venerdì 30 gennaio 2009

ARTICOLO 27. AGENZIA REGIONALE PROMOZIONE LAVORO PENITENZIARIO



LUIGI MORSELLO *

ARTICOLO 27. AGENZIA REGIONALE PROMOZIONE LAVORO PENITENZIARIO

“Ab immemorabili” la casa circondariale (già carcere giudiziario) di San Vittore in Milano è una struttura penitenziaria simbolo, di una antica concezione del carcere a raggiera, dell’occupazione tedesca e della resistenza, vi sono stati detenuti un giovanotto italo-americano di belle speranze – Mike Bongiorno -, una grandissima firma del giornalismo italiano – Indro Montanelli, è stato teatro di una famosa rivolta, definita la più grave del dopoguerra, in coincidenza con la Pasqua del 21 aprile 1946.
La rivolta scoppiò mentre i detenuti stavano mettendo insieme una «rappresentazione comico-allegorica» nella quale «la Madonna comparve con la testa di una capra, corteggiata da un Dio con una testa di capro». Fu lì che «d' improvviso Ezio pretese silenzio. Avanzò nella luce piena di un riflettore, si concentrò (...) uscì dal suo raccoglimento e prese a fischiare modulato, rivolto verso i bracci dove i reclusi, a centinaia, si affacciavano dalle celle, impugnando le sbarre». Il carcere s'infiammò in un istante, le poche guardie rimaste per Pasqua furono sopraffatte e tutti ma proprio tutti se ne sarebbero andati sfociando nella piazza e di lì nella città sonnolenta se un piccolo eroe, Salvatore Rap, non avesse afferrato una mitragliatrice pesante e non avesse bloccato l' evasione, da solo, per il tempo necessario alla polizia, ai carabinieri e alla Celere e poi addirittura a un reparto d' assalto della Folgore per circondare il penitenziario.
Un gesto pagato con la vita. Durò quattro giorni, la sommossa. Quattro giorni di sparatorie e trattative, trattative e sparatorie. Finché gli assedianti non si decisero a usare il cannone. Bastò un colpo, uno solo, su una torretta che si sbriciolò, per far capire ai rivoltosi che l'Italia appena uscita dalla guerra si era stufata di essere in ostaggio di una nuova violenza ed era pronta a usare la mano pesante. Si arresero. Furono giorni di sangue, conclusi con un bilancio di cinque morti (tre detenuti e due guardie).
Alberto Bevilacqua scrisse a ricordo di quei quattro giorni di sangue, di violenza e di lutto il libro “La Pasqua Rossa” edito nel 2003.
In un modo o nell’altro è stata protagonista della vita milanese, durante il terrorismo del decennio degli anni di piombo, durante la stagione ormai storica di “Mani Pulite”.
Ebbene, proprio ieri 29 gen
naio 2009 è tornata agli onori della cronaca per una frase pronunciata da Giuseppe Grechi Presidente della Corte d’Appello di Milano: «A San Vittore si esercita la tortura», frase choc che non si riferisce agli agenti di polizia penitenziaria ma alle condizioni inumane di detenzione: «Dove si tengono otto persone in una cella, dove sei persone stanno sui lettini e due alternativamente in piedi, credo che questo sia una tortura» precisa il magistrato, intervenuto all´inaugurazione dell´anno giudiziario organizzato dagli avvocati penalisti.
La scossa di Grechi - che tra l´altro riprende un suo allarme di qualche mese fa - punta a produrre un effetto - «accelerare i tempi per la realizzazione della Cittadella della giustizia» - ipotizzando una fase in due tempi: anticipare la costruzione dell´istituto penitenziario, rimandando a un momento successivo - comunque entro il 2015 - l´edificazione dei nuovi uffici giudiziari. «Il carcere deve essere la soluzione prioritaria - insiste Grechi - e questo è ben presente al ministro Alfano, che ha ventilato la possibilità di stralciare una somma dal piano carceri per il trasferimento di San Vittore nell´area di Porto di Mare». Bisogna fare presto, però: «C´è un´atmosfera di scetticismo sul rispetto dei tempi. Dal 31 luglio 2007, data in cui fu lanciata in Regione l´idea, è passato un anno e mezzo. E oltre a finanziare lo studio di fattibilità - l´uno per mille dei soldi necessari - non è stato fatto nulla. E il dramma vero non lo vivono né i magistrati né gli avvocati: lo vivono i detenuti».
Nicola La Bella, sindacalista del Sappe, è contrario a soluzioni-tampone: «San Vittore andrebbe semplicemente chiuso. Il problema è che del trasferimento della nuova sede si parla ormai da molti anni, senza mai passare al dunque». Nel frattempo ci sono «reparti che scoppiano, come il sesto, che non è mai stato ristrutturato». E i reclusi, rincara la dose Giorgio Bertazzini, garante dei detenuti della Provincia di Milano, «sono costretti a dormire su materassi buttati a terra». Cibo e carta igienica scarseggiano, le docce, in alcune sezioni, sono fuori uso. Senza parlare delle caserme che ospitano gli agenti, piene di amianto e così fatiscenti che piove dentro.
Uno scenario così drammatico l´hanno rappresentato al ministro Alfano anche gli avvocati penalisti in una lettera, firmata dal presidente Vinicio Nardo, nella quale parlano del «costante aumento della popolazione detenuta» e della carenza «del vitto e di altri beni di prima necessità». E chiedono che il carcere di San Vittore non regredisca allo stato di «galera». Nardo, però, pensa a una soluzione diversa da quella prospettata da Grechi: «Siamo contrari al trasferimento. Noi vorremmo che fosse restaurato e reso vivibile, in modo da non separare quella parte di popolazione dal resto della città: la detenzione non dev´essere solo segregazione ma anche risocializzazione».(La Repubblica – Milano – 29 gennaio 2009).
“Le strade dell’Inferno sono lastricare di buone intenzioni”. Questo antico proverbio dev’essere uscito di mente a coloro i quali, a vario titolo, parlano di San Vittore, che attualmente ospita 1.300 persone.
Intervistato ieri da La Repubblica, il dr. Luigi Pagano, storico direttore di San Vittore per oltre quindici anni e oggi Provveditore Regionale dell’amministrazione penitenziaria in Milano, che ha dovuto registrare durante la sua gestione del carcere milanese punte di 2.200-2.300 detenuti, ha avute parole prudenti di commento, dichiarando che a San Vittore possono arrivare ogni giorno 20-30 e persino 50 detenuti al giorno.
Appare evidente che l’affermazione del pres. Grechi era strumentale alla sollecitazione della costruzione di questa c.d. “cittadella giudiziaria”, espressione che chi scrive ha sentito pronunciare tante volte e in varie sedi di servizio.
Ma gli addetti ai lavori non ignorano che il sovraffollamento costituisce una situazione di potenziale e immanente pericolo, che in passato si concretizzava in improvvise e rovinose fiammate di rivolta.
Vero è che dal 1986 e per effetto della c.d. “legge Gozzini”, che introduceva lo strumento giuridico principe per il controllo ed il mantenimento della disciplina, il permesso-premio, grosse manifestazioni di indisciplina non sono state registrate nelle carceri italiane, lungo l’arco di ventitre anni, ma è anche vero che, come osservava Pagano, la composizione della popolazione detenuta è cambiata, oggi a San Vittore il 75% dei detenuti sono stranieri.
Pagano non lo dice esplicitamente, ma lo dico io, sono persone molto difficili da gestire, può bastare un nonnulla per provocare una scintilla per incendiare la situazione ed innescare manifestazioni di violenza, specialmente se è vero, com’è vero, che "I detenuti poveri hanno fame" (La Repubblica del 14 dicembre 2008).
A digiuno. Senza carta igienica. Privi di sapone per lavarsi. Da alcuni mesi sono queste le condizioni di vita dei reclusi di San Vittore. Tornato ai livelli pre-indulto, con una popolazione carceraria di 1.400 detenuti.
«In alcune sezioni del sesto raggio, su 140 detenuti si è riusciti a garantire il pasto a 90», precisa Giorgio Bertazzini, garante dei detenuti della provincia di Milano.
Inoltre, proprio il 29 corrente ci sarebbe stata presso la Sala Convegno “Di Cataldo” del carcere di San Vittore una cerimonia di presentazione della “Agenzia Regionale promozione lavoro penitenziario”, denominata Articolo 27, con chiaro riferimento alla norma costituzionale, alla presenza del capo del Dipartimento Franco Ionta e del presidente della regione Lombardia Roberto Formigoni, caratterizzata dal riavvio
l’enorme orologio, oramai fermo da oltre trent’anni, posto all’ingresso della rotonda di San Vittore, gesto di enorme valore simbolico.
La reazione di Franco Ionta non si faceva attendere. "Sono parole forti e inaccettabili. Le parole hanno un peso e non possono essere utilizzate impropriamente".
Ionta, pur senza citare le parole dell'alto magistrato, le ha giudicate "inaccettabili perché le parole hanno un peso". "Mi auguro - ha detto - che servano a sollevare un problema: è vero che degli istituti soffrono di sovraffollamento e abbiano delle difficoltà, ma certe parole rischiano di essere percepite come un'offesa per uomini e donne che, in divisa o senza divisa, compiono grandi sacrifici all'interno degli istituti di pena".
Il pres. Ionta, da poco alla guida dell’amministrazione penitenziaria, ha colto un aspetto concreto delle possibili reazioni, che però possono andare ben oltre, perché la parola tortura e ciò che significa è presente in tutte le lingue che si parlano in San Vittore.
Tuttavia l’incidente non ha turbato la cerimonia, che si è svolta regolarmente, con grande soddisfazione degli intervenuti. Ma sopratutto del dr. Luigi Pagano, che l’ha fortissimamente voluta.

* ispettore generale dell'amministrazione penitenziaria

Nazca, i misteri delle linee


LA REPUBBLICA
di SARA FICOCELLI

ROMA - È il mistero più dibattuto della civiltà precolombiana: le linee di Nazca, nel Perù meridionale, si estendono per 400 chilometri quadrati. Ma per ammirarle bisogna salire su un piccolo aereo o su una mongolfiera. E per capirle va fatto un salto nel tempo di oltre 2000 anni. L'archeologo Tomasz Gorka, dell'università di Monaco, come riferisce la rivista New Scientist, è arrivato a una conclusione: il colibrì, la scimmia, il ragno, il condor e tutte le altre figure erano il tracciato di cammini sacri. Vanno in archivio, fino a prova contraria, le teorie sull'arrivo di extraterrestri o creature sconosciute. Anche se il dubbio resta: enormi disegni visibili solo dall'alto, nessuna montagna nelle vicinanze. Uno spettacolo affascinante che attira migliaia di turisti ogni anno.

"Le linee di Nazca erano dei sentieri rituali, questo è già stato segnalato in passato - spiega Giuseppe Orefici, direttore del Centro Italiano Studi e Ricerche Precolombiane - la simbologia raffigurata è infatti la stessa che troviamo sugli oggetti di terracotta. Si tratta di immagini che invocano la divinità, realizzate con un sistema molto semplice, cioè rimuovendo le pietre contenenti ossidi di ferro dalla superficie del deserto".

Gorka ha analizzato cinque geoglifi, concentrandosi sulle figure trapezoidali e misurando le anomalie del campo magnetico terrestre provocate da alcuni cambiamenti della densità del suolo a varie profondità. Lui e la sua équipe hanno percorso l'intero sito archeologico palmo su palmo con rilevatori terrestri manuali. "Abbiamo trovato molte altre linee - ha spiegato - all'interno delle figure trapezoidali, che non è possibile vedere neppure dall'alto. I geoglifi che osserviamo oggi sono l'ultimo stadio di un lungo processo di costruzione durante il quale l'intero complesso di disegni è stato costantemente modificato, rimodellato, cancellato e stravolto da un utilizzo progressivo".

In pratica i Nazca celebravano l'orca marina, il felino e tutte le altre divinità legate al culto dell'acqua e della fertilità camminando. Per chilometri e chilometri. Del resto, a questa antica civiltà peruviana fiorita fra il 300 a. C. e il 700 d. C. piaceva organizzare le cose in grande. Durante le feste religiose, per raccogliere i fedeli distribuiti su un territorio largo 1000 chilometri e altrettanto lungo si usava il gigantesco centro cerimoniale di Cahuachi, che però venne distrutto da un'alluvione nel 450 d. C. A quel punto i Nazca decisero di celebrare le divinità utilizzando solo i cammini sacri, oggi definiti "linee di Nazca", per gli indigeni "il deserto che parla". Le linee sono state realizzare con un tracciato unico, ad un'unica entrata e un'unica uscita, e ogni disegno finisce così come comincia. Questo è stato uno dei primi indizi che hanno portato alla teoria dei percorsi calpestabili. Tutto è stato realizzato rimuovendo le pietre dalla superficie del deserto e creando un contrasto con il pietrisco sottostante, più chiaro. La pianura di Nazca è ventosa, ma le rocce della superficie assorbono bene il calore e permettono all'aria di alzarsi, proteggendo il suolo. Grazie a questo sistema i disegni giganti sono rimasti intatti per migliaia di anni.

Il primo ad avvistarli fu l'aviatore Toribio Mija nel 1927, durante uno dei primi voli di linea sull'area. A lui sembrarono subito strade, ma gli studiosi impiegarono anni prima di cominciare a capirci qualcosa. Nel 1939 l'archeologo americano Paul Kosok studiò le linee trapezoidali ma solamente dal 1946, grazie alla tedesca Maria Reiche, si fecero ricerche approfondite sul loro significato. Secondo l'astrologa dietro linee e disegni ci sarebbe un calendario astronomico, e c'è addirittura chi pensa si tratti di piste d'atterraggio per extraterrestri. Come se non fosse abbastanza incredibile la teoria di un popolo che disegna se stesso per parlare con Dio.

(28 gennaio 2009)

Il viaggio infinito delle Berte

LA REPUBBLICA
di LUIGI BIGNAMI

PER la prima volta ricercatori inglesi sono riusciti a ricostruire l'odissea che ogni anno ripetono le Berte Minore, uccelli che vivono nell'Oceano Atlantico. Esse infatti, compiono una migrazione lunga 20.000 chilometri che dalle coste della Gran Bretagna, le porta a sfiorare l'Africa occidentale per poi scendere fino alle coste estreme del Sud America e ritornare alla Gran Bretagna dopo aver attraversato una parte dell'America Meridionale e aver costeggiato molto al largo gli Stati Uniti. Un tragitto che ha dell'incredibile, se si pensa che viene affrontato di un piccolo uccello non più grande di 40 cm.

Da sempre gli ornitologi si erano chiesti quale itinerario scelgono le Berte per non sfinirsi nel lungo tragitto e come riuscissero a sopravvivere alle fatiche del viaggio. Le domande ora hanno una risposta grazie a piccoli computer che posti sulle zampe di una dozzina di uccelli partiti dalla Gran Bretagna, hanno immagazzinato i dati inviati dai satelliti. Una volta catturati al loro ritorno i dati hanno permesso al gruppo di ricercatori di ricostruire la posizione esatta tenuta dagli uccelli giorno dopo giorno. Si è preferito non attaccare sulle zampe degli uccelli delle ricetrasmittenti, perché con il sistema adottato, il peso del mini computer era assai ridotto. I risultati della ricerca sono apparsi sulla rivista scientifica Proceedings of the Royal Society B.

"Abbiamo scoperto che tutti e 12 le Berte seguite si sono fermate in una medesima località nell'Oceano Atlantico per circa 2 settimane", ha spiegato Tim Guilford dell'Animal Behaviour Group dell'Università di Oxford che ha realizzato la ricerca.

Ciò che è sorprendente, secondo i ricercatori, è il fatto che gli uccelli hanno utilizzato un'"ottima strategia di migrazione", ossia che la scelta del luogo ove gli uccelli si sono fermati e la durata del loro permanere in quella località è quanto di meglio essi potevano fare, tenendo conto delle loro dimensioni e del loro peso, che si aggira attorno ai 400 grammi.

Una strategia migliore rispetto a quella di altri uccelli migratori che preferiscono non fermarsi mai, ma così facendo sono obbligati ad accumulare molto più grasso prima di partire. Questa scelta li affatica molto di più e la quantità di individui che poi soccombe lungo il tragitto è sempre notevole.

"La scelta delle Berte invece, l'avrebbe fatta un ingegnere aeronautico se avesse tenuto conto delle "riserve di carburante", del peso e dell'aerodinamicità dell'uccello", ha spiegato Guilford.

La ricerca ha permesso di confermare che le Berte si nutrono esclusivamente di pesci che cacciano durante le ore diurne in mare aperto. La loro tecnica di pesca prevede il volo quasi radente al livello del mare e ciò serve per individuare grandi banchi di pesci. Quindi si tuffano per inseguire il pesce anche per alcuni metri sott'acqua.

L'uso dei satelliti ha dato modo di scoprire che le Berte scendono più a sud del pianeta rispetto a quanto si ipotizzava e di conseguenza il loro viaggio è più lungo di quanto si credeva.

(24 gennaio 2009)

Foresta Circeo, l'ultima trincea

LA REPUBBLICA
di ANTONIO CIANCIULLO

ROMA - Venti chilometri di dune miracolosamente sopravvissuti a decenni di scempi, carichi dei profumi del lentisco, del corbezzolo, della fillirea. E 3.500 ettari di foresta planiziale, uno scampolo della Selva di Terracina salvato ai tempi della bonifica come memoria del territorio, oggi ultimo retaggio delle grandi foreste di pianura che coprivano l'Italia. Sono i tesori custoditi nel parco del Circeo che in questi giorni compie 75 anni.

"Negli anni scorsi le pressioni della speculazione sono state un crescendo impressionante, adesso è arrivato il momento di cambiare decisamente passo", denuncia il presidente del parco Gaetano Benedetto. "Dobbiamo salvare la foresta e il lago di Paola, dove il canale romano rischia di essere snaturato con la distruzione del ponte rosso, la stabilizzazione di una darsena abusiva e la creazione di nuovi posti barca illegali. Non solo dobbiamo far capire che gli abusi non verranno tollerati, ma dobbiamo riuscire a spiegare che conservare l'ultima grande foresta di pianura d'Italia e la linea quasi intatta delle dune è la maniera per dare fiato all'economia di tutta la zona. Immagino un parco capace di diventare il motore di un turismo puntato sulle attività plain air: canoa nei laghi costieri, arrampicata sulle pareti del monte Circeo, bici su un litorale che in prospettiva va liberata dall'assalto delle auto. Solo così riusciremo ad allargare la stagione turistica dando respiro a strutture che oggi lavorano per un periodo troppo ristretto".

Visto dall'alto, dalla cima del promontorio, l'ultimo lembo dell'antica Selva di Terracina emerge come un rettangolo reso scuro dai rami spoglie delle querce e punteggiato del verde delle conifere di rimboscamento piantate per riempire i vuoti prodotti dallo smantellamento dei villaggi dei lavoratori stagionali: una storia poco nota, quella della lunga stagione di uso della foresta, ben raccontata dal museo che ricostruisce il periodo della bonifica.

Le piscine formate dall'allagamento pilotato per ricostruire l'habitat della palude, i quattro laghi costieri dove si contano più di 300 specie di uccelli, i resti della villa dell'imperatore Domiziano, la mole del Circeo con la sua ombra mitologica: tutto concentrato in 8.500 metri di natura protetta. Protetta fino a oggi con una certa fatica, forse da domani con maggiore entusiasmo.

(27 gennaio 2009)

Foreste italiane da salvare. Valgono l'11% del 'debito-serra'

LA REPUBBLICA
di ANTONIO CIANCIULLO

ROMA - Adesso diventa più facile calcolare il valore delle foreste. Sapevamo che sono una roccaforte della biodiversità italiana che custodisce circa la metà delle specie vegetali e un terzo di quelle animali presenti in Europa. Sapevamo che rappresentano un cardine del turismo sostenibile, uno dei pochi che continua a crescere mentre il turismo tradizionale arretra perdendo posizioni nella classifica mondiale. Ora è anche possibile quantificare il valore delle foreste dal punto di vista degli impegni di Kyoto, quelli che finora non abbiamo rispettato tanto che nel 2008 abbiamo avuto una sanzione da 1,5 miliardi di euro che si accumulerà con quelle dei prossimi anni (se continueremo a non far niente) finché nel 2012 arriverà il momento di pagare.

Ebbene, il sistema di foreste nazionale vale l'11 per cento delle emissioni serra che dobbiamo tagliare. Cioè senza il contributo dei boschi, in termini di anidride carbonica trattenuta dalla crescita delle piante, il nostro "debito serra" aumenterebbe dell'11 per cento. E un quinto di questo patrimonio è custodito nei parchi italiani.

E' uno dei dati che emergerà dal congresso di Federparchi che si terrà domani e dopodomani a Roma. Con quasi 1.100 aree protette e un totale di 3,5 milioni di ettari, (circa il 12 per cento del territorio italiano) il sistema della natura protetta si candida come motore di un modello di rilancio economico in stile obamiano. Una prima mossa è stata il progetto Parchi per Kyoto diventato operativo con la messa a dimora di oltre 7000 alberi in cinque aree protette. Nel corso del ciclo di vita di questi alberi verranno assorbite circa 5 mila tonnellate di anidride carbonica, l'equivalente della CO2 emessa da 300 mila auto che compiono un tragitto di mille chilometri.

E l'abbinata parchi - rilancio economico comincia a far presa anche in altri paesi. Tra gli ospiti del congresso di Federparchi ci sarà l'ambasciatrice dell'Ecuador in Italia, Geoconda Galan Castelo, che racconterà una storia molto particolare. Quella della rinuncia allo sfruttamento petrolifero del parco nazionale di Yasunì per difendere una delle aree più ricche di biodiversità: in questa riserva ecologica amazzonica vivono più di 4 mila specie di piante, 173 specie di mammiferi, 610 specie di uccelli. In un solo ettaro dello Yasunì ci sono tante specie di alberi e arbusti quante sono quelle autoctone di tutta l'America del Nord.

(29 gennaio 2009)

Modena, il giudice blocca il "trucco" anti-inquinamento

LA REPUBBLICA
LUIGI SPEZIA

MODENA - L'amministrazione provinciale di Modena si è comprata un pezzo di foresta tropicale in Costarica. Un "trucco", secondo la procura della Corte dei Conti, per compensare con i "crediti ecologici" del protocollo di Kyoto "il mantenimento di un livello più elevato di inquinamento in ambito locale".

Le procedure previste dal protocollo sono ancora tutte da decifrare, potrebbero indurre Stati o imprese inquinanti a "nascondere" oltre il dovuto le proprie emissioni sotto il tappeto di progetti e finanziamenti ai paesi più "puliti" del Terzo Mondo, come temono i critici dell'accordo di Kyoto. La Provincia di Modena ogni tanto manda Oltreoceano le proprie guardie ecologiche, che hanno preso pure dei premi, per controllare e custodire la lussureggiante foresta di Dona Karen. A Modena è arrivato in vista ufficiale persino il viceministro costaricano Jorge Rodriguez, ma la Procura contabile di Bologna non ci vede chiaro. Accusa la Provincia di aver speso male i soldi pubblici e chiede di risarcire il danno fatto ai cittadini: l'aria pura del Costarica non arriva ai modenesi. Richiede 26 mila euro: 20 mila serviti per pagare cento ettari di alberi, 6 mila per le spese sostenute nel viaggio inaugurale, con seguito di giornalisti.

È un risvolto contabile di una vicenda che coinvolge i paesi di tutto il mondo, ma anche imprese, associazioni, singoli, nella lotta all'effetto serra. La Provincia di Modena nel 2003 si è inserita in questa battaglia per la salvezza del pianeta, ma da prima della classe che voleva fare una bella figura mondiale, si vede ora rimproverare di non badare alla difesa ambientale locale. Per il pm contabile Paolo Novelli, la procedura seguita è, per cominciare, del tutto sbagliata e amministratori e funzionari hanno collezionato una serie di pasticci. La Provincia non poteva dare come contributo il denaro all'Associacion Ecologica de Paquera Lepanto y Cobano, che in Italia non è riconosciuta. Quel denaro era stato messo in un capitolo di spesa definito "Acquisto di foresta tropicale", poi però è finito in mezzo a "contributi qualificazione aree protette Provincia di Modena". Questo andirivieni nasconderebbe per la Procura il fatto che il contributo non è stato messo a bando, perché rischiava così di non arrivare alle Guardie ecologiche, garanti del "progetto Costarica".

Gli avvocati dei funzionari della Provincia sostengono che "la tutela delle foreste, anche a livello internazionale, assicura la salvaguardia del clima terrestre, con conseguente beneficio di tutti gli abitanti della Terra compresi quelli della Provincia di Modena". Il procuratore replica invece che "la comunità modenese avrebbe pagato quel beneficio mantenendo un livello più elevato di emissioni inquinanti, una minore conservazione del patrimonio ambientale locale". Un danno "specifico" contro "un generico beneficio mondiale", ottenuto con una procedura "nemmeno conforme al protocollo di Kyoto".

(29 gennaio 2009)

Usa, declina il fiume Colorado


LA REPUBBLICA
di CRISTINA NADOTTI

RAPPORTI scientifici falsificati per aggirare il parere degli esperti sui rischi ambientali. È solo l'ultimo di uno dei tanti misfatti dell'amministrazione Bush in fatto di tutela ambientale, e a farne le spese è stato questa volta un monumento naturale, il Grand Canyon. Il quotidiano americano Washington Post ha svelato che il ministero dell'Interno ha voluto ignorare, e in alcuni casi modificare, i responsi di ricerche scientifiche sulla corretta gestione delle risorse idriche del fiume Colorado. Così facendo, la fauna e l'ecosistema in generale del Grand Canyon, secondo il gruppo ambientalista Grand Canyon Trust, sono stati fortemente danneggiati.

Una disputa annosa. Le dighe su invasi che afferiscono al Colorado sono al centro di una disputa annosa. Le acque che alimentano il fiume forniscono energia idrica e il loro fluire viene regolamentato a seconda del fabbisogno di energia elettrica della zona. Se però l'apertura o chiusura delle dighe è utile per le centrali idroelettriche, non è detto lo sia altrettanto per l'ecosistema del Grand Canyon. Gli ambientalisti sostengono infatti che una regolazione dei flussi non sia naturale visto che, per sua natura, il Colorado è caratterizzato da periodi di piene e di siccità. Al contrario, le centrali elettriche richiedono un flusso quasi costante e, per risparmiare, vogliono chiudere alcune dighe durante le ore notturne, quando c'è bisogno di meno potenza.

Il piano quinquennale. Lo scorso febbraio il ministero degli Interni, che si occupa anche di gestione dell'ambiente, ha approvato un programma che prevede soltanto una piena all'anno, avvenuta nel marzo 2008, dopo la quale il Colorado avrebbe avuto un flusso regolato fino al 2012. Ogni decisione su come gestire le acque è stata quindi rimandata, sulla base dei risultati di studi costati al governo federale oltre 100 milioni di dollari. Ma questi studi, sostengono le associazioni ambientaliste, dicono chiaramente che il Colorado starebbe molto meglio con più piene occasionali e il governo ha voluto ignorarli. Al loro posto, secondo quanto sarebbe sfuggito alla dirigenza del Grand Canyon National Park, sono stati prodotti studi falsificati o incompleti, emendati delle parti contrarie agli interessi delle grandi aziende che possiedono gli impianti idroelettrici.

Gli animali vittime di Bush. Tra le vittime della politica senza scrupoli dell'amministrazione Bush ci sono dunque ora anche i Gila cypha, pesci d'acqua dolce tipici di alcuni fiumi statunitensi, oltre alle spiagge del Colorado, minacciate dall'erosione a causa della politica di gestione delle dighe. In particolare la popolazione dei pesci è oggetto di una disputa nella disputa perché il governo ha sostenuto, nel varare il piano quinquennale, che la popolazione di Gila cypha non è a rischio, mentre gli ambientalisti sostengono che i pesci dovrebbero essere inseriti negli elenchi delle specie a rischio. La fauna del Grand Canyon è solo l'ultima a essere messa in pericolo dalle scelte dell'amministrazione Bush: i salmoni furono tra le prime, specie già a rischio falcidiata dalle politiche repubblicane per la pesca e la costruzione di dighe. Inoltre, il presidente aveva tagliato i fondi alle ricerche pubbliche sulle specie in via di estinzione, ricerche che, anche quando venivano fatte, sono state spesso ignorate.

La sfida del ministro Salazar. Ken Salazar, il segretario di Stato agli Interni nominato da Barack Obama non ha voluto fare dichiarazioni sul caso specifico del Grand Canyon. Tuttavia i suoi intenti, in accordo con il programma del nuovo presidente, sono di invertire la rotta dell'amministrazione Bush e di mettere almeno sullo stesso piano gli interessi economici e quelli ambientali. "Non ci saranno più le sviste del passato", ha avuto modo di dire il ministro nei giorni scorsi, e gli ambientalisti gli hanno subito lanciato un appello: "Se vuole davvero cambiare, cominci dal suo ministero", sfidandolo a liberarsi degli impiegati e funzionari abituati a tenere in maggiore conto le ragioni degli industriali rispetto a quelle dei rapporti scientifici.

(29 gennaio 2009)

La fine del mondo nel 2012? Sul web è di nuovo allarme

(La Pietra del Sole azteca)

LA REPUBBLICA

VENTI dicembre 2012, ovvero 20-12-2012, ovvero la prossima fine del mondo. Catastrofisti e fan di apocalissi varie hanno una nuova data da segnare in rosso sul loro calendario - fra tre anni - che coincide con la fine secondo il calendario Maya di un ciclo durato 5.126 anni.

Archiviato l'incubo Y2K, ovvero il fatidico arrivo dell'anno 2000, carico di oscuri presagi, incubi da crash informatico globale, da affrontare con istruzioni precise diffuse in rete e kit di sopravvivenza, e scavallata la prova acceleratore Lhc di Ginevra, anche questa accompagnata da previsioni catastrofiche, ecco il nuovo allarme per il 20 dicembre 2012. Data ricca di rimandi interni cui è difficile resistere, che, come ricorda anche Cnn, senza alcun fondamento scientifico, ha scatenato una nuova ondata di allarme via web.

Siti, libri, forum, perfino kolossal hollywoodiani stanno alimentando il fenomeno, anche se nessuno scienziato è in grado di sostenere l'idea che i Maya, noti per le loro avanzate conoscenze astronomiche, abbiano lanciato alcun allarme per l'anno in questione.

Eppure basta fare una semplice ricerca su Google con "2012 fine mondo" per essere inondati da 952.000 risultati, fra siti, volumi dedicati, blog e video a tema, solo in italiano. Con vari scenari: si spazia da tempeste solari in grado di innescare eruzioni vulcaniche a un'inversione dei poli magnetici che farà fermare la terra per 72 ore, per poi farla riprendere a girare sul proprio asse in direzione opposta. Bufala creata ad arte o profezia che si basa su un minimo di verità? L'unico fatto è che la data del 20 dicembre 2012 coincide con il solstizio di inverno. Se si aggiunge l'ipotesi secondo la quale i Maya avrebbero indicato questa specifica data come finale perché coincide con l'allineamento del Sole con il centro della Via Lattea, tanto basta a seguaci di teorie new age e amanti ed esegeti di coincidenze catastro-millenariste a creare un fenomeno.

Neppure le smentite degli esperti riescono a far smontare la bolla: "Libri popolari e teorie sui Maya sono costruite sulla base di ben poche evidenze" assicura alla Cnn Anthony Aveni, professore di astronomia e antropologia e studi nativo-americani all'università Colgate, negli Stati Uniti, studioso della civiltà Maya.

Le ultime uscite in libreria, insieme a Hollywood - che farà uscire in autunno un filmone con John Cusack diretto da Roland Emmerich dal titolo "2012" - alimentano la febbre da giorno del giudizio, agitando lo spettro di catastrofi climatiche, disastri naturali, impatti di asteroidi o comunque qualcosa di terribile che sconvolgerà il mondo.

Per qualcun'altro quella fine preannunciata per il 2012, ammesso che arrivi davvero, potrebbe voler solo indicare un rinnovamento; almeno così avrebbero interpretato i Maya la fine del ciclo al termine del quale il mondo avrebbe attraversato una grande trasformazione, non necessariamente negativa: potrebbe trattarsi di una rivoluzione in senso spirituale, con il passaggio da un mondo materiale ad uno dominato da valori più elevati, alternativi.

Teorie a parte, una certezza, comunque, rimane: se usciremo indenni dall'emergenza 2012, avremo giusto il tempo di prepararci mentalmente alla prossima apocalisse annunciata: l'appuntamento è per il 2033, altra data fortemente a rischio, fatta degli anni del Signore più duemila.

(29 gennaio 2009)

La fortezza di Ratzinger

LA REPUBBLICA
di CARLO GALLI

IL punto che consente di individuare correttamente qual è la posta in gioco nella vicenda del vescovo lefebvriano negazionista è che la richiesta di perdono dei suoi confratelli è stata rivolta al Santo Padre, e non agli ebrei o all'opinione pubblica mondiale, cioè alla forma concreta che prende oggi l'umanità. All'origine di questa insensibilità verso la fraternità universale e verso il dovere di testimoniare la verità davanti all'intero consesso umano, c'è il nucleo del pensiero dei tradizionalisti. Le loro fonti intellettuali sono infatti i controrivoluzionari cattolici del primo Ottocento - polemisti come Maistre, Bonald, Donoso Cortés - e l'intransigentismo antimoderno che di lì si è propagato dentro la Chiesa e all'interno delle gerarchie, fino almeno a Pio X (a cui è intitolata la confraternita dei lefebvriani).

Un pensiero di micidiale coerenza - superato solo dal Concilio Vaticano II - che consiste soprattutto nell'affermazione di un'autorità (il papa, vertice della Chiesa) e nella interpretazione del cattolicesimo come un insieme di dogmi identitari, al di fuori dei quali non c'è salvezza: non a caso
i tradizionalisti avversano il principio conciliare della libertà religiosa, come in generale negano l'autonomia della politica dalla religione, unico fondamento che dia stabilità alle istituzioni umane.

L'identità cattolica consiste nell'obbedienza all'autorità, e nella difesa della Chiesa da chi le è nemico (il mondo moderno, generato dal protestantesimo) e da chi le è estraneo: in particolare, gli ebrei, che per di più sono anche deicidi e che, comunque sia, devono convertirsi alla vera fede.

Lo sterminio nazista, in quest'ottica, può essere negato - o minimizzato come questione storica che non interessa i religiosi, come si legge nella lettera di scuse al pontefice - perché si vuole dimostrare che l'antisemitismo (religioso, s'intende, non razziale) è giustificabile, e che le sue conseguenze non sono necessariamente quel mostruoso crimine davanti a ogni Dio e a ogni uomo che è stata la Shoa.

Se tale negazione crea qualche problema - com'è inevitabilmente avvenuto - allora ci si scusa con l'autorità, che da quel passo falso può avere difficoltà, e subire contraccolpi negativi: la questione è sostanzialmente ridotta a una faccenda di opportunità e si gioca solo nello spazio dell'autorità. Insomma, se il negazionismo "laico" serve a rendere spendibile politicamente il nazismo, liberato dalla colpa dello sterminio e trasformato in uno sforzo di difesa dell'Europa dalle minacce dell'Occidente americano e dell'Oriente bolscevico, l'antisemitismo tradizionalista (più o meno avventato nelle sue formulazioni) è interno e funzionale all'interpretazione autoritaria e identitaria del cattolicesimo.

La Chiesa cattolica ufficiale vede nel nazismo l'esempio estremo (insieme al comunismo) del Male a cui conduce la modernità che diventa pagana e antiumana proprio perché rifiuta Dio e si ribella all'autorità della Chiesa, pervertendo così anche la retta ragione umana. Una posizione che potrebbe essere enfatizzata come opposta a quella dei tradizionalisti: tuttavia la connotazione specifica di questo pontificato porta la Chiesa all'utilizzazione costante del principio di autorità (da ultimo con la contrapposizione della legge di Dio - interpretata dalla gerarchia - a quella dello Stato).

Oggi, le affermazioni autoritarie non vanno certamente nella direzione di una giustificazione dello sterminio (semmai, si impegnano in una difesa dogmatica della vita); eppure la Chiesa sembra trattare i tradizionalisti come "fratelli che sbagliano", come un figliol prodigo esuberante ed estremista ma recuperabile, appunto perché è orientato nel senso giusto, perché crede prima di tutto nell'autorità come dimensione essenziale della vita religiosa organizzata.

È in nome della comune affermazione - l'una prudente, l'altra imprudente - del principio di autorità che, anziché tenere fermo il muro (la scomunica) alzato da un altro pontefice, la Chiesa oggi riammette i lefebvriani nella propria comunità, a patto che tornino all'obbedienza papale.

Probabilmente, è questo uno dei segni che fanno capire con quanta convinzione la Chiesa si schieri oggi sulla difensiva, quanto profondamente si interpreti come una fortezza assediata, un'identità coinvolta in un conflitto di civiltà, che si gioca tanto all'interno dell'Occidente quanto all'esterno. Certo, questo clima intellettuale e argomentativo, che porta la Chiesa a conciliarsi piuttosto con i tradizionalisti che col mondo di oggi, costringe a ritornare ai "fondamentali" della Modernità, alla sua lotta contro il principio di autorità: e a ricordare che
le affermazioni dogmatiche, comunque orientate, portano con sé la potenziale negazione della libertà e della verità che gli uomini faticosamente costruiscono nella loro vicenda storica.

(29 gennaio 2009)

Il catalogo dei latitanti irriducibili

LA REPUBBLICA
di CARLO BONINI

Perché non li consegnano? Il conto con una Storia di piombo che non ha conosciuto alcuna forma di riconciliazione, che tra il 1969 e il 2003 ha fatto 170 morti per mano rossa e nera, è oggi ridotto al profilo sbiadito di settantasei, tra uomini e donne, che gli archivi di polizia e le banche dati del ministero di Giustizia indicano ancora latitanti perché inseguiti da condanne definitive e mai eseguite. Un drappello di ombre, fissate in ingiallite foto segnaletiche, che rende quel passato eterno e, ciclicamente, torna ad allargarne le ferite mai cicatrizzate. E che tuttavia vive ormai per buona parte alla luce del sole. Perché di almeno uno su due di questi uomini e di queste donne si conoscono indirizzo, numero di telefono, professione. Perché i luoghi della loro latitanza - come mostra la mappa pubblicata in queste pagine sulla base dei dati noti agli uffici antiterrorismo delle nostre forze di polizia - hanno smesso da tempo di essere un segreto, in una dimensione e un dibattito pubblici che hanno trasformato la loro condizione di fuggiaschi in quella di "rifugiati" o "riparati", con un'accezione lessicale che svela il cuore dell'argomento politico che oggi ne protegge la libertà. E che dimostra come il caso di Cesare Battisti non sia in fondo un'eccezione o un cortocircuito diplomatico. Perché se è vero che la caccia alle ombre non è mai finita, è altrettanto vero che, negli anni, il suo esito ne è stato segnato. Tra il 2002 e oggi, tre dei nove latitanti individuati e catturati all'estero dall'Ucigos della polizia di Stato e dai carabinieri del Ros, sono tornati in libertà perché la loro estradizione è stata negata. Consegnando alla cronaca storie che si somigliano come gocce d'acqua.

Leonardo Bertulazzi (ex br della colonna genovese "28 marzo", una condanna a 27 anni per attentato e per il sequestro di persona dell'armatore Pietro Costa) viene fermato alla frontiera tra Argentina e Salvador il 3 novembre del 2002. Dopo una latitanza durata 22 anni, rimane in una cella del carcere di Buenos Aires pochi giorni, il tempo di dichiararlo "non estradabile perché condannato in contumacia".

Germano Fontana, ex Prima Linea, quindi padre con Cesare Battisti dei "Proletari armati per il comunismo", arrestato nell'aprile del 2004 in Spagna dopo venticinque anni di ricerche, torna in libertà perché gli otto anni e due mesi della condanna per banda armata e associazione sovversiva che deve ancora scontare sono prescritti. Cesare Battisti, nel 2007, viene catturato in Brasile, dove vive con falso nome dopo essere fuggito da Parigi la notte in cui la magistratura francese si prepara ad estradarlo. E anche per lui, come racconta la cronaca di questi giorni, l'esito è noto.

Dunque e di nuovo: perché non li consegnano? Eugenio Selvaggi, oggi sostituto procuratore generale in Corte di Cassazione, ha diretto nella seconda metà degli anni '90 l'ufficio estradizione del ministero di giustizia e ha quindi presieduto il Comitato per la cooperazione giudiziaria in Europa. Alla domanda allarga le braccia, sciogliendosi in un sorriso amaro. "Per stare alla sola Europa - dice - dove pure esiste ormai uno spazio di cooperazione giuridica comune e il processo di consegna dei ricercati è ormai governato da un rapporto esclusivo tra le autorità giudiziarie, il pezzo di Storia di cui stiamo parlando, e dunque i condannati chiamati a rispondere di reati commessi tra l'inizio degli anni settanta e la fine degli anni '80, è in buona parte sottratto alla nuova disciplina del mandato di arresto europeo.

Basti pensare che la Francia, il Paese dove continua a risiedere il maggior numero dei nostri latitanti, applica le nuove norme del mandato soltanto per i reati commessi dopo il 1993. Il risultato è che la consegna dei latitanti per quei fatti lontani segue ancora le regole dei trattati di estradizione e dunque resta un atto di segno fortemente politico.

Senza contare che politico è di fatto anche il tratto attribuito alla maggior parte dei reati commessi da chi ancora è all'estero. E va da sé che quando due Stati affrontano la discussione sulla natura politica o meno di un reato, difficilmente trovano un punto di accordo". Un alto dirigente del ministero di giustizia conferma e rafforza l'analisi di Selvaggi. Dice: "Con i responsabili dei reati dei nostri anni di piombo, abbiamo vinto nel tempo la nostra partita giudiziaria. Ma abbiamo drammaticamente perso quella politica.

Fuori dall'Europa, a cominciare dai Paesi di Centro e Sudamerica, per non dire di quelli di common law, tribunali e governi continuano a modellare le loro decisioni sulle posizioni francesi. Come dimostra il caso Battisti".

La Francia, dunque, e la sua dottrina come collante primo e ultimo del diaframma che sottrae le ombre della nostra stagione di piombo al loro destino processuale. Battezzata da Mitterrand come no inderogabile alla consegna di ricercati o condannati per reati di natura politica ed ammorbidita nel tempo (con l'assenso all'estradizione di quanti, sia pure per ragioni politiche, si fossero macchiati di reati di sangue), la posizione di Parigi può oggi riassumersi nel termine con cui viene familiarmente indicata dagli addetti ai lavori. "Purgazione della contumacia". E' il principio che da oltre un secolo prevede che un cittadino francese, condannato in sua assenza ("contumace") abbia diritto, una volta arrestato, all'annullamento del verdetto di colpevolezza e a un nuovo processo. E' un principio che ha un suo reciproco nei Paesi di common law (dove il contumace non può essere processato e il suo dibattimento si congela, insieme alla prescrizione dei reati, fino a quando non compare, volontariamente o perché arrestato). Che ha governato per anni la giurisprudenza della Corte di Strasburgo e che è stato peraltro assunto nella stessa disciplina del mandato di arresto europeo (secondo la quale, la consegna del latitante condannato in contumacia da un Paese all'altro dell'Unione è possibile solo se esiste la garanzia di un nuovo processo). E' soprattutto un principio che per oltre mezzo secolo è rimasto sconosciuto al nostro codice e a cui, faticosamente e parzialmente, il nostro Parlamento si è adeguato solo nel 2005, riconoscendo al contumace la possibilità di impugnare a determinate condizioni la sua sentenza di condanna definitiva.

E' il principio a cui Cesare Battisti si è appellato a Parigi prima, a Brasilia poi, facendo leva sulla presunta irregolarità dei processi che lo avevano visto condannato in contumacia in Italia. Lo stesso cui il fitto drappello di latitanti dentro e fuori i confini francesi continua a fare ricorso. Che vivano in Nicaragua, o in Argentina, o in altri angoli di mondo, poco importa.

Certo, c'è stato un tempo (gli anni '90) in cui l'argomento opposto dal nostro Paese - e cioè che essersi sottratti al proprio processo sia stata per molti latitanti una scelta consapevole per fuggire la giustizia e non possa dunque essere oggi invocata come una lesione dei propri diritti - è sembrato fare breccia. Proprio a Parigi. Nel marzo '89, la Chambre d'Accusation esprimeva parere favorevole all'estradizione di Giovanni Alimonti (ex br), sia pure in relazione solo ad alcuni dei reati di cui era accusato. Nel marzo dell'anno successivo, identica decisione veniva presa con Enzo Calvitti (br). Nel gennaio del 1995, con Roberta Cappelli (br), Maurizio Di Marzio (br) ed Enrico Villimburgo (br). Ma, a distanza di 14 anni, non uno dei decreti ministeriali necessari a dare corso a quelle decisioni è stato firmato.

L'ultima consegna al nostro Paese di un latitante riparato a Parigi data ormai sette anni. Era il 2002 e, con assoluta sorpresa delle nostre autorità, visti i precedenti, Paolo Persichetti, ex brigatista rosso, condannato a 22 anni e 6 mesi per l'omicidio del generale dell'Aeronautica militare Licio Giorgieri (1987), attraversava in manette la frontiera con la Francia diretto al carcere di Viterbo. Un percorso che non avrebbero condiviso né Marina Petrella (ex colonna romana delle Br, condannata con sentenza definitiva per il sequestro e l'omicidio di Moro e il cui no all'estradizione per ragioni di salute è stato ufficialmente ribadito nell'ottobre scorso da Nicolas Sarkozy), né, appunto, Cesare Battisti. Anche lui, a meno di improvvisi capovolgimenti, non tornerà. Il Brasile sarà la sua nuova casa. Come, da trent'anni, lo è per Achille Lollo. Arse vivi i fratelli Mattei a Primavalle il 16 aprile 1973. E' un
"rifugiato politico".

(30 gennaio 2009)

A Rutelli solidarietà di Pd e Pdl

IL CORRIERE DELLA SERA

ROMA - Tutti uniti nel mostrare solidarietà. Il segretario del Pd, Walter Veltroni, esprime «solidarietà e vicinanza» a Francesco Rutelli per gli articoli apparsi su alcuni giornali, tra i quali il Corriere della Sera, nei quali viene chiamato in causa nelle motivazioni della sentenza, firmata dal pm Luigi de Magistris, che ha negato la scarcerazione ad Alfredo Romeo nell’ambito dell’inchiesta sugli appalti del comune di Napoli. Articoli per i quali il legale di Rutelli ha preannunciato azioni nelle sedi competenti. «Da qualche tempo - dice Veltroni - Francesco Rutelli è oggetto di campagne e attacchi dei quali non si vede il fondamento. Conosco Rutelli da tanto tempo e conosco da sempre il rispetto delle regole e della legalità che hanno contraddistinto la sua azione politica e la sua attività amministrativa e di governo. Per questo - conclude il segretario del Pd - voglio esprimergli vicinanza e solidarietà, tanto più alla vigilia di importanti appuntamenti del comitato parlamentare che presiede con autorevolezza ed equilibrio».

PDL - Ma se la vicinanza e la solidarietà del Pd ad uno dei suoi principali dirigenti era in qualche modo scontata, meno lo era quella che arriva dalla maggioranza di governo a Rutelli (che occorre ricordarlo è anche presidente del Copasir, l'organo parlamentare di vigilanza sui servizi segreti). In una nota congiunta Giuseppe Esposito, vicepresidente del Copasir, ma anche Fabrizio Cicchitto e Gaetano Quagliariello, componenti del Copasir e autorevoli esponenti del Pdl infatti spiegano: «Apprendiamo dai quotidiani che con straordinario tempismo il Tribunale del Riesame di Napoli, estensore dottor Luigi de Magistris, ha inteso depositare le motivazioni dell'ordinanza che ha negato la scarcerazione ad Alfredo Romeo proprio all'antivigilia dell'audizione dello stesso de Magistris presso il Copasir in merito al cosiddetto "archivio Genchi". La circostanza non può passare inosservata, dal momento che l'atto firmato dal dottor de Magistris, ripreso oggi con ampio risalto dagli organi di stampa, si sofferma diffusamente e arbitrariamente sul senatore Francesco Rutelli, che del Copasir è presidente. Di fronte a quello che ha tutte le sembianze di un tentativo di intimidazione, al presidente Rutelli va tutta la nostra solidarietà personale e istituzionale».

29 gennaio 2009

«Lui il governatore»

IL CORRIERE DELLA SERA

NAPOLI — Alfredo Romeo è al vertice di un «sodalizio criminale capace di penetrare in modo trasversale tra le forze politiche con l'obiettivo di ottenere il più ampio reticolo di collusioni per poter piegare l'interesse pubblico a quello delle sue imprese: il profitto in luogo del bene di tutti». E in questo modo è riuscito ad aggiudicarsi affari «non soltanto in Campania, ma anche in Puglia, a Roma e in altre zone d'Italia».

È un pesante atto di accusa nei confronti dell'imprenditore partenopeo, ma soprattutto dei politici e delle istituzioni che lo avrebbero agevolato, l'ordinanza del tribunale del Riesame che respinge la sua richiesta di tornare libero. L'inchiesta è chiusa. Proprio ieri i pubblici ministeri hanno depositato l'intero fascicolo processuale (intercettazioni telefoniche, verbali, atti di sequestro). A confermare l'impianto ci sono ora le motivazioni scritte da Luigi de Magistris, l'ex pubblico ministero di Catanzaro che è stato trasferito d'ufficio a Napoli. L'appoggio del Pd «La capacità di penetrazione di Romeo negli ambienti politici, nonostante i suoi gravi trascorsi giudiziari che non gli hanno impedito di aggiudicarsi lavori presso istituzioni apicali della Repubblica senza che, evidentemente, i più si rendessero conto dell'opacità del personaggio — si legge nel provvedimento del tribunale — non può essere limitata alla città di Napoli ed alla Regione Campania, ma si estende in altre parti del territorio nazionale: in particolare nella città di Roma, ove è stato aggiudicatario di appalti di valore assai elevato sotto il profilo economico, luogo in cui intrattiene rapporti con politici di livello nazionale, in particolare del Partito democratico.

Consolidati appaiono i suoi rapporti con i parlamentari Rutelli e Lusetti (entrambi del Pd) e con Bocchino (del Pdl). In particolare, intensi risultano i suoi rapporti con la componente della ex Margherita, tanto da configurarsi Romeo come finanziatore del partito anche attraverso i suoi interessi nel quotidiano del Pd Europa. Parimenti elevata è la sua capacità di penetrare in diverse e importanti istituzioni: dalla magistratura alle forze dell'ordine (come si evince dal rapporto corruttivo di cui è raggiunta la gravità indiziaria con il colonnello della Guardia di Finanza Vincenzo Mazzucco), al Consiglio di Stato (con riferimento al consigliere Paolo Troiano), ai ministeri (come emerge dal suo rapporto, che presenta aspetti francamente poco chiari, con l'allora ministro Francesco Rutelli). Del resto un corruttore come Romeo non può raggiungere siffatti livelli di potere senza l'ausilio e la copertura anche di quelle strutture preposte al controllo della legalità». Tra le circostanze evidenziate da de Magistris c'è l'appalto ottenuto a Bari dal ministero dei Beni culturali. Rutelli: «Lusetti millanta»

Dopo l'arresto di Romeo e degli assessori napoletani, ma soprattutto dopo la richiesta di far finire in carcere anche i parlamentari Lusetti e Bocchino, Rutelli si è presentato davanti ai magistrati. Il verbale, ora trascritto integralmente, svela la sua difesa: «Se fosse vero, se io faccio le riunioni per spostare l'appalto, per far vincere uno, mi dovete arrestare!» Pm: Che cosa intende quando dice che Lusetti è esuberante? Rutelli: Nel senso che caratterialmente ha il desiderio di rassicurare, di dire che si sta occupando di una determinata cosa perché appartiene forse al suo modus di storico dirigente della Democrazia Cristiana... Pm: Questa sua esuberanza include anche la spendita del Suo nome? Rutelli: Essendo lui sicuramente a me vicino... Voglio vedere quello che ha detto! Se parliamo di questa materia, certamente chiunque abbia speso il mio nome lo ha fatto indebitamente, perché io non interferisco... Vi prego nello svolgimento della vostra riflessione che è fatta in buona fede di valutare anche il soppesare un elemento reale di millanteria, se di questo stiamo parlando, proprio da un mio stretto amico, che fa parte delle trenta persone più vicine a me indiscutibilmente.
Secondo de Magistris «più che un consulente del Comune di Napoli, Romeo è divenuto nel tempo anche un po' il dominus dell'amministrazione comunale, seppur limitatamente al settore di sua influenza, e forse questo induce a confondere, sul piano giuridico, il "governatore" di fatto di un pezzo dell'istituzione comunale con una sorta di super-consulente. Con le sue condotte tende ad assumere una posizione di monopolio, divenendo impresa di riferimento di numerose persone di una certa area politica di governo ed utilizzando pezzi delle opposizioni per raggiungere i propri interessi economici e di potere. Tutto questo in una logica trasversale che avvince politici che appartengono ad opposti schieramenti, ma in realtà sono molto avvinti tra loro e posseggono identica sensibilità alla commissione di illeciti quando si debbono perseguire affari ed ottenere controprestazioni illecite».

In questo quadro viene inserito il suo rapporto con Bocchino. Nell'interrogatorio di due settimane fa il parlamentare di An ammette l'amicizia con l'imprenditore e poi rivela anche alcuni affari in comune. Bocchino: Romeo è intervenuto, credo, in numerose attività editoriali. Io mi sono sempre occupato di editoria... Lui è stato socio de L'Indipendente. Pm: Su sua richiesta? Bocchino: Creammo una cordata che sostanzialmente rilevò un piccolo giornale esistente... Pm: Altri rapporti imprenditoriali? Bocchino: Lui ha avuto una piccolissima partecipazione nel Roma che gli fu chiesta direttamente dal fondatore del giornale, Tatarella, nel 1996-1997. Nel Roma sono socie la moglie di Romeo e mia moglie. Pm: Tuttora? Bocchino: Sì. Romeo avrà lo 0,3, 0,4, 0,7 per cento. Mia moglie ha il 30 per cento circa.

Fulvio Bufi
Fiorenza Sarzanini
29 gennaio 2009

Arrestato l'inventore dei «T-red»


IL CORRIERE DELLA SERA

MILANO - Stefano Arrighetti, il progettista dei «T-Red», i sistemi di rilevazione automatica delle infrazioni commesse dagli automobilisti agli incroci semaforici, è stato arrestato dai carabinieri di San Bonifacio (Verona) in collaborazione con i militari della compagnia di Seregno (Milano) nell'ambito dell'inchiesta della procura di Verona sui cosiddetti «semafori intelligenti» che vede indagate altre 108 persone.

L'ACCUSA - Arrighetti, 45 anni di Seregno, amministratore unico della società Kria di Desio (Milano), è accusato di frode nelle pubbliche forniture. Secondo quanto si è appreso, Arrighetti avrebbe omologato solo la telecamera e non avrebbe chiesto e quindi mai ottenuto dal Ministero dei trasporti l'omologazione dell'hardware dell'apparecchiatura che fa funzionare l'intero sistema.

GLI INDAGATI - Tra i 109 indagati figurano 63 comandanti di polizia municipale tra cui quello di Perugia e di Mogliano Veneto (Treviso), 39 amministratori pubblici e sette amministratori di società private. Sono invece 80 i comuni del centro-nord Italia al centro dell'indagine nei quali sono state comminate decine di migliaia di contravvenzioni. Il provvedimento restrittivo che ha raggiunto Arrighetti è stato emesso dal gip scaligero Sandro Sperandio su richiesta del pm Valerio Ardito.

IL SEQUESTRO - I carabinieri di San Bonifacio hanno provveduto al sequestro preventivo dei T-red in 64 comuni di 24 province, ma il numero crescerà nei prossimi giorni. Le indagini, iniziate nel dicembre 2007, erano state avviate per accertare la conformità alla normativa vigente del sistema automatico di rilevamento delle infrazioni alla luce semaforica rossa, il T-red appunto. installato presso gli incroci del Veronese. A gennaio 2008, i carabinieri di Tregnago, Illasi e Colognola ai Colli, incaricati delle indagini, denunciarono un amministratore comunale, due comandanti di polizia locale e gli amministratori unici di Ci.ti.esse di Rovellasca, Maggioli di Santarcangelo di Romagna, Traffic Tecnology di Marostica e Open Software di Mirano per truffa aggravata e falsità materiale. A giugno le indagini furono estese anche ad altri 64 comuni dopo aver accertato che il T-red era difforme da quello omologato dal Ministero dei Trasporti di Roma dove Arrighetti aveva chiesto ed ottenuto l'omologazione solo per le telecamere dei T-red e non per le apparecchiature (come i relè, le spire ed altro chiamato tecnicamente hardware) contenute in un armadio di vetroresina posto nelle vicinanze delle telecamere..
(Ansa)

29 gennaio 2009

giovedì 29 gennaio 2009

Mozart - Requiem - Dies irae

UGUALE PER TUTTI: Sulla giustizia riforme spettacolo

UGUALE PER TUTTI: Sulla giustizia riforme spettacolo

Questo e' un Paese da rifare

ANTONIO DI PIETRO
29 GENNAIO 2009

Piazza Navona come Piazza Farnese, stesso film, stesso giornalismo, stessi titoli, stessi Tg, stessa politica, coriacei, immobili, e compatti contro la verità, l’informazione libera ed i cittadini. Quella piazza, convocata dell’Associazione Nazionale Familiari Vittime di Mafia, ha urlato per difendere la giustizia, la democrazia.


Le parole di verità si chiamavano Marco Travaglio, Salvatore Borsellino, Carlo Vulpio, Sonia Alfano, Beppe Grillo, Pancho Pardi. Di loro, e delle loro parole, nessuna traccia questa mattina, se non in Rete.


Ai direttori della disinformazione è bastata una frase estrapolata dal mio discorso, per costruire la “loro notizia”, alla quale si sono aggiunte dichiarazioni bipartisan, o meglio “monopartisan” del mondo politico.
Casini “Di Pietro umilia l’opposizione”, Cesa e Cuffaro umiliano gli italiani.
Cicchitto “ Idv partito qualunquista e forcaiolo”, lo preferisco a truffatore e mafioso.
E a seguire, Fassino, Finocchiaro, Follini, fino all’ultimo usciere di palazzo Madama, in un'orgia di dichiarazioni deliranti, patetiche e false. Avessero intervistato anche Previti, Dell’Utri e Provenzano, sarebbe stato perfetto.


La realtà è che quella piazza ha difeso la democrazia, ha difeso Luigi De Magistris, Clementina Forleo, Luigi Apicella vittime della mafia anche loro, quella che sempre più si infiltra nelle istituzioni, quella che uccide senza pallottole, ma con la carta stampata ed i Tg, le nuove armi di distruzione di massa. Nessuno ha parlato della luna, tutti intenti a guardare il dito perché è vietato guardare la luna. La luna ha un nome, “Why not”, e parla di nove miliardi di finanziamenti europei che scompaiono nel nulla ogni anno in Calabria e che finiscono nelle tasche della criminalità organizzata e dei partiti politici. Linfa vitale della dittatura in cui siamo scivolati.


Lo striscione esposto a Piazza Farnese non offendeva il Presidente Napolitano, e nemmeno io l’ho fatto. Le decine di video pubblicati in Rete mi danno ragione. I cittadini mi danno ragione ed io do ragione a Beppe Grillo quando dice che “questo è un Paese da rifare”.


Grazie agli organizzatori
, che non sono dell’Italia dei Valori, altra menzogna, ma dell’Associazione Nazionale Familiari Vittime di Mafia. Grazie a tutti coloro che hanno partecipato, dal palco, dalla piazza e dalla Rete.

"Le camere a gas? Per disinfettare"

LA STAMPA
29.1.2009

Dopo la clamorosa intervista del vescovo Richard Williamson, che minimizza la Shoah (guarda il video), altre affermazioni negazioniste. Don Abrahamowicz (che il 15 settembre 2007 celebrò messa in latino a Lanzago di Silea per il leader della Lega Nord Umberto Bossi) rilancia la teoria per cui i numeri della Shoah sono un «problema secondario», accreditati dagli stessi capi delle comunità israeliane subito dopo la liberazione «sull'onda dell'emotività».

«È veramente impossibile per un cristiano cattolico essere antisemita. Io stesso ho, da parte paterna, origini ebraiche», afferma il sacerdote. «Sicuramente è stata un`imprudenza di Williamson addentrarsi nelle questioni tecniche. Nella famosa intervista si vede che il giornalista è andato a parare su quell’aspetto specifico. Ma bisogna capire che tutto il tema dell’Olocausto si colloca a un livello di molto superiore rispetto alla questione di sapere se le vittime sono morte a causa del gas o per altri motivi».

E lei cosa ne pensa delle camere a gas?. «Non lo so davvero. Io so che le camere a gas sono esistite almeno per disinfettare, ma non so dirle se abbiano fatto morti oppure no, perché non ho approfondito la questione. So che, accanto a una versione ufficiale, esiste un`altra versione basata sulle osservazioni dei primi tecnici alleati che sono entrati nei campi».

Lei mette in dubbio il numero delle vittime dell'O locausto? «No, non metto in dubbio i numeri. Le vittime potevano essere anche più di 6 milioni. Anche nel mondo ebraico le cifre hanno un valore simbolico. Papa Ratzinger dice che anche una sola persona uccisa ingiustamente è troppo, è come dire che uno è uguale a 6 milioni. Andare a parlare di cifre non cambia niente rispetto all`essenza del genocidio, che è sempre un'esagerazione». Un'esagerazione? In che senso? «I numeri derivano da quello che il capo della comunità ebraica tedesca disse agli angloamericani subito dopo la liberazione. Nella foga ha sparato un cifra. Ma come poteva sapere? Per lui la questione importante era che queste vittime sono state uccise ingiustamente per motivi religiosi. La critica che si può fare al modo in cui in cui viene gestita la tragedia dell'Olocausto sta nel dare ad essa una supremazia in confronto ad altri genocidi».

I colonnelli dell'Idv scaricano Di Pietro

LA STAMPA
29 GENNAIO 2009

Nuova bufera per Di Pietro. Dopo il coro bipartisan di reazioni contro l'attacco dell'ex pm a Napolitano anche nel partito dell'Italia dei valori emergono i primi distinguo.

Già ieri si era registrata una spaccatura del gruppo dell’Idv di Palazzo Madama dopo il discorso di Schifani, che esprimeva la sua solidarietà e quella dell’Aula per «le accuse ingiuste» venute dal’ex simbolo di Mani pulite al Presidente della Repubblica. L’intera assemblea si era alzata in piedi ad applaudire Schifani per oltre un minuto. Il gruppo dell’Idv era rimasto, a comimciare dal capogruppo Felice Belisario, seduto. Ma non è stato così per tutti i senatori dipietristi. Luigi Li Gotti, Elio Lannutti e Alfonso Mascitelli hanno infatti applaudito con convinzione le parole di Schifani.

I senatori dell’Italia dei valori in serata hanno poi smentito la divisione registrata in aula. Ma il partito viene scosso oggi nuove dichiarazioni critiche nei confronti di Di Pietro. «Tonino ha sbagliato, Napolitano è super partes», dice oggi Donadi. «C’è chi in questo comportamento vede una debolezza del capo dello Stato, ma su questo punto io ho una mia idea che non coincide totalmente con quella del partito -afferma il capogruppo dell’Idv alla Camera-. Partendo da questa costatazione oggettiva, credo che Napolitano abbia fatto bene a fare così». Donadi, intervistato da Affaritaliani.it spiega che «sulle parole di Di Pietro a piazza Farnese si sono fatte miserabili strumentalizzazioni» ma, aggiunge, su Napolitano «sicuramente io ho un’opinione diversa».

Di Pietro prova a smorzare la polemica garantendo di avere «massimo rispetto per il Capo dello Stato». L'ex pm parla in un’intervista all'Unità: «Questà è l’Italia dei valori e guai a chi prova a giocare con le mie parole». «Il silenzio è un comportamento mafioso», ha detto Di Pietro in piazza. «E lo ribadisco», afferma il leader Idv. «Ma non tiriamo per la giacchetta il Presidente della Repubblica. Io non ho offeso Napolitano bensì ho ripetuto il sacrosanto appello dell’Associazione vittime di mafia che vedono con dolore e preoccupazione il silenzio che c’è nella lotta alla mafia». Nessun conflitto col Colle? »Non esiste un conflitto tra l’Idv e il Capo dello Stato. Il conflitto c’è tra l’Idv e chi fa le leggi che impediscono ai magistrati di fare il proprio lavoro». Parlerà con Napolitano? «Non ho offeso il presidente e non c’è nulla da chiarire».

Donadi prende le distanze su Napolitano

IL CORRIERE DELLA SERA

ROMA - Dopo il capo dello Stato, il premier, i presidenti di Camera e Senato e il segretario del Pd, l'ultima presa di distanze da Antonio Di Pietro, che mercoledì ha attaccato Napolitano durante la manifestazione in piazza Farnese contro la sospensione decisa dal Csm del procuratore Apicella, arriva da dentro casa. E cioè da Massimo Donadi, capogruppo alla Camera dell'Italia dei Valori, solitamente in prima linea nel dare la direzione al partito. «È un dato oggettivo che Napolitano, in alcuni momenti molto delicati che hanno coinciso con passaggi dove la maggioranza ha posto in essere delle notevoli forzature istituzionali - ad esempio il Lodo Alfano o la ricorrente aggressione alla magistratura -, è stato parco di parole e a dir poco prudente. C’è chi in questo comportamento vede una debolezza del capo dello Stato, ma su questo tema io ho una mia idea che non coincide totalmente con quella del partito: credo che Napolitano abbia fatto bene a fare così» ha detto il deputato ad Affari Italiani.

DI PIETRO: «MASSIMO RISPETTO» - Il leader del partito Antonio Di Pietro ribadisce invece in un'intervista all'Unità di avere il «massimo rispetto per il capo dello Stato». «Il silenzio è un comportamento mafioso - aveva detto Di Pietro in piazza Farnese -. E lo ribadisco. Ma non tiriamo per la giacchetta il presidente della Repubblica. Io non ho offeso Napolitano bensì ho ripetuto il sacrosanto appello dell’Associazione vittime di mafia che vedono con dolore e preoccupazione il silenzio che c’è nella lotta alla mafia. Non esiste un conflitto tra l’Idv e il Capo dello Stato. Il conflitto c’è tra l’Idv e chi fa le leggi che impediscono ai magistrati di fare il proprio lavoro. Non ho offeso il presidente e non c’è nulla da chiarire». Di Pietro è poi tornato sull'argomento con uno scritto sul suo blog: «Lo striscione esposto a piazza Farnese non offendeva il presidente Napolitano e nemmeno io l'ho fatto. Le decine di video pubblicati in Rete mi danno ragione. I cittadini mi danno ragione e io do ragione a Beppe Grillo quando dice che "questo è un Paese da rifare". La realtà è che quella piazza ha difeso la democrazia, ha difeso Luigi de Magistris, Clementina Forleo, Luigi Apicella vittime della mafia anche loro, quella che sempre più si infiltra nelle istituzioni, quella che uccide senza pallottole, ma con la carta stampata e i Tg, le nuove armi di distruzione di massa».

FASSINO: «DEVE SCUSARSI» - Il ministro ombra degli Esteri del Pd Piero Fassino, intervistato da Youdem.tv, definisce le affermazioni di Di Pietro contro Napolitano «inconcepibili e inaccettabili» e sottolinea che qualcosa da chiarire c'è, «sennò non ci sarebbe stato bisogno di un fare un comunicato. Però Di Pietro si sarebbe dovuto scusare con il capo dello Stato per le sue espressioni offensive. È inconcepibile tutto ciò che ha detto e del tutto infondato che Napolitano non si comporti da arbitro e irricevibile che si stabilisca una qualunque correlazione tra l’atteggiamento del presidente e i silenzi mafiosi».

29 gennaio 2009

Intercettazioni, così Berlusconi ha già vinto la partita

LA REPUBBLICA
di GIUSEPPE D'AVANZO

E' AVVENTATO sostenere che Berlusconi sia stato costretto a ridimensionare il desiderio di vedere distrutte le intercettazioni come strumento investigativo. Il premier l'ha avuta vinta su tutta la linea, nonostante quel che sostiene un discorso pubblico infarcito di molte menzogne. La vittoria del premier, in realtà, è completa.

E' un successo politico. E' un trionfo legislativo. Erano a confronto due idee di riforma. La visione di Berlusconi è nota. Avverte l'autonomia della magistratura come una minaccia al suo comando che desidera unico e senza controlli. Pretende che sia burocratizzata la funzione giudiziaria e depotenziato ogni strumento di quel potere in toga, dalle intercettazioni alla direzione delle indagini. Opposto l'approccio di Gianfranco Fini. Il presidente della Camera, in una lettera molto apprezzata anche dall'opposizione, invita a risolvere le patologie del sistema giudiziario guardando non al riequilibrio dei poteri, ma all'interesse del cittadino che ha diritto a una giustizia che sia servizio giusto, imparziale, efficiente, ragionevolmente rapido. Questa, per Fini, la "stella polare" che deve guidare la riforma. Vediamo ora quel che è accaduto e accadrà.

Angelino Alfano, il segretario di Berlusconi diventato ministro di Giustizia, va in parlamento per la relazione sullo stato di giustizia. I numeri che propone danno ragione all'invito di Fini: le lentezze, le inefficienze, i ritardi dell'amministrazione della giustizia sono oltre il limite di guardia. Questa radiografia è uguale da troppo tempo. Più che lagne sono necessarie riforme. Riforme dei codici e delle procedure; innovazione nell'organizzazione; maggiori risorse umane e finanziarie. Come è abituato a fare da mesi a ogni intervista o spot, Alfano giura e garantisce che è pronto davvero a riformare i processi e le norme. L'unico passo concreto che però muove non è nella direzione invocata da Fini: è la riforma delle intercettazioni voluta da Berlusconi. Riforma che non taglierà di un solo giorno i tempi del processo, non lo renderà più equo né per le vittime del reato né per gli imputati. La priorità per la giustizia è l'ascolto telefonico, aveva detto d'altronde il Capo. Così è stato.

Gran successo politico, vince il premier, perde la ragionevolezza di Fini, e soprattutto l'interesse pubblico. Per far digerire l'arroganza del capo del governo, bisogna allora escogitare due magnifiche bubbole: le intercettazioni sono troppe (inseguono 128mila "bersagli") e costano molto (226 milioni l'anno). Non si capisce (né il segretario-ministro lo spiega né alcuno ha voglia di chiederglielo) rispetto a quale parametro gli ascolti sono troppi. L'economia criminale rappresenta, senza contare la delinquenza politico-amministrativa, una quota non trascurabile del prodotto nazionale. Non meno del 10 per cento, secondo gli economisti del lavoce. info. Rispetto a questo troppo criminale, sono troppi 128mila "bersagli", un numero che peraltro sovrappone in uno solo e confuso dato statistico le persone, i tabulati, i telefoni fissi e mobili, le comunicazioni informatiche, telematiche, ambientali? Non c'è spacciatore di quartiere che non abbia tre cellulari in tasca. Totò Cuffaro, l'ex-presidente della Regione siciliana (condannato per il favoreggiamento di un mafioso) utilizzava addirittura 31 cellulari diversi. Troppi per le risorse dello nostro Stato, a quanto pare, nonostante quel che - a proposito di costi - una buona indagine con intercettazioni consegna alle casse dell'Erario.

L'inchiesta romana sulle manovre finanziarie dei "furbetti" Stefano Ricucci e Danilo Coppola (intercettati) ha consentito di recuperare 100 milioni di tasse evase. L'indagine Antonveneta, costata alla procura di Milano 8 milioni di euro (6 milioni spesi soltanto per la custodia giudiziaria), ha permesso allo Stato di incassare 102 milioni con i primi patteggiamenti e di sequestrarne 350 (saranno confiscati in caso di condanna o patteggiamento). Fatti i conti, due soli processi pagano l'intera spesa delle intercettazioni italiane per due anni, più o meno. Costano troppo, le intercettazioni? Le frottole, che sembrano affascinare anche le fondazioni di Casini e D'Alema, servono a Berlusconi e corifei per fare il passaggio successivo che - va detto - il Capo non ha mani nascosto di voler fare. Ancora domenica scorsa in un'intervista a Repubblica, il premier ha ripetuto che "il sistema delle intercettazioni è marcio" e "va tagliato del tutto", al più le intercettazioni dovranno essere un strumento "aggiuntivo" delle investigazioni. L'uomo è stato di parola. Lo ha fatto davvero e appare oggi insensata la soddisfazione di chi ripete di avergli fatto fare un passo indietro perché il disegno di legge prevede le intercettazioni per tutti i reati. La vittoria di Berlusconi è anche legislativa, infatti. L'esclusione degli ascolti per i reati sotto i dieci anni è stato soltanto il drappo rosso agitato davanti al muso del toro. Il toro ha caricato il drappo e ha consegnato il collo alla lama della spada. Conviene guardare, allora, alla lama che nel nostro caso si nasconde in un paio di regole annunciate dal segretario-ministro o già presenti nel disegno del governo. Le stupefacenti norme riguardano
il chi, quando, dove e perché della riforma: chi autorizza gli ascolti; i tempi delle intercettazioni; il luogo dove effettuarle; il loro obiettivo.

Chi. Sarà un collegio di tre giudici a dare il consenso alle intercettazioni. Stravagante. Un solo giudice può infliggere l'ergastolo, ma devono essere in tre per un ascolto e poi non c'è dovunque una terna di toghe a disposizione per quella decisione. Ottanta tribunali hanno soltanto venti magistrati o meno. Bisognerebbe accorparli, i tribunali. Dovrebbe essere lavoro per il segretario-ministro che non ci pensa punto perché il Capo ha già fatto sapere che ci sarebbero sgradevoli proteste a difesa degli interessi locali. Niente da fare, allora. In ottanta tribunali dovranno scegliere o le intercettazioni o i processi. Quando. Le intercettazioni non potranno durare più di due mesi. Come se si dicesse che è legittimo indagare per sei mesi (quanto durano oggi le indagini), ma si può pedinare l'indagato soltanto per due mesi. Chi comprende questa mattana?

Dove. Si potrà intercettare soltanto nei luoghi ove si ha il fondato motivo di ritenere che vi si stia svolgendo l'attività criminosa. Dunque, per esempio, non nelle caserme o nei commissariati (dove spesso gli indagati complici sciolgono la lingua per accordarsi). Non nelle carceri. Non con le telecamere negli stadi. Non si potrà più piazzare una microspia in una autovettura a meno non si sappia già che, in quell'auto, si prepara un delitto e non genericamente un delitto, ma quale delitto.

Perché. Lo ha ripetuto ancora ieri il vero ministro di giustizia, l'avvocato del premier Ghedini: "Potranno essere intercettati solo coloro che sono colpiti da gravi indizi di colpevolezza".

E' questo il capolavoro che, come ha chiesto Berlusconi, annullerà, "taglierà via" (per usare le sue parole) le intercettazioni dalla scatola degli attrezzi della magistratura. Finora erano sufficienti "gravi indizi" per chiedere un'intercettazione "indispensabile ai fini della prosecuzione delle indagine". Detto in altro modo, l'intercettazione doveva essere indispensabile per chiudere un'indagine. Da domani (approvata la legge) sarà necessario aver concluso l'indagine per ottenere un'intercettazione. Bisognerà già aver già intascato la colpevolezza dell'indagato per poter chiedere un ascolto. Nel mondo capovolto di Berlusconi, le prove delle colpevolezza devono esserci già per chiedere l'intercettazione che da strumento essenziale diventerà aggiuntivo, un extra a lavoro finito. Con un paradosso che a ogni persona assennata apparirà illogico, quel che oggi è sufficiente per proporre l'arresto dell'indagato o addirittura il suo rinvio a giudizio diventerà appena adeguato, domani, per chiedere un'intercettazione. Con quali effetti lo si può già prevedere. Un'indagine per omicidio contro ignoti non potrà contare più sulle intercettazioni.

Contro ignoti, non si può intercettare. In questi casi, solitamente si scrutano l'ambiente della vittima e i suoi nemici per rilevare le ragioni del conflitto, gli interessi in gioco, i sospetti dei familiari della vittima. Berlusconi pretende che se il pubblico ministero non ha già un nome, se non ha già raccolto prove della sua responsabilità e colpevolezza, si può scordare le intercettazioni. Quasi che l'ascolto telefonico fosse per la magistratura la ciliegina sulla torta, il premio per un lavoro ben fatto. I "cattivi" faranno festa e l'Italia diventerà un paese a criminalità immune. Vale la pena fare un esempio. Nella primavera del 2007 una parola di troppo in una conversazione intercettata in Sicilia lasciò capire che a Milano si stava preparando il sequestro di Paolo Berlusconi. I rapinatori furono arrestati alla vigilia dell'agguato, sotto casa del "bersaglio". Con le nuove regole l'illustre fratello si sarebbe salvato? Troppe cose avrebbero dovuto incastrarsi per il verso giusto: un'ipotesi di reato che consente un ascolto oltre i due mesi; gravi indizi di colpevolezza già raccolti contro i "cattivi"; i "cattivi" che discutono del prossimo delitto proprio in quei due mesi in un luogo dove è stato documentato che si preparano traffici loschi. Una sciarada, un terno al lotto. Che renderà più insicuri gli italiani, più potente e soddisfatta la criminalità (potrà far crescere la sua quota di Pil), contento come una pasqua il sovrano, che distrugge le intercettazioni e sbanca con gli oppositori anche gli alleati.

(29 gennaio 2009)