualità del consumatore italiano le radici del problema. Squattrinato, svogliato, disfattista, sovente di malumore, è l'anello debole di un sistema perfetto che non merita di essere rovinato dall'ingratitudine. Allo scopo, il governo diffonderà in ogni casa un opuscolo di rieducazione del consumatore. Vediamo i punti principali.

Mancanza di soldi È il pretesto al quale il consumatore ricorre più frequentemente. Tipico degli avari, va affrontato con una radicale psicoterapia che induca il paziente a riflettere. Al termine del trattamento, il consumatore sarà ugualmente povero, ma nei primi due giorni del mese spenderà tutto lo stipendio in puttanate, ricevendo una lettera di congratulazioni della Confcommercio che lo aiuterà, nei restanti 28 giorni, ad affrontare la fame, il freddo e l'assedio dei creditori con il sorriso sulle labbra e la coscienza pulita.

Calendarizzazione Come mai è sempre la quarta settimana del mese quella che fa segnare il crollo dei consumi? Il problema dipende dalla pessima programmazione delle famiglie. Il governo suggerisce di spalmare l'indigenza sull'intero mese, con un sistema a scaglioni: la popolazione verrà divisa in quattro gruppi, ognuno dei quali dovrà rimanere senza soldi in settimane diverse. Lo sgradevole effetto 'quarta settimana', continuo pretesto per la propaganda disfattista dell'opposizione, non avrà più ragione di essere.

Pessimismo Per il governo è proprio questo il problema più grave. Uno che già è povero, come fa a non capire che il suo umore torvo non fa che peggiorare la situazione? L'opuscolo del ministero del Welfare, stilato dagli psicologi del Centro Studi Bicchiere Mezzo Pieno, suggerisce di formare, sul modello americano, dei gruppi di autocoscienza per debitori anonimi. Seduti in circolo, leggeranno a turno le rispettive buste-paga, scoprendone l'evidente lato comico. La lettura dei mutui sarà effettuata da un animatore.

Panchine La riqualificazione delle panchine è urgente. Verranno concesse in comodato gratuito ai senzatetto, che in cambio ne dovranno curare il decoro ripitturandole ogni primavera. Nei comuni leghisti dovranno ripitturarle usando la lingua al posto del pennello, troppo costoso. Verranno suddivise in panchina a una stella, con cacca di piccioni e cani randagi nei dintorni che mordono il dormiente; a due stelle, senza cacca di piccioni e nelle vicinanze di cassonetti dei rifiuti per un rapido spuntino; a tre stelle, con retino per catturare i piccioni e vecchia padella per cucinarli; e infine categoria lusso, con sistema antincendio per mitigare gli effetti dei raid nazisti.

Alimentazione Le ricette della nonna aiutano a riconsiderare il valore di un'alimentazione sobria e sana. Per esempio le croste di pane, se lasciate in ammollo nel bicchiere della dentiera, al mattino avranno formato un gustosissimo impasto già premasticato e molto digeribile. Tra le ricette suggerite dagli chef governativi: i popolarissimi 'macché' della tradizione napoletana, piatto tipico che deve il suo nome al fatto che se uno chiede "hai mangiato?", l'altro risponde "macché". La pasta alle erbe, spaghetti crudi infilzati nelle aiuole dei giardini pubblici per insaporirli. La saporitissima lepre investita, scrostata dall'asfalto con un raschietto e servita fredda. Gli involtini alla veterinaria, squisiti bocconi di carne per cani, ideali per avere un pelo sempre lucido. I deliziosi petti di pollo scaduti, che non necessitano condimento perché il sapore è già molto caratterizzato. Infine, come dessert, la raffinata granita della nostalgia, ottenuta scongelando il freezer e sminuzzando i pezzi di ghiaccio impregnati degli odori dei cibi dei mesi precedenti.
(28 novembre 2008)

La casta teme la trasparenza

L'ESPRESSO
di Emiliano Fittipaldi


Un ordine del giorno per rendere pubblici soldi e beni dei senatori. Presentato da Ichino e accolto da Schifani. Ma subito bloccato. Colloquio con Pietro Ichino


Lo stipendio da parlamentare che riceve è di 12.496 euro al mese. I contributi mensili versati al Partito democratico superano di poco i 3.500 euro. Il collaboratore (contratto part-time) gli costa 1.200 euro, per l'affitto a Roma e altre uscite varie escono dal suo portafogli, "facendo molta attenzione", 1.600 euro mensili. Nel 2007 il reddito, sommando quello da professore con le attività dello studio, era di 496 mila euro lordi. Eletto alla Camera, teme che il suo reddito possa subire un brusco calo. Pietro Ichino, ordinario all'Università di Milano e deputato democrat, è stato di parola: tifoso della trasparenza 'senza se e senza ma', sul suo sito Internet fa sfoggio di coerenza elencando nel dettaglio entrate e uscite del suo budget, senza dimenticare case e interessi vari. Un appartamento a Milano in comproprietà della moglie ("Ci vive anche mia figlia minore" tiene a chiosare), uno a Courmayeur ("Piccolo"), un altro a Forte dei Marmi (con mansarda). Ichino è preciso, quasi pignolo: "Ho una Renault Espace del 2001 e una Fiat Panda del 2007, intestata a mia moglie. Non posseggo invece né aerei né barche". Ci crede talmente tanto, nella trasparenza, che uno dei suoi primi atti è stato quello di presentare un ordine del giorno per mettere on line i beni e gli interessi dei colleghi. Un appello alla trasparenza rimasto, per ora, lettera morta.

Prima ancora del caso di Renato Brunetta, che ha invocato la privacy sulle sue proprietà immobiliari, lei aveva presentato una proposta. In cosa consiste?
"Testualmente il documento dice che il Senato, considerata la necessità di rendere noti i dati patrimoniali nonché gli interessi economici e finanziari degli eletti, 'impegna il Collegio dei questori a pubblicare su Internet in formati standard, liberi e aperti (ad esempio XML), le dichiarazioni dei senatori circa la situazione patrimoniale, immobiliare e mobiliare propria, di cui all'articolo 2 della legge 5 luglio 1982'".

Perché ha presentato una proposta di questo tipo?
"C'era stata pochi giorni prima una sollecitazione di Tito Boeri. E stava partendo un'iniziativa dei radicali. In quel periodo, inoltre, il Senato discute del bilancio e della propria auto-amministrazione. Il momento era propizio".

L'ordine del giorno è stato approvato?
"Non è stato messo ai voti perché, con una piccola modifica, è stato direttamente accolto dalla presidenza del Senato. In altre parole, Renato Schifani ha preso l'impegno di fare quanto era indicato nel documento".

Perché secondo lei è così importante pubblicare le informazioni sensibili dei parlamentari su Internet?
"Quando venne emanata la legge del 1982 citata in quell'ordine del giorno, Internet non esisteva ancora. Oggi, l'accessibilità dei dati implica che essi siano disponibili in Rete".

Dunque le informazioni sono già pubbliche?
"La legge prevede la pubblicazione congiunta, da parte di Camera e Senato, mediante un bollettino cartaceo. In pratica, occorre recarsi presso un ufficio del Parlamento e chiedere di leggere i tabulati. È una forma di pubblicità molto rudimentale, poco accessibile e dunque totalmente inefficace".

Cosa succede negli altri paesi?
"In Svezia e in Gran Bretagna, che hanno introdotto per prime il principio della 'total disclosure', cioè della trasparenza totale, tutti i dati sono disponibili on line. Sono gli Stati che il Pd ha preso a modello per il proprio disegno di legge sulla trasparenza e valutazione nelle amministrazioni pubbliche. E proprio il Senato ha approvato, due settimane fa, un disegno di legge che recepisce questo principio".

Sarà, ma la tutela della privacy resta sacra.
"Non c'è dubbio che le nostre amministrazioni pubbliche siano tra le più opache dell'Occidente. E neppure i politici, in generale, amano molto la trasparenza".

Perché in Italia il principio della privacy resta prioritario anche in politica?
"La trasparenza della cosa pubblica e di chi vi si dedica è uno degli elementi essenziali di qualsiasi democrazia. Diciamo che la nostra democrazia è un po' indietro rispetto alle altre maggiori".

La trasparenza potrebbe limitare possibili conflitti d'interessi?
"Certo che sì! La visibilità del patrimonio mobiliare e immobiliare di ciascun parlamentare non potrà mettere a nudo tutti i suoi interessi personali privati, ma ne rivelerà sicuramente una buona parte".

In molti obiettano che il conflitto di interessi di Silvio Berlusconi rende ridicoli gli altri.
"Se guardiamo alle dimensioni del suo patrimonio, certo, quello della maggior parte degli altri parlamentari appare minuscolo. Ma degli interessi personali di Berlusconi sappiamo quasi tutto: paradossalmente sono più trasparenti di quelli di tanti oscuri peones. Eppure anche questi, ogni giorno, soprattutto nel lavoro nelle commissioni, possono influire in modo decisivo su tante decisioni, grandi e piccole".

Sono passati quattro mesi, ma l'ordine del giorno è rimasto soltanto sulla carta. Come mai?
"Ne ho chiesto conto all'ufficio dei questori: mi hanno risposto che la pubblicazione on line è impossibile, perché la legge dispone la pubblicazione congiunta per i senatori e i deputati. E mi hanno detto che la Camera non è vincolata da quell'ordine".

Ma la presidenza del Senato non potrebbe muoversi in maniera autonoma?
"Non vedo che cosa le impedisca di incominciare con l'adempiere l'impegno che ha assunto, mettendo sul sito del Senato i dati relativi ai senatori. Nessuno glielo vieta".

Forse la sua proposta non è stata molto apprezzata dai colleghi di maggioranza e opposizione...
"Qualcuno l'ha presa con simpatia, altri sono più scettici. Credo che quelli che non gradiscono l'iniziativa non si siano espressi affatto".

Non è che anche i parlamentari del Pd preferirebbero non mettere in piazza i propri interessi?
"Non ho motivo per pensarlo".

Se Schifani non prenderà posizione, come intende portare avanti il progetto?
"Per quel che mi riguarda, dal luglio scorso ho messo on line i redditi degli ultimi due anni e le mie proprietà. Chiunque può esaminarli sul mio sito www.pietroichino.it, sezione 'Rendiconti'. Forse la stampa potrebbe sollecitare ogni parlamentare a fare la stessa cosa. In questi giorni, poi, tornerò alla carica con la presidenza per chiedere conto dell'impegno assunto a luglio. Ora c'è di mezzo anche una questione di coerenza".

In che senso?
"Visto che abbiamo varato pochi giorni fa, in commissione Affari costituzionali, un disegno di legge che introduce il principio della trasparenza totale delle amministrazioni pubbliche, sarebbe curioso che il Senato approvasse questo principio a carico degli altri comparti dello Stato ma rifiutasse ad applicarlo a se stesso".
(27 novembre 2008)

Lodo Trota

MARCO TRAVAGLIO
Zorro
l'Unità
30 novembre 2008

Niente da fare. Neppure al terzo tentativo Renzo Bossi, secondogenito del Senatur, è riuscito ad acciuffare la maturità scientifica. A nulla è valso l’intervento del ministero dell’ Istruzione, retto dalla meritocratica Gelmini, che gli aveva concesso il terzo grado di giudizio. Quest’estate, dopo la seconda trombatura per “gravi lacune in quasi tutte le materie”, si era ipotizzata una sua imminente discesa in campo come delfino di cotanto padre: con quel quoziente culturale, aveva diritto quantomeno a un ministero. Ma l’illustre genitore smentì: “Più che un delfino, Renzo è una trota”. Dopodichè, essendo ministro delle Riforme, propose una riforma ad personam, anzi ad trotam: “Dopo il federalismo bisogna riformare la scuola. Non possiamo lasciare martoriare i nostri figli da gente che non viene dal Nord. Un nostro ragazzo (uno a caso, ndr) è stato bastonato agli esami perché aveva presentato una tesina sul federalista Cattaneo. Questi sono crimini contro il nostro popolo e devono finire”. Detto, fatto. Il governo impose il terzo esame, alla presenza vigile di un ispettore ministeriale. Stavolta Renzo aveva lasciato perdere Cattaneo e aveva presentato una tesina in fisica. Ma non c’è stato verso. Ora, per evitare che il giovine finisca nelle grinfie di Brunetta come fannullone o in una classe differenziale per ciucci e immigrati (come da proposta leghista), non c’è che una soluzione: chiamare Ghedini e Alfano e approntare al più presto una legge ad hoc per trasferire l’esame a Brescia o, meglio ancora, garantire la promozione automatica ai figli delle alte cariche dello Stato, ministri compresi. Un Lodo Trota.


Uomini e maggiordomi

PETER GOMEZ
28 novembre 2008

Questo pomeriggio il vice-presidente della commissione parlamentare di vigilanza sulla Rai, Giorgio Lainati (Pdl), e il capogruppo del partito di Berlusconi in commissione, Alessio Butti, hanno annunciato che nei prossimi giorni chiederanno «conto al direttore generale Cappon e al presidente Petruccioli del perché sia permesso all'ex parlamentare diessino Michele Santoro di fregarsene del pluralismo dell'informazione». I due si lamentano perché nella puntata di Annozero di giovedì, dedicata alla crisi economica, «Santoro ha sparato contro il Governo facendo parlare esponenti del mondo politico e imprenditoriale rappresentanti la sola opposizione» utilizzando poi, «per completare "il capolavoro", una serie di grafici e tabelle, molte delle quali elaborate da studi della Cgil».

Il messaggio che lanciano Lainati e Butti, con un linguaggio nemmeno troppo vagamente nostalgico, è chiaro: per Annozero è ormai iniziato il conto alla rovescia. A questo punto, più che ricordare che i ministri del Popolo delle Libertà nelle ultime settimane hanno sempre declinato gli inviti in trasmissione per loro libera scelta, è forse il caso di riflettere sul significato della parola pluralismo e sui limiti del giornalismo.

Partiamo dunque dal fondo: ovviamente anche chi fa il giornalista ha dei limiti. Che possono essere riassunti così: ciascuno può dire o raccontare quello che vuole a patto che non violi il codice penale o quello deontologico. Non si possono, insomma, diffamare o calunniare le persone. E se ciò avviene chi lo ha fatto paga con sanzioni pecuniarie o, nei casi estremi, addirittura con la detenzione. In ogni caso a stabilire se ciò è avvenuto non può essere un organismo parlamentare. Devono farlo invece la magistratura e l'ordine dei giornalisti.

Veniamo quindi al pluralismo. Dare diritto di parola ai rappresentanti di tutte le formazioni politiche in un unico programma non vuol dire essere pluralisti. Prima di tutto perché non solo i partiti rappresentano la società (cioè il pubblico): i parlamentari, che intervengono su qualsiasi argomento in tutti i tg, dal punto di vista giornalistico hanno lo stesso peso dei sindacati, delle associazioni e dei semplici cittadini. E anzi, se si vuole fotografare con chiarezza lo stato di un paese come il nostro, spesso (anzi quasi sempre), meno si fanno parlare i politici e meglio è. Ma non basta. Perché la tv non è pluralista se il giornalista o il conduttore si limita a dirigere il traffico dando la parola a questo o quello. Lo è invece se lascia spazio in programmi differenti a conduttori e giornalisti con punti di vista e opinioni diverse. Poi saranno i telespettatori a scegliere che cosa guardare.

Insomma la tv pubblica dovrebbe essere un po' come un'edicola: ch'è chi compra il "Corriere della Sera", chi "la Repubblica", chi “il Giornale". Vince poi il migliore (chi fa più ascolti). Un'unica regola va rispettata: la verità dei fatti. Detto in altre parole: se Berlusconi afferma che il mare è giallo e D'Alema risponde che è rosso, il conduttore, comunque la pensi, deve intervenire per chiarire che il mare è blu. Se non lo fa è, nel migliore dei casi, professionalmente impreparato, e nel peggiore un maggiordomo.

Berlusconi tende la mano al Pd: «Diamoci un mano, nell'interesse di tutti»

IL CORRIERE DELLA SERA

ROMA - Dopo mesi di guerra fredda, ecco la prima vera apertura. Il premier Silvio Berlusconi illustrando i provvedimenti del decreto anticrisi e specificando che oltre al pacchetto appena varato ci sarà un piano da 80 miliardi di euro di investimenti, tende la mano all'opposizione. E lo fa - spiega- perché è «nell'interesse di tutti» uscire dal pozzo della crisi che attanaglia il Paese. «Diamoci un mano - dice il Cavaliere - guardando come stella polare all'interesse di tutti». L'invito al Pd e a Veltroni è così illustrato: «Visto che le prossime elezioni sono tra quattro anni e mezzo, si cessi di essere sempre in campagna elettorale e ci si metta insieme, per dare una mano». Il premier si è poi appellato agli italiani a non «modificare lo stile di vita». I cittadini, ha sottolineato il capo del governo, «hanno la possibilità di mantenere le proprie abitudini. La profondità della crisi dipende dalla nostra capacità di avere fiducia e speranza». Il premier ha poi osservato che il segreto è non ridurre i consumi: «Dobbiamo fermare questo circolo vizioso, questa spirale. Mi sto sgolando al telefono con i colleghi europei affinché anche loro invitino i cittadini ad un comportamento consapevole. Ora la buona volontà la devono mettere i cittadini».


IL NO DI EPIFANI - Berlusconi ha voluto inoltre sottolineare che il provvedimento varato dal Consiglio dei ministri ha raccolto il parere favorevole di molte categorie ed è stato «approvato anche da gran parte dei sindacati». Ma la risposta della Cgil, unico sindacato confederale che giudica insufficienti le misure decise dall'esecutivo, non si è fatta attendere: ed è stata negativa. La Cgil infatti confermerà lo sciopero generale del 12 dicembre, poiché - come ha spiegato il leader Epifani - «manca la svolta». «Per serietà - ha detto Epifani - prima di un commento dettagliato occorre una lettura delle misure. Ma il senso generale del pacchetto non indica quella svolta di cui il Paese ha bisogno, sia per dimensione che per le scelte fatte». «Colpisce - ha concluso il leader della Cgil - che il mondo produttivo, dagli operai alla scuola, non abbia risposte a livello di peso fiscale, e trovo incomprensibile questa scelta. C'è qualcosa per gli indigenti e poco per gli altri».

CONFINDUSTRIA - Diversa la reazione di Confindustria. Il leader degli industriali, Emma Marcegaglia, ha detto che il decreto anticrisi del governo va nella giusta direzione, anche se servono ulteriori fondi a supporto delle imprese .«Chiediamo che ci siano agevolazioni fiscali per le imprese che investono in risparmio energetico e riduzione delle emissioni», ha aggiunto.

FASSINO - Intanto è Piero Fassino a rispondere all'appello del premier al dialogo. «Prendiamo atto che Berlusconi dice che il Pd può dare una mano ad affrontare la crisi. Siamo disponibili, lo abbiamo sempre detto» dice il ministro ombra degli Esteri del Pd a Red tv. «Non siamo un partito che ha la cultura del 'tanto peggio tanto meglio'. Non ci appartiene - aggiunge Fassino - Ma il governo ci deve dare modo di dire la nostra, di discutere».


28 novembre 2008

«Invalido dopo un crac al ginocchio»

IL CORRIERE DELLA SERA

MILANO — Era il periodo della presidenza italiana Ue e il giorno dopo doveva andare in veste ufficiale al Festival di Salisburgo. «"Proviamo con le infiltrazioni di acido ialuronico al ginocchio", mi dice il medico. Penso: va bene, proviamo anche questa. Faccio le punturine e parto per l’Austria. Non l’avessi mai fatto! La gamba si blocca. Prova e riprova, non c’è verso di muoverla. Un invalido. Ecco, è proprio questo che mi fa più male».


Roberto Castelli, 62 anni, ex Guardasigilli ora sottosegretario alle Infrastrutture, racconta a Ok La salute prima di tutto in edicola i suoi problemi con un ginocchio. «Non è tanto il dolore, perché in questi anni la soglia di sopportazione si è alzata, ma le privazioni. Niente più montagna, la mia grande passione. L’ultima volta che tra fitte varie sono arrivato in cima, non riuscivo più a scendere: è stata quasi una ritirata in Russia. Niente bicicletta, perché non piegando il ginocchio non posso pedalare. Niente più lunghe passeggiate, niente sciate in libertà, non parliamo poi del pallone ». E i medici ormai gli suggeriscono tutti la stessa cosa: «Deve fare la protesi». Tutto è cominciato nel 1977, a una partita di pallone. «Un giocatore avversario mi cade addosso con tutto il suo peso. Il ginocchio mi si gira all’indietro, sento un dolore terribile, insieme a un crac, come di un ramo spezzato. Sconquasso totale dei legamenti e del menisco». Subito dopo, l’operazione per ricostruire l’articolazione, sei mesi di gesso, una lunga riabilitazione e la sentenza: la gamba funzionerà al massimo per vent’anni. «Fino al 1997 vivo come se nulla fosse successo, facendo ogni tipo di sport. Poi, allo scadere dei vent’anni, una cadutina banale e l’inizio del calvario. Rigidità di movimento e tanto dolore, così forte da togliere il respiro ». Castelli non si finge ottimista. «Ogni giorno di più un movimento di meno, la sensazione di insicurezza e la consapevolezza che andrà sempre peggio». Ma è capace di scherzarci su: «Mi sento come la Sirenetta di Hans Christian Andersen, che dopo la separazione della coda a ogni passo aveva la sensazione di camminare su punte taglienti e coltelli affilati».


R.I.

29 novembre 2008

Pd, D'Alema: "Serve un chiarimento ora mi impegnerò di più nel partito"

LA REPUBBLICA


ROMA - Se non è una candidatura alla segreteria del partito in vista del prossimo congresso, poco ci manca. "C'è bisogno di rilanciare, dare vigore alla proposta riformista del Pd", spiega in un'intervista al Tg1 Massimo D'Alema, e "anche io mi impegnerò di più". "Se posso fare una nota autocritica - aggiunge - credo forse di non aver fatto abbastanza fino ad oggi di quello che si poteva fare per il Pd".

Per D'Alema "c'è bisogno di un chiarimento politico", ma "è importante che lo si faccia, discutendo con franchezza, con serenità". Poi, riferendosi probabilmente al putiferio scoppiato per i "pizzini" passati durante una trasmissione televisiva dal suo fedelissimo Nicola Latorre all'esponente del Pdl Italo Bocchino, l'ex ministro degli Esteri sottolinea: "Io non amo le polemiche e devo dire che, anzi, mi ha amareggiato una polemica personale, aspra, tanto più spiacevole perché condotta in mia assenza, visto che mi trovavo all'estero per una missione internazionale".

(29 novembre 2008)

Lavoro, la promessa dell'eolico. "Oltre 65 mila posti nel 2020"

LA REPUBBLICA
di VALERIO GUALERZI


Tanti posti di lavoro e dove servono di più. Se è vero, come ha denunciato recentemente il segretario della Cgil Guglielmo Epifani, che in Italia sull'occupazione si sta per abbattere una valanga, a tenerla almeno in parte indietro potrebbe pensarci il vento. Il potenziale occupazionale del settore eolico è infatti enorme: da qui al 2020 i lavoratori, tra diretti e dell'indotto, potrebbero arrivare a toccare quota 66 mila, quintuplicando i numeri attuali.

A ribadire la grande opportunità rappresentata dallo sviluppo delle rinnovabili è uno studio congiunto realizzato da Uil e Anev, l'associazione che raccoglie le aziende che operano nell'eolico. "Lo sviluppo delle fonti di energia pulita - spiega il segretario del sindacato Luigi Angeletti - non è solo finalizzato al rispetto dell'ambiente, ma può innescare processi produttivi rilevanti e conseguenti risultati occupazionali positivi".

Al momento gli addetti all'eolico in Italia, tra diretti e indiretti, sono 13.630. Le potenzialità del vento sono però sfruttate solo in minima parte, mentre entro il 2020, tenendo anche conto dei numerosi vincoli ambientali e paesaggistici, si potrebbe arrivare ad installare impianti per una potenza totale di 16.200 MW in grado di fornire 27,2 TWh di elettricità, pari al 6,7% dei consumi. Obiettivo che una volta raggiunto significherebbe impiegare complessivamente oltre 66 mila addetti.

Ma il vento, si sa, soffia più forte sulle isole e lungo le coste. Per questo, secondo le proiezioni di Uil e Anev, a beneficiare maggiormente dello sviluppo eolico sarebbero la Puglia (11.714 posti di lavoro totali), la Campania (8.738), la Sicilia (7.537) e la Sardegna (6.334). Lo studio fornisce anche i dettagli dell'occupazione per l'intera filiera, precisando le cifre mobilitate dagli studi di fattibilità, dalla costruzione delle macchine, dalla costruzione degli impianti, dall'installazione e dalla manutenzione.

"Lo sviluppo dell'eolico - aggiunge Angeletti - può creare più occupazione, ma anche più qualificata, per questo abbiamo sottoscritto con Anev un protocollo d'intesa per la realizzazione di corsi di formazione con criteri di periodicità".

Anche se, sottolinea Luigi De Simone, amministratore delegato del gruppo specializzato nelle rinnovabili Icq Holding, le professionalità più elevate in Italia mancano: "Soffriamo un grave gap tecnologico nella progettazione delle turbine e una dipendenza dall'estero che difficilmente riusciremo a colmare".

"Il presupposto per creare occupazione qualificata - precisa il presidente dell'Anev Oreste Vigorito - è completare il quadro normativo mettendo gli operatori in grado di realizzare nuovi impianti". Unitamente allo scetticismo dell'attuale governo, il vero scoglio per far decollare le rinnovabili in Italia, e l'eolico in particolare, è infatti proprio questo. La situazione attuale è un'autentica giungla dove gli agguati sono sempre dietro l'angolo.

Il repertorio è vastissimo: la centrale di Scansano, in Toscana, è finita davanti al Consiglio di Stato dopo una battaglia tra associazioni ambientaliste pro e contro. A decidere sull'offshore progettato in Molise, dopo lo stop della Regione, sarà la Corte costituzionale. Nelle Marche due progetti nella zona di Camerino, inseriti nel Piano energetico regionale, sono stati bloccati dalla sovrintendenza dopo aver ottenuto la Valutazione di impatto ambientale regionale.

"Noi pensiamo che i maggiori colpevoli di questa situazione insostenibile siano proprio le regioni", denuncia Andrea Perduca, responsabile del settore eolico per Sorgenia. "La legge - aggiunge - prevede che gli iter autorizzativi vadano concessi entro un massimo di 180 giorni, ma noi in Campania, Marche e Molise attendiamo da oltre mille giorni e in Puglia da 600. Malgrado la crisi congiunturale, abbiamo pronti investimenti nel vento per 500 milioni di euro, ma ci troviamo nella paradossale impossibilità di spenderli".

"E pensare - rincara De Simone - che le royalties per la produzione di energia vanno proprio alle comunità locali, quasi sempre piccoli centri montani colpiti da spopolamento e invecchiamento demografico, risanando bilanci in difficoltà. Spesso siamo costretti a fare i conti con dei 'professionisti' del dissenso". "Oltre a questa situazione, anche la crisi del credito attualmente non ci aiuta - conclude De Simone - Ma io resto comunque ottimista: il mondo, e anche l'Italia, sono pronti per passare a un uso massiccio dell'energia pulita".

(28 novembre 2008)

sabato 29 novembre 2008

Il Tiepolo "osceno" nascosto in un castello per 200 anni

LA STAMPA
28/11/2008



Un capolavoro di Giambattista Tiepolo (1696-1770), considerato perduto da oltre 200 anni, è stato ritrovato nell’attico di un castello in Francia dove era stato «nascosto» dagli antenati degli attuali proprietari perchè considerato «osceno», dal momento che raffigura una donna che mostra un seno nudo. L’annuncio della riscoperta è stato dato dalla casa Christiès, precisando che il dipinto che raffigura una giovane seminuda, allegoria della mitologica Flora, sarà messo in vendita martedì 2 dicembre a Londra con una stima che oscilla tra 700.000 e 900.000 sterline. Come ha dichiarato un portavoce di Christiès, il quadro non risulta mai pubblicato in nessun catalogo del Tiepolo e propabilmente fa parte di una serie di opere commissionate al pittore veneziano dall’imperatrice Elisabetta di Russia (1709-1762).

Il quadro non è mai stato mostrato finora in pubblico nè esposto in alcuna esposizione. Ribattezzato «Ritratto di Flora», il ritrovamento inedito, ha detto Richard Knight, direttore internazionale del dipartimento di dipinti antichi di Christiès, «rappresenta una delle più eccitanti riscoperte della storia dell’arte degli ultimi anni». «Per quanto è stato possibile accertare - ha aggiunto Knight - il dipinto è rimasto nella stessa collezione priivata della famiglia aristocratica francese per oltre 200 anni». «Ritratto di Flora» mostra l’immagine suadente di una giovane donna avvolta in un drappo e con un seno scoperto, mentre una corona di fiori avvolge il suo corpo. Anche i capelli della affascinante ragazza sono arricchiti da una decorazione di fiori. La storia del dipinto non è nota, ma secondo la ricostruzione degli specialisti di Christiès fu realizzato nell’ambito di una serie di quadri commissionati da Elisabetta di Russia. «Ritratto di Flora» sarebbe arrivato nel castello francese agli inizi del 1800, circa 40 anni dopo che Tiepolo aveva abbandonato San Pietroburgo per recarsi a Madrid per lavorare per re Carlo III di Spagna. Ma la riscoperta di un Tiepolo non è la sola novità annunciata dalla casa d’aste inglese.

Due capolavori del pittore Canaletto (1697-1768), raffiguranti due magnifiche vedute di Venezia, saranno battuti all’asta per la prima volta da Christiès sempre martedì 2 dicembre a Londra. La stima complessiva per le opere è di oltre 7 milioni di sterline, ma gli specialisti ipotizzano addirittura una cifra finale più che doppia, visto che nel dicembre 2000, sempre ad un’asta londinese, un solo quadro di Canaletto raggiunse la cifra record di 7,7 milioni di sterline. I due quadri che saranno battuti all’inizio della prossima settimana furono commissionati nel 1738 dall’aristocratico Thomas Brand, amico di Horace Walpole, il quale conobbe personalmente Canaletto durante i suoi viaggi in Italia, diventando in seguito un grande collezionista di dipinti dello stesso Giovanni Antonio Canal detto il Canaletto. Successivamente i due dipinti furono venduti a re Giorgio III e quindi passarono nelle mani di un’aristocratica famiglia inglese, che li ricevette in dono dal sovrano. I due dipinti misurano ciascuno 47x78,2 centimetri e mostrano la città di Venezia da due differenti punti di vista. Un quadro si intitola «La Piazzetta di San Marco con la Libreria», mentre l’altro «Il Canal Grande», con vedute di Cà Corner e Cà Contarini degli Scrigni con il campanile di Santa Maria della Carità.

Renzo Bossi bocciato per la terza volta

LA STAMPA
29/11/2008

Non fosse che ormai da qualche tempo è diventato l’ombra del padre Umberto anche nell’attività politica, gli insuccessi scolastici di Renzo Bossi rimarrebbero nel diario privato della famiglia. E invece la bocciatura al nuovo esame orale di maturità scientifica di Bossi junior, figlio del leader della Lega, diventa notizia: l’interrogazione è stata ripetuta ieri all’ora di pranzo davanti alla commissione d’esame, tornata a riunirsi al collegio arcivescovile Bentivoglio di Tradate (Varese) dopo quattro mesi.

A luglio Renzo Bossi era infatti stato respinto, la seconda volta dopo quella del 2007, alla maturità. La famiglia presentò un ricorso al Tar contro la decisione del professori, perchè il ragazzo sarebbe stato interrogato su una parte di programma che durante l’anno scolastico non era stata affrontata. Pare che ci sia stato davvero un errore formale di trasmissione del programma e così, prima che i giudici amministrativi avessero avuto il tempo di pronunciarsi, la commissione ha deciso di far ripetere al rampollo di casa Bossi l’esame orale, cui ha assistito anche un ispettore del ministero dell’Istruzione. Stamani il verdetto ufficiale: l’esame ha avuto "esito negativo". Fredda notizia affissa, come la prassi vuole e come accade per ogni studente italiano che affronti la maturità, all’albo della scuola di Tradate. Solo che questa volta c’era un nome e unicamente quello.

Il diretto interessato non si è visto davanti al tabellone, prima che il collegio Bentivoglio chiudesse i cancelli, a mezzogiorno. Due giornalisti e un fotografo si sono presentati, unici, a verificare l’esito della prova orale di Bossi junior. Così la famiglia, a quanto si è potuto apprendere, è stata informata dell’esito negativo al telefono, dal preside, prima della pubblicazione, non fosse mai che i Bossi ne venissero a conoscenza a mezzo stampa. Adesso sulla maturità del secondogenito del ministro delle Riforme (che aveva persino rinunciato alla tesina su Carlo Cattaneo e il federalismo, optando per un meno politico elaborato in fisica) pende ancora il ricorso al Tar, che ad inizio ottobre l’aveva cancellato dal ruolo delle "sospensive" dopo essere stato informato dal legale di Renzo Bossi di «non avere interesse attuale alla pronuncia cautelare».

Il sentimento del Nord

LA STAMPA
29/11/2008
LUCA RICOLFI

E’ un bel po’ di anni che se ne parla, ma nell’ultima settimana - dopo l’intervista di Sergio Chiamparino a questo giornale - se ne discute di più. Di un partito del Nord distinto dalla Lega, relativamente libero nelle sue alleanze, si cominciò a ragionare più o meno quindici anni fa, quando la Lega di Bossi fece cadere il primo governo Berlusconi (1994), e per circa cinque anni rimase «in sospensione» fra sinistra e destra, fino al rientro nell’alveo del centro-destra (2000). Poi il tema scivolò fuori del dibattito, salvo riaffacciarsi timidamente nel 2007, dopo le sconfitte della sinistra nelle elezioni amministrative di primavera. Pochi mesi dopo, con la costituzione del Partito democratico (autunno 2007) il tema pareva di nuovo e definitivamente sepolto, perché tutti i leader del Nord, compresi quelli che ora vagheggiano un distacco dal Pd romano, preferirono accontentarsi della promessa veltroniana di una «forte struttura federale» piuttosto che lanciarsi nell’avventura di un partito veramente autonomo. Non ho mai capito perché, allora, Cacciari, Chiamparino, Penati e gli altri principali dirigenti del Nord si siano lasciati incantare da Veltroni: che la confluenza nel Pd fosse uno schiaffo alle aspirazioni del Nord era più che evidente a qualsiasi osservatore disincantato. Quindi, pur essendo fra quanti hanno ripetutamente caldeggiato la nascita di un Partito del Nord, capisco ancora meno l’improvvisa conversione di questi giorni. Chissà, forse è solo una questione di voti, che ieri ci si illudeva di agganciare con la nuova creatura veltroniana, e oggi si è compreso benissimo che non torneranno mai più all’ovile.

Al di là delle beghe interne al Partito democratico, tuttavia, la domanda resta: vale la pena dar vita a un partito del Nord distinto dalla Lega? Dipende. In termini di carriere politiche è sicuramente indispensabile: la sinistra aveva perso la maggioranza dell’elettorato del Nord già nel 1948, e dopo il 1994 non ha fatto che perdere ulteriore terreno. Chi vuole fare politica al Nord senza confluire né nella Lega né nel partito di Berlusconi è dunque costretto a pensare a un contenitore nuovo. Ma per noi elettori è veramente utile? O meglio ancora: c’è spazio, oggi, per una nuova formazione politica che abbia il suo baricentro nel Nord e non sia l’ennesimo partitino? Secondo me sì, anche se tale spazio - per ora - non è grandissimo (diciamo che è fra il 10% e il 20% dei voti validi). Lo spazio si è creato poco per volta, ma le vicende politiche degli ultimi anni lo hanno notevolmente allargato. Oggi è molto più chiaro di ieri che né la destra né la sinistra attuali sono in grado di entrare in sintonia con il sentimento centrale delle regioni settentrionali, uno stato d’animo che è ampiamente diffuso nel Nord ma, sia pure in diversa misura, è presente in tutte le aree del Paese e in tutti gli strati sociali. Ci sono molti modi di mettere a fuoco tale sentimento, ma quello più chiaro a me pare efficacemente racchiuso in un’espressione di Lucia Annunziata ai tempi del governo Prodi, quando ebbe a parlare di un «generale senso di ingiustizia» serpeggiante nel Paese. Tale sentimento è particolarmente diffuso nel Lombardo-Veneto perché, qualsiasi campo si consideri, la scuola, l’università, la sanità, l’assistenza, la burocrazia, quei territori sono al tempo stesso i più virtuosi del Paese e i meno rappresentati dalla politica (a dispetto dei lombardi presenti nel governo nazionale). Ma è diffuso anche altrove, ovunque ci si rende conto che il merito è calpestato, gli sprechi e i privilegi sono inestirpabili, gli umili soccombono ai prepotenti, gli onesti sono calpestati dai furbi. Il Paese non chiede semplicemente meno tasse e migliori servizi, ma più equità e più responsabilità individuale. Di fronte a questa domanda, che spira impetuosa dal Nord ma esiste ovunque, un cittadino si aspetta dagli altri quel che pretende da sé stesso, le forze politiche si mostrano incapaci di fornire risposte convincenti. Nessuna di esse ha interesse a ripulire le istituzioni dall’invadenza dei partiti, come mostrano le non-riforme in campi vitali quali la sanità, la Rai, ma soprattutto i servizi pubblici locali, che solo Linda Lanzillotta provò (invano) a sottrarre alla voracità dei politici locali. L’azione della destra è paralizzata dal peso degli interessi egoistici e clientelari del Mezzogiorno, che hanno già indotto la Lega stessa ad annacquare enormemente il suo modello di federalismo fiscale. La sinistra, anziché combattere questa deriva conservatrice della destra, la asseconda in nome di un malinteso principio di solidarietà, che la porta a tutelare i territori inefficienti e a ignorare la domanda di equità che proviene da quelli virtuosi. La sinistra, in altre parole, confonde l’equità con la solidarietà, e sembra non capire che il Nord non è nemico della solidarietà, ma della sua versione incondizionata: se le risorse sono scarse, non puoi donare senza condizioni, ma hai il dovere civile di pretendere che non vadano dissipate. Queste, a mio parere, sarebbero le sole ragioni per far nascere un partito del Nord. Un partito del Nord ha senso se riesce a essere, al tempo stesso, più aperto e più rigoroso della Lega. Più aperto con l’altro, a partire dagli immigrati e dai «non padani». Più rigoroso sui temi del merito e della giustizia territoriale, ossia più e non meno federalista della Lega. Ma il conservatorismo mentale della sinistra e dei suoi uomini è così grande, che dubito che una rivoluzione simile possa essere compiuta nel breve volgere di una stagione politica.

Il freno di Bruxelles

LA STAMPA
29/11/2008
MARIO DEAGLIO



Nelle misure governative non c’è la «svolta» richiesta da Guglielmo Epifani, segretario della Cgil, per revocare lo sciopero generale indetto per il 12 dicembre. Del resto, Epifani, come tutti gli altri, sapeva benissimo che, date le decisioni adottate in sede europea, questa svolta non poteva esserci. Le misure vanno infatti nella direzione giusta, ma non bastano a garantire il superamento della recessione. Tale superamento sarebbe possibile con una maggiore flessibilità sui deficit stabiliti dai trattati, ma non se ne farà nulla finché non ci si deciderà a pensionare quanto meno il commissario europeo Joaquín Almunia, responsabile degli Affari Economici e Monetari dell’Unione; si tratta di una degnissima persona che abita un pianeta in cui l’economia reale non ha più posto, rigoroso custode di un’«ortodossia» inflessibile dei trattati che toglie respiro a ogni velleità di crescita. Avendo accettato i limiti di Almunia, i governi europei non hanno comunque in mano munizioni sufficienti per rispondere in pieno all’assalto della crisi; riusciranno quanto meno ad alleviarla, a evitarne le punte più acute.

In una simile situazione, il governo italiano si è mosso con relativo buon senso, con un insieme di provvedimenti ragionevoli, sufficientemente calibrati, anche se sicuramente risulta stonata la rivendicazione del presidente del Consiglio del «primato» italiano nella risposta alla crisi: l’Italia è il paese avanzato il cui profilo previsivo è peggiorato più sensibilmente nel corso delle ultime settimane ed è appena logico attendersi che il suo governo reagisca con reattività maggiore. L’effetto dei provvedimenti sulle infrastrutture e dei «Tremonti bonds» per facilitare il credito è non solo difficile da valutare ma relativamente remoto nel tempo. Il «bonus» alle famiglie, invece, arginando sperabilmente la caduta dei consumi fin da febbraio-marzo, potrà avere un impatto quasi immediato sulla produzione: equivale allo 0,2 per cento del prodotto interno lordo e attenuerà un poco la caduta produttiva prevista per il 2009. Nel loro complesso, i provvedimenti di carattere sociale paiono al momento attuale soltanto abbozzati ma distribuiti in modo abbastanza rispettoso della mappa del disagio sociale che sta prendendo forma nel paese. La tendenza dei precedenti governi di centrodestra a tenere in particolare conto le esigenze dei redditi alti e medio-alti sembra ormai sostituita con quella per le esigenze dei redditi bassi e medio-bassi (e con la tenuta generale del sistema). Per effetto di queste misure, nonché del brusco mutamento del panorama inflazionistico italiano e mondiale, dominato dalla forte caduta dei prezzi delle materie prime energetiche, l’orizzonte economico delle famiglie con bassi redditi appare, se non schiarito, almeno non così buio come risultava un paio di mesi fa. Ai minori costi, rispetto al previsto, di benzina ed energia, si aggiungono le provvidenze per i mutui a tasso variabile, la sospensione degli scatti automatici delle tariffe autostradali, il blocco di quelle ferroviarie per i pendolari, tutte misure che paiono riflettere, oltre al resto, un tentativo di evitare lo sciopero generale indetto dalla Cgil. Tutto questo non è bastato - e non poteva bastare - né alla Cgil né alla Confindustria di fronte alla forte caduta della produzione industriale e alle allarmanti prospettive di aumento della disoccupazione. Si è costruita una trincea contro l’assalto della recessione e non si può non sperare che questa trincea tenga o allevii l’urto; non si è costruita alcuna politica di ripresa. Ma in questo caso, l’interlocutore di Cgil e Confindustria non è più Roma ma Bruxelles; per usare una vecchia metafora, Roma, come Parigi, Berlino e tutte le altre capitali, può mettere ordine alle sedie sul ponte del Titanic, e non lo sta facendo male, ma non può variare la rotta del Titanic, decisa a Bruxelles e destinata a passare in pericolosa prossimità di un iceberg. Sarebbe ora che le grandi impostazioni europee di politica economica venissero considerate oggetto di discussione politica, e quindi di possibile contestazione, e non pronunciamenti di una casta superiore. Se si raggiungesse questo risultato, non solo la congiuntura italiana, ma il funzionamento complessivo dell’Unione Europea avrebbe fatto un passo avanti.

La mamma del gay diventa icona del web

IL CORRIERE DELLA SERA


PECHINO – La chiamano «mamma». Si collegano al suo blog, che porta il nome della viola mammola e che in sei mesi è stato visitato 100 mila volte. Wu Yuojian ha 61 anni ed è la prima madre che abbia fatto outing sull’outing del figlio, la prima donna che si sia spesa apertamente a sostegno della dichiarazione pubblica di omosessualità fatta dal figlio.

IL GIORNO DELL'OUTING - Lui, Zheng Yuantao, ha 28 anni ed era un liceale quando, una sera, andò dalla madre per confessare che a lui piacevano i ragazzi, non le compagne di scuola. Non fu un dramma familiare. La madre, e anche il padre, non lo hanno considerato un reietto. Lo hanno accettato, circostanza per nulla scontata in una società dove solo ora l’omosessualità trova alcuni spazi di espressione e dove sul vizio delle maniche bucate» è stato steso regolarmente un velo di silenzio (la definizione colloquiale deriva dal racconto a proposito di un imperatore della dinastia Han, duemila anni fa, che dopo aver giaciuto con il favorito, figlio di un ministro, per alzarsi senza svegliarlo strappò le maniche dell’abito). Ebbene, Zheng nel 2001 ha inaugurato un sito web per mettere a disposizione degli altri gay la serenità che l’accettazione in famiglia gli aveva dato.

LA SAGGEZZA DI MAMMA WU - Nel 2005, quando era già noto, una televisione del Guangdong ha voluto intervistare lui e la mamma. La signora Wu ha preso tempo, poi ha accettato. E’ stata la svolta. E’ diventata la prima donna a parlare dell’omosessualità del figlio e a dare coraggio a lui, a quelli come lui, alle loro famiglie. Sei mesi fa, poi, la decisione di aprire il blog, immediatamente diventato punto di riferimento per la comunità omosessuale. Lì mamma Wu dispensa parole di saggezza e di comprensione. «Se non è cattiva, se non nuoce a nessuno, l’omosessualità non è nulla».

CONSIGLI AI GENITORI - La dura esperienza maturata in montagna durante gli anni della Rivoluzione culturale le ha fatto capire che «tutte le forme di vita scelgono da sé come stare al mondo» e che «le cose della natura sono le migliori di una vita che è breve, troppo breve». Tanto basta per rasserenare la comunità gay della Cina. La signora Wu aggiunge che «la tendenza sessuale delle persone si manifesta nell’infanzia e dopo rimane immodificabile». Non sarà una teoria scientifica, ma lei ne è certa. E comunque, «se un figlio è gay, perché i genitori non possono affrontare la situazione generosamente?».

Marco Del Corona
28 novembre 2008

Ragazze disponibili e spalmate di sedativi per derubare ricchi e ignari stranieri

IL CORRIERE DELLA SERA

Allarme della polizia ugandese: alcune giovani si cospargono il corpo di sostanze chimiche


KAMPALA - Ragazze belle e prosperose. Che prendono di mira uomini benestanti, in cerca di sesso facile. Si lasciano abbracciare, toccare, baciare. Fino a che, irrimediabilmente, la vittima designata cade svenuta. E, irrimediabilmente, viene derubata di tutto. A lanciare l'allarme, come riporta l'Afp, è la polizia ugandese. «Alcune giovani malviventi - spiega Fred Enanga, portavoce del "Criminal Investigations Directorate" - si spalmano il seno e il resto del corpo con particolari sedativi» per mettere letteralmente al tappeto gli uomi che sono riuscite ad adescare.

GANG - A quanto pare, il sistema viene utilizzato da una gang formata da decine di prostitute e criminali: al momento le persone sospettate dalla polizia sono 37. Le vittime di questa sorta di rapine a luci rosse sono soprattutto stranieri bianchi. «Ne abbiamo trovati alcuni privi di coscienza e spogliati di ogni cosa. Non sappiamo ancora da chi si riforniscano le giovani - ha spiegato Enanga - ed è quello che stiamo cercando di scoprire». Le autorità lanciano però l'avvertimento: attenzione a farvi sedurre troppo facilmente.


29 novembre 2008

Alitalia: due pesi e due misure

ITALIA DEI VALORI

29 Novembre 2008

Si può solo sperare che non sia vero. Se lo fosse sarebbe purtroppo difficile impedirlo. Ma ci si dovrebbe impegnare a fare in modo che se ne parli ovunque il più possibile. Informare non ha mai fatto male a nessuno, fatta eccezione per chi ci guadagna a non informare.

Qual è la questione? E’ presto detta: pare che la parcella professionale del professor Fantozzi per la gestione della bad company Alitalia ammonti grosso modo a circa 15 milioni di euro. Tesoretto su cui si sono già sprecate vignette di prima pagina sui quotidiani.

Un confronto è immediato: è solo 9 milioni di euro la cifra stanziata per risarcire il danno ai soldati italiani contaminati dall’uranio impoverito sui teatri di guerra internazionali. Oltre ai 167 morti, sono ora 2536 i casi accertati di contaminazione. Ma è intuitivo che si tratta di una cifra provvisoria, destinata a crescere a causa della presenza di nuovi soldati in Iraq e Afghanistan.

Una sola persona riceverà dunque una cifra enorme e di gran lunga superiore a quella destinata, non ad alleviare le sofferenze, ma a compensare in modo largamente insufficiente i danni irreversibili subiti da migliaia di soldati italiani.

Potranno esserci smentite. O spiegazioni capziose. Speriamo ci siano solo le prime, magari ben documentate. Ma il passato non aiuta a sperare. Tanto per restare nei dintorni, l’antico manager dell’Alitalia, dottor Cimoli, noto per aver dato un sostanzioso contributo ad affossare la compagnia, fu ricompensato per i danni fatti con una liquidazione miliardaria.

Il professor Fantozzi ha dovuto essere protetto, con una precisa clausola della legge sulla sicurezza, dal rischio di subire azioni giudiziarie per responsabilità accumulate da chi lo ha preceduto nella gestione dell’azienda. Garanzia indiscutibile: perché dovrebbe pagare in sede giudiziaria per colpa di altri? Ma, appunto, se il professore è già stato messo al riparo dal rischio di eventuali processi, che cosa giustifica l’enormità della cifra?

Non si vede altro motivo se non l’enormità stratosferica del debito accumulato dall’Alitalia e insaccato nella sola bad company affidata alle sue cure. Più alto il debito, più alto il compenso. Insomma, occuparsi dei debiti è professione fruttifera.

Ai cittadini italiani due sole consolazioni: la sicurezza di contribuire al pagamento di quei debiti, su cui non hanno alcuna responsabilità, e la serena consapevolezza di dare non "minuscolo" contributo al benessere del professor Fantozzi.

Libri, cinema, tv: torna la porno-tax

IL CORRIERE DELLA SERA

ROMA — Una stangata decisamente hard. Torna la porno tax, prelievo fiscale aggiuntivo che colpisce l'industria dell'eros più spinto. È una delle misure introdotte dal piano anti-crisi del governo, articolo 31. Non lieve: chi produce e commercializza materiale pornografico dovrà pagare un'addizionale del 25% sui redditi che ne derivano. Nata nel 2002 per iniziativa dell'allora deputato forzista Vittorio Emanuele Falsitta, riproposta nel 2005 da Daniela Santanchè eppure finora mai applicata, la pornotassa stavolta riparte con vigore: colpirà già gli introiti del 2008, gli acconti dovuti al Fisco saranno del 120%. Riguarderà anche la trasmissione di programmi tv a luci rosse. Il decreto del Consiglio dei ministri riassume cosa si intende per porno: giornali e riviste specializzate, compresi dvd e materiale allegato e «ogni opera letteraria, teatrale e cinematografica, audiovisiva o multimediale, anche realizzata o riprodotta su supporto informatico o telematico in cui siano presenti immagini o scene contenenti atti sessuali espliciti e non simulati tra adulti consenzienti».

Dove gli amplessi fossero soltanto abilmente recitati, par di capire, l'opera sarebbe esentasse, ma non è chiaro. Un decreto del presidente del Consiglio, entro 60 giorni, illustrerà i dettagli. Spetterà al ministro per la Cultura Sandro Bondi individuare cosa è porno e cosa è soft (o pop-porno, dall’hit già di culto lanciata dalla Ventura). Gli operatori del settore sono pessimisti: il mercato sarebbe florido, l’Eurispes lo calcola intorno ai 900 milioni di euro, ma la maggior parte gira su circuiti illegali e dunque non tassabili. «Oh mamma mia, cos’è, un’altra proposta della Carfagna?», sbuffa Tinto Brass. «Un provvedimento devastante, disastroso, un messaggio di grande tristezza». Il regista, che ha in uscita il corto «Hotel Courbet» (dedicato al pittore de «L’origine del mondo») ci vede un’operazione non fiscale ma culturale: «Non vogliono che la gente si diverta, cosa c’è di più ottimista di un bel sedere, dico io? Ma no, ci mortificano, ci vogliono tristi, la carne è colpevole. Recuperano l’idea di Platone per cui nell’uomo c’è una parte nobile, dalla vita in su, e una ignobile, dalla vita in giù». Per Eva Henger «è una tassa ipocrita, il porno non si potrebbe nemmeno produrre ». Indignato Rocco Siffredi: «L'Italia si dimostra bigotta e moralista, non ci ricaveranno niente, l'unica cosa tassabile sarà l'oggettistica. Ormai i dvd non si vendono più, il sesso si trova su Internet, su You Porn possono entrarci anche i bambini, vergogna».

Giovanna Cavalli
29 novembre 2008

La bufala della Social Card

IL MALE OSCURO - LE INGIUSTIZIE PATITE- CHI NON CE' PIU'

(mitraglietta Beretta M. 12)


di Luigi Morsello

QUATTRO

Ebbene, il 30 giugno 1983 nell’atrio dell’ingresso della casa penale di Alessandria trovai schierati 44 agenti in varie file in modo da riempire tutto l’atrio e impedire a chiunque di passare: avevano bloccato l’ingresso e nessuno poteva entrare o uscire senza il loro permesso.
A me fu detto dall’agente a capo di quel manipolo di agenti che io non ero più il loro direttore e che non potevo più entrare in carcere e accedere alla direzione.
Si erano, lo ripeto, ammutinati, contro il loro direttore, contro di me !
Erano stati anche chiaramente sobillati a farlo. Da chi non è possibile nemmeno oggi per me dirlo con certezza.
Era sintomatico che fra loro non ci fossero dei sottufficiali e che il maresciallo comandante, pur in servizio come i sottufficiali del turno, non ne avessero avuto, come poi dissero dopo, nessun sentore.
La casa penale di Alessandria, lo ripeto, era un istituto particolarmente sensibile, tant’è che direttori con maggiore anzianità della mia non avevano voluto esservi trasferiti.
Riassumiamo: c’erano le sezioni per detenuti comuni in un sistema di celle cubicolari; c’erano la sezione speciale e la sezione ristrutturata; nella sezione ristrutturata c’era addirittura il figlio di un potente uomo politico del tempo, Carlo Donat Cattin.
Inoltre, la sezione ristrutturata, proprio quella che ospitava Marco Donat Cattin, era turbolenta, tanto da motivare un quasi intervento di un nucleo di agenti di custodia in tenuta antisommossa per farli rientrare nelle celle anche con l’uso della forza.
Il 90% dei detenuti terroristi, pentiti e dissociati, erano di competenza nel Nucleo Speciale Antiterrorismo di Torino.
Il maresciallo comandante era un protetto dell’uomo politico, tant’è che i detenuti ex terroristi sicuramente facevano il proprio comodo all’interno delle sale colloquio delle due sezioni.
La ciliegina sulla torta erano gli ottimi rapporti miei con i due funzionari della questura.
Il tutto in una cornice di lassismo intollerabile in un carcere così delicato. Addirittura i cortili di passeggio delle due sezioni “particolari” erano stati schermati con rete metallica fatta mediante lamiera stirata, per proteggerli dall’alto: si temeva a Roma che le B.R. ancora latitanti potessero tentare un colpo di mano lanciando ordigni esplosivi con un elicottero e fu disposto su scala nazionale il divieto di sorvolo aereo: paranoia allo stato puro ! Inoltre, non eravamo dotati di armamento antiaereo da utilizzare in caso di contrasto di un attacco dall’alto.
Il muro di cinta era dotato di cinque garitte di sentinella collegate con un camminamento di ronda. Vi si accedeva da un lato su cui insistevano anche gli alloggi di servizio del direttore e del maresciallo comandante, dai quali il camminamento di ronda e le garitte si vedevano quasi tutte. Il cambio delle sentinella avveniva ed avviene tuttora con un graduato incaricato del cambio della guardia, che doveva percorrere assieme al turno montante tutto il camminamento per iniziare il cambio dall’ultima garitta e procedere a ritroso. L’armamento era costituito da mitragliette Beretta m. 12 cal. 9 parabellum con caricatore da 32 colpi, che può sparare 550 colpi al minuto. La procedura veniva violata, le ultime due sentinelle lasciano l’arma nella garitta e si recavano verso la garitta n. 3 mentre il responsabile della guardia effettuava il cambio nelle prime tre garitte, qui gli ultimi due agenti raggiungevano da soli le ultime due garitte. Ciò comportava il temporaneo abbandono di due mitragliette nelle garitte n. 4 e 5 e la mancata consegna delle due armi alle sentinelle montanti con la previa ispezione del munizionamento: una violazione gravissima, da Tribunale militare , ma non denunciai nessuno, mi limitai a fare una ramanzina agli addetti ai cambi di guardia.
Non avrei dovuto fare nemmeno quello. Io credo che qualunque cosa avessi fatto sarebbe stata letta in modo ostile, salvo lasciare il carcere allo sbando, com’era quando ne assunsi la direzione.
Naturalmente, ordinai di sciogliersi e di farmi passare, mi fu opposto un rifiuto; tentai di fendere il manipolo di agenti per andare in direzione e qui accadde la cosa più clamorosa: due agenti mi presero sottobraccio, mi sollevarono di peso e mi buttarono fuori dal carcere !
Questa situazione durò tutta la mattina, accorsero da Torino e da Roma, il comandante regionale cap. Giosuè Camilleri riuscì a convincerli a desistere. Ed io potei finalmente entrare in servizio.
Arrivò un’ispezione ministeriale, che non trovò miei comportamenti vessatori nei confronti del personale militare. Passarono al setaccio registro dei rapporti disciplinari, registro del servizio agenti, conclusero che il direttore non aveva responsabilità per quanto era accaduto e che l’accadimento era dovuto al lassismo durato per troppo tempo in quel carcere prima del mio arrivo e dalla insofferenza alla disciplina di quel distaccamento di agenti di custodia.
Sapevo che non sarebbe finita così, era la classica situazione di incompatibilità ambientale, prima o poi avrebbe prodotto i propri frutti: il mio trasferimento, il terzo dal 1980 al 1983.
Ma soprattutto volli capire perché era successo e come mai non era trapelato nulla e a sapere erano stati in molti.
Sapevo che la stragrande maggioranza di quel manipolo di agenti era stata condizionata a partecipare, però li denunciai tutti alla Procura Militare della Repubblica presso il Tribunale Militare di Torino. Aiutai il P.M. militare a fare le indagini, terminate delle quali furono arrestati in rapida successione cinque agenti e tre brigadieri, uno dei quali nemmeno in servizio nella casa penale ma nella casa circondariale.
Gli arrestati furono prima interrogati e poi tradotti in un carcere militare, ma non fecero risalire al maresciallo comandante Semerano e meno che mai agli ispiratori dell’ammutinamento del quali lui era stato il tramite e i poveri agenti gli esecutori materiali.
Come andò a finire ?
Vi sono dei fili che non si potevano toccare: “chi tocca i fili muore” !
Quindi non fu possibile provare chi erano stati i mandanti, anche se un’idea ce la eravamo fatta.
Gli agenti furono processati ed assolti per intervenuta amnistia. Furono successivamente sottoposti a procedimento disciplinare ed uno di essi ebbe l’improntitudine (o la disperazione ?) di chiedere aiuto a me per le discolpe. Ed io gliele feci !
Dopo qualche mese il cons. Giuseppe Falcone, direttore dell’Ufficio del personale civile, come da copione mi convocò a Roma e mi disse di scegliermi una nuova sede. Dissi che mi sarei dovuto consultare in famiglia, ma non lo feci, la tirai per le lunghe fino a quando Falcone non mi convocò una seconda volta e mi disse che dovevo dare l’indicazione, altrimenti avrebbe operato d’ufficio.
Ero profondamente nauseato, scelsi di tornare a Lonate Pozzolo, per la seconda volta a metà anno scolastico, per cui la mia famiglia restò ad Alessandria fino a giugno 1984.
Di tutti gli operatori degli istituti penitenziari alessandrini ricordo una sola persona con vera stima ed amicizia, si chiama Domenico Conforti, era un appuntato che aveva prestato servizio in qualità di autista prima al Procuratore della Repubblica e poi al presidente del tribunale di Alessandria, poi era stato restituito perché erano stati assegnati gli autisti civili ed aveva continuato a fare l’autista per me e per la direzione; gli dissi:” Ti devi accontentare di me !”.
Lui non aveva saputo nulla del progetto di ammutinamento, aveva volontariamente evitato ogni contatto con i colleghi, non se ne fidava.
Mi disse che non sarebbe restato nemmeno lui in servizio al carcere, dopo qualche mese si dimise, assunse servizio presso la Pretura di Alessandria come custode tuttofare.
Ho già riferito di quanto accadde nel lasso di tempo dal 1984 al 1987 (trasferimento a Lonate Pozzolo e dopo nemmeno 15 giorni a Busto Arsizio, con la direzione di entrambi i due carceri).
L’essere in servizio a Busto Arsizio e, contemporaneamente a Lonate Pozzolo, dove abitavo non significò disinteresse per l’uno a danno dell’altro, anzi.
A Busto Arsizio l’ospite più illustre fu Angelo Epaminonda, detto “il tebano”, per ospitare prima lui e poi altri della sua banda che erano stati arrestati per la sua collaborazione, fu necessario distrarre dalla sua originaria destinazione la “Sezione di semilibertà”, interna al muro di cinta e vuota, mai utilizzata. Proveniva dal carcere di Voghera, arrivò con un televisore, un videoregistratore e un mucchio di cassette porno, che deteneva abusivamente, l’amministrazione centrale ovviamente non autorizzò la consegna delle cassette porno.
Era un uomo terribile, un sanguinario, si era accollato numerosi omicidi dei quali molti eseguiti di persona. Fu necessario adottare cautele particolari (era ancora fresco il ricordo del ‘suicidio’ di Michele Sindona nel carcere di Voghera), un turno di servizio specifico (18 agenti più un sottufficiale).
Era stato arrestato dal dr. Giuseppe Di Maggio, P.M. del Tribunale di Milano, figlio di un maresciallo dei carabinieri, diventò successivamente vice direttore generale delle carceri, deceduto l8 ottobre 1996 nell’ospedale di Genova dove attendeva un trapianto di fegato, aveva 48 anni. Era un omone, grande e grosso, siciliano, occhi azzurro ghiaccio, penetranti.
Per capirlo meglio riporto il necrologio che ne fece Piero Colaprico (La Repubblica, 8 ottobre 1996): “Dopo la laurea, faceva l'avvocato a Monza, ma suo padre lo "guardava strano". Non gli piaceva che difendesse chi vive di reati. E così, nei primi anni Ottanta, era diventato sostituto procuratore a Milano. Erano gli anni delle bische, delle guerre di mafia, lui insieme a Davigo coordinò tutte le fasi dell' inchiesta che portarono alla cattura dell' ultimo gangster, Angelo Epaminonda, detto il "Tebano". Ne studiò le coperture dentro magistratura e forze di polizia, seguì una traccia che metteva il boss in contatto con uomini legatissimi a Bettino Craxi. Non aveva, Di Maggio, preoccupazioni diplomatiche. "O si sta di qua o di là", era il suo motto. E ne aveva dato prova pubblica nel marzo del 1990, quando venne chiuso a Roma l' Alto commissariato alla lotta alla mafia, dov' era andato a lavorare, sostenendo che "la mafia non è solo Palermo, la mafia è a Roma, a Milano...". Invitato al "Maurizio Costanzo show", spiegò di non sentirsi "suddito" e puntò il dito - clamorosamente - contro Csm e politici, che non avevano permesso alla loro struttura, presieduta da Domenico Sica, di andare avanti. Se n'era andato a Vienna, nominato consulente giuridico per l' Organizzazione delle Nazioni Unite. Ed era tornato "operativo" nel 1993, con l' incarico di vicedirettore delle carceri italiane. Ha usato il pugno di ferro contro i capiclan, ha fatto in modo che a sorvegliare detenuti eccellenti ci fossero - raccontava - "agenti sardi, molto seri, che quando un boss prova a fare amicizia, gli rispondono: ' Taci, prigioniero' ". Ma, dopo poco, se n'era ritornato a Vienna, sbattendo la porta. Massiccio, 140 chili, una voce profonda, occhi mobilissimi, aveva una vitalità spaventosa: se stava in compagnia di amici, Di Maggio era capace di parlare, scherzare, raccontare aneddoti e mangiare, fumando, per ore.”.
Epaminonda era ingestibile, metteva in croce, insultava il personale, sempre furioso contro qualcuno o qualcosa, si era lamentato anche del trattamento in carcere, tant’è che il dr. Di Maggio mi convocò a Milano, mi interrogò su tali lamentele e mi verbalizzò, addirittura.
Non contento, il dr. Di maggio provocò un incontro ministeriale, presente anche il dr. Guglielmo Muntoni, Giudice Istruttore e io da una parte, dall’altra il dr. Niccolò Amato – Direttore Generale -, il dr. Giuseppe Falcone – Direttore dell’Ufficio del personale civile -, e il dr. Crescenzo Di Blasio, detto “Enzo”, direttore amministrativo (che era stato mio vice direttore a San Gimignano e allora era in auge).
Fummo trattati come pezze da piedi, non fu accordata la benché minima digressione dalle regole dell’ordinamento penitenziario, Epaminonda era un detenuto come gli altri. Il dr. Di Maggio si convinse che io non c’entravo.
Epaminonda si incazzò e il 20 marzo 1987 ritrattò le sue confessioni con una lettera al presidente della quarta Corte d’assise di Milano.
Ecco cosa scrive Fabrizio Ravelli (La Repubblica del 20 marzo 1987): “La marcia indietro del Tebano ha quindi le caratteristiche di un tentativo di pressione, o di un ricatto addirittura. Epaminonda si sente abbandonato e tradito dallo Stato. Ma che cos' erano quei mari e monti che gli sarebbero stati promessi? Nessuno lo vuol dire ufficialmente, ma par di capire che in cambio delle sue rivelazioni al Tebano erano state date assicurazioni che la sua famiglia sarebbe stata tutelata da vendette, che il trattamento carcerario non sarebbe stato troppo pesante, e che, forse, si sarebbe arrivati all' approvazione di una legge su misura per i pentiti mafiosi. La legge non è arrivata. La protezione alla famiglia è stata a fasi alterne, e a quanto pare affidata più che altro alla buona volontà di alcuni. C'è per esempio agli atti del processo un' istanza del difensore del Tebano che segnala come la tutela dei famigliari dell' imputato fosse stata abbandonata. Quanto al trattamento carcerario, anche per evitare accuse di favoritismi, è stato tutt'altro che privilegiato. Epaminonda, da quando ha siglato i suoi verbali, è stato trasferito in carcere, mentre molti altri pentiti se ne stavano più tranquilli nelle caserme. E di carceri Epaminonda ne ha girate parecchie: Bergamo, Voghera, Busto Arsizio, e infine Alessandria. Il Tebano, abituato alla bella vita, se ne è sempre lamentato. L'ultimo colpo per la sua sicurezza di pentito è arrivato la settimana scorsa. Il giudice istruttore di Brescia ha prosciolto il procuratore di Voghera Romeo Simi de Burgis, che Epaminonda proprio in apertura delle sue confessioni aveva accusato di corruzione.”
Divenne sempre più intrattabile per cui fu necessario un abboccamento nell’ufficio del capoposto della ex sezione di semilibertà, presenti il sottufficiale, due robusti agenti nella stanza e due fuori, in cui gli feci capire che se avesse continuato ad insultare e rendere la vita impossibile al personale non rispondevo più della loro reazione, gli feci capire che potevano anche riempirlo di botte (e gli agenti sapevano come fare a non lasciare tracce permanenti), gli dissi anche che quello che era stato (un boss terribile e sanguinario) non lo era più perché era in carcere ed era anche un collaboratore, un “infame” nella liturgia mafiosa, non aveva più alcun potere.
Era davvero un uomo intelligente, smise di sbraitarmi contro e di minacciarmi, restò silenzioso durante la mia esposizione, finita la quale chiese se poteva andare, se ne andò in un silenzio, cupo. Dopo poco fu trasferito presso la caserma Pastrengo dei carabinieri in Milano e non ne ho più saputo nulla.
Se gli veniva fatta mancare anche l’aria che respirava non era certo colpa mia o del mio personale.
Prima di andar via risolsi un altro enorme problema: il sistema fognario !
C’era un tratto di circa 900 metri da fare e che non toccava alla CO.DE.MI., ma al comune di Busto Arsizio, per allacciare le fogne del carcere a quelle comunali, ma il comune non aveva soldi. A monte c’era, probabilmente, qualcos’altro, ma ero io a stare fra l’incudine e il martello.
La CO.DE.MI. aveva costruito una vasca di decantazione delle acque luride e due pozzi perdenti che smaltivano il tutto nel sottosuolo: il rischio di inquinamento di una falda acquifera freatica era alto.
I pozzi perdenti non erano sufficienti, dopo nove-dieci mesi si sigillarono senza più disperdere nulla e il liquame tracimava dalla vasca di decantazione nel piazzale sterrato all’ingresso del carcere !
Fu fatto un intervento di ripristino della permeabilità dei pozzi perdenti, ma mi fu detto che non se ne potevano fare altri, perché tecnicamente impossibile. Non so, non credo fosse vero, ma ero privo di qualunque tutela, sia dall’amministrazione penitenziaria che dalle OO.PP., sia perché non avevano fondi per fare dei nuovi pozzi perdenti, sia perché l’obbligo era a carico del comune.
Ovviamente, trascorso un paio d’anni l’inconveniente si verificò di nuovo, questa volta definitivo, perché era anche scaduta la garanzia del carcere, salvo i vizi occulti.
Tutto il piazzale d’ingresso del carcere fu sommerso dai liquami, tutti fingevano di non accorgersene, anche la commissione ispettiva guidata da Raffaele Ciccotti di verifica della statica del muro di cinta.
Era una disperazione. Si spesero tanti di quei soldi per svuotare pozzi neri e vasca di decantazione tramite un’impresa specializzata, operazione che veniva fatta due volte la settimana.
Dove andassero a scaricarli non lo so, so però che erano, se usati in agricoltura (Lonate Pozzolo mi insegnava), un ottimo fertilizzante. Ho il sospetto che la ditta ci guadagnasse due volte.
Esasperato, la tarda primavera del 1987 decisi di fare di testa mia, chiamai una ditta specializzata di mia fiducia, feci fare un preventivo che feci congruire alle OO.PP. di Milano, lo inoltrai minacciando in caso di mancato finanziamento di convocare l’ufficio di igiene e far apporre i sigilli al carcere: ero io adesso che mi “ammutinavo” !
L’autorizzazione e il finanziamento pervennero in agosto (ma venne anche la seconda visita ispettiva), a settembre feci l’ordinazione e me ne andai via, ritrasferito a Lonate Pozzolo. Quel nuovo dispositivo, tecnicamente perfetto, del costo di 79 milioni di lire durò fin quando non fu fatto l’allacciamento alle fogne comunali. Il direttore “pro-tempore” era il dr. Michele Rizzo.
La “Bellaria” era invece rifiorita, il parco delle macchine agricole era stato rinnovato, con primo acquisto di numerose nuove macchine con funzioni nuove, la produzione agricola e bovina era stata rinnovata.
Mi accade spesso, da quando sono in pensione, di sognare il carcere, a volte sotto forma di incubo. È stato quel mestiere 40anni della mia vita, sogno anche la Bellaria, ma nel sogno non è più il carcere della speranza per tanti derelitti, che vi venivano a morire, il carcere della vita all’aria aperta (del quale ho un ricordo molto nostalgico) è un carcere sognato con angoscia perché in via di demolizione, come poi è accaduto (fu soppresso, assieme ad altri, nel 1989).
Lo stesso tormento, la stessa angoscia che si ripeteva, per la seconda volta ero caduto in depressione, una depressione ben più grave della precedente.
Iniziai ad avere le prime pulsioni suicide.
Ciò accadeva sia per effetto della sindrome bipolare sia per effetto delle continue e obbiettive vessazioni che subivo dal 1981.
Neanche l’ambiente “bucolico” della ”Bellaria” aveva un qualche effetto. Il depresso è chiuso in un bozzolo mentale impenetrabile, la sofferenza psichica è insopportabile, il soggetto è nudo verso il mondo, privo di difese, solo chi conosce la malattia o chi l’ha provata gli può essere di aiuto.
Avendola provata anche successivamente, ho potuto salvare numerose persone, detenuti e non, dalle stesse pulsioni.
Proprio ad Alessandria fu assegnato un giovane ragioniere, di prima nomina, che non poteva capitare in ambiente peggiore. Quando mi resi conto che era non solo a rischio ma in serio pericolo, chiamai i suoi genitori, li feci venire ad Alessandria, convinsi il giovanotto ad andarsene con i suoi genitori (era figlio unico !), si dimise e tornò il ragazzo solare che era prima di entrare nella tetraggine di un carcere come quello di Alessandria.
L’estate successiva vennero a trovarmi (mi trovavo in vacanza a Eboli) ed ebbi la conferma che lo avevamo preso per i capelli, un attimo prima dell’irreparabile.
A me purtroppo non accadde.





(al centro il sottoscritto ed il Maresciallo Comandante Salvatore Lentinu)


(continua)